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1 – ARRIVA BATTISTA, IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

1 Luglio 2013

Riprendiamo un articolo dal Corriere della Sera  di Pierluigi Battista,  LA SINDROME DEL PANDA, I FILM CHE VALGONO STANNO SUL MERCATO ANCHE SENZA SOVVENZIONI. PARLA LUI IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Se lo dice lui che è un esperto, siamo tutti contenti.

Ecco che Battista nel suo articolo dimostra tutta la sua acutezza giornalistica invocando, tramite panegirico, il mercato, questo riconosciuto, esaltandone l’ ideologia (più che il mercato) che cura tutti i mali del mondo. Cosa dice il ns Battista, QUESTO MAGGIORDOMO, che l’eccezione culturale è sbagliata e che la cultura viene sempre esaltata attraverso il denaro e quindi bisogna dire no al neo protezionismo dirigista di marca sovietica che pretende di recintare la cultura in una zona protetta, perché altrimenti si ricade in vizi antichi che sviluppano una insidiosa forma di neo-corporativismo di tipo fascista. Perché la cultura non dovrebbe essere una merce? Ci dice? E poi fa l’esempio di quello che è successo 100 anni fa, che il cinema senza il mercato e la cultura di massa non sarebbe neanche nato. Poi cita perfino K.MARX a rovescio: LA MERCE (E QUINDI LA CULTURA) E’ FANTASMAGORIA. (boh tutto qua speravo che la citazione valesse qualcosa di più) e INFINE prosegue sempre con la solita acutezza: CHE LA CONCORRENZA E’ IL GIUSTO STIMOLO  (mi scappa dall’emozione) a non cadere nella routine e nel conformismo. (Dio dio dio tutta la mia vita perduta nella grettezza del conformismo) Emettiamo un gridolino di eccitazione PER QUESTE NOVITA‘ mai sentite.

Ha finito!?!

Noooo! noo!,no! Dice che parlare male della concorrenza genera pigrizia, (ostrega la pigrizia!) questa non la sapevo! Genera Conformismo, (ma no), sciatteria e corrività. Mamma mia!

Che dire, mi viene una stanchezza infinita, perdo due chili di energia sull’istante, è la solita solfa, che si ripete da quando ero piccolo, e che la mia maestra alle elementari mi diceva: pigrizia, pigrizia, stimolo, stimolo, che manca nell’Unione Sovietica che è tutta statale, statale, statale. Siamo di fronte all’esempio dell’ ideologia sclerotizzata del mercato, al punto da diventare il marxista-leninista del mercato, il dogmatico per antonomasia. Mi sento spossato.

Ci si mette pure Brunetta scrivendo su IL GIORNALEdel 17 giugno: “Chi taglia gli sprechi non affossa la cultura”. Non è in discussione – ci dice – se finanziare la cultura, e più sotto riprende: ma le arti e la cultura devono essere sussidiate? Per i beni artistici e culturali si può argomentare che l’ignoranza delle arti priva molte persone di esperienza da cui trarrebbero grande giovamento. In conclusione il sussidio pubblico è giustificato essenzialmente dal fallimento del mercato nel produrre la quantità socialmente ottimale di arte e cultura e quindi si può decidere di sussidiare l’industria cinematografica per proteggere gli occupati, ma il cinema italiano sarà competitivo solo con produttori che rischiano in proprio, (però questo non me lo sarei aspettato da lui) anche qui Brunetta non sa niente come è strutturato il mercato cinematografico e inferisce sul sentito dire, l’importante è attaccare quei sinistrossi come Merlo che amano Godard e “ci costringono ad un cinema d’autore, di sinistra” per gli snob. Brunetta vuole dire che le commedie di Vanzina e Banfi sono di destra e non hanno bisogno di finanziamenti, il cinema autoriale è pieno di opere prime e seconde selezionate dai kapò del cinema italiano tutti di una certa matrice ideologica, (comunista): “film non adatti a gente volgare come noialtri” ci scherza su il nostro parafrasando Pirandello.

Cmq Brunetta a differenza di Battista, non è proprio un dogmatico del mercato, visto che si interroga sul bene meritorio che sarebbe consumato in misura inferiore se non ci fosse il sussidio. Bontà sua è già un passo oltre se non altro capisce che la cultura non si mangia e che quindi la domanda non è così rigida come per il pane, maa è pur empre cibo per la mente,  parla anche di fallimento del mercato per certi prodotti culturali o almeno lo accenna – a me sembra- però cade in un altro dogma: i produttori devono rischiare in proprio: ma se io produttore so già in partenza che il mercato è CHIUSO e sono sicuro che al 100% perderò quei soldi anche se avessi fatto un capolavoro assoluto, (perchè se il film non è dentro ad una grande confezione hollywoodiana o con Rai o Medusa) rischia potentemente di non aver nessun accesso ai mercati nazionali e mondiali. Io posso rischiare concretamente se c’e’ un mercato (com’era fino a trent’anni fa, prima dei blockbaster quando era ancora aperto)  che è in grado di assorbire un prodotto anche se la confezione è di serie B o C, come avveniva in passato.

Cmq almeno Brunetta parla di efficienza allocativa dei mercati e che la tesi dell’interventismo nel settore culturale è necessaria se si dimostra che la distribuzione ineguale dei redditi rende l’arte e la cultura inaccessibile ai poveri. Ripeto è già un passo avanti. Se non altro si giustifica anche un finanziamento pubblico alla cultura altrimenti c’è il rischio che fra qualche anno parleremo tutti in inglese.

by giancarlo sartoretto

 

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