Vediamo un po’ anche gli altri quando parlano di politica cinematografica cosa dicono:

– Ugo Baistrocchi tecnico c/o il MIBACT nel n° di dic. Diari di Cineclub.

I dibattiti sono premesse indispensabili ad una riforma del cinema e dell’audiovisivo (cfr. “Quale riforma per il cinema italiano” di Stefania Brai pubblicato sul n. 33 – Novembre 2015 di Diari di Cineclub) Ringrazio Stefania Brai le cui critiche ad alcune mie considerazioni mi permettono di ancor meglio chiarire quelle che ritengo debbano essere, oggi, le premesse necessarie per una legge di riforma del cinema e dell’audiovisivo.

Una visione sistemica.

Un bambino di cinque anni, nato nel 2010, che ha imparato a leggere da solo, utilizzando una delle tante app gratuite disponibili per ipad, e che ha, probabilmente, già letto un centinaio di libri digitali e realizzato e montato un centinaio di corti, documentaristici e di finzione, se gli fosse capitato di leggere il mio contributo “Per una legge con cinquant’anni di meno” su Diari di Cineclub di settembre – cosa possibile ma altamente improbabile – avrebbe capito che la mia affermazione sulla capacità di un bambino di due anni si riferiva alla capacità di astrazione e di visione, mancante a chi finora ha deciso i destini del cinema italiano, di unificare cinema, televisione, videogrammi, videogiochi, ecc. sotto il concetto di “immagini in movimento”, rimanendo perfettamente consapevole delle differenze.

Astrarre non vuol dire appiattire né tantomeno negare le differenze che, invece, per un pensiero di tipo feudale sono essenziali, naturali, se non sacre, e devono essere mantenute e rispettate per garantire l’attuale ordine audiovisivo costituito, così ben descritto da Stefania Brai, e cioè:

  1. una proposta culturale largamente unificata il cui senso profondo è quello di un’accettazione totale dell’esistente, quasi della sua ineluttabilità, senza l’idea stessa di possibilità di cambiamento;
  2. un’offerta culturale sostanzialmente univoca (che) induce e genera una domanda omologa. Dove chiedi (e concepisci) cioè il solo modello che conosci e sul quale ti sei formato.

Solo una visione sistemica e consapevole dell’ecosistema culturale esistente può concepire una riforma del Cinema e dell’audiovisivo che invece di favorire e mantenere in piedi – come ben descritto nei due punti sopra riportati – un pensiero unico e un modello monopolizzato da politici apparenti, burocrati legislatori, produttori riproduttori e autori autoreferenziali, prenda atto delle molteplicità e diversità delle proposte culturali, elimini ogni superflua intermediazione e ogni inutile barriera alla produzione e diffusione culturale e, soprattutto, ogni ingiustificata limitazione all’accesso al bene

  1. Partecipazione di tutti all’organizzazione culturale Se Diderot e D’Alambert potessero visitare il mondo del 2015 rimarrebbero stupiti non tanto (non solo) per le conquiste tecnologiche ma nello scoprire che la Germania è un repubblica governata da una chimica eletta a suffragio universale, che gli USA sono il paese leader del Mondo e hanno un presidente nero, ma soprattutto che “(quasi) tutti sanno leggere e scrivere” e l’Encyclopédie del XXI secolo (Wikipedia) è compilata non da una élite di famosi esperti ma da una massa di sconosciuti intellettuali, che la mettono gratuitamente a disposizione di tutti gli esseri umani (e non) in 280 lingue “senza bisogno di alcuna autorizzazione”. Grazie all’intellettuatizzazione di massa stiamo passando dall’era industriale all’era della partecipazione, dove l’economia del dono e della condivisione, sempre esistita, sta modificando gradualmente e dall’interno i modelli capitalistico e socialista che governano le nostre economie.

Ma Stefania Brai dice che “tener conto in una legge “degli interessi, delle esigenze, delle aspirazioni… dei cittadini” non solo non è utile né moderno ma completamente sbagliato”. La ringrazio perché descrive in modo chiaro e preciso qual è stata, finora, l’ideologia che ha ispirato i legislatori e politici italiani, non solo nel campo cinematografico o culturale. Prigionieri dell’immagine del mondo in cui si sono formati credono veramente che la maggioranza dei cittadini abbia il livello intellettuale di un dodicenne e che debbano essere tutelati e guidati, oggi, da persone che vivono ancora nel secolo scorso e credono di poter fermare il tempo con inutili leggi, fatte nel proprio interesse non certo in quello dei cittadini. I sondaggi? Ma oggi i cittadini già manifestano i loro interessi, le loro esigenze e aspirazioni non tramite sondaggi ma con le loro idee, attività ed opere, promosse, pubblicate e diffuse senza bisogno di essere iscritti all’Anica o all’Anac, né del nulla osta di un qualunque Ministero.

I mezzi di produzione culturale non sono una conquista futura del “Sol dell’avvenire” ma sono già nelle mani delle masse intellettuali che non hanno bisogno dell’intermediazione di una casta di intellettuali-interpreti perché possono e fanno da soli, condividendo la conoscenza e le opere. E Gramsci, che scriveva in un’epoca in cui i suoi principi erano storicamente validi, avrebbe adattato le sue idee alla contemporaneità. Zavattini, che negli anni ‘50 voleva dare una cinepresa in mano ad ogni scolaro, oggi potrebbe vedere la realizzazione del suo sogno “sbagliato” e si batterebbe per estenderlo a tutti. Gli operai genovesi che finanziavano, “sbagliando”, i primi film di Lizzani con la “Cooperativa spettatori produttori cinematografici” – fallita grazie alla ostilità della Direzione cinema e all’indifferenza del Partito comunista di Togliatti – oggi potrebbero fare da soli i propri documentari e farseli finanziare con il crowdfunding da sconosciuti che condividono le loro idee.

Ma perché i sogni di Zavattini e degli operai genovesi divengano sempre più realtà quotidiana è necessario che una nuova legge sul cinema e l’audiovisivo tenga finalmente conto soprattutto delle loro aspirazioni, delle loro esigenze, dei loro interessi, e favorisca l’effettiva partecipazione di tutti in tutte le forme, e con ogni mezzo di diffusione, all’organizzazione culturale del paese ed elimini ogni superflua limitazione allo sviluppo della persona umana tramite la produzione e la fruizione di beni culturali audiovisivi.

Ugo Baistrocchi