Quindi secondo il disegno di legge Franceschini testè licenziato dal governo sono previste poche imprese molto forti sul mercato, pochi autori consciuti attori famosi mentre gli altri dovranno cambiare mestiere.

Solo 15% di tutti sti soldi è destinato a finanziamenti selettivi attraverso la valutazione di 5 esperti.

Un motivo di dissenso però con La Brai sono i contributi alla carta stampata  e dell’editoria che sono diventati strategici nella manipolazione massmediologica e che sono utilizzati dai centri di potere.

Ci sono poi alcune questioni della Brai un po’ troppo ideologiche di quella cultura in nome della quali si aprono un sacco di rubinetti in cui si mantiene anche una mafia dei finanziamenti e dei privilegi partitocratici.

Su certe questioni si può essere post-ideologici e capire con disincanto quali soluzioni sono condivisibili e quali invece da combattere.

Spieghiamo alcune cose elementari

I finanziamenti statali al cinema italiano: quanti sono e quali sono

 

Soldi, che si spendono (non sempre bene) e soldi che si dovrebbero risparmiare. E’ un ritornello che spesso viene ripetuto nei dibattiti televisivi.

Alcuni costi, però, sono più nascosti rispetto ad altri più conosciuti come le auto blu, le province.

Facciamo un esempio. Chi va al cinema magari non se ne accorge ma all’inizio, nei cosiddetti titoli di testa, può capitare di vedere una scritta: “Film riconosciuto di interesse culturale” con il logo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che sovrasta la dicitura.

Cosa significa? Perché un film come “La prima volta di mia figlia”, viene riconosciuto di “interesse culturale”?

Andiamo con ordine. Il Ministero, attingendo dal Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo), decide di sostenere economicamente i film italiani.

I PRINCIPALI FINANZIAMENTI.

I finanziamenti principali sono prima della realizzazione del film e dopo.

Il primo tipo viene stabilito dalla Commissione per la Cinematografia, composta da membri scelti dal ministero stesso. I commissari lavorano su base volontaria e non percepiscono alcun gettone di presenza.

La Commissione, prendendo visione della sceneggiatura del film, del cast e di tutti i particolari del film, decide di assegnare un punteggio discrezionale. Il massimo è 100 e, già per la sceneggiatura e il soggetto, il punteggio più alto è 45. Gli altri valori sono: componenti tecniche e tecnologiche (massimo 10 punti); qualità, completezza e realizzabilità del progetto produttivo (massimo 15 punti); punteggio automatico da 0 a 30.

Nel concreto, citiamo direttamente dal sito della Direzione Generale Cinema: «I progetti di nazionalità italiana che rispondano a requisiti di idoneità tecnica, qualità culturale o artistica e spettacolare sono riconosciuti di interesse culturale dalla Commissione per la Cinematografia. Su richiesta dell’impresa cinematografica produttrice, la stessa Commissione delibera anche l’attribuzione del relativo contributo al progetto riconosciuto di interesse culturale. Sono previsti contributi anche per lo sviluppo di progetti di film di lungometraggio tratti da sceneggiature originali o trattamenti (solo nel caso di documentari)».

EBBENE IL DISEGNO DI LEGGE DEL GOVERNO VUOLE ABOLIRE L’INTERESSE CULTURALE SOSTITUENDOLO CON PUNTEGGI E FINANZIAMENTI AUTOMATICI.

Giancarlo  Sartoretto

(continua)

Articoli precedenti:

CRITICA…. DELLA RAGION CINEMATOGRAFICA
CINEMA E MEDIA….A FARE UNA LEGGE CHE SE RIMEDIA?
LA CRITICA AI DUE DISEGNI DI LEGGE SUL CINEMA DEL PD
CERCHIAMO DI CAPIRCI COSA VUOLE FARE IL PD con la legge sul cinema
Discussione punti all’attenzione per una LEGGE SUL CINEMA e l’audiovisivo
Primi punti di attenzione per una LEGGE SUL CINEMA

 

Seguirà una risposta di Alessandro Verdecchi alla critica di Visalberghi (DOC.IT) per quanto riguarda l’intervento della Brai che privilegia la vecchia sala cinematografica rispetto ai NUOVI MEDIA, tra i quali ci sono anche i videogiochi.
Io però sono più d’accordo con la Brai rispetto a un Visalberghi di cui francamente non capisco la posizione essendo egli presidente di Doc.It, associazione storica in difesa del documentario che per sua natura è la produzione indipendente per eccellenza. Ma gli importa veramente la sorte del documentario visto che appoggia così palesemente i poteri forti? Forse ha degli interessi personali da difendere? (gian sart)

ALESSANDRO VERDECCHI!

Che i tempi siano cambiati non c’è dubbio . Che la Brai tende a chiudersi nella torre d’avorio è un vizio degli autori di cinema che segna il suo passo già da diversi decenni . Ma devo anche riconoscere a Stefania una straordinaria lucidità nell’analisi dei fatti . Che poi non tenga conto di quanto il mondo , il pubblico e mezzi di fruizione del prodotto cinema/audiovisivo siano cambiati , bhe è ovvio e palese . Ci troviamo come sempre accade dalle nostre parti , lontani dalla realtà. Vado spesso in metropolitana e altri mezzi pubblici e vedere il 70% delle persone che smanipolano costantemente con il loro cellulare vedendo di tutto mi suggerisce che qualcosa forse è cambiato e il vecchio mondo di Stefania non se ne è ancora accorto . E’ anche vero che avere questa immensa fiducia nel decreto del governo Renzi mi sembra da pazzi . Possiamo dire che c’è la buona volontà di fare qualcosa per il nostro settore ma si perde in mare di rivoli e ripensamenti e ignoranze che possono solo essere risolte consultandoci e lavorando insieme . Come sempre ci sono dei così detti “professoroni” che senza conoscere bene la realtà che li circonda , dall’alto delle loro posizioni di potere, da accademici ,sentenziano e legiferano sulla base non di esperienza diretta ma di studi e statistiche e esempi francesi e guarda di là e guarda di qua . Guardiamo per bene in casa nostra e facciamo un passo avanti verso il futuro evitando di sognare troppo ma anche di cadere nel terrificante buio di sale semideserte che proiettano film “purtroppo” spesso inguardabili

Per Stefania Brai, responsabile nazionale di Rifondazione Comunista, il disegno di legge licenziato da Renzi e Franceschini rappresenta la fine del cinema indipendente e d’autore in Italia.

I due disegni di legge del Pd sono tra di loro molto diversi però si trovano d’accordo nell’  impedire una OFFERTA PLURALE (di cui al punto 2° dei nostri 10 comandamenti) che ribadisce anche la Brai – cancellando DI FATTO il Cinema Indipendente e d’autore.

Senza contare che il Disegno di legge Franceschini prrrevede la necessità di una marea di decreti attuativi e deleghe al governo, quindi lungaggini che possono strozzare definitivamente il cinema indipendente magari bloccando il tax credit per un lungo periodo.

Questa legge si ispira al modello francese di autofinanziamento, però alla fine siamo in …Italia e con l’evasione che c’è afferma pessimisticamente Stefania, saranno i cittadini a pagare per la differenza con lo scopo di finanziare i grossi produttori che non hanno nessun bisogno di essere finanziati.

E questa sarebbe già una stortura notevole, eppoi – prosegue la nostra – quello che hanno fatto Renzi e Franceschini non è neanche una tassa di scopo, cioè un prelievo “aggiuntivo” su tutti i soggetti che hanno dei proventi tramite il cinema…insomma pagheranno caro pagheranno tutto, i poveri cittadini, già specializzati in questa pratica.

Aggiungo io, si imita il modello francese all’Italiana che è ancora peggio di ciò che è esclusivamente italiano: non si deve premiare chi è già forte nel mercato MA CHI PER I MECCANISMI RISTRETTI DEl MERCATO NON POTREBBE MAI VEDERE LA LUCE (parlo di molti film indipendenti che rimangono nell’ombra).

Se il mercato è iperselettivo e premia il Cinema Usa perché è molto più costoso, anche perché viene distribuito in tutto il mondo, il costo può essere così ripartito tra più Paesi (questo meccanismo ha distrutto di fatto il cinema di genere italiano) e quindi solo e solo se,  si aggiunge LO STATO si manterrebbe l’offerta plurale, altrimenti il cinema italiano perderebbe una sua connotazione  culturale (ormai residua) per diventare commedia di intrattenimento che rifletterebbe la caratteristica degli italiani come un popolo di commedianti, e quindi capaci di fare e vedere solo quel tipo di cinema.

In questo modo si passerebbe alla dismissione del ruolo sociale dello Stato che diventa solo “STATO DEL MERCATO”.

Giancarlo Sartoretto

(continua)

Articoli precedenti:

CERCHIAMO DI CAPIRCI COSA VUOLE FARE IL PD con la legge sul cinema

Discussione punti all’attenzione per una Legge sul cinema e l’audiovisivo

Primi punti di attenzione per una Legge sul cinema

Vediamo un po’ anche gli altri quando parlano di politica cinematografica cosa dicono:

– Ugo Baistrocchi tecnico c/o il MIBACT nel n° di dic. Diari di Cineclub.

I dibattiti sono premesse indispensabili ad una riforma del cinema e dell’audiovisivo (cfr. “Quale riforma per il cinema italiano” di Stefania Brai pubblicato sul n. 33 – Novembre 2015 di Diari di Cineclub) Ringrazio Stefania Brai le cui critiche ad alcune mie considerazioni mi permettono di ancor meglio chiarire quelle che ritengo debbano essere, oggi, le premesse necessarie per una legge di riforma del cinema e dell’audiovisivo.

Una visione sistemica.

Un bambino di cinque anni, nato nel 2010, che ha imparato a leggere da solo, utilizzando una delle tante app gratuite disponibili per ipad, e che ha, probabilmente, già letto un centinaio di libri digitali e realizzato e montato un centinaio di corti, documentaristici e di finzione, se gli fosse capitato di leggere il mio contributo “Per una legge con cinquant’anni di meno” su Diari di Cineclub di settembre – cosa possibile ma altamente improbabile – avrebbe capito che la mia affermazione sulla capacità di un bambino di due anni si riferiva alla capacità di astrazione e di visione, mancante a chi finora ha deciso i destini del cinema italiano, di unificare cinema, televisione, videogrammi, videogiochi, ecc. sotto il concetto di “immagini in movimento”, rimanendo perfettamente consapevole delle differenze.

Astrarre non vuol dire appiattire né tantomeno negare le differenze che, invece, per un pensiero di tipo feudale sono essenziali, naturali, se non sacre, e devono essere mantenute e rispettate per garantire l’attuale ordine audiovisivo costituito, così ben descritto da Stefania Brai, e cioè:

  1. una proposta culturale largamente unificata il cui senso profondo è quello di un’accettazione totale dell’esistente, quasi della sua ineluttabilità, senza l’idea stessa di possibilità di cambiamento;
  2. un’offerta culturale sostanzialmente univoca (che) induce e genera una domanda omologa. Dove chiedi (e concepisci) cioè il solo modello che conosci e sul quale ti sei formato.

Solo una visione sistemica e consapevole dell’ecosistema culturale esistente può concepire una riforma del Cinema e dell’audiovisivo che invece di favorire e mantenere in piedi – come ben descritto nei due punti sopra riportati – un pensiero unico e un modello monopolizzato da politici apparenti, burocrati legislatori, produttori riproduttori e autori autoreferenziali, prenda atto delle molteplicità e diversità delle proposte culturali, elimini ogni superflua intermediazione e ogni inutile barriera alla produzione e diffusione culturale e, soprattutto, ogni ingiustificata limitazione all’accesso al bene

  1. Partecipazione di tutti all’organizzazione culturale Se Diderot e D’Alambert potessero visitare il mondo del 2015 rimarrebbero stupiti non tanto (non solo) per le conquiste tecnologiche ma nello scoprire che la Germania è un repubblica governata da una chimica eletta a suffragio universale, che gli USA sono il paese leader del Mondo e hanno un presidente nero, ma soprattutto che “(quasi) tutti sanno leggere e scrivere” e l’Encyclopédie del XXI secolo (Wikipedia) è compilata non da una élite di famosi esperti ma da una massa di sconosciuti intellettuali, che la mettono gratuitamente a disposizione di tutti gli esseri umani (e non) in 280 lingue “senza bisogno di alcuna autorizzazione”. Grazie all’intellettuatizzazione di massa stiamo passando dall’era industriale all’era della partecipazione, dove l’economia del dono e della condivisione, sempre esistita, sta modificando gradualmente e dall’interno i modelli capitalistico e socialista che governano le nostre economie.

Ma Stefania Brai dice che “tener conto in una legge “degli interessi, delle esigenze, delle aspirazioni… dei cittadini” non solo non è utile né moderno ma completamente sbagliato”. La ringrazio perché descrive in modo chiaro e preciso qual è stata, finora, l’ideologia che ha ispirato i legislatori e politici italiani, non solo nel campo cinematografico o culturale. Prigionieri dell’immagine del mondo in cui si sono formati credono veramente che la maggioranza dei cittadini abbia il livello intellettuale di un dodicenne e che debbano essere tutelati e guidati, oggi, da persone che vivono ancora nel secolo scorso e credono di poter fermare il tempo con inutili leggi, fatte nel proprio interesse non certo in quello dei cittadini. I sondaggi? Ma oggi i cittadini già manifestano i loro interessi, le loro esigenze e aspirazioni non tramite sondaggi ma con le loro idee, attività ed opere, promosse, pubblicate e diffuse senza bisogno di essere iscritti all’Anica o all’Anac, né del nulla osta di un qualunque Ministero.

I mezzi di produzione culturale non sono una conquista futura del “Sol dell’avvenire” ma sono già nelle mani delle masse intellettuali che non hanno bisogno dell’intermediazione di una casta di intellettuali-interpreti perché possono e fanno da soli, condividendo la conoscenza e le opere. E Gramsci, che scriveva in un’epoca in cui i suoi principi erano storicamente validi, avrebbe adattato le sue idee alla contemporaneità. Zavattini, che negli anni ‘50 voleva dare una cinepresa in mano ad ogni scolaro, oggi potrebbe vedere la realizzazione del suo sogno “sbagliato” e si batterebbe per estenderlo a tutti. Gli operai genovesi che finanziavano, “sbagliando”, i primi film di Lizzani con la “Cooperativa spettatori produttori cinematografici” – fallita grazie alla ostilità della Direzione cinema e all’indifferenza del Partito comunista di Togliatti – oggi potrebbero fare da soli i propri documentari e farseli finanziare con il crowdfunding da sconosciuti che condividono le loro idee.

Ma perché i sogni di Zavattini e degli operai genovesi divengano sempre più realtà quotidiana è necessario che una nuova legge sul cinema e l’audiovisivo tenga finalmente conto soprattutto delle loro aspirazioni, delle loro esigenze, dei loro interessi, e favorisca l’effettiva partecipazione di tutti in tutte le forme, e con ogni mezzo di diffusione, all’organizzazione culturale del paese ed elimini ogni superflua limitazione allo sviluppo della persona umana tramite la produzione e la fruizione di beni culturali audiovisivi.

Ugo Baistrocchi