logo

Blog

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 5°

2 Febbraio 2013

L’homo democristianus – Le periferie subiscono maggiormente la competizione produttiva come orgoglio di vita attiva, che comporta però un alto tasso di esaurimento psico-fisico non essendoci compensazioni soddisfacenti, mentre il tradizionalismo non vissuto ma subìto, i legami di sangue, la famiglia con i suoi schemi fissi, non agevolano una crescita psicologica individuale che aumenterebbe la consapevolezza di sè.

Si accetta acriticamente ciò che è sempre stato seppur modificato lentamente dalle condizioni economiche e non si cerca di vivificare la tradizione con apporti nuovi, facendo rispecchiare il più vuoto tradizionalismo fatto di doveri e di determinismo che poi diventano riflessi condizionati, favorendo un linguaggio degli istinti che quando è intelligente produce un che di bizzarro e attraente, ma quando si appiattisce può determinare equilibri vicino alla bruttura e alla violenza.

Se noi gli chiedessimo del perché fa quella cosa in quel modo ti risponde che si è sempre fatto così: me l’hanno insegnato così, mia madre m’ha detto che a lei hanno insegnato di fare in quel modo. Ma lo sa che oggi, l’hanno pure detto in Tv, si può fare molto meglio in un altro modo. Ah si, ti rispondono!

Tu glielo spieghi, permangono diffidenti, però ci provano, mah se l’ha detto la Tv, si dicono. Ecco quello che contraddistingue questa mentalità, questo modo di pensare o meglio questo tipo di cultura periferica antica e ormai distante, quasi estranea anche agli stessi soggetti che la manifestano e che a volte la recitano: questo cambiare passivamente che si attua attraverso un minimo di comunicazione e dialettica, in quanto ci troviamo nell’era della socializzazione e anche il buon selvatico deve andare in centro a vendere i suoi prodotti agricoli.

Quello che contraddistingue il vivere periferico è anche una certa dose di elementi arcaici i quali convivono con un modernismo più o meno raffazzonato, indotto dalla rivoluzione dei modi e dei mezzi di produzione e dai vezzi crudeli non più giustificabili da una realtà modificata ma che rimangono come abitudini consacrate, riflesso di un immobilismo mentale che contrasta con una certa dinamicità dei rapporti economici.

La rozzezza rimane un dato fisso per la difficoltà di confrontarsi con schemi più evoluti che non sono affatto necessari nell’attività economica, per cui il linguaggio, i suoni, gli affetti, i sentimenti sono praticati ad un livello meramente elementare anche se la specializzazione di oggi, induce ad una rappresentazione più articolata di uno di questi campi.

Proprio per questo il pensiero periferico è sovente reazionario, di stampo monarchico populista e preferisce una frivola letteratura di appendice, ma mantiene pure una minoranza rivoluzionaria (talvolta isolata) o comunque che auspica cambiamenti, seppure profondamente dogmatica e sacrale con schemi ingenui.

In mezzo ci sta la chiesa, le processioni, i riti, il cimitero luogo di socialità, ai lati, i “drogati”, i balordi senza dio, gli strani, qualche eretico: riassumendo, possiamo dire che le periferie convivono con una cultura lontana fatta di echi e richiami pedissequi in parte deformati, sotto un’aura obbligatoria di schemi vissuti senza immediatezza o spontaneità, ma dentro una mancanza di libertà e di spirito che facilita il mantenimento d’una povertà intellettuale, ovvero d’uno snobismo ermetico di difficile decifrazione; tant’è che la cultura delle periferie ha usato sottolinguaggi senza arrivare (o almeno quasi sempre) ad una certa originalità ed autonomia.

Là dove le periferie mantenevano una tradizione culturale più viva, questa è stata conservata senza innovazioni particolari in una sterilità noiosa e restrittiva, per effetto di una acriticità diffusa che ha lasciato inalterato e quindi col tempo impoverito, il deposito storico. La stessa cultura contadina come si sa, è stata completamente soggiogata dalle trasformazioni economiche che hanno favorito una perdita di memoria e un abbandono dei rituali coesivi della comunità, riflettendo uno spaventoso vuoto in parte riempito dalla società dei consumi, attraverso un processo di omologazione e uniformità che ha determinato anche il crescere di una sottoletteratura di giornalismo scandalistico e di rotocalchi dentro un’industria della comunicazione capace di assorbire ogni sottigliezza nella grossezza degli avvenimenti.

Si verifica così una separazione tra informazione e cultura, per cui si sa molto più d’un tempo, si è informati su tante cose senza però nessuna capacità di elaborarle in maniera critica e di inserirle in un contesto più organico nonchè profondo che rinvia alimentandolo, allo stesso deposito storico della cultura. Oggi è più facile leggere senza per questo capire maggiormente, molte sfumature rimangono inintellegibili. L’informazione quindi non alimenta la cultura proprio perché l’industria delle comunicazioni non ha interesse ad alimentare l’informazione attraverso la cultura.

L’informazione quindi viene semplificata, ridotta nella sua complessità, deve servire per la bisogna e calarsi ad un livello di immediatezza ricalcando schemi proverbiali, strappando emozioni diffuse, tutto ciò che è di facile lettura anche per i sentimenti; è bandita ogni raffinatezza della scrittura perché si rischia che non sia capita.

La rappresentazione dei sentimenti non prevede toni troppo delicati, non ci si forza cioè di colmare certe lacune nel difficile tentativo di migliorarsi e si finisce col considerarsi capaci di giudicare semplicemente in base ad una mera attività di discernimento pragmatico. Anche la Tv ha finito coll’assecondare trasmissioni di facile presa e immediata lettura senza considerare il bisogno di molti di puntare su solide basi, per cui ognuno oggi vede la Tv a modo suo, comprendendo nel contesto, solo ciò che è conforme al proprio mondo, mentre la complessità, la molteplicità dei punti di vista viene considerato noioso così come un certo intellettualismo di difficile interpretazione, anche se in passato, per motivi di opportunità ideologica, la Tv difficilmente ha saputo informare rendendo la realtà attraverso la verità, preferendo invece una rimozione di molte tematiche scomode.

Ancora oggi certi temi che potrebbero avere un interesse diffuso vengono censurati per motivi di conformismo e di controllo sociale.

E così la Tv che è creata da intellettuali e comunque dalla media e piccola borghesia a livello di estrazione sociale, finisce, in nome dell’audience col favorire, ricorrendo a formule standard, il peggior populismo con continue strizzatine d’occhio alla volgarità attraverso programmi insipidi, ripetitivi, banali, perché quello che importa è la ruffianeria dell’ascolto. La maggior parte di queste trasmissioni sono basate sulla lunghezza d’onda delle periferie, su una psicologia involuta, sui giochi della dea bendata sfruttando gli stati d’animo tipici delle classi più basse, da chi è sempre stato emarginato ed escluso da tutto, che per una volta tanto vuole intervenire in Tv, come un gioco, un sogno.

Chi presenta deve essere solo un gran sacerdote proveniente dalla classe media (un artista di fama, ma anche tanti pseudo-artisti, intrattenitori, venditori di mercanzie) egli rappresenta un gioco in cui i veri attori sono gli stessi spettatori o i loro rappresentanti fortunati, che riescono a prendere la linea o quelli che raccontano la loro disperazione o gioia in diretta in cui gli spettatori assurgono al ruolo di guardoni e curiosi come da dietro le finestre della piazza del paese assistono alla scena soddisfacendo la curiosità di tipo morboso. Homo democristianus

giancarlo sartoretto

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Indietro