NOMADLAND di Chloè Zao

E’ un buon film ma non mi sembra così memorabile da aggiudicarsi l’Oscar nonostante la bella prova di Frances McDormand, già aveva vinto a Venezia, un festival molto più sensibile ai film asiatici e in particolar modo cinesi, ma l’Oscar che di solito premia un altro tipo di cinema anche quando è indipendente, può essere il riflesso di tanti fattori concomitanti non ultima la pandemia e vincerlo favorisce un grande incasso di pubblico nelle sale, perché un titolo come l’Oscar ha sempre un potere sulle folle… dove si racconta di una profonda America alle prese con la crisi economica e dove la forza-lavoro è costretta ad emigrare da un luogo all’altro dell’Usa utilizzando van camperizzati o furgoni ultrausati e ogni tanto incontrandosi per qualche mercatino del baratto e raccontarsi le proprie esperienze degli ultimi mesi. E’ un mondo per vecchi anche se ogni tanto qualche giovane insegue miti naturalistici in trip cosmici e si avverte nel racconto cinematografico una certa desolazione e sradicamento di individui provati dalla crisi che cercano di sopravvivere nelle loro solitudini. Talvolta uniscono l’utile al dilettevole, si spostano da un luogo all’altro anche per riscoprire gli spazi della natura magari ripensando a vecchie utopie.
Ricorda l’esodo dei farmers nel romanzo Furore di John Stenbeck, ma li siamo nel 1939 e il viaggio degli ex contadini/proletari è solo per trovare un altro posto definitivo dove poter iniziare un nuovo lavoro, qui invece gli individui si muovono rinunciando ad una stabilità, ad una identità magari linguistica, anche un po’ alienante fatta di case, di risparmi ed investimenti, ma pur sempre rassicurante dove e’ più facile anche ricevere i sussidi di disoccupazione.
Forse questo tipo di film può piacere all’americano medio per il fatto che questi lavoratori non aspettano aiuti economici finanziatidalle tasse e averne favorito in sede di selezione, il successo.
Il buono di questo essere degli eterni “spostati” inquadrati nell’efficace road movie è che l’instabilità e il viaggio non fanno mai vedere la televisione accesa, che da una parte è una cosa bellissima perché si sfugge ad un certo condizionamento consumistico, dall’altra però c’è il disagio nel caso di malattie, di trovare medicine e farmacie, comunque un film del genere esalta il grande schermo per i paesaggi non certo le piattaforme che dimostrano di essere per certi film un ripiego.

 

MISURA PER MISURA

L’unica cosa che interessa ai fascisti nostrani sono le foibe e solo in questo caso sono contro i negazionisti, per il resto negano tutto anche di appartenere alla loro madre terra, quindi non solo negazionisti verso il 5G ma anche verso i cambiamenti climatici, verso i pericoli delle scorie nucleari, verso una alimentazione piena di antibiotici, però dovrebbero capire che nel documentario di Saha Stone dal titolo “5G L’APOCALIPSE” vengono intervistati esperti, dottori laureati, studiosi che hanno fatto misurazioni indipendenti, esperimenti di psicologia sociale e quindi hanno una certa competenza, è vero che sulla pericolosità delle antenne ci sono divisioni: ci sono scienziati critici e altri “riduzionisti” se non negazionisti, quindi tra il pubblico c’è chi segue i primi e chi segue i secondi, l’argomento è controverso, ma dobbiamo anche vedere dove sono gli interessi: se lo Stato Italiano incasserà 6 miliardi di entrate con 5G  si scorderà del principio di precauzione, con il trilione di $ di investimento si capisce meglio il grande affare dei padroni della comunicazione che hanno assoggettato ai loro fini  i colossi di internet, manipolando i media a tutto spiano e inoculando di virus senzienti il gregge,  noi quindi  siamo preoccupati PER IL FUTURO DELLA SPECIE, che specie di futuro può dare a chi si trova con un cancro già a 20 anni, se uno scienziato ci dimostra la non pericolosità noi ci chiediamo legittimamente come ha fatto a misurare i dati, se è convincente noi saremmo i primi ad essere felici, non stiamo facendo una carriera politica sulle disgrazie….

PARTITO SARDINE D’AZIONE

Il Movimento delle Sardine è nato da poco, è un movimento fondato su alcuni valori riconducibili ad una ideologia di sinistra, ma non si capisce ancora se è un fenomeno mediatico, l’esigenza dei giornali di trovare qualcosa di nuovo per vendere di più, o un rilancio della sinistra di fronte all’attacco di Salvini, sinistra che sembra tuttora in grave difficoltà di consenso, con lo scopo ultimo di rilanciare l’Emilia Romagna nella sua “continuità” politica. v gDall’altra parte assistiamo ad una grave crisi del M5S che sembra in una situazione di perdita d’identità, era partito alla grande con le idee di Beppe Grillo: basta con le ideologie, solo idee, superare la destra e la sinistra appellandosi a Giorgio Gaber, favorire la cittadinanza attiva, no ai dirigenti politici e neanche alle competenze in politica. La Cosa sempre più martellante e coinvolgente sembrava fatta, poche regole tutto ridotto all’osso, le 5 stelle come cinque settori di impegno, senonchè però le cose non erano così semplici, l’iscrizione di un movimento rinviava ad una struttura che non c’era, così la coesione tra iscritti diventava difficile e alla prima occasione la gente si defilava, non accettando di ridursi lo stipendio da parlamentare, insomma tutti all’unisono contro la politica dei professionisti invariabilmente corrotti e questo poteva andare bene quando si è all’opposizione e gridare a squarciagola onestà – onestà, ma il potere di governo richiede ben altre questioni politiche a cui il semplicismo di Grillo non sapeva rispondere, ecco quindi il naufragio di Di Maio che ha provato a parlare a destra e sinistra cercando di applicare questi principi, però nel vuoto cosmico della politica, prendendosi strada facendo, anche numerosi incarichi, ma la realtà andava altrove e il Movimento non sapeva dove collocarsi. Anche le Sardine una volta utilizzate politicamente per salvare l’Emilia Romagna potrebbero essere messe da parte, ma invece se valorizzassero alcuni principi della rete e rilanciassero la cultura dei beni comuni che parte dal basso, degli spazi di libertà e autonomia da parte dei cittadini verso gli speculatori ovvero verso i politici arraffoni, potrebbe rilanciare una politica della gente in tutte le parti dell’Italia e magari trasformarsi in partito cambiando modo di comunicare e puntando sulla rotazione degli incarichi e magari sposando alcuni dei principi dei 5 stelle, ma cum grano salis.

 

IL COMMENTO DIFFUSO

Purtroppo Facebook è pieno di “analfabeti funzionali” espressione di Tullio De Mauro, cioè tutti coloro che non sono in grado di interpretare correttamente un articolo giornalistico di media difficoltà circa,  l’80% degli italiani, numeri che ad esempio risultano determinanti sul piano elettorale, afferma lo storico Livio Vanzetto, che tutte le campagne elettorali combattute in Italia a partire dagli anni ’90 nel Nordest hanno avuto come destinatario privilegiato il pubblico degli analfabeti funzionali. Silvio Berlusconi vinse le elezioni grazie al metodo del marketing politico-elettorale che si basa sul dire agli analfabeti funzionali ciò che loro sessi amano sentirsi dire.       Su facebook la cosa sta degenerando grazie al fatto che tanti utenti commentatori non sono in grado di capire una fake news, ad es. per creare una specie di indignazione tra il pubblico amico il quale reagisce a commando con commenti voluti senza capire di essere oggetto di una strumentalizzazione, fenomeni questi che fanno capire il livello di manipolazione  dei nuovi media che arrivano addirittura a equiparare la vittima col carnefice, azzerando la differenza tra chi fa un torto e chi lo subisce…tanta tifoseria, tanta cattiveria gratuita proprio perché il linguaggio orale viene sostituito da quello scritto e procede verso forme di bestialità per effetto dell’ottusità insita in questa trasformazione dei linguaggi.

 

EFFETTO DOMINO DEL DOMINIO

Effetto Domino film di Alessandro Rossetto, ovvero l’effetto del dominio delle banche che possono distruggere qualsiasi affare, economia ect., grazie al potere economico e politico che possiedono. Il film si disvela come un saggio con spunti grotteschi in cui si concretizza il business della vecchiaia, ma il racconto cinematografico procede con difficoltà per la troppa freddezza e un finale “nobbuono” (il geometra che piange, almeno gli avesse sparato ad una gamba) e questa gelida manina che si trascina nel racconto cinematografico non tocca i personaggi se non nel loro lato torvo rendendo difficile l’empatia con una vicenda che diventa vieppiù cattiva. Va tutto bene come rappresentazione delle parti e degli argomenti, ma le inquadrature troppo documentarie e a volte superflue si seguono con fatica e così pure la voce narrante che diventa un deus ex machina didattico. Questo da un punto di vista dello spettatore qualunque, magari al critico piace di più, ma di solito lo stesso non paga per andare al cinema.                                                                              Film presentato alla 76° Mostra del Cinema di Venezia nella Sessione Sconfini. Prodotto dalla Jole film e da Rai Cinema.

CAFARNAO

CAFARNAO regia di Nadine Labaki, è un gran bel film in chiave realistica che descrive la miseria di una metropoli come Beirut in cui un ragazzetto, dopo la morte prematura di una sorellina data precocemente in sposa, denuncia i genitori ad un tribunale accusandoli di averlo fatto nascere e vivere in quell’inferno di sfruttamento e privazioni, in uno stato d’animo di perenne arrabbiatura. La condizione di insopportabile emarginazione è quella di un ultimo tra i tanti, di un bel ragazzino profugo siriano, dallo sguardo intenso, di gran bravura: si chiama Zain Al Rafeea.

Quella stessa miseria che c’era anche in Italia negli anni trenta, mi ricorda un libro che stavo leggendo in questi giorni: “GINO e RITA” di Oscar Stival, Ed. Istresco, in cui lo stesso ragazzo Gino chiede al padre anafettivo, perché lo aveva fatto nascere.

Sono si le condizioni economiche precarie di chi rimane senza mangiare (come si farebbe in quelle zone a fare una campagna politica contro l’uso della plastica?) ma anche quel pensiero tradizionalista che permea suo padre e la sua famiglia e anche le tante famiglie povere del circondario, al quale si ribella Zain, pensiero che diventa il fulcro di un disagio a cui non si sa dare risposta, dove il fatalismo religioso crea solo immobilismo e aspettative messianiche.

Zain fa la conoscenza in corriera (doveva andare a trovare la nonna) con un bizzarro vecchio (sembra Toni Negri), in età piuttosto avanzata e che cerca di vendere qualcosa travestendosi da uomo- scarafaggio, (intermezzo umoristico con l’uomo ragno) incontra una emigrante clandestina: Rahil che allatta il suo bebè da poco nato e Zain dopo aver fatto amicizia con lei (un’altra ultima), si prende cura di suo figlio mentre lei lavora senza documenti, così finisce per essere accalappiata dalla polizia.

Il ragazzo è costretto a provvedere al bambino africano, lo porta con sé nei quartieri della metropoli trascinandolo in una specie di carretto circondato da pentole e presentandolo come suo fratello, alla occorrenza inventandosi delle storie assurde per giustificare la sua differenza di colore, vista la difficoltà di procacciarsi il cibo per sé e il bambino sogna la possibilità anche lui di emigrare in Svezia che diventa il miraggio della cuccagna, una sorta di desiderio di un luogo divino, poi la storia ha un epilogo drammatico: è costretto a separasi dal bambino, finisce in carcere e cerca disperatamente telefonando ad una televisione privata, di far parlare del suo caso, la televisione è uno strumento potentissimo, il media che smuove tutto e lo fa diventare un eroe.

Nel corso del film sono tanti gli sguardi in macchina da parte dei passanti, che però non danno fastidio come succede invece in certe scene d’azione nei film di inseguimenti e sparatorie, la storia emoziona e coinvolge e il miraggio della Svezia attraverso la Turchia o molto più pericolosamente attraverso i barconi del mediterraneo, vige come meta anche nell’interessante film doc. ad episodi di registi vari dell’Associazione ZaLab: PAESE NOSTRO, dove il progetto SPRAR (basato sull’accoglienza diffusa) diventa occasione di riflessione e scambio tra operatori sociali e emigranti di colore che si trovano nella Penisola, di fondo vorrebbero anche loro andare in Svezia, che però rimane un miraggio perché molti vengono respinti dai paesi europei che li rimandano in Italia e non nei loro paesi d’origine.

Film prodotto a seguito di un bando pubblico del Ministero degli interni su un progetto europeo e uno dei registi del progetto, Andrea Segre, presente in sala (Cinema Edera di Treviso) si lamenta che il film non sia stato distribuito; a presentare il film in sala è anche il candidato alle elezioni europee: Antonio Silvio Calò.

Il bando l’hanno vinto quando era al governo il Pd con Renzi, si è bloccato col governo Gentiloni sempre del Pd e Segre vuole che il candidato Calò dica per quale formazione si presenta: è sempre il Pd di cui si parla, insomma è una specie di censura domestica o meglio casalinga e adesso il regista spera nell’Ucca L’Unione dei Circoli Cinematogrfici dell’Arci che distribuisca il film per rompere questo silenzio….come non sperarci. Intanto la serata chi l’ha pagata?

GREEN BOOK di Peter Farrelly

E’ un film delizioso, politicamente corretto in cui il razzismo del sud Usa ci fa una brutta figura perché preferisce non accedere al grande santuario dell’arte pur di mantenere antiche regole, antiche abitudini di discriminazione. E’ molto meglio di quegli americani perfidi e razzisti perfino l’italo americano buttafuori in combutta con certe facce poco edificanti, ma che almeno ha un po’ di quell’umanità famigliare che comunque fa accettare i negri se costoro hanno una dignità che li rende superiori. E’ vero che c’è questa ambiguità iniziale ma una volta capito il livello l’Italiano mette da parte i pregiudizi e cerca di aiutare a modo suo l’amico andando anche contro le istituzioni razziste, perché anche lui è nato e cresciuto in un ambiente aberrante e discriminante, un magiaspaghetti come viene definito al punto che si crea una solidarietà tra i due personaggi, un grande musicista nero e un grande uomo di cuore, bianco.

Perfetti i due personaggi, bravi i due attori, Viggo si cala bene nel personaggio italiamericano e anche Mareshale Ali non è dammeno nell’esprimere la superiorità nera e alla fine l’insieme deborda verso una emozione che ha a che fare con l’amicizia sentita con intensità. Un film perfetto, un road movie tipico. Premio Oscar 2019

MOSTRA RE.use a Treviso

Interessante la mostra che riguarda l’avanguardia del ‘900 partendo dal dadaismo al surrealismo, proseguendo per tutto il secolo: news dada, action panting, arte povera ecc., sotto il comune denominatore del rifiuto del figurativo. A palazzo Robegan un video di 30 minuti ci fa vedere una catena di montaggio dell’assurdo, in cui si usa l’intelligenza per creare qualcosa di inutile, bisognerebbe dirglielo a Benetton, ma il titolo della mostra non inquadra esattamente la questione, mettere un tamburo in una discarica mi sembra una presa in giro proprio di quell’arte che rifugge dal figurativo, come se non lo fosse, invece bisognerebbe riconsiderare il “corpo glorioso” dell’artista che diventa il centro di qualsiasi percorso creativo, perché la bellezza non è più nei paesaggi o nel ritrarre le persone, nei volti sacri dipinti e quindi in tutto ciò che cade fuori dal corpo dell’artista, ma nell’artista stesso, nella vita che conduce, al punto tale che tutto ciò che espelle il suo corpo anche la merda è arte, e quindi attraverso il rifiuto organico si passa al rifiuto tout court, agli oggetti che lo circondano nel quotidiano, i vestiti che indossa, i meccanismi che si ritrova a manipolare, si passa cioè dal soggetto agli oggetti che una volta esaurita la loro funzione, diventano spazzatura, quegli oggetti ormai consumati e quindi rifiuti, ma è l’artista che li rappresenta e li deforma in quanto oggetti che lo circondano (quelli che utilizza senza dipingerli) ne fa delle sculture delle presenza…Ultimi giorni con 6 euro si va in 3 luoghi: Ca’ Robegan, Ca’ dei Ricchi e Museo di Santa Caterina e se si ha più di 65 anni e in altri casi si ha lo socnto di 2 euro.

 

VEDIAMO UN PO’, anzi due po?

Vediamo un po’, il governo del cambiamento sta facendo molto poco per la cultura, almeno il cinema rimane in una zona franca dove trovano spazio solo le polemiche verso l’attore Banfi e quindi permane una situazione di stagnazione.

Lo sappiamo che il mercato è in mano al cinema di genere Usa pieno di grossi investimenti anche se ultimamente qualche prodotto sembra più un videogioco e dove i film interessanti sono spesso indipendenti, poi c’è il cinema europeo da festival, quello italiano da commedia, infine Sorrentino e una fascia sempre più risicata di autori storici, mentre il cinema più indipendente italiano molto spesso fatto in economia, ma con idee molto forti, rimane ai margini, anzi per l’Anica l’associazione degli industriali cinematografici, la categoria del basso budget non dovrebbe neanche esistere, non sono prodotti da vedere e promuovere, quindi questi film vengono poco visti e mal distribuiti, verrebbe da dire che sono fuori dal mercato (parlo anche dei documentari) però sono tanti soprattutto i giovani che spingono verso quella direzione di libertà espressiva, possibile che non si possa creare un circuito di sale in grado di diffondere questi film indipendenti anche il Italia? Invece la chiusura c’è anche in questo governo, non ci sono segnali positivi forse perché si punta su altre questioni, però così si finisce con l’inaridire la fonte del cambiamento e proseguire solo affidandosi alla pancia delle persone.

 

LONTANO DA QUI, REGIA DI SARA COLANGELO

Questo film costituisce un vero gioiellino che guarda alla società materialista di oggi con spirito critico. Una maestra della scuola materna insoddisfatta dei suoi due figli che vivono lontani da se stessi, scialbi, indifferenti a tutto e poco curiosi, entra in contatto con un bambino che pur non potendo scrivere per l’età ogni tanto inventa una poesia che si scopre essere di grande qualità artistica, quasi impossibile per un bambino di 5 anni. La maestra trascrive queste poesie e in un corso serale di linguaggio poetico che frequenta, dice che sono sue destando l’ammirazione di un poeta che gestisce il corso e copre di attenzioni il bambino che considera un genio, ma la sua ammirazione la spinge oltre contattando il genitore che è però favorevole ad una educazione convenzionale. Intanto al corso serale continua a recitarle come se fossero sue però ad un certo punto di fronte ad un reading poetico cambia idea e vuole che sia il bambino a partecipare contrastando il disposto del genitore che lo voleva impegnato in una attività sportiva, lei lo porta al reading dove tra altri poeti adulti riscuote molto successo e infine lo rapisce e scappa in un albergo sul lago, ma il bambino non ci sta capisce che c’è qualcosa che non va e telefona alla polizia. Il film si conclude quando a lui gli scappa una poesia ma non c’è nessuno che lo ascolta. Il bambino aveva intuito che c’era qualcosa che non funzionava, voleva si stare con la maestra però lei esagerava, e noi capiamo che aveva bisogno di uscire dalla mediocrità della sua vita e temeva che lo stesso bambino circondato da un ambiente sbagliato avrebbe perso ben presto la sua ispirazione per essere fagogitato dentro agli orribili schemi della società odierna, ma questo non poteva giustificare il fatto di isolare dal mondo il piccolo poeta per difenderlo dalle insidie che avrebbe incontrato crescendo.

 

MENOCCHIO film di Alberto Fasulo

Ho visto un film interessante come Menocchio per la regia di Alberto Fasulo che però prende una piega troppo ripetitiva nelle immagini in primo piano togliendo forza al racconto, c’è si una immersione in una storia rinascimentale con una religiosità laica ben interpretata dagli attori, ma le inquadrature costantemente in primo piano, sarà perché ero in prima fila al cinema Edera di Treviso (tutto pieno) veniva voglia di vederle più larghe, almeno ogni tanto. Era tutto un ricercare le immagini della pittura del ‘500, tanti quadri come se ogni inquadratura fosse pittura, solo che in questo modo i personaggi rimanevano in una staticità bella come forma ma un po’ ridondante, forse una maggiore attenzione alla sceneggiatura avrebbe dato più fruibilità alla storia tratta da un libro di Carlo Ginzburg “Il formaggio e i vermi” ed. Einaudi e alle voci del tempo, c’erano troppi silenzi e un linguaggio a tratti sviluppato per bene a tratti un po’ ridotto che nega quel tanto di dinamicità pur sempre in un quadro autoriale dell’autore, alla fine si sta più di un minuto sul viso di Menocchio che abbiamo visto abbondantemente in tutti i chiaroscuri pittorici del film, mi ricordava un certo Paolo Benvenuti ma il quadro povero delle scene nell’insieme non dà una forza trasognante, da renderlo emotivamente coinvolgente.

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO

Il governo del cambiamento visto dal basso e visto da destra, entrambi costretti da un contratto non essendoci alcuna affinità politico-ideologica, sta continuando il suo percorso irto di ostacoli e con i giornali contro. Molti dicono che durerà al massimo fino alle Europee, è un auspicio di tanti oppositori.

Il governo si nutre di una certa propaganda ormai necessaria per le due formazioni Lega e 5 Stelle, per potere continuare ad andare avanti col consenso popolare, questo perché viviamo in un mondo altamente mediatico dove i giornali per vendere una copia in più e per sopravvivere, le televisioni per aumentare l’audience e beneficiare del piazzamento pubblicitario, si inventano narrazioni a volte denigratorie a volte surreali sul governo con condizionamenti nei giudizi della gente, soprattutto in Rete.

Ad esempio la sindaca di Roma era talmente sotto attacco dai giornali e dalla Rete che l’ha neutralizzato grazie alle demolizioni, proficuamente propagandate, delle case abusive dei Casamonica, se lo stesso atto fosse stato fatto nel silenzio amministrativo, l’opposizione avrebbe fatto finta di niente e poteva finire anche nel silenzio e ancora di fronte all’attacco delle Jene, il vicepremier Di Maio ha dovuto risollevarsi andando in Veneto e promettendo a breve l’autonomia peraltro votata dalla popolazione, rassicurando gli industriali e intascando un consenso della opinione pubblica che cominciava a vacillare, viaggio nel territorio veneto giustificato però dalla questione Rifiuti che aveva aperto un conflitto con la Lega citando l’esempio di Contarina che supera l’80% di raccolta differenziata, facendo parlare di un modello Treviso, dei rifiuti contro i termovalorizzatori propugnati da Salvini, per contrastare quindi la visione leghista dell’abbruciamento.

Franco Zanata il presidente di Contarina ha parlato di una parte residuale (penso al 10%) che dovrà essere comunque bruciata con gli inceneritori, perché non ci devono essere discariche, a questo proposito basterebbe fare una legge che limita a questa percentuale in ogni territorio il totale di secco indifferenziato da eliminare, ma poi pensandoci bene ci sarebbero deroghe a non finire e discariche per la differenziata non ottenuta.

Che però potrebbe essere ulteriormente ridotta se la stessa Contarina mettesse i contenitori dei vestiti (anche stracci) in ogni quartiere di Treviso, mentre oggi tutti sono costretti ad andare al Cerd con un mezzo di trasporto, mentre quelli che sono senza automobile soprattutto anziani sono costretti a mettere molti oggetti nei sacchi neri del secco indifferenziato in questo modo aumentandolo, che invece dovrebbe avere solo i residui di polvere degli appartamenti e poco altro (tanti arnesi, carabattole, vecchi giocattoli potrebbero essere portati in questi centri di quartiere a piedi).

 

RED LAND – ROSSO D’ISTRIA

Ho visto il film RED LAND e l’ho trovato cinematograficamente ben fatto e ben curato nei particolari essendo in costume e quindi anche molto costoso, sembra un film di genere col criterio di amico-nemico che tanto funziona nel racconto cinematografico così come riducendo la complessità degli schieramenti in campo, in buono e cattivo, questa volta però sono i fascisti gli amici buoni e i comunisti titini i nemici cattivi, quindi il film diventa ideologico con toni melodrammatici accentuando la triste fine dei vari prigionieri italiani, tra cui Norma Cossetto, gettati nelle foibe, dopo essere stati uccisi ad uno ad uno, però delle foibe non se ne parla molto, giusto nel finale, trascurando un po’ il dramma personale della Cossetto, la cosa più importante era quella di dimostrare nei titoli di coda i 7000 morti infoibati, motivo per avere finanziamenti pubblici, senza ricordare che a qualche km da lì a Trieste nella risiera di San Saba altrettanti furono gassati ed erano per la maggior parte croati, sloveni e antifascisti italiani e molti titini. Insomma se si vede solo una parte e si nega l’altra come se non esistesse e quindi fosse giusto annullarla, si fa lo stesso errore che fanno gli avversari.

Per quanto riguarda gli Istriani il film fa capire che il loro destino era segnato in quanto fenomeno legato al fascismo che se fosse stato sconfitto ne avrebbe seguito le sorti così come negli anni 30 i fascisti avevano snazionalizzato i croati e gli sloveni, la vittoria dei comunisti titini avrebbe fatto il contrario, anche se c’è da dire che un certo numero di italiani rimase, soprattutto contadini ma dovette subire il cambio di nome e quindi secondo il film non potevano essere italiani. Si poteva creare una zona franca? Sin dagli antichi romani chi vince ha il potere di cambiare le cose, chi perde può solo mantenere la vita…se ci riesce. La guerra purtroppo per i vinti è questo e fa questo.

 

AUGIAS DETTO CORRADO

Corrado Augias il ns intellettuale di centrosinistra siccome si sente cacciato dalla maggioranza degli italiani, ci dice che un tempo la democrazia si reggeva sulla maggioranza e sull’opposizione, adesso questo concetto non è più valido, con questi barbari che sono al potere: “arrivano i barbari a cavallo” diceva una canzone veneziana, adesso c’è secondo il nostro, la dittatura della maggioranza perché tutti i privilegi che una volta si nutrivano di maggioranze silenziose sono finiti – robe da martiri – nelle minoranze assieme ai privilegiati, che disdetta, che mondo crudele, sembra di essere tornati alle elementari con questi barbari insipienti ma Augias il gran Paraculon d’Occidente contesta che la maggioranza possa essere dominata dai barbari e quindi invoca la presenza di una dittatura alla quale contrapporsi quando fa comodo, chi si ricorda quello che disse tanti anni fa ad un stranito scrittore di Gorizia “che lui di Gorizia non poteva aver scritto quel libro lo possiamo fare solo io e i miei amici altolocati veri intellettuali” gli altri abbiamo capito non possono che essere barbari: Augias che uggia! Se si ricorda, ma non credo, era Renzi che voleva fare la dittatura della maggioranza caldeggiando la riforma costituzionale che l’ha per fortuna nostra impallinato, eppoi il maggioritario andava in quella direzione, tanto è vero che adesso Trump sfascia quello che aveva fatto Obama invece attuare un programma è un modo per non prendere in giro gli elettori.

 

ALL’ISTRESCO NELLA SEDE, SI E’ TENUTO IL COMITATO SCIENTIFICO ALLARGATO DEDICATO A “MASSE POPOLARI TRA DEMOCRAZIE STANCHE E VECCHI NAZIONALISMI “ con Chiara Sacchet, Amerigo Manesso e Livio Vanzetto, introduzione di Irene Bolzon.

Partiamo dall’uomo massa conformista che viveva dentro ad un potere attrativo delle idelogie , sembra scomparso stanno riemergendo vecchie ideologie nazionalitarie in questo percorso carsico, siamo diventati degli analfabeti funzionali pur con un finanziamento continuo alla scuola, c’è un ritorno di ignoranza e di élite mentre la ricchezza sta ritornando (forse lo è sempre stata) in poche mani, per la maggioranza della gente è finita la ricchezza redistribuita e diventa più difficile la qualità della vita, meno soldi, più insicurezza economica e tutti se la prendono con la democrazia rappresentativa in crisi? Un libro che mi ha deluso dice Vanzetto è quello sul populismo Popolocrazia, dove ci sono tante definizioni di populismo ma non c’è uno sforzo di storicizzare, i populismi sono diversi (Berlusconi e Mussolini), oggi c’è un populismo dal basso, bisogna sviluppare una storia dei ceti popolari, anche la classe dirigente se vuole mantenere tale la credibilità deve acconsentire e sforzarsi di capire gli umori popolari, le élite un tempo erano capaci di sviluppare una pedagogia che insegnasse al popolo, il popolo si sentiva inferiore e delegava, oggi con le nuove tecnologie e con le reti di internet, le forze produttive si stanno sviluppando al punto da voler superare i rapporti di produzione che si basano ancora su competenze della politica, ormai morte, Vanzetto ci dice che bisogna sforzarsi di storicizzare il presente si parla di democrazia imperfetta e di vecchi nazionalismi, ma a mio parere non c’è alcun pericolo di nuovi nazionalismi come reazione al deserto della globalizzazione, bensì di una tendenza sovranista quando il globalismo distrugge le culture e fa girare solo la merce, il sovranismo invece richiede un tipo di identità che sarebbe altrimenti smarrita, viene dal basso come localismo dialettale e si scontra con ordinamenti sovraordinati nei quali fallisce qualsiasi tentativo di federalismo, c’è poi un rifiuto dei nuovi ceti, degli sfigati che non solo sono extracomunitari, ma anche italiani, da parte delle élite al potere, però dice giustamente Vanzetto la sinistra non deve andare al “centro” ma farsi carico di coloro che sono percepiti come sfigati, c’è un ritorno allo stato etico afferma Giampier Nicoletti, con tutta la sua sequela di diritti più liberal, una sinistra liberal che secondo il filosofo Diego Fusaro ha ben poca consistenza perché non è più social, lo stato secondo Nicoletti è un dispensatore di servizi che si “liquefanno”, per cui i giovani “liquidi” riportano a Bauman e ad una nuova teoria politica, c’è pero la comunità e la cittadinanza attiva: prendersi cura dei beni comuni instaurando un conflitto attivo con le burocrazie politiche tradizionali, le masse non sono lampadine spente, cercano una identità, forse questo è il populismo quando le masse si esprimono e i dirigenti si zittiscono, ma non è una degenerazione bensì una crescita se introduce criteri di democrazia diretta e rotazione degli incarichi.

Manesso parla di John Locke, di diritti naturali, di Stato come contratto, mentre Rousseau non ha avuto storicamente molto seguito Jon Locke ha interpretato il liberismo l’ideologia del capitalismo in cui lo Stato era neutrale garantiva dei servizi essenziali dei diritti naturali poi ci pensava la società civile a creare l’economia di classe, il motore di tutto sono i bisogni delle persone tra questi il bisogno di lavoro e grazie al materialismo che questi bisogni vengono soddisfatti, però oggi le democrazie rappresentative non sono in grado di dare delle risposte e quindi in questo contesto quali sono le offerte politiche del pensiero liberal-nazionale far tutto da soli, gestirsi anche le sicurezze, l’illuminismo poteva risolvere razionalmente la situazione, ma oggi?

 

Cit: Marc Lazar-Ilvo Diamanti Popolocrazia Ed Laterza 2018;

John Locke – Due trattati sul governo, 1689;

Zigmunt Bauman – Modernità liquida, Laterza 2002

– Vita liquida

– Amore Liquido

– Paura liquida