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CAFARNAO

11 Maggio 2019

CAFARNAO regia di Nadine Labaki, è un gran bel film in chiave realistica che descrive la miseria di una metropoli come Beirut in cui un ragazzetto, dopo la morte prematura di una sorellina data precocemente in sposa, denuncia i genitori ad un tribunale accusandoli di averlo fatto nascere e vivere in quell’inferno di sfruttamento e privazioni, in uno stato d’animo di perenne arrabbiatura. La condizione di insopportabile emarginazione è quella di un ultimo tra i tanti, di un bel ragazzino profugo siriano, dallo sguardo intenso, di gran bravura: si chiama Zain Al Rafeea.

Quella stessa miseria che c’era anche in Italia negli anni trenta, mi ricorda un libro che stavo leggendo in questi giorni: “GINO e RITA” di Oscar Stival, Ed. Istresco, in cui lo stesso ragazzo Gino chiede al padre anafettivo, perché lo aveva fatto nascere.

Sono si le condizioni economiche precarie di chi rimane senza mangiare (come si farebbe in quelle zone a fare una campagna politica contro l’uso della plastica?) ma anche quel pensiero tradizionalista che permea suo padre e la sua famiglia e anche le tante famiglie povere del circondario, al quale si ribella Zain, pensiero che diventa il fulcro di un disagio a cui non si sa dare risposta, dove il fatalismo religioso crea solo immobilismo e aspettative messianiche.

Zain fa la conoscenza in corriera (doveva andare a trovare la nonna) con un bizzarro vecchio (sembra Toni Negri), in età piuttosto avanzata e che cerca di vendere qualcosa travestendosi da uomo- scarafaggio, (intermezzo umoristico con l’uomo ragno) incontra una emigrante clandestina: Rahil che allatta il suo bebè da poco nato e Zain dopo aver fatto amicizia con lei (un’altra ultima), si prende cura di suo figlio mentre lei lavora senza documenti, così finisce per essere accalappiata dalla polizia.

Il ragazzo è costretto a provvedere al bambino africano, lo porta con sé nei quartieri della metropoli trascinandolo in una specie di carretto circondato da pentole e presentandolo come suo fratello, alla occorrenza inventandosi delle storie assurde per giustificare la sua differenza di colore, vista la difficoltà di procacciarsi il cibo per sé e il bambino sogna la possibilità anche lui di emigrare in Svezia che diventa il miraggio della cuccagna, una sorta di desiderio di un luogo divino, poi la storia ha un epilogo drammatico: è costretto a separasi dal bambino, finisce in carcere e cerca disperatamente telefonando ad una televisione privata, di far parlare del suo caso, la televisione è uno strumento potentissimo, il media che smuove tutto e lo fa diventare un eroe.

Nel corso del film sono tanti gli sguardi in macchina da parte dei passanti, che però non danno fastidio come succede invece in certe scene d’azione nei film di inseguimenti e sparatorie, la storia emoziona e coinvolge e il miraggio della Svezia attraverso la Turchia o molto più pericolosamente attraverso i barconi del mediterraneo, vige come meta anche nell’interessante film doc. ad episodi di registi vari dell’Associazione ZaLab: PAESE NOSTRO, dove il progetto SPRAR (basato sull’accoglienza diffusa) diventa occasione di riflessione e scambio tra operatori sociali e emigranti di colore che si trovano nella Penisola, di fondo vorrebbero anche loro andare in Svezia, che però rimane un miraggio perché molti vengono respinti dai paesi europei che li rimandano in Italia e non nei loro paesi d’origine.

Film prodotto a seguito di un bando pubblico del Ministero degli interni su un progetto europeo e uno dei registi del progetto, Andrea Segre, presente in sala (Cinema Edera di Treviso) si lamenta che il film non sia stato distribuito; a presentare il film in sala è anche il candidato alle elezioni europee: Antonio Silvio Calò.

Il bando l’hanno vinto quando era al governo il Pd con Renzi, si è bloccato col governo Gentiloni sempre del Pd e Segre vuole che il candidato Calò dica per quale formazione si presenta: è sempre il Pd di cui si parla, insomma è una specie di censura domestica o meglio casalinga e adesso il regista spera nell’Ucca L’Unione dei Circoli Cinematogrfici dell’Arci che distribuisca il film per rompere questo silenzio….come non sperarci. Intanto la serata chi l’ha pagata?

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