DUE VIDEO INTERVISTE

Nella biblioteca dell’ISTRESCO – Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea della Marca Trevigiana abbiamo potuto vedere due importanti proiezioni. Erano due interviste anzi videointerviste senza tagli di montaggio, di due persone legate alle vicende dell’ultima guerra mondiale e della Resistenza. Nella prima videointervista abbiamo la toccante testimonianza di un bambino del ‘32, aveva 12 anni nel ‘44 la cui famiglia subì la repressione fascista, il fratello partigiano sopravvissuto ad una fucilazione, la sorella deportata in Germania, il padre tenuto in prigione, la madre morta dal dolore e la sorella più grande diventata una “primula rossa” ricercata dalle Brigate Nere.

L’esperienza negativa di tutte queste situazioni famigliari gli aveva sconvolto la vita e creato fantasmi notturni, una visione distruttiva delle cose al punto tale da manifestare un odio verso le divise e gli uomini in divisa (all’epoca, quella fascista, i partigiani non ne avevano) che simboleggiavano il male. Molti anni dopo si beccò una denuncia per avere aggredito un vigile urbano appunto in divisa, un reato che poi gli fu cancellato dall’amnistia di Pertini in quanto Presidente della Repubblica.

L’uomo, Nico Ferrarese, incalzato dalle domande di 3 intervistatori dell’Istresco (il video era di qualche anno fa) sembra dopo un po’ entrare in una seduta psicanalitica in cui rievocando il suo passato, riemerge il dolore sedimentato nel tempo e si scioglie in una emozione continua coperta da un lieve sorriso, ma quando molti anni dopo gli riemergono gli incubi per una esperienza di organizzazione di un rally in Perù in cui aveva avuto a che fare cn gli Squadroni della Morte, ai tempi di “Sendero Luminoso” che gli ricordavano appunto quelle divise nere del fascismo, l’agnizione si compie e quasi a trattenere a stento un grido infantile ritorna bambino e se fino a prima parlava in maniera un tantino distaccata usando l’Italiano, emerge il dialetto dell’infanzia che non lo lascia più fino alla fine dell’intervista.

L’altra videointervista è quella di Angelo Gatto deportato nel Lager di Bergen-Belsen, che è morto da poco il giorno di primavera di quest’anno, un artista di mosaici, affreschi, pale d’altare, di Santa Cristina di Quinto di Tv, si è trovato a sopravvivere in un campo di concentramento in cui molti suoi amici morivano quotidianamente, non perdendosi mai d’animo e continuando a disegnare gli orrori, dove i suoi commilitoni avevano contratto la Tbc e dove i bambini denutriti venivano ammazzati per gioco.

Dopo tutti questi anni passati ci racconta, grazie alle domande orchestrate con attenzione dall’intervistatore, anche con un tono di buonumore quasi a sdrammatizzare l’orrore vissuto, quando lui (nominato infermiere) fece la prima puntura sottocutanea a chi aveva solo pelle ed ossa, non poteva sbagliare, poi ci parla della lotta che intraprese con un prete cattolico tedesco militarizzato, per avere un cimitero italiano e seppellire tutti quei morti distinguendoli da altre nazionalità: ad ogni cadavere gli legava al collo una bottiglia chiusa con dentro tutte le sue generalità, ma quando ci dice che quelle bottiglie hanno permesso ai familiari dopo la guerra di riportare in patria i resti, un’emozione forte traspare dai suoi occhi: “questa è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita”.

 

MARIA DE SANTI – ERMENEGILDO PEDRON “LIBERO”

Maria De Santi da storica ci intrattiene presso l’ISTRESCO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di fronte ad una tavolata di ascoltatori attenti sparsi anche nelle sedie retrostanti, su un libro che illustra la vita del comandante della resistenza abbastanza sui generis, un partigiano tormentato, un personaggio complesso dalle tante sfaccettature che si scontrerà con l’ambiguità della politica restauratrice e che finirà emigrato in Venezuela, apprendendo verso la fine della sua vita le pratiche sciamaniche e taumaturgiche. Un personaggio dai risvolti letterari tutto da approfondire.

Ermenegildo Pedron chi era costui?

Nato a Selva del Montello (TV) nel 1915, rimane ben presto senza la madre, viene allevato dallo zio Don Eliseo Pedron parroco di Biadene e da altre due sue sorelle che abitano in canonica, dopo una vita scolastica tortuosa fa il militare a Vittorio Veneto frequenta il corso sottufficiali, conosce Lea Casagrande che sposerà nell’agosto del 1940. Nel ‘42 attivo nella guerra d’Albania contrae un’ulcera, finisce sfollato a Zero Branco e fino all’8 settembre rimane a Dosson.

Inizia come sottufficiale del regio esercito e durante la resistenza agisce soprattutto nel Vittoriese, è considerato anzi una delle memorie della resistenza di quella cittadina serbando un profilo di integrità negli ideali maturali nella lotta di liberazione. Era capo della “Cairoli” “Una vita da libero”, spavaldo, coraggioso, irremovibile, coerente.

L’autrice ci ricorda di aver già fatto proprio col Prof. Ernesto Brunetta tra l’altro presente anche in questo appuntamento, la sua tesi di laurea- tanti anni prima –  su Ermenegildo Pedron, la documentazione che ha raccolto è stata notevole, ha potuto riscontrare tutta una serie di vicende e di avvenimenti, però le manca il “sentire ideale” per completare il suo profilo di resistente.

Ci sono per fortuna testimoni come Giacomo Peterle cattolico e politico democristiano che lo vide in azione, ammirava l’uomo “Libero,” Attilio Tonon (Bianco) 1° sindaco dopo la liberazione di Vittorio Veneto, che assieme a Giobatta Bitto “Pagnocca” faceva parte del Gruppo Brigate Vittorio V.to.

Bitto parlerà di Libero qualche anno dopo quando entrambi erano emigrati in Venezuela in cerca di fortuna e aveva ritrovato il suo amico in una condizione miserevole: “mi è parso un barbone -aveva detto – raccoglieva cicche per terra”. Come era potuto accadere?

“Mi ha sempre affascinato questo personaggio – ci racconta l’autrice – da dedicargli tutta la mia vita, ho cercato di ricostruire le sue vicende di prima che andasse in Venezuela partecipando ai convegni come i due che Enrico Opocher – filosofo del diritto – aveva organizzato negli anni ‘70 a Padova.

Libero conservava molti documenti nel suo archivio privato che in seguito consegnerà ad un sindacalista (morto suicida) e che attraverso Bitto Giobatta, il secondo sindaco di Vittorio Veneto, sarà donato all’Archivio Storico della Resistenza a Vittorio Veneto.

Questi testimoni ci parlano di un travaglio interiore del Pedron che mette in campo nella lotta partigiana tutta la sua essenza umana, il suo crescere nell’azione armata e nella presa di coscienza politica.

E’ uno degli esponenti più in vista del CLN di Vittorio Veneto.

Ma il suo impegno si scontra con la sua vita personale, Lea gli sfugge, lui decide di andare in montagna a fare la Resistenza, dopo un perido di pianura e nel ‘44, viene ferito seriamente sul Cansiglio nella battaglia delle “Prese”, dove si fa notare per il suo sprezzo del pericolo, si butta in ogni azione con eroismo quasi suicidario, è lui a trascinare i reparti, ad esserne il leader, il comandante in campo e conosce una nuova compagna anche lei personaggio femminile della resistenza: Eleonora Borro (Gloria).

Poi lo ritroviamo nella lotta partigiana di pianura a Tv il 25 aprile del ‘45, rimane in disparte e non si fa coinvolgere dagli eccessi della conclusione della guerra civile.

Viene assunto nell’allora Ministero della Guerra, si trasferisce a Roma, ma gli dà fastidio che tanti personaggi compromessi col vecchio regime cerchino di ritornare nelle posizioni di potere: vecchi collaborazionisti stavano infettando il nuovo corpo sociale. L’esempio per tutti è quello di Sabotino Galli Pizzoni collaborazionista (ma è tempo di amnistie) e la sua denuncia va a vuoto si trova lui ad essere isolato politicamente, mentre Il Galli Cesare Sabotino che a suo tempo si era preso l’Onorificenza di Aquila Nazista, si fregiava dell’Ordine Militare d’Italia della nuova repubblica del ‘46, avendo fatto carriera sia da una parte che dall’altra.

Il Pedron viene licenziato per questa denuncia del potente uomo d’arme riabilitato, farà la guida turistica, poi altre attività, finirà in una missione, alla fine scompare, poi si saprà nel ‘48 che era emigrato.

Morirà il 12 gennaio del 1982 in Venezuela, a 67 anni e nella sua iscrizione tombale si riporta:

IN V. NO VERITAS

DESCANSA EN PAZ

TU HIJA MARINA.

Con Gloria Borro non si è mai sposato lei è morta nel 2015.

Libero una persona integro, intransigente e integrale forse ha preferito licenziarsi da un lavoro sicuro piuttosto di fare il passacarte.

Di tutta la sua vicenda umana e politica resta un senso di incompletezza. La fine delle vicende belliche riporta alla normalità e quindi alle vecchie forme di potere, alle pratiche poco pulite e lui a questa caduta che è una caduta di stile non si piega, vuole mantenere la sua intransigenza di persona libera dai tanti compromessi, però ci dice l’autrice, anche  gli amici erano reticenti nel parlare di questo “strano” personaggio, tante cose non si riescono a capire, ci sono ancora troppe parti in ombra, senza contare che lui stesso come se la vita fosse un viaggio, non ha più mantenuto rapporti con nessuno.

Ne viene fuori un personaggio scomodo, attraverso il ritratto umano non agiografico e la ricerca di motivazioni profonde, della curatrice del libro.

Secondo il prof. Agostino Zanon Del Bo uno dei fondatori del Partito d’Azione nel Veneto deceduto nel 1993, Ermenegildo Pedron pur avendo frequentato nella sua attività di partigiano il PCI era un iscritto al Partito D’Azione e forse da questo si può capire la rigorosità tipica da “Vento del Nord” (il governo di Ferruccio Parri che durò ben poco) che avrebbe dovuto distruggere le nubi dell’incerto passato, ma che non vi riuscì.

MARIA DE SANTI

Ermenegildo Pedron – Una vita da “libero”

Edizioni ISREV

 

2236 CHE CI FACCIO QUI VIVO

Siamo come dice il titolo, nel 2236, io sono uno che dovrebbe essere morto da tanto tempo oramai, al punto che la polvere è ciò che rimane della mia esistenza, nessuno più ci sapeva qualcosa: terminata nel 2029, all’età di 76 anni.

In verità questo è uno scritto del 2010, io mi chiamo Roy MIchielini, nome d’arte Roy Mich in omaggio alla cultura inglese, solo che io tra le mie ultime volontà ho voluto che questo testo fosse dato alle generazioni future e aperto solo nel 2236,  e le generazioni intermedie? Voi mi direte? Non hanno provato frustrazione nel non poter leggere quello che avevo scritto, beh  sono sempre stato piuttosto scettico su questo aspetto, innanzitutto perché il mondo è invaso da miliardi di individui, da miliardi di informazioni e quasi milioni di opere di scrittori perché oggi tutti scrivono poesie, romanzi e quindi uno più o uno meno non fa la differenza, il fatto è che il libro rischiava di rimanere smarrito dalla coltre del tempo poiché è stato rinvenuto in un ripostiglio di un notaio appena morto, la cui famiglia da generazioni sfornava notai, vedete cosa vuol dire continuare le tradizioni familiari come si faceva un tempo.

Circa 900 anni prima c’era stata la peste nera, parlo del 1348, una di quelle calamità che hanno condizionato lo sviluppo della specie umana; nel 2036 invece si conclusero tutta una serie di rivoluzioni popolari che portarono ad una discontinuità con tutto ciò che era stato creato nei due-tre secoli precedenti, rivoluzioni che portarono alla rigenerazione di un sistema politico mondiale che era vicino al collasso.

Oggi nel 2236 come siamo? Abbiamo raggiunto la felicità? A questa domanda posso rispondere così: siamo sulla buona strada, ma siccome la strada e pur sempre lunga e irta di ostacoli, noi abbiamo inventato UNA MACCHINA DELLA FELICITA’ individuale che entra in funzione ogni volta che il soggetto si trovi in difficoltà, ma soprattutto oggi siamo in piena rivoluzione alimentare di cui dirò a suo tempo.

Andiamo intanto a vedere la prima di queste rivoluzioni di duecento anni prima…

 

I ZIZZANIZZERI

Avete mai sentito parlare di coloro che mettono zizzania per il gusto di creare casino in mezzo alla gente, ai gruppi e agli amici e loro sono contenti come giannizzeri che hanno fatto il sacco di Roma, si perché i zizzanizzeri costruiscono sacchi intorno alle persone poi li mettono nelle loro teste quasi da soffocarli e li invitano a parlare nel linguaggio soffocato di tutti i giorni, creano un vespaio là dove c’era tranquillità, intrighi dove c’era normalità, mettono uno contro l’altro, alimentano sospetti sulle persone. Il zizzanizzero parla male di loro con lui quando non ci sono, parla bene con loro quando non c’è lui e sta in compagnia come se fosse un amicone:

“ via, io ti do una soluzione dai!”

E invece insinua ma velatamente, dice e non dice, appoggia una parola come per vedere le reazioni:

“ma dico non hai niente di meglio da fare magari startene per conto tuo e pensare” uno gli verrebbe da dire.

No, il zizzanizzero crea intrecci fantasiosi, previsioni catastrofiche quando non ci sono nemmeno le condizioni per farlo, prevede cose disastrose e quando la realtà lo smentisce briga in tutti i modi per smentire la stessa realtà. Ma perché vuole fare tutto questo?

Perché gli intrighi aiutano a vivere e diventano Le Relazioni Pericolose, creano un film quotidiano, danno un senso a delle relazioni che altrimenti sarebbero piatte e conformi, sono il sale della vita ma anche il sole, danno quel tocco di gioco e quel gioco un po’ da tocchi.

Oggi però col social alla realtà si accompagna il virtuale dove belle ragazze spesso cn profilo falso sono seguite da stormi di ragazzotti baVosi che le osannano ma anche da vecchi maturi dove passano anche contenuti, FOTOGRAFIE, CITAZIONI, FILOSOFIE MA DOVE I ZIZZANIzzeRI PERDONO IDENTITà perché HANNO BISOGNO DI UNA SOCIETà tradizionale, magari  SUPERIORE aristocratica nei privilegi ma assolutamente fisica, vera, perché il virtuale sospende molto spesso le reazioni non solo le azioni, se tu dici una cosa e che al tuo amico-conoscente virtuale non garba non ti risponde e quindi si decondiziona dalla tua presenza che diventa anche un’assenza. Il virtuale è fatto di presenze e di assenze, una via di mezzo, in cui i personaggi sono dimidiati, non pieni di sé, in cui tutto va veloce e le informazioni una dietro all’altra nel rotolo delle meraviglie

CANTU LA CURANDERA DEL PERU

CANTU’ la curandera del Peru, per cambiare questa vita e cambiarla di più

E cambiare il mondo lo puoi fare solo tu. Come si può cambiare questo mondo senza dover disturbare Marx e le teorie filosofiche che danno un senso al futuro, come il determinismo che poi porterà al comunismo, a una società senza classi, all’eldorado. Intanto rendendolo sostenibile e qui bisogna parlare di comunionismo ecologico. Bisogna condividere un unico pianeta prima che diventi invivibile e le genti magari liberandosi del potere dovranno incontrarsi e parlare. Cosa significa e cosa significano strumenti di socializzazione come Internet? Condividere la nostra terra essendo l’unica che abbiamo recuperando la sua sacralità come un tempo facevano gli indios.

Bisogna cambiare la politica ed eliminare i partiti che sono associazioni fameliche che distruggono risorse in cambio di consenso e corruzione

Perché la politica deve cambiare e diventare più credibile? Perché IL REDDITO DI CITTADINANZA, perché l’ecologia, l’alimentazione, ma anche la partecipazione, l’onestà, il volontariato, perché non fare qualcosa di più per la società, per gli altri per noi stessi.

Ma anche evitare la continua erosione del territorio, non nascondiamocelo per tanti è l’unico modo per fare soldi distruggendolo.

Tutto questo abbisogna di una fine immediata di tanti conflitti che stanno generando fughe di popolazioni dalle zone di guerra e quindi dei cambiamenti della politica in tutti gli stati, no al commercio delle armi che distrugge ogni possibilità di sviluppo umano.

Gli Stati abbisognano di uno scambio uguale tra economie, tra forza lavoro in maniera che scatti la curva dell’indifferenza nella mobilità per cui risulta uguale spostarsi in cerca di lavoro migliore o rimanere fermi perché c’è in tutti i luoghi del mondo.

Nessuna società può veramente garantire la felicità, la condizione umana rappresenta un fenomeno transeunte, bisognerebbe inventarsi una “macchina della felicità” e fare delle sedute quando la persona è depressa perciò si può garantire solo la tranquillità. Ma anche di cambiamento quando l’ambiente è opprimente e di cambiamento ulteriore come soluzione individuale.

L’uomo è anche pieno di inquietudine vuole soluzioni radicali, estreme ma la violenza è solo l’effetto dell’isolamento, fatelo interagire cn una comunità, dategli un senso che la direzione se la procurerà lui….

 

TONY TRUANTE E’ USCITO DAL GRUPPO PER ANDARSENE ALL’ISTANTE

Mi chiamo Tony Truante e sono un essere devastante, con la mia forza imponente, cerco l’amore potente, le donne mi vedono muscoloso e indifferente, perché non sono aggraziante, sono ruvido e indolente mi chiamo Tony, Tony Truante, un uomo distante. Chi  viene  con me districa  la sua mente, la fa apparire incostante,ma cosa faccio io per essere così inquietante? Me lo dico e ripeto mentre cammino tutto aitante…cambio le cose e le cambio veramente…

Tony truante un essere da niente? E’ una voce che si sta diffondendo perché combatto l’uomo potente, lo combatto con fare veemente.

Ma vogliamo offendere? Questo è un giudizio impertinente non lo posso soffrire…il potere è incalzante, vuole manipolare la mia mente.

Tony Truante potrebbe diventare un grande cantante se non si fosse messo in testa di fare il demente combattendoci a noi, la mafia imperante con tutta quella gente.

Tony Truante era generoso e grande amante, che viveva nella nostra vita immanente come un eroe dall’amore per gli altri sempre teso  e sempre acceso e quando guarda con quegli occhi  sa essere disteso e grande, non ci delude per niente.

Tony Truante e questa è una cosa deprimente, con la tua azione hai rotto veramente, ma cosa è successo? E’ successo immantinente, che ti hanno visto in compagnia con quell’essere incontinente di Beppino Marzocca che quando parla ha l’acqua in bocca, t’hanno portato in carcere e t’hanno eliminato lentamente, come una pianta seccata,  che imbarazzante.

Tony Truante la vita la vede  vincente quando deve lavorarsi un cliente, perché è stato un rappresentante, un rappresentante di niente.

E fu così che ci ha lasciati per sempre, non tuona più, non rimbomba non è più risonante. …è deceduto, Tony Truante.

BRUCIA LA VECCHIA!

Omaggio a Federico Fellini

La nebbia era fitta nel bosco, camminavo incerto aprendomi a fatica la strada tra le fronde. La guazza notturna mi bagnava dalla barba ai piedi, cespugli e rami mi trattenevano e s’impigliavano nelle vesti, incespicavo nel buio pesto; quand’ecco in una minuscola radura una quercia lugubre, nuda e stecchita che si appressò.
Nel silenzio folto percepii il rumore ritmato del becco d’un picchio che lavorava sul suo tronco là vicino e un’espressione di terrore mi ridisegnò il volto: un lupo oscillava impiccato sul ramo di fronte alla luna velata con la lingua penzoloni, mi scostai con gli occhi sbarrati e un freddo-caldo alla schiena, mi parve per un attimo di scorgere un burattino di legno che mi veniva incontro, ora d’istinto alzai i tacchi, camminai veloce senza nemmeno voltarmi, corsi, ma mi fermai quasi subito; vidi di fronte a me una luce che m’abbagliava, distinsi nell’oscurità l’immagine candida d’una fata:
– “quanti anni hai?”
Mi chiese delicatamente con una voce trasognante.
– “settantatre”
Feci eco, ma mi allontanai obliquamente chinando la testa e pieno di disagio.
Finalmente giunsi in uno spazio aperto: una grande radura che sembrava una piccola vallata chiusa davanti a sé dal fitto scuro di abeti dai quali sbucavano come crape lisce, rilievi montagnosi imbiancati, manti continui soffici e lontani. E proprio alla fine di questa vallata una casupola fumante dava segni di vita.
L’erba era secca e si frammischiava a residui di candida neve e ghiaccio che congelava il fango, il vento ululava aprendosi squarci improvvisi, il freddo pungeva, tutto intorno l’immensa oscurità della foresta che si tramutava in ombre mobili e misteriose, in fruscii lievi, in sensazioni primigenie.
Un fruscio più corposo alle spalle mi fece sussultare, affrettai il passo anche per uscire dall’erba bagnata che ormai mi dava fastidio, i miei poveri piedi erano una ghiacciaia mobile, finalmente mi trovai in un sentiero di terra battuta con tanto di fango solidificato che portava proprio su quell’unica casupola in cui la luce fioca rappresentava un miraggio, una meta che dava vigore, moltiplicava le forze immaginando il senso di tepore d’un riparo, d’un fuoco, di stare al calduccio. Il sollievo aumentò la fretta, che fece girare le gambe, che aumentarono il sollievo….Mi sentii però un attimo intimorito, in balia di chi sa chi: ladri, assassini e la mia fantasia si inerpicava: “e se li abitava l’orco dall’accetta facile”; ma era freddo, tanto freddo che non sentivo le orecchie nella notte blu, velata di bianco, traforata di stelle, il gelo mi congelava di più.
La foresta al contrario non mi dava nessun tepore, mi dava un senso di bagnato freddo di brina e il fiato modificava l’aria fuori dalla mia bocca che conteneva il respiro affaticato.
Arrivai infine dalla parte più buia, bussai spinto da un improvviso coraggio misto a timore, poteva essere un onesto boscaiolo come ce n’erano tanti nelle fiabe. Percepii al di là dell’uscio dei passi, di chiunque fossero tra poco avrei visto il viso, ormai era andata, la porta si aprì appena solo per notare una vecchia smunta, magra sdentata, tutto naso, completamente vestita di nero con un fazzoleto in testa, da essere una befana. Non appariva sorpresa, non mi chiese niente, mi fece entrare, mi sorrise come potè, ma quegli occhi scuri e l’espressione di leggero ghigno non mi tranquillizzarono del tutto, sembrava la nonna antica contadina perennemente in lutto, perennemente in nero con la bacchetta di giunco in mano.
Nella povera stanza c’era un vecchio e rude camino acceso con poca legna accatastata sul pavimento di legno, il fuoco crepitava di rosso vivo e si riverberava sul tavolo rozzo di legno scuro, un po’ sconnesso e rigato dal tempo:
– “vieni, vieni, guarda cosa ho preparato per te!”
Notai la pinza e un bottiglione di rosso dal vetro gocciolante e trasudato con due bicchieri da osteria.
Si sfregava le mani ingobbita mentre il ghigno si allargava in un moto di soddisfazione, parmi rinascere in quell’odore antico di legna bruciate, i miei occhi si illuminarono a festa, fissai in me un lungo attimo di gioia, l’assaporai fino in fondo, un umore spavaldamente inebriante, mi veniva da ridere, scherzare, i miei occhi eccitati sembravano sfolgorati, l’entusiasmo mi trascinava verso un desiderio di follia: bevemmo, mangiammo, strafogammo, mentre lei sghignazzava, la sua faccia trai bocconi si modificava tutta, con gli ultimi denti avariati masticava sul davanti ad una velocità folle, sembrava che da un momento all’altro le sue mandibole rugate dal tempo le si staccassero frantumandosi a terra. E mi rimpinzai di pinza come una vacca in cinta, mangiai di gusto, affrettatamente a bocca aperta, bevvi fino ad ubriacarmi, ingurgitai bicchieri su bicchieri, dopo tanto freddo tutto si scaldava nel mio corpo e si intorpidiva, avvertivo l’ebbrezza, la velocità, l’alterazione e ogni cosa sfumava, lei mi fissava sempre beffarda, mi incoraggiava a continuare:
-“mangia, mangia, mangia ancora…dai ne è rimasto, mangia, mangia ancora!”
Poi dalla fievole luce del mio barbaglio di ragione le notai uno sguardo mandibolare spaventosamente illuminato e torvo.
Si alzò di scatto perfidamente sinistra, nutrita d’una agilità e d’una energia invidiabile e a schiaffi e pugni mi levò dalla sedia – io che non stavo neanche in piedi e che non volevo crederci in piena ridarella assoluta – mi gettò con un gesto selvaggio nel camino che si era quasi spento. Sembravo un sacco di fascine o di patate posato colà, avvertì appena qualcosa che scottava forte come le pietre surriscaldate posate nelle lenzuola fredde dei rigidi inverni, ma sempre più lontano dalla coscienza: tutto intorpidito non capivo più niente….il fuoco ardeva dentro me, ma mi sentivo beato, beato, percepìi un colpo forte in testa e un altro ancora… un ghigno malefico, chissa’ dov’ero se c’ero…
E fu così che quella notte riscaldai la vecchia bruciando per essa.

Parole 954

 

TYCHE TYCHE TYCHE

Dea tyche
Simmi amiche
Quando ti becche
Tu e tua
Sorella Nike
TI DIKE:
Tanta felicità like
Grandi fike
DO andate
Che fate,
Ci aiuterete, dike?
Come amiche?

Dea giusta, Dike
Dea Fortunata, Tyche
Dea Vittoriosa, Nike
Dike, Tyche, Niche,
viviamo da amiche
niche biche vache
sicche picche nacche
tacche sacche lacche
dicche tippe cocche,
viva la fika, viva l’amoke

Roy Michielini

LA SINISTRA E’ MORTA

La sinistra è morta,
non contorta, ne contrita
ma smorta, e corta
di memoria,
non ha niente da dire
e nessun mito da benedire,
è spicciola, e non sa cos’è la verità.
Le facce da curo
non sono solo di Berluro
le puoi trovare anche li
nella zona Pdli, partito de li ca…voli
a merenda…
che carpiscono la buona fede
e tu ti senti un nuovo menga
di chi ce l’ha… e se lo tenga
perfino il cummenda
che sta sempre a rifornirli
di drogaglie e vizi da canaglie,
li confonde ormai tutti..
E intanto ti dicono che cambierà
In questa sorta di elettoral
giostra, se non oggi
ma domani, vedrai
e …a loro cambierà…
il conto in banca,
un altro qualunquista si dirà,
ormai stanca…
eppure con quei soldi
anche il gianco ben hampa.
Roy Michielini
14 Luglio 2015

IL BALCONE UN RICORDO VENEZIANO

IL BALCONE
UN RICORDO VENEZIANO

Oggi è oggi e anche oggi è un altro giorno come disse la Margaret, ma oggi non è solo uno di quei giorni in cui bisogna essere contenti di vivere e basta, oggi invece l’é proprio bello eh, di giorni così ne conti pochi all’anno, ma valgono per tanti e lo sai perché: perché si vive e si respira a pieni polmoni, perché ti sembra di essere rinato, perché sei vivo e lo senti in ogni attimo, perché, perché, perché è così e basta…
E’ una giornata asciutta, ripeto, ed io mi sento così bene, che respiro in profondità, come a dire ci sono, fresca e soleggiata con un’aria frizzante che uno può pensare d’essere felice.
Solo i morti non sanno più cosa sia una giornata come questa, aggiungerei anche i futuri nati che non sanno proprio niente.
Ormai i freddi invernali sono alle spalle così come i cappotti, i maglioni.
Felice aveva un nome adatto per quel giorno: ci sono dolori, sofferenze, disagi, vuoti, depressioni, ma se riesci a vivere con partecipazione una giornata così ti fai la ricarica gratis, non molli con la vita perché puoi vivere anche in riserva per molto tempo ed attingere alle tue energie interiori in caso di bisogno, almeno fino all’esaurimento delle scorte…una giornata come queste e non esagero è capace di inculcarti una gioia che accumuli dentro di te e che consumi a piccole dosi, dice il saggio: chi va oltre rimane vivo, chi rimane nel recinto sbadiglia, saggio cinese pure dice questo, che energia ti da vita, ma per avere vita devi andare oltre il giardino…
Felice eccitato con i pensieri non avrebbe mai voluto di smettere quel suo camminare tra le calli e i ponti mentre l’acqua rifletteva tutti i colori che c’erano in giro, che circolavano liberamente tra le barche variopinte ferme sul canale. Non bisognava smettere di camminare per gustare al meglio quegli attimi, ne fermarsi a parlare, fosse la creatura più magnifica al mondo.
Felice era consapevole di tutto ciò e di altro ancora perché occasioni del genere sono da gustare con tutti i sensi possibili accesi, Venezia così diventa ancora più straordinaria perché se è vero che si alimenta di continui silenzi e di rumori impercettibili, un improvviso plop di qualcosa che cade in acqua desta l’attenzione, una voce squillante di bambino e poi di nuovo profondissima quiete e tutto sembra a avvolgersi nel lento rifluire delle cose verso un destino morbido, sonnacchioso, cullato dalle onde del mare che non riescono a farsi sentire tra i canali stagni dove il creck delle gondole fa da sfondo a voci di saluto, dove l’acqua rifluisce con qualche impennata, dove tutto sembra morire a poco a poco ritorna a farsi respirare, cullare, ti senti di far parte del niente anzi del nulla, che però non è vuoto tra quelle pietre screpolate che a contatto dell’acqua sono ricoperte di licheni, consunte che ti parlano di antichità da tutti i lati, ne hanno visto di persone affannarsi e morire ma loro sono rimaste da chissà quanti anni e Felice si rendeva conto ad ogni passo di star camminando fuori dal tempo presente come in una specie di favola.
Giunse alfine ai gradini di un ponte in un profondo silenzio del mattino, dove due canali si intersecavano facendo risaltare stupende costruzioni rinascimentali con i loro piani nobili, che davano direttamente sull’acqua e le finestre gotiche cinte da piccole colonne che risplendevano immagini d’altri tempi, altri volti, sguardi e quelle tende bianche sinuose e ancora quel silenzio che trasformava in magia ogni attimo e ogni pensiero ricamato da parole che se pronunciate appiattivano già il tutto: noi siamo esseri che più non possiamo essere, il massimo che possiamo è quello di vivere l’attimo e non serve pensare di diventare grandi e di rinviare le gioie, perché quando pensiamo di posporre un attimo siamo già lontani da noi stessi e indifferenti agli altri, crediamo di fare grandi cose per essere ricordati dagli altri quando possiamo vivere ora e ricordarci a noi stessi: tutto è illusione, oblio e consunzione, perché abbiamo coscienza?, a che serve la coscienza?…ma Felice (continua)
da RACCONTI PRIMAVERILI di ROY MICHIELINI

4 – APPUNTI E SQUARCI DI STORIA DEL CINEMA 2

II – CINEMA & LETTERATURA

E’ un rapporto tra linguaggio delle immagini e linguaggio delle parole, due codici espressivi che si incontrano e si tengono per mano, ma si dice che il cinema adattando il libro in effetti lo riduca, addirittura lo deformi (molti dei personaggi secondari non esistono più) lo svilisce (i pensieri secondari vengono tagliati) e certi contenuti modificati con l’inserimento di personaggi non previsti.

Si dice anche che il film potrebbe essere illustrativo, decorativo, sbiadito, moscio rispetto all’opera letteraria.

C’è un cinema eccessivamente dialogato e verboso come c’è una letteratura immaginifica; la parola ha il potere di evocare immagini, le immagini di esprimere significati. La parola dà più forza all’immaginazione, descrive personaggi immaginati, aumenta la fantasia, richiede un patto con i lettori, ciò che ne scaturisce è talvolta qualcosa di indefinito.

L’immagine cinematografica invece restituisce fisicità immediata ai corpi, ogni personaggio è visto nella sua concretezza, oggettivizzato.

Il cinema si nutre di immagini e di rumore, ma si priva dell’immaginazione della parola che appartiene al testo scritto, se nel cinema tutto lo spazio è rappresentato, nel romanzo lo spazio è lasciato all’immaginazione del lettore.

Nel romanzo ogni lettore crea la sua rappresentazione filmica, nel cinema la rappresentazione è uniforme, ma può dar luogo a percezioni e interpretazioni diverse.

L’approccio letterario porta il cinema a rappresentare le storie sostituendo le parole con l’immagine e più facile è dove la parola esprime sentimenti traducibili in immagini. Non sempre questa traduzione è possibile però se si verifica, il romanzo diventa di massa e la letteratura esce dai confini della “Cultura”.

 

4 – APPUNTI E SQUARCI DI STORIA DEL CINEMA

I – COS’E’ IL CINEMA?

1 – Il cinema può contenere tanti involucri, viene definito come arte, (l’arte del cinema, nel cinema, la settima arte ecc) istituzione, (l’insieme delle figure professionali che vi operano non solo a livello produttivo ma anche politico da cui discendono i vari indirizzi) come ideologia, (ci sono un sacco di idee, ma anche di teorie sul cinema, che è una materia insegnata a scuola, all’università da professori e da critici che scrivono sui giornali, riviste specializzate, che esaltano un modo di fare cinema rispetto ad un altro) viene visto anche come un prodotto economico, (come merce diversa da ogni altro tipo di merce) come immaginario (che si rapporta all’universo desiderante, al simbolico, alle sfere psichiche rimosse, ma anche alle problematiche del reale descrivendo psicologie e sociologie).
Il cinema è fiction, anche quando tratta di cose reali, è costruito sulla finzione anche quando quindi è documentario.

2 – Il cinema è sia mezzo di appagamento di desideri, (“proiezione” dell’io desiderante collettivo) sia denuncia e coscienza di massa, ma anche divertimentificio (evasione sociale, intrattenimento, spettacolo, sensazionalismo) e in quanto frutto di una “proiezione”, scisso nella sua percezione individuale dalle problematiche rispecchianti (la propaganda è meno efficace di quel che si pensi).

3 – Il processo identificativo appare funzionale allo scopo catartico del pubblico, elemento questo ritualistico e di rigenerazione, si sfrutta in questo caso la sfera emotiva, un processo invece meno identificativo più distaccato, impegna la sfera razionale in cui si possono ricostruire criticamente anche le “proiezioni”.
Il cinema può essere strumento sostitutivo di soddisfazioni delle pulsioni, luogo di conflitti, dialettica degli opposti, ma anche cristallizzazione delle scissioni, rappresentazione monocorde.

4 – Cinema a tesi, descrittivo, con trama, quello in cui la trama diventa strumentale, cinema come messaggio del regista o racchiuso in un suo linguaggio in cui il messaggio diventa latente; c’è quello aperto alle soluzioni, che fa discutere, che lascia concludere allo spettatore e cinema concluso che vuole aprire uno spazio mentale allo spettatore.

5 – Cinema come prodotto e come arte: estetica cinematografica e commercializzazione produttiva.

Cinema come creazione di storie e come distruzione, destrutturazione di storie, come geografia fantastica e come riproduzione architettonica del quotidiano, cinema come storia, cinema come geografia, cinema come applicazioni tecniche e cinema come osservazioni scientifiche; ma il cinema è soprattutto un dispositivo di rappresentazione in un rapporto di passività dello spettatore che si fa vivere dalle immagini rinunciando in quel momento a vivere fisicamente, cinema come proiezione mentale e cinema come mancanza di corpo.

6 – L’appagamento filmico non sempre è soddisfacente, ognuno si orienta a seconda dei gusti, non c’è una oggettività critica, ci sono film importanti o meno che hanno incassato molto pubblico o hanno rappresentato svolte epocali; ma quello che è un pregio per altri può essere un difetto, basta che il film non sia un difetto per tutti o passi tra l’indifferenza perché allora non esiste; può essere inutile, ma anche un fantasma.

7 – La pubblicità orienta il pubblico che vuole “evadere”

8 – I ruoli nel cinema – che per questo è istituzionale – vengono predeterminati da una ferrea organizzazione produttiva che assimila un menù di professionalità tecniche ed artistiche, i ruoli sono più sfumati nelle piccole produzioni.

9 – Nel cinema manca la spontaneità e l’improvvisazione, anche quando il regista vuole introdurre elementi di spontaneità questi vengono precalcolati, manca al cinema la flessibilità dell’intuizione improvvisa, è più forte la struttura dell’insieme che l’intervento soggettivo.

10 – Tutto viene ricodificato attraverso l’uso d’un linguaggio che s’apprende come un mestiere. Esso può essere originale o stereotipato, elementare o evoluto, raffinato, ermetico, sofisticato ovvero rozzo e grossolano, mantiene comunque sempre le sue regole e convenzioni.

 

4 – PASSATO E SORPASSATO

Il Manifesto è figlio d’un tempo

Che non c’è più, così come il

Me stesso ragazzo è scomparso nella

Maturità

(Lettera al Manifesto)

La mia vita-come sarebbe stata- se fosse andato tutto diversamente, se con gli scioperi studenteschi avessimo contribuito ad affondare il sistema, probabilmente Berlusconi non l’avrei mai incontrato si sarebbe defilato da un mondo comunista, sarebbe emigrato in qualche paese lontano.

Ma parliamo senza i se e senza i forse.

Ero cresciuto in un ambiente semplice e popolare, mio padre era di origine contadina, uscito da una famiglia patriarcale che abitava una casa colonica seicentesca di mezzadri, una di quelle case che erano segnate nelle antiche mappe topografiche.

Io ero cresciuto fin da bambino con gli echi dei figli dei fiori, delle contestazioni studentesche del ’66, dei sommovimenti politici, l’estate hippie del ’67 per continuare nell’anno dei grandi accadimenti, il ‘68 è stato anche l’anno in cui ci ha rimesso le penne Bob Kennedy e Martin Luther King, un anno di grandi avvenimenti ed emozioni sociali. Gli anni ‘60 erano partiti di soppiatto ma sotto il segno di manifestazioni, ricordiamo i morti di Reggio Emilia e sarebbero continuati tra scioperi selvaggi e manifestazioni giovanili fino alla fine, mantenendo una tensione continua, c’era nell’aria, un bisogno di grande cambiamento sociale, lo si avvertiva in giro, la gioventù – tra la quale mi annoveravo anch’io, abbandonava i solchi tracciati dai padri per inventarsi una bizzarria di costumi e di comportamenti, che rifiutavano fino al midollo, la guerra e altre forme di vita tradizionale.

Se i primi anni ’60 (mentre li vedo al presente) sono per me confusi e lontanissimi, gli ultimi sono ancora più confusi e difficili, ma cosa faceva intanto Berlusconi?.

Aveva da poco compiuto i trent’anni, probabilmente si era già buttato negli affari, intraprendeva una carriera che era l’esatto opposto di tanti di noi, neofiti del nuovo che attendevano con impazienza la rivoluzione imminente, (mancavano una manciata di mesi, simbolicamente la “grande madre” era gravida e in 9 mesi avrebbe partorito un altro sistema), si perché il sistema era la parola chiave in bocca a tanti: il vecchio sistema contro il nuovo, il vecchio sistema non era riformabile, ed io che avrei fatto nella nuova rivoluzione? Il commissario politico ai Trasporti (mi rispondevo) chissà perché poi ai Trasporti, forse non mi dispiaceva essere uno dei tanti responsabili della mobilità, perché con la rivoluzione non poteva certo essere ridotta, ma selezionata si, avevo idee ancora confuse sul dopo, su quello che avrei fatto, però l’argomento mi aveva sempre attratto, vedere persone sedute che corrono veloci da un posto all’altro me le figuravo come se corressero senza una sorta di mezzo o di motore esterno, ma da sole.

Il mio posto nella rivoluzione? Mi attraeva il cambiamento continuo, e tutti i ragazzi che contavano o meglio cantavano qualcosa (vista la diffusione di chitarre di quel periodo) erano convinti che da lì a poco si sarebbe passati in una fase transitoria, verso una nuova fase. Però io fino alle medie inferiori di politica proprio non mi interessavo e per me tutti quei movimenti erano lontani, segregati nel lontano universo mediatico, al quale però ogni giorno mi avvicinavo accendento l’apprecchio televisivo. Pper strada si notavano ragazzi strani, vestiti con colori allegri, ma la cosa non doveva essere più di tanto coinvolgente, il mio universo era ancora costellato di sport e di giochi senza frontiere, di sagre paesane e momenti adolescenziali difficili. Nei primi anni 70 mi affacciavo alla vita adulta ancora con molta innocenza, l’adolescenza appena lasciata, un’inconfondibile aria da prete rosso, ogni cosa sembrava messa a posta per farmi diventare un rivoluzionario, avevo tutti gli ingredienti tipici di uno che crescendo avrebbe combattuto politicamente dalla parte del proletariato: la mia origine modesta le prime rime, anzi erano poesie senza tante rime a parte qualcuna, le inquietudini tipiche dell’età, gli slanci romantici e i sogni ingenui, ma ero anche molto timido, per diventare un commissario politico ai Trasporti della futura Repubblica Bolscevica d’Italia e di Cina, dovevo essere un po’ più figlio di puttana, il mio buonismo poteva fregarmi. Ero dotato di una acuta sensibilità che mi faceva intuire i lati difficili delle cose e la mia mente si sforzava di starle dietro con ragionamenti improbabili in quanto astrusi e astrusi in quanto improbabili, mi arrampicavo sulle vette della dialettica con un grande bisogno di sapere, di conoscere, di penetrare, di comprendere, discorsi paradossali al limite dell’inconcludenza fatti al bar tra gli amici tra una partita di biliardo e una di biliardino, poi leggevo tutto quel che trovavo in maniera spesso confusa, ero assetato di cultura come se fossi un palinsesto, anche se una certa ingenuità mi faceva distorcere la realtà e vedere ciò che non c’era come se fosse normale. Così per me era normale che ci fosse una rivoluzione nell’aria, che tutto cambiasse facilmente e che la vita era una continua modifica di se stessi e dell’ambiente circostante, mutamento versus interazione evolutiva e non statica e che comunque di mille promesse e di grandi esaltazioni fosse contornata la nostra quotidianità e poi tutti questi colori, queste grandi speranze e il turbinio di emozioni che scaldavano tanti stati d’animo, tutto questo e altro ancora era la mia giovinezza, come se il palinsesto avesse bisogno di segni che scalfivano l’originale impronta ma che non dovevano essere ripetuti sempre gli stessi, segni diversi che lasciavano l’incanto che diminuiva appena si trascrivevano sempre uguali, respirare quel clima lontano è solo questione di frammenti, frammenti di memoria, un deja vu che scivola via solleticando qualche sensazione antica.

Ma Berlusconi molto più pragmatico pensava agli affari e a come accumulare e dove la politica assumeva l’aspetto prosaico della quotidianità come arte del possibile e del realistico, distante mille km luce dalla politica come romantica avventura verso spazi cosmici della propria mente, per me in ultima analisi la politica era un modo per uscire dal quotidiano. Ero però anche dominato da sollecitazioni diverse, a volte distanti e confuse che non mi aiutavano nell’assimilazione di tutti questi elementi talvolta contraddittori.

Io cmq Berlusconi non l’ho mai conosciuto…ma ci scommetterei i co..riandoli .che in quella Repubblica d’Italia e di Cina me lo sarei trovato come ministro dei trasporti a raccontarci barzellette politiche in divisa rossa…

-ma che dici, lui ha sempre odiato i comunisti?

– mah sarà, però qualcosa mi dice così…

da “I RICORDI NON SONO DISCHI”

4 – I PENSIERI DI UN VECCHIO PARCO

CON una chiave umoristico-comica il protagonista- UN VECCHIO SAGGIO –  esplicita direttamente i suoi pensieri nei confronti delle persone che vede ogni giorni, tra le quali figurano anche le belle donne.

Essere un vecchio “parco” è solo la conseguenza dell’età perché io sono sempre stato parco nella vita e non sono mai stato vecchio, ho vissuto molto nei parchi, ma pensare che i miei pensieri potessero essere auto censurati mi fa un po’ d’impressione.

Cominciamo:Cos’è il pensiero quando si fonde con il buon umore e ti tira fuori un sacco di discorsi tendenti all’assurdo che riguardano anche le belle ragazze quando ti passano davanti al parco, mentre tu seduto bighelloni con la mente in cerca di qualcosa che ti possa piacere. Improvvisamente il tuo sguardo viene catturato da un paio di gambe che ti fanno vedere un avantreno di tutta qualità e che poi una volta passata la ragazza, ti vanno vedere quel culo espressivo che parla da solo il linguaggio dell’attrazione totale in cui noi poveri cristiani anche di cultura socialista, siamo sommersi, da quando cominciamo a compiere i fatidici 14 anni, eppure io sono parco, sono proprio parco, non sguaiato, la guardo con discrezione quella ragazzetta, ma lei se ne sta per conto suo chiusa da chi sa quali pensieri magari banali, magari eccessivi, guardo un uomo che mi fissa, sembra tanto stronzo, non mi chiederà mica per caso un’informazione?!

– Mi scusi, lei è pratico del posto?-

–  Con le dovute cautele, che vuole da me?

– Ssapere, ehm se qui si può diciamo pigghiare…

– E che ciò la faccia giusta io?

– Guardi come cammina quella, mi sembra una gazzella..

– Della pulizia che vuole che le dica, vuole che la maledica! Se si può scopare? E che ne so io, sono estraneo, non vede che sono vecchio, uomo da panchina oramai. O pensa che io sia un pappone, alla mia età se mi danno uno schiaffo prendo l’itterizia. Guardi caro giovane, giovane? Insomma proprio giovanissimo no, lei avrà 45 anni più o meno, ha proprio sbagliato persona alla grande, io ormai posso solo guardare, sono l’uomo che guarda, si figuri se io pappo, pappo (gonfia le mascelle alla Toto’, caro ex giovane sono finiti quei tempi…

– 42 sono gli anni miei, mi fa più vecchio, forse perché mi sto annoiando e il mio viso diventa talmente serio che non sono più io.

– Ma perché si è rivolto a me, scusi per curiosità, le sembro un vecchio porco?

– Oh quanto la fa lunga. L’ho chiesto a lei perché tra tutta questa gente qua lei mi sembra l’unico in grado di dire qualcosa sulla vita, sulla morte, sulla shoah, perché io lo so che lei in fondo in fondo è un ebreo, c’ha anche la faccia.

– Ho capito va, lei vuole dire che io sono un tipo ebbro, è vero sono un poeta, un poeta della “cassa peota”, sa cos’è la cassa peota? Non lo sa, un giorno glielo dirò…dicevo m’è sempre piaciuta la donna nel senso di figura femminile leggiadra, non so se mi capisce, penso di no, ma il fisico di una donna mi rappresenta lo spirituale dell’arte.

– Va bè ho capito lei vuole solo farmi perdere tempo mi parla di spirituale, io vogghio solo pigghià…

– Ah bè questa è una sintesi perfetta, dall’alto al basso verso la pancia e gli istinti, lo sapevo che lei è un saggio e quindi e quindi sa cosa vuol dire la vita e cosa vuole dire la gnosi.

– Io vorrei fareee capito, ma così me la mette in maniera tropo cruda e io la cosa la devo condire con giuste dosi, cmq permetta che mi sieda nella sua panchina in verità sono un povero cristo straniero in questo posto, solo, ma vedo che lei ne conosce di cose…

– Beh io conosco tanti linguaggi compreso quello del culo…ma tu sei uno che vuole pigghiare, ti parlo dell’alto della spiritualità e tu vuoi pigghiare, tu si che sei un porco vero…ma in fondo chi sono io per dirti che tu sei un porco! Dio!

 

 

4 – ADDIO MONTI

 IL SALUTO D’ADDIO A UN SENATORE ELETTO IN UN GIORNO

Addio Monti

che rovinato c’hai

con i tuoi conti.

Addio Mario

triste e solitario

che uccellato c’ hai,

con tutti sti guai.

Le tue gabelle

hanno procurato,

come colpi alla pesta testa,

un dolore di stelle,

ci dicevi che con te

l’Italia se desta

e il tunnel diventa luce,

e invece è così trista

peggio d’un duce

hai fatto sudar tasse

anche all’estetista,

in miseria si riduce l’artigian

mal si conduce con equitalia,

che lo rende più misero d’un can,

hai favorito le banche

e la Merkel t’ha detto Danke!

ma il tuo dormiente

inceder sarà eterno?

Tu che sei il frutto dell’altrui malgoverno

ci fai stare a noi nell’inferno,

che tu puoi toccar la casta?

se i ladri ti circondan

e ti diono: lasciace star

il nostro accordo dei rispettar!

E chi lo sa

magari ti riciclano

nelle alte sfere del commanno

magara ti chiameranno

ogni fine anno

quando i partiti

se so mangiato il grano

e tu fai il “gran comis”

de sti conti

che non tornano plus

e che se ne vanno

sparsi per l’Europa

a diffonder il nostro disvalor.

Ormai di viver senza te siamo pronti

Addio Monti, addio Passera

con voi se ne vanno la morta cassera

e quello spred che pur s’avviluppa

come malefica vite

Colpa di Berlusconi

e della sua troia era-che dite?

 

 

 

Da Poesie un po’ di eresie