4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XVIII°

Dall’homo democristianus all’homo democraticus. Chi oggi a sinistra vuole mantenere il sistema proporzionale non contemperandolo con quello maggioritario dimostra una miopia che sfiora il passatismo perché volente o nolente lavora per il re di Prussia conservando un sistema in cui ha sguazzato l’homo democristianus.

Il ricambio attualmente non può che basarsi sul bipolarismo in cui però l’alternativa sia radicale (non come oggi di centro-sinistra/centro-destra).

Cioè una destra e sinistra che sappiano contrapporsi o comunque giustapporsi nell’autonomia della politica, a loro volta ai “valori” del capitalismo allo scopo di sviluppare una intensa dialettica tra la politica e l’economia onde evitare il ritorno a pastette e compromessi che sviliscono la politica fino ad essere un puro e semplice traino degli interessi del capitale.

Questo non significa che non si debbano concludere accordi e mediazioni ne tantomeno condurre una politica “anticapitalistica” quando si è al governo che di fatto paralizzerebbe le istituzioni, bensì fare delle scelte precise che sappiano condizionare anche la politica del capitale.

Quindi non più un sistema centripeto, (le ideologie di destra e sinistra che camminano quando vogliono governare, verso il centro) ma centrifugo (il centro del capitale deve camminare verso le ideologie) rafforzando quindi la stessa politica anche se c’è il rischio che nessuna delle due ideologie voglia che l’altra governi e che il capitalismo non gradisca le ricette di entrambe, massimamente quelle di sinistra.

Però solo in questo modo possiamo prospettare una politica di qualità dando soluzioni profondamente diverse alle stesse questioni, in modo che si innesti un movimento di idee che si misuri poi con la realtà dei fatti e se le ricette si dimostrassero inefficaci oltre a perdere il consenso dell’elettorato indurrebbero a maggiori ripensamenti e riflessioni.

Le idee vincenti dovrebbero essere in questo modo premiate assieme all’originalità di proposte innovative, anche se il termine innovazione ha più contraddistinto i processi tecnologici che l’attività del pensiero.

Nessuno così si nasconde per esigenze di immagine al centro, senza contare che ogni tesi, da quella più tradizionale o retriva a quella più azzardata e rivoluzionaria può avere il potere di manifestarsi e misurarsi con la realtà e non rimanere nel “cassetto” ideologico per anni o addirittura per intere generazioni. In questo modo si potrebbe anche combattere un “razzismo” ideologico strisciante che non aiuta la trasparenza del vivere sociale. Comprendere il principio di realtà in corso aiuta a non fuggire troppo nelle utopie e costringe comunque a misurarsi con problemi che si tende a non considerare.

Tutti noi abbiamo l’esperienza, in quanto viviamo in famiglie cristiane o socialiste, laiche o conformiste, creative o tradizionaliste o comunque anche in altre forme di convivenza di fatto, di fratelli o sorelle che appartengono ad una sponda politica completamente diversa dalla nostra, di cugini o cognati qualunquisti o peggio imbroglioni.

Non di rado da un padre anarchico (inizio secolo) è nato un figlio democristiano e da un padre democristiano è rinato un figlio anarchico, lo stesso Fidel Castro ha la figlia che dissente da lui: ciò è naturale se la politica riprende la sua tensione ideale e permette di costruire progetti alternativi che oggi invece sono frustrati da un pragmatismo livellatore e se la politica prende forza, la ragione si fortifica nella sua ombra e l’uomo può ritornare ad essere l’artefice del proprio destino. Si cercherà di più di condividere con altri le proprie posizioni in una sorta di affinità elettiva, piuttosto che irrigidirsi in posizioni di rifiuto, ma nonostante ciò rimarrà ineludibile il confronto con chi è diverso da noi, a cominciare da nostro padre per finire con nostro figlio, mentre l’intolleranza non fa altro, per un gioco beffardo del destino di riproporre molto spesso quella legge di cui si diceva sopra.

Nel bipolarismo ognuno dei due sistemi (funzionale comunque a una “democrazia borghese” e riflettente l’equilibrio istituzionale) deve dispiacere profondamente all’altro e creare così nella gente un possibile giudizio di comparazione, nei limiti poi d’un consenso che ad entrambi proviene dall’opinione pubblica e comunque dal corpo elettorale e quindi senza possibilità di fughe “autoritarie”.

In questa situazione non servono a niente e a nessuno i vari centri più o meno moderati, più o meno progressisti, che in tempi passati hanno solo contribuito a generare l’homo democristianus.

Oggi questo ruolo è del capitale. Il capitalismo senza confini ha assorbito e superato lo stato nazionale divenendo transnanzionale, anonimo e immateriale, esso si regge su “indici tecnocratici” che vengono metabolizzati in un “sistema oggettivo di compatibilità” il quale ultimo non abbisogna di servilismi politici dei soliti portatori d’acqua, perché il mulino ha una sua automaticità.

Il capitalismo fa da sè, senza intermediari, è in grado da solo di gestirsi le proprie politiche di centro, gli basta insediare un “ragioniere” supervisore nella stanza dei bottoni. Se mai il problema potrebbe essere quello di instaurare un rapporto dialettico economia-politica con le altre forze che al governo possono contrastarlo.

Sia la destra che la sinistra o altro che cresce politicamente, dovrebbero essere portatori “sani” di esigenze non contemplate negli schemi mentali del capitalista, che però costituiscono il necessario consenso della società “contrattualistica”.

Quindi l’economia costituisce un contrappeso alla politica e la politica un contrappeso all’economia in un equilibrio voluto dall’opinione pubblica ovvero dal corpo elettorale e d’altra parte le diverse idee possono contribuire a “democratizzare” lo stesso capitalismo (non è detto) il quale beneficia così di elementi dinamici e di nuovi stimoli.

Senza un certo fermento il rischio del grigiore e del burocratismo appare elevato. Senza il capitalismo le ideologie farneticano su mondi possibili evitando di fare i conti col rude oste e il delirio si interrompe bruscamente quando questi le caccia a pedate.

Il mondo oggi è più artificializzato, si costruisce e decostruisce oltre i meccanismi automatici della tradizione. Ciò comporta una maggiore libertà individuale nelle scelte di vita, ma anche il pericolo di fragilità delle stesse forme di vita ed una maggiore sofferenza per la quasi costrizione a cui si è indotti, ciò comporta inoltre a pensare e ripensare la propria esistenza, ognuno diventa più padrone di sè e ciò che fa, se non piace, può essere cambiato radicalmente.

In questo contesto sia la sinistra che la destra seppur radicali non possono superare concretamente i limiti consentiti da una politica istituzionale nutrita di compatibilità col centro se vogliono governare e avere il consenso dell’opinione pubblica o comunque del corpo elettorale, l’importante è che non si appiattiscano su posizioni similari convergendo docilmente verso le esigenze superiori del centro.

Le pericolose avventure in avanti o i processi di trasformazione radicale appartengono più ai movimenti che ai partiti (costoro con scopi preminentemente istituzionali) e si inscrivono in quel processo che si chiama rivoluzione sociale: Se i partiti agiscono dall’interno e i movimenti dall’esterno si creano turbative dell’ordine sociale che possono indurre l’elettorato a premiare le opposizioni.

D’altra parte le omologazioni conformiste allontanano la gente dalla politica burocratizzata mentre una sorta di equilibrio si avrebbe con un “pragmatismo ideologico” dove il pragmatismo sia temperato da idee e le idee siano temperate dal pragmatismo e in cui la politica diventi più prassi di idee che si concretizzano, che di avveniristici mondi possibili ormai fantascientifici.

In alternativa l’homo democraticus può solo occupare il potere alla maniera del craxismo, per cui la politica (se si vuole ancora chiamarla tale) si ridurrebbe ad una pratica selvaggia di potere a detrimento del bene pubblico, cambierebbero gli uomini a gestirla, solo che dopo un po’ non si riconoscono più da dove vengono alimentando cosi il qualunquismo e il rifiuto della politica, soprattutto se si continua con questa prassi:

1) mettere uomini propri nei centri di potere addomesticati ed esecutori di ordini;

2) partitocrazia selvaggia;

3) manuale Cencelli ritualizzato e riattualizzato;

4) l’homo democristianus in circolazione che diffonde a pagamento il suo sapere sul potere.

Solo se invece l’homo democraticus si sforza di combattere, almeno quando è al governo, l’eventuale degenerazione della società civile indotta anche dai processi di alienazione (violenza, prevaricazione ecc.) introducendo elementi migliorativi nella medesima società, gli stessi partiti possono ancora svolgere una funzione attiva, altrimenti rimarranno le solite entità separate e superate che vivono parassitariamente di risorse pubbliche, spingendo la stessa società civile ancora di più verso i margini, le periferie del sistema, con una frantumazione inevitabile dell’assetto politico-istituzionale e all’uomo democraticus sarà levato tutto, all’ex (pi)diessinus oltre alla pi sarà levato anche la (di) rimanendo in mutande e diventando in questo modo un uomo “sinistretto”.

FINE

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVII°

Dall’homo democristianus all’homodemocraticus. Altro che democrazia zoppa, la nostra è stata completamente ingessata al punto che non si capiva se era più morta che viva, completamente alla deriva.

Allora risulta evidente che si parlasse di un sistema basato sul ricatto generalizzato, anzi sembra proprio l’uovo di Colombo affermarlo; ci si meraviglia piuttosto delle reazioni contro un’ovvietà che tutti hanno constatato, forse qualcuno ha interesse a rimuoverla, ma fino a dopo la caduta dei vari muri la nostra democrazia bloccata aveva visto governare solo una forza politica (sembrava che certi partiti avessero il gene del governo e certi altri il germe dell’opposizione) contornata da piccoli alleati con i quali si distribuiva tutti i posti di governo e di sottogoverno, ma un vero ricambio non s’è mai verificato anche se le opposizioni riuscivano a strappare una qualche presidenza istituzionale e allora perché ci si meraviglia di un modus politicandi di un sistema di potere rimasto inalterato come nei paesi dell’est, poiché rifletteva una mancanza di alternative? Tutto veniva fagocitato nel centro, così come ogni forza politica che avesse qualcosa di nuovo e diverso da proporre.

I meccanismi dittatoriali nascono dall’uso di poteri forti in quanto esclusivi e quindi gestiti in condizione di monopolio politico. Nascono con la giustificazione di creare condizioni sociali più avanzate, nella realtà finiscono col farle arretrare non riuscendo a mettere in circolo una seppur minima dialettica di idee e una dinamicità di condizioni politiche, per cui quasi automaticamente si scade nel sopruso magari in nome di una necessità superiore metaforicamente basata su richiami ideologici che nasconde intenti puramente personalistici di dominio e di potere sulla popolazione inerme. Mancando la dialettica e il confronto ciò che qualcuno ritiene giusto per tutti, diventa ingiusto per tanti che vedono con diffidenza e fastidio se non in maniera vessatoria, anche uno sviluppo “pedagogico” della società caldeggiato dai membri del partito di governo per scoraggiare determinati comportamenti ritenuti dannosi o peggio antisociali. Si può muovere l’obiezione di una qualche consistenza: se una determinata maggioranza saldamente costruita fosse pervasa da bisogni distruttivi (guerre, disastri ecologici) avendo il comando delle azioni condannerebbe anche la minoranza dissenziente al suo destino, allora cosa si può fare per difendersi da un eventuale “sopruso” della maggioranza legittimata da un sistema di consenso democratico, soprattutto se è dominata da un modus vivendi “retrivo”, inadeguato a capire i cambiamenti ovvero ancora “mitico” (vede ciò che non esiste più da molto tempo) in ritardo culturale e impermeabile a qualsiasi considerazione ecologica?

Il problema si fa oltremodo complesso. In passato e ancora oggi, basta vedere la ex Jugoslavia, le minoranze sono state oggetto di vessazioni, discriminazioni, ma anche di pogrom, violenze inaudite, crimini e misfatti che hanno fatto urlare domande angosciose: se questi sono uomini, la bestialità ha paragoni? Ma tale tipo di minoranze erano etniche o religiose (quanti massacri compiuti in nome della religione) e su queste minoranze si sfogava l’odio atavico delle maggioranze. Più frequentemente maggioranze e minoranze costituiscono categorie politico-ideologiche di una medesima nazione. I bisogni distruttivi che le minoranze attribuiscono alle maggioranze potrebbero essere sconfitti o ricorrendo a forme di separazione delle responsabilità o con la separatezza(secessione). Ma fino ad oggi non si è mai verificata una scissione di sinistra o di destra dalla sovranità di uno stato anche perché ci vorrebbero le convergenze ideologiche e territoriali, mentre invece qualsiasi territorio riproduce, seppure con caratteristiche talvolta diverse, le stesse divisioni ideologiche e la sovranità si realizza come sommatoria di territori; più facile era in passato, ma questo valeva soprattutto per minoranze religiose, emigrare in un altro territorio (le nuove colonie in America) La strada che di solito si percorre è quella dell’aperta ribellione all’autorità costituita attraverso una rivoluzione che dovrà utilizzare quegli stessi “poteri forti” una volta esperita con insuccesso ogni tipo di ragionevolezza, per cui in nome di una emergenza si ricorre a una forma di governo autoritario sempre più dittatoriale: si ha una fiducia dogmatica che rasenta il fanatismo di un qualche principio ideologico che si può realizzare solo togliendo di mezzo le forze avversarie. Ma una minoranza che non vuole fare guerre dovrebbe compiere una rivoluzione sanguinaria?

Una minoranza che non desidera sia distrutto l’ambiente può ricorrere al gas nervino per vincere una rivoluzione? E comunque come si potrebbe gestire questa fase senza incorrere negli stessi errori d’un tempo?

L’homo democraticus comunque dovrebbe essere in grado di giustapporsi (non di contrapporsi) al capitalismo nella sua tendenza degenerativa facendo lezione dell’esperienza per certi versi analoga del comunismo burocratico, però dovrà mantenere un ambito di autonomia politica del sistema economico pur cercando di condizionarlo con proprie proposte. Autonomia che non scada in pura pratica di potere acquisendo quell’arroganza tipica di chi genera sottogoverni e “mafie”. Ciò richiede un ricambio dialetticamente fuori dallo stesso “sistema ideologico degenerato” che solo il maggioritario attualmente può dare e comunque garantisce una responsabilità di potere seppur con pericoli di semplificazione politica, povertà ideologica, populismo demagogico e liderismo esacerbato, mentre il proporzionale favorisce la sopravvivenza di burocrazie, di apparati politici immobilisti ma anche di idee minoritarie, di complessità specifiche. La cosa migliore sarebbe una sintesi o ibrido che preservasse gli aspetti positivi di entrambi i sistemi. E’ vero che il maggioritario banalizza “personalizzando” la politica, le idee, per cui il bipolarismo per funzionare dovrebbe amplificare le alternative e non appiattirsi al centro, altrimenti la politica si ridurrebbe a pura amministrazione e il bipolarismo scadrebbe a puro gioco delle parti in cui una quando va al governo rinuncerebbe al suo programma per accontentare l’altra ed entrambe sarebbero al servizio della politica del capitale. La politica del maggioritario rischia un riduzionismo argomentativo, senza più vedere i fenomeni in profondità e senza più trattare di mondi possibili, di sistemi complessivi, di utopie concrete, ma solo certi temi istituzionali di scarso interesse per l’idealità delle persone e piuttosto ristretti nel loro possibile sviluppo in prospettiva, che invece sono tanto cari alla politica del quotidiano asfittico e asfissiato da urgenze quali la disoccupazione e l’inflazione in cui si vive senza nessuna progettualità.

homo democristianus XVII

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVI°

VERSO LA NUOVA ERA DELL’HOMO DEMOCRATICUS EX (PI)DIESSINUS 

Riuscirà l’homo democraticus ex (pi)diessinus ad essere “migliore” dell’homo democristianus o sarà anch’esso costretto in una logica di potere feudale?

Per evitarlo, esso dovrà agire considerando almeno tre ambiti:

1) il sistema di ricambio e di controllo democratico delle élite al potere;

2) il partito che non occupi le istituzioni inserendo propri uomini fidati e manovrabili e non costruisca reti di potere per soffocare, imprigionare l’innovazione, il cambiamento, agevolando invece processi di burocratizzazione, ma determini lo sviluppo d’una società civile;

3) la spartizione evitando il più possibile il manuale Cencelli che favorisce solo una trasversalità mangereccia.

Se l’homo democristianus appare ormai in decadenza come animale protopolitico della Prima Repubblica, vero vampiro della ricchezza sociale, anche perché sono cambiate le condizioni politiche attuali (la necessità del risanamento del bilancio pubblico, l’Europa ecc.) che costringono a riformulare nuove pratiche di potere non ancora completamente brevettate, esiste il pericolo concreto di ricadere nel vecchio stile, per cui la classe politica di oggi cerca di darsi nuove regole di conduzione degli affari, mentre i trasformisti, che non sono pochi, desiderano intensamente di continuare ad insinuarsi nei meandri di potere rimanovrando utili fili.

Ma l’uomo Democraticus ex (Pi)diessinuns sembra meglio interpretare i bisogni attuali, spinge verso una maggiore moralità pubblica anche le frange moderate che in passato si erano colluse col vecchio homo democristianus, il quale ormai si aggira in tutti i partiti un po’ disorientato, rilanciando la sua filosofia tra le quinte, non ci tiene a farsi riconoscere facilmente, solo gli altri non lo confondono quando attivamente persegue il suo scopo attraverso il solito atteggiamento ambiguo, ma oggi la “doppiezza” è molto più comprensibile d’un tempo e occorre essere almeno “tripli” per riuscire a portare in porto manovre più difficoltose. Comunque è necessario distinguere, per non fare di tutta l’erba il fascio, i machiavellismi, i labirinti della politica e in genere tutto ciò che scaturisce dall’abilità personale, (una dote che si conquista con la dedizione, lo studio, l’approfondimento, la conoscenza) dalla tradizionale ambiguità furbesca che ha tutti i connotati caratteristici della foresta. La furbizia è tipica dell’uomo senza scrupoli, l’abilità è caratteristica dell’uomo scrupoloso.

L’homo Democraticus ex (pi)diessinus ha a suo vantaggio una maggiore attenzione alla cultura, più classica che innovativa, al progresso inteso a volte però in maniera astratta, come accumulazione di conquiste umane.

E’ però la cultura intesa come attività “gratuita” di elevazione sociale a mantenere desto lo spirito d’un paese, talvolta essa sfocia nella “controcultura” almeno nei periodi di contestazione sociale, quest’ultima molto più provocatoria, estrema ed effimera o nella cultura alternativa in cui si attua una frattura con quella ufficiale diventata accademica. Il pericolo è che la cultura scada a puro prodotto, a pubblicità anche se progresso per lanciare il made in Italy da esportare, così si istituzionalizza e si sclerotizza, invece di conseguire e valorizzare quelle “differenze” che meglio rappresentano le autoconsapevolezze marginali ma utili a racchiudere la coscienza di un sè collettivo e comunque accumulando nuovi e originali apporti da aggiungere come ricchezza al deposito storico, nuovi e originali apporti che meglio definiscono una identità nazionale e locale, rappresentative dell’intero gruppo sociale, quindi nuovi e originali apporti che arricchiscono e vitalizzano lo stesso deposito storico.

Progresso inteso come tendenza a migliorare le condizioni sociali, economiche ed ecologiche.

Civiltà come elevazione sociale, qualità della vita, delle relazioni umane.

Questi tre elementi sono strettamente intrecciati: se si mantiene o aumenta la cultura, si mantiene o aumenta la cultura “viva”, si mantiene e aumenta il progresso che a sua volta fa preservare o aumentare la civiltà, che si riversa nella cultura come circolo virtuoso. Se al contrario la cultura si ossifica nel più bieco tradizionalismo, il progresso diventa oggetto di fede “teistico” senza alcuna corrispondenza con la realtà e la civiltà si svuota in un formalismo gretto e pomposo, i tre elementi si mummificano con conseguenze deleterie per la società che invecchia precocemente.

Di fronte, l’homo Democraticus si trova l’eterno capitalismo dato per morto defunto da tanti crisologi marxisti, ma che dimostra almeno sette vite se non altro perché si rigenera in forme sempre nuove dalle sue presunte ceneri, pur conservando dei connotati di fondo ampiamente visibili anche se tende a diventare immateriale, quel capitalismo sempre più selvaggio avendo in odio i vincoli normativi, anarchico (nel senso che il profitto rifiuta certe gerarchie) familistico, e questo basta aprire i giornali per capirlo, aristocratico (nella trasmissione dei beni).

Il capitalismo – lo sanno anche i bambini – è poco democratico nel senso che non rispetta i valori di “meritocrazia” ma quelli di posizione, non vuole condizioni eguali di partenza, ama il privilegio e quando si mette in politica tende ad usare la massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi non sempre legali. Il capitalista troppo scrupoloso non fa molta strada mentre può dimostrarsi “mafioso” quando cerca la protezione politica (il vero protezionismo). Le lotte tra capitalisti sono furibonde, senza esclusione di colpi per la supremazia del territorio-mercato, mentre il capitalismo nella sua sintesi di mediazione dei capitalismi parziali, marcia verso il centro come pratica politica di mediazione di interessi.

In tempi passati l’homo democristianus era un suo fedele servo, pronto a inchinarsi di fronte al dispiegamento della sua potenza e nell’atto di farlo cercava di vedere dove il ricco capitalista nascondeva la chiave del forziere. Servo, però non della gleba, lo compiaceva in tutti i suoi bisogni di sicurezza, ma cercava quando poteva, tramite il concetto di bene pubblico, utile ai fini personali, di sottrargli qualche risorsa e quando c’era uno scontro, un conflitto di interessi col mondo del lavoro, mediava, ma nei momenti di pericolo, di burrasca per le istituzioni indebolite dalle rivendicazioni salariali selvagge, virava bruscamente nella sua grande rotta, anche perché lì aveva sempre la speranza quanto meno di spilluzzicare, piluccare, spizzicare gli avanzi. Se l’homo democristianus militava dall’altra parte rischiava di essere costretto ad andare a lavorare perdendo la sua posizione di parassita principe, caporete ecc.. Quindi parteggiava sempre per chi aveva la ricchezza e reggeva lo stato.

L’homo democraticus invece dovrebbe creare un “contrappeso” allo strapotere economico del capitale tentando di incanalarlo dentro i tre elementi di cui sopra, sottraendolo dal binario molto più praticato degli altri tre “valori” parecchio in auge: denaro, successo, potere. E’ vero che il capitalismo conserva una “cultura” industriale, considera il progresso come fonte di innovazione economica, vero cuore della produttività, ma fondamentalmente si regge sulla parte più conservatrice se non retriva della società e nel suo tendere al globalismo alimenta altresì tendenze razziste e asociali (non però quando queste creano un danno di immagine).

Ad essere magnanimi si può dire che il capitalismo costituisca un male necessario per la sua dinamicità “rivoluzionaria” rispetto alle società arcaiche e al feudalesimo del sottosviluppo, una tale dinamicità è anche responsabile nell’accelerare i processi di distruzione ecologica del pianeta e di incrementare l’alienazione sociale, di sfruttamento minorile ecc. ecc. Quindi come tale dovrà essere “indirizzato” verso scopi socialmente utili dalla politica, nonostante la sua natura selvaggia non si faccia addomesticare facilmente. Il capitalismo indirizzato deve agevolare un benessere diffuso a livello interplanetario prima di poter parlare, grazie alle nuove tecnologie (senza che ciò costituisca una specie di avvenierismo meccanicistico) di un possibile superamento, attualmente impossibile. Anche una contrapposizione di tipo localistico non è in grado per sua natura di arrestare il processo di globalizzazione, che significa però anche socializzazione diffusa, facilitando l’avvicinamento culturale tra popoli e nazioni e la possibilità conseguente di mondializzare i problemi dello sviluppo e dei suoi limiti, mentre le nuove tecnologie inseriscono i “particolarismi locali” in una rete mondiale. D’altra parte almeno per molti decenni ancora, non esistono vere alternative: il comunismo era partito bene per diventare un monstrum burocratico che fagogita ogni cambiamento, fino a ridursi a pauroso scheletro in grado di partorire personaggi orrorifici alla Ciausescu, (una mummia fasciata dall’ottusità che continuava a parlare di produzione di chicchi di grano nei villaggi, mentre sopra la sua testa la gente si rivoltava chiedendo vita nuova, autonomia e libertà). Questo succede perché una classe politica ossificata, distante dal paese reale, veniva eletta a simbolo di una finta unità risultando inamovibile dentro una rete di rapporti dittatoriali che comprimevano la società civile tiranneggiandola. Le nuove cariatidi reggevano palazzi d’oro innalzati a simbolo della loro potenza di “comunisti” corrotti.

Si costruiscono templi officiando un rito trito ed amorfo, allo scopo di rinverdire miti imbalsamati e arteriosclerotici che un tempo si connettevano con l’ideologia della liberazione, quasi subito trasformata in prassi dell’ibernazione. Forse il grande freddo ha fatto congelare troppe menti e l’arroganza del potere ha generato un sistema mafioso “rosso”. Questo per dire che la mafia si trova dappertutto e si alimenta come uno sciacallo del cadavere di una società regredita, degradata, immobilizzata, ecc., ecc., ecc.. E’ anche vero che in Russia oggi con la libertà di mercato a dominare è un’altra mafia (o forse la stessa) che si impadronisce degli aborti, quelli chiusi nella teca delle speranze illuse e deluse, per cui le libertà, (quelle vere) sembrano interstizi invisibili nelle ampie distese dei deserti. In tutto ciò l’unica possibilità reale per conservare il minimo di democrazia necessario a dare impeto ed energia alla vita sociale – il regime agisce come un diserbante che rende la terra arida – è il ricambio come ad esempio negli Usa. Se almeno ogni otto anni non si effettuasse tale ricambio, la cacca avrebbe completamente invaso i corridoi della White House, immaginiamoci il livello che ha raggiunto da noi per effetto dell’inamovibilità storica dell’homo democristianus. Grazie al ricatto della paura del comunismo certi politici sono rimasti nelle stanze del potere interi decenni cedendo in fine il loro posto ad accoliti affaristi, (l’ esercito di cavallette che ha vissuto all’ombra dei cavalli di razza) lanciati maestosamente al trotto, i quali hanno calpestato grandi distese distruggendo i molti semi della libertà: meglio ladri che comunisti, meglio delinquenti che rossi, meglio assassini perché gli altri mangiano bambini. Era questo il livello di coscienza nazional-popolare a cui la nazione è stata costretta covando al suo interno nidi infiniti di serpi. Così nei grandi campi è cresciuta la gramigna, ciò che restava diventava un magna-magna e adesso ci lamentiamo dei leader secessionisti di campagna.

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XV°

L’homo democristianus riesce ad accumulare molte ricchezze – dipende comunque dal livello in cui opera, ma può rimanere vittima di sfortunate coincidenze del caso nel corso degli accadimenti ed essere coinvolto in frane e smottamenti scivolando nella miseria temporanea e gli capita a volte di espiare per altri le colpe che non ha, senza farsi nemmeno pagare (capita che uno a pagamento si addossi le colpe di un personaggio molto in vista e vada in galera per lui).

Sfrutta la religiosità popolare e tutte le credenze in genere legate alla tradizione per schermirsi e operare facendo del “bene” a se stesso e dando agli altri lo stretto necessario, evita la generosità, ma anche l’avarizia, può talvolta nel corso delle sue vicende rimanere vittima di qualche senso di colpa che lo fa diventare testimone di Jeova, pentito per come si è condotto fino a quel momento cercando di trasformarsi in uomo virtuoso che aiuta il prossimo. Normalmente quando agisce nelle sue piene facoltà non represse da scrupoli morali o religiosi si pone al di fuori da qualsiasi rettitudine con arroganza impunita, doppiezza comportamentale, meschinità assoluta, volgarità relativa, bassezza d’intenti, volendo permanere al di sopra o in parte, comunque al di fuori della norma, usa l’arte ricattatoria attraverso una comunicatività densa di significati traversi.

Chi subisce suo malgrado la presenza dell’homo democristianus tende facilmente al turpiloquio come reazione ad un linguaggio falsamente elegante che nasconde molte insidie e in tutti i modi cerca di liberarsene, ma se è costretto a fare tresca con lui dovrà per forza fare buon viso, sperando che duri poco, come una puntura che non faccia male.

L’homo democristianus ha un rapporto strumentale con la legalità che è un principio a cui sottostare per convenienza, ma altrettanto non rispettare per un altro tipo di convenienza, che diventa una questione di immagine, di facciata, mentre dietro lavora per i suoi scopi al di là di qualsiasi proporzionalità tra mezzi e fini e se occorre non importandogli di norme, disposizioni e regole, per questo costituisce un centro d’attrazione e di diffusione d’una prassi alternativa e di facile presa su un ceto pubblico corrompibile.

Bisogna però distinguere nel perseguimento della legalità tra chi usa la norma in maniera trasversale per alimentare i suoi interessi egoistici e “volgari” o quelli di una rete clientelare, da chi invece non la rispetta in quanto indotto da una ricerca di sperimentazione sociale, da esigenze utopistiche, idealistiche, perché nonostante il reato in cui finisce per incappare, la buona fede “evolutiva”, la ricerca d’un cambiamento sociale, il farlo per gli altri pur sbagliando nei metodi e nei mezzi, inducono a una maggiore indulgenza. Anche se molto spesso i ladri e i corrotti usano strumentalmente attraverso le loro amicizie, ignari giovani come elementi sacrificali dell’opinione pubblica, gettati in pasto per sollecitare un bisogno di ordine e continuare a passare inosservati mentre imbrogliano pacificamente.

Qualcuno dice che troppa libertà dà alla testa, meglio governarla dall’alto (la libertà) qualcun altro approfitta di quella libertà “illimitata” per rubare al suo prossimo, affrancato da ogni e qualsiasi autorità, per poi dire pubblicamente che la gente comune, le masse devono essere tenute sotto briglia altrimenti ne approfittano.

Proprio per questo nel corso del tempo l’homo democristianus conserva una sua patente di homo deliquens, ma a differenza dell’individuo rivoluzionario che ha commesso reati e che paga ipotecando il suo futuro, rimane lungamente impunito in una situazione di protezione e di franchigia, salvo ogni tanto cadere in disgrazia e pagare magari le colpe di tanti altri che rimangono così “coperti”.

Concludendo questo capitolo senza scadere nel lamento funebre, epicedio, treno, della democrazia politica – anche per rispetto di chi ha cercato di contrastare questo malcostume – possiamo ironizzare alterando una massima dello stato hobbesiano: homo – homini – Lupis.

Da piccolo, negli anni ‘60 vedevo alla Tv un certo on. Lupis, socialdemocratico, in voga nel periodo, la sua faccia mi spaventava tantissimo anche se mi pare, non lo confidavo a nessuno. E’ forse da lì che ho cominciato ad avere un rapporto negativo col mondo adulto e la vecchiaia. Quella faccia assomigliava proprio al muso d’un lupo con le orecchie lunghe seppur vestita in giacca e cravatta, ciò non di meno turbava le mie notti, mi sembrava di vedere uno di quei telefilm di Alfred Hitchcock che proprio in quel periodo davano in Tv da impressionare tantissimo, alimentandomi una sorta di paura che sconfinava nel terrore, anche perché il volto, il nome (Lupis) mi riconducevano all’immaginario favolistico dell’orco, del lupo che mangia bambini, dell’animale feroce della foresta, certo non pensavo che la politica facesse altrettanto, ma quella faccia segnò il mio approccio con la realtà politica e quando veniva intervistato in Tv, la sua espressione, gli occhi luccicanti, forse arrossati (eravamo in bianco-nero) magari per la stanchezza di riunioni notturne, mi inducevano a fantasie tenebrose, me lo immaginavo metà umano e metà animale come certe figure della mitologia, sta di fatto che per una evidente seppure ingenua associazioni di immagini – che ne sarebbe stato del mio cuore se l’avessi incontrato tutto solo di notte – il termine socialdemocratico mi amplificava a dismisura la paura, quasi da sentirmi agnello o preda, istintivamente indietreggiando alla ricerca di protezioni familiari Forse che i socialdemocratici nella mia fantasia sono rimasti metà uomini e metà bestie? Ma cosa c’entra tutto questo con l’homo democristianus? C’entra, c’entra!

E per concludere parliamo un poco del significato di “protezione”: dai tempi antichissimi gli uomini vogliono proteggersi dalle forze malefiche, dagli spiriti malvagi invocando lo stregone del villaggio, successivamente il fenomeno religioso cristiano ha continuato con questa pratica di protezione attraverso l’uso dei santi, ancora oggi ogni santo difende una categoria professionale, noi poi sentiamo il bisogno di proteggere le persone più deboli, soprattutto i bambini. Il processo da fenomeno religioso filogenetico investe anche il campo del lavoro e dell’economia: la protezione del capo che permette alla persona di far carriera, la protezione politica, di un potente. Fino almeno alla fine del ‘700 si usava quando si cambiava città avere delle lettere di raccomandazione scritte dal proprio protettore, nelle società aristocratiche era normale averlo anche per iniziare qualsiasi attività sia economica che culturale, lo stesso Molière quando venne attaccato violentemente per le sue pièce irriverenti si salvò per la protezione del re concessa soprattutto perché il padre dell’autore aveva prestato servizio alla corte. Ma questi tipi di protezione fanno parte di quella che si chiama necessità di vita, in un mondo crudele che la nega ad ogni istante. Per cui la ricerca di protezione corrisponde ad un istinto primario, un bisogno vitale e si inserisce nel desiderio di sicurezza e autoconservazione dei soggetti. Ma cercare protezione nella sfera della libertà vuol dire rinunciare ad una propria indipendenza e nella sfera economica degli “affari” VUOL DIRE ACQUISIRE UNA SORTA DI IMPUNITA’ che nella malavita ha il significato di continuare a svolgere la propria attività illecita pagando il pizzo al “potere” o meglio nei territori dominati dalla malavita svolgere la propria attività economica pagando una “tassa” a chi controllando un territorio protegge gli “affari”.

 

4 – L’ORDA E IL LORDO

L’orda dei comunisti infestanti (e sono tanti)

ha messo piede sull’antico suol di Piazza Maggiore o dei Signori –

un giorno sarà ribattezzata Piazza dei Poareti –

e ha conquistato direttamente il luogo sacro della politica cittadina

tra lo sconcerto dei gentiluomini d’arme d’antica schiatta,

e cavalieri e leghisti che ora si ritrovano con i volti si ben tristi e la testa matta.

E mesto è lui, il Gentil avvocato che da Treviso l’hanno,

in qualche posto mandato.

L’opposition non gli si addice per uno che è stato tanto vice,

ma l’unico uom che verità abbia dato al comun mortal di poco aspetto

che esalta il Gentilin dal cuore diretto e ancora si dice

ei solo lice, ei solo puote, ei solo perfetto.

Perché il pericoloso comunista extracomunitario,

da sempre maledice.

E invece finalmente Treviso senza duce,

deleghizzata, degentilinizzata, dopo 19anni di domin assoluto,

ritorna ad esser un posto evoluto,

dove il nuovo che avanza si chiama Manildo

ed è dolce realtà di Treviso beltà.

Ma il vecchio di passata speme

si trova lordo d’acrimonia per il ridotto tiro,

il suo peso politico al netto della tara antica

si ri-duce alquanto nella città avita,

leghizzata, sicurizzata all’estremo,

da lui sceriffo tutto scemo

e anche goffo che nella ingenua credulità

dovea mandar dentro il gaglioffo

come util gesto che rassicura il Trevigian di superior virilità

che invece rimane fuori in libertà.

E ora concludiam con Manildo,

finalmente il nuovo che avanza,

speriamo che non si fermi presto.

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XIV°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Se il principio di legalità dovrebbe preservare il tessuto connettivo, esso dipende anche dalla moralità di un retto agire che è la conseguenza però di un retto vivere in cui ogni esperienza assume un suo valore identificativo per il soggetto, ma se si privilegia il “comportamento unico” quello legato al gioco, ogni rettitudine svanisce ben presto e non si può pretendere dal cittadino quello che gli è sempre stato negato, allo scopo di vivificare dei valori coesivi della comunità che rimangono così un’astrazione completamente ideale contraddetta dalla realtà.

In ogni caso la comunità è costretta se vuole sopravvivere a far rispettare dei principi di legalità troppo spesso ideali, comminando pene severe e ripristinando un sistema di controllo pronto ed efficace.

Tutto ciò coinvolge il senso del pubblico dovere, dell’etica e deontologia professionale che molti non sanno veramente cosa sia; se le norme sono usate in maniera obliqua e quindi vince chi riesce a neutralizzarle attraverso l’uso distorto della legalità, se i ladri per eccellenza riescono a diluire e dilatare gli effetti costrittivi d’una norma pagando profumatamente con i proventi dei loro illeciti guadagni un buon avvocato, se costui non ha scrupoli ad approfittare della legge per arricchirsi, la legalità allora diventa solo un peso in più, uno schermo dietro a cui proteggersi e una buona parte di ladri si nasconde nelle pieghe dei diritti senza farsi scovare facilmente, intrecciati come sono alle norme e alle amicizie del palazzo di giustizia.

Si tradiscono qualche volta quando foraggiano provvedimenti di amnistia nei confronti dei loro amici che in sede politica hanno approfittato, diventano indulgenti, garantisti (colpevolisti quando si tratta di imprigionare un ladro di polli), cercano di farli assolvere usando i loro buoni uffici, di solito appunto sono intolleranti verso le diversità sempre che non procurino guadagni e poco garantisti, anzi colpevolisti, peggio forcaioli, ma quando si tratta di veri ladri, scatta automatica la solidarietà.

L’homo democristianus è un conservatore, nella sua vasta gamma di conservazioni, primeggia l’istinto predatorio quale meccanismo retrivo e restrittivo della sua personalità, in quanto antico bisogno di conquistare vittime sacrificali che esaltino la sua potenza e con quelle inaugurare un rapporto di dominio verso il mondo esterno che gli rafforza l’autostima. Cerca e isola costantemente individui deboli e sprovveduti da depredare, le sue prede però possono essere trofei ambiti da esibire in privato come prova di rispetto e deferenza altrui.

Si avventa sull’elemento femminile che si trova in una condizione di necessità o di bisogno intrattenendo un rapporto di convenienza reciproca: la donna cerca il successo, lui le può promettere attenzione e protezione, all’inizio ognuno dei due pensa di servirsi dell’altro per i propri scopi, ma è facile che la donna (a parte casi eccezionali) diventi la vittima designata, prima o dopo scatterà una trappola a seguito d’un lavoro accorto e premeditato di pedinamento da parte di lui che si avvicinerà insistente fino a quando la donna cede e accetta un compromesso carnale in cambio d’un presunto vantaggio personale.

E’ solo l’inizio di un processo che continuerà per molto in cui la preda si accorgerà di essere stata giocata, il suo orgoglio non le permette di riconoscerlo, ma dovrà continuare per quella strada ricominciando di nuovo; si trova in un giro, se si ritira sarebbe sconfitta, è costretta a proseguire mentre il predatore pensa ad altro: ma la preda designata può essere accorta e giocare bene le sue carte, attraverso piccoli ricatti riuscire a fare carriera, molti sono coloro che devono cedere se stessi, il proprio corpo, parti mentali comprese per raggiungere lo scopo, con grande sacrificio della libertà individuale e dell’indipendenza psicologica: Il costo trasforma il carattere della persona che vede tutto in termini cinici di scambio, d’altronde l’eventuale successo (denaro, potere) richiede sacrificio, costanza, dedizione e perdita di piacere quando non giunge per il concorso concomitante di eventi favorevoli o peggio attraverso la “politica del corpo” che negli ambienti corrotti diventa pratica diffusa e apre carriere veloci senza incorrere in spiacevoli gavette.

In questo contesto il ricatto spesso sottile assurge a strumento attivo e pragmatico riflesso di “forza” contrattuale. Il cinema ambiente corrotto per eccellenza ne è una prova vivente, soprattutto da parte di chi ha il potere di decidere sulle carriere, tant’è che sia il corpo femminile, sia quello maschile vengono facilmente spogliati per pratiche sessuali spinte all’estremo della perversione e poi ci si meraviglia se il cinema italiano “cade” così in basso da essere considerato cinema del c….

Ma l’istinto predatorio viene sfruttato anche in politica soprattutto in presenza di risorse pubbliche, occorre una capacità specialistica per realizzare il bottino e le armi non sono più quelle della forza e della conquista ma dell’astuzia e della scaltrezza per accumularne più degli altri, meglio di altri e in concorrenza con chiunque.

L’istinto predatorio è per sua natura antisociale, se diffuso mina l’assetto sociale di una comunità, ma è una pratica in sè piacevole perché soddisfa a più livelli antiche esigenze, può dar senso anche al presente attraverso l’elaborazione di una continuità di significati che permettano la riproduzione in serie dell’homo democristianus e di tutti i suoi bisogni primari. Qualche umanista desidererebbe che questo istinto venga sconfitto “socialmente” in quanto pericoloso per una corretta e avanzata riproduzione sociale, ma la caccia – come ben sappiamo – continua ancora ad esistere come passatempo nonostante non abbia più i fondamenti della sopravvivenza, perché rimane profondamente intrecciata ai bisogni più significativi dell’evoluzione umana.

Naturalmente essendo l’uomo un animale politico, esso cerca di coagulare l’ordine sociale con pezzi di razionalità, quanto meno le istituzioni che erige mirano a soluzioni di ragionevolezza e convenienza reciproca, ma l’homo democristianus è un vero “animale” prepolitico, parapolitico dell’era antropozoica capace di sfruttare i suoi bisogni primitivi in qualità da spendere, come se abitasse intimamente ancora nella caverna pur vivendo in una casa con tutti i comfort, elegante e ricolma delle sue razzie, che trova nella giungla di cemento, il richiamo della foresta. Si soddisfa pienamente quando i suoi istinti rimangono desti, usando la ragione in loro funzione. La città diventa ai suoi occhi una foresta pietrificata da battere in lungo e in largo per soddisfare i suoi bisogni predatori e quando trova un po’ d’acqua tende la sua rete per pescare nel torbido agguantando con occhi ferini ogni tipo di preda che gli capiti nelle mani, si serve dei sistemi collaudati dall’esperienza che non vengono mai sottoposti ad alcun giudizio morale, percorre i tratti obliquamente tra scorciatoie e sentieri sconnessi, anche lui di tanto in tanto deve difendersi da predatori più grossi ma lo fa con la sua consumata astuzia, riconosce le trappole degli altri perché adopera il naso come periscopio, cammina storto per evitare trabocchetti e coltiva i suoi istinti primordiali anche in mezzo al traffico, è refrattario al “progresso” d’un paese perché mina il suo assetto mentale.

Tende a indebolire la ragionevolezza collettiva, a favorire l’irrazionale che assume valenza positiva, rovesciando a suo vantaggio il meccanismo involutivo del prevalere degli istinti asociali. L’irrazionale serve a scompaginare gli schemi prevedibili creando un substrato culturale dei primordi. homo democristianus

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XIII°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Pure le persone più trasparenti possono risultare vittime di macchinazioni soprattutto se chi le compie è un potente in grado di appoggiarsi ad amicizie altolocate.

Però bisogna stare attenti ai passi falsi che si trasformano in veri e propri boomerang e quindi controproducenti, chi infine non riesce più a dominare un intrigo si squalifica a vita.

Un soggetto molto potente può fare le debite pressioni perché un giornale non lo pubblichi, allora cercherà di ricattare il direttore e sono le testate di provincia a subire maggiormente questa eventualità.

Ma torniamo di nuovo alla trasversalità parlando di associazioni corporative nate per tutelare interessi di categoria. All’interno di questa associazione non vige alcuna forma democratica nella scelta o nell’elezione del leader e molto spesso nelle nomine intervengono gli stessi partiti in quello che tutti conosciamo come processo di lottizzazione.

I capi di queste associazioni se si accordano tra di loro possono fingere di fare una politica di settore, nella pratica si distribuiscono i ruoli e le parti per mantenere soprattutto influenze e vantaggi personali.

Ecco allora che con la trasversalità, i poteri personali creati in nome del settore, determinano un’alleanza ferrea per la spartizione delle risorse soprattutto influenze e vantaggi personali.

Le stesse associazioni per loro natura, pur essendo radicate in tutto il territorio nazionale sono proiettate verso il Centro del sistema diventando un interlocutore indispensabile nel luogo dove si prendono decisioni politiche.

Se la loro sede è unica nel Centro, quelli che stanno nella periferia si trovano svantaggiati fisicamente anche se l’organizzazione impone dei rappresentanti locali che porteranno le istanze a livello nazionale. Al loro interno vige un’organizzazione “verticistica” composta di pochi membri inamovibili e inossidabili che pretendono di rappresentare tutta la categoria ma che in effetti non sono disponibili a nessuna regola democratica.

L’associazione cercherà di rafforzarsi rispetto al potere politico presentandosi come un gruppo rappresentativo di interessi omogenei e organizzato per influenzarne le decisioni, la redazione di leggi, ma anche eventuali finanziamenti pubblici o provvidenze. In effetti agisce come una lobby che nel mentre si dice portatrice sana di interessi diffusi, privilegia soprattutto qualche interesse personale che si trova in una posizione di “rendita” politica o di pratica “mafiosa”.

Il potere cioè non è del gruppo, ma di qualcuno sul gruppo proprio per la scarsità di democrazia interna e di garanzie di trasparenza. Queste associazioni quindi, oltre a sclerotizzare un settore per l’insensibilità al rinnovamento interno, per la mancanza di regole e per la permanenza di clan al potere, ledono i principi di libertà personale perché costringono chiunque a passare attraverso ad esse o a misurarsi con esse, spesso come una possibile articolazione della controparte.

Le vere associazioni dovrebbero comunque rimanere fuori dalla distribuzione del potere promuovendo una politica di settore che può avere anche dei momenti pubblici e politici di confronto ma nell’ambito dei propri associati e soprattutto presentando una piattaforma largamente condivisa.

Così come le associazioni sono una fonte di potere personale per qualcuno a cui gli altri devono sottostare magari in un rapporto tutto clientelare, le lobby facilitano certe soluzioni legislative che però molto spesso sono a detrimento della chiarezza della legge.

A differenza di un tempo in cui le leggi erano generali ed astratte, oggi essendo “funzionali” e specifiche a singoli settori, determinano vantaggi o svantaggi anche grossi, fortune economiche o rovine; quindi partecipare alla redazione degli articoli di legge, spostare un comma, inserire una virgola dopo una parola, può capovolgere il senso dello stesso articolo rendendolo più ambiguo e indecifrabile, per cui ciò che si prescrive di fare in un precedente comma e che potrebbe essere dannoso per le lobby, viene reso complicatissimo in un coma successivo in modo che a livello burocratico la legge si blocchi e non venga applicata.

Una legge che disciplina vari interessi se non viene equilibrata dal governo di settore (ministro o sottosegretario) diventa un contenitore pieno di ambiguità e si rischia la sua inapplicabilità perché trova difficoltà reali a causa di uno spirito contraddittorio che la ispira e aleggia nel riflesso di troppi compromessi.

La legge così si appesantisce dagli interessi personali di qualcuno che prevalendo snaturano gli intenti della medesima, quindi le lobby nel mentre facilitano certe soluzioni e quindi rendono la legge “reale” sottraendola a qualche principio ideale e teorico, nel contempo anche la distorcono ai loro fini, al punto da farla diventare fin troppo reale.

Una società veramente libera non dovrebbe tollerare troppe associazioni che finiscono per condizionare le soluzioni politiche e corrompere qualsiasi nuova idea, qualsiasi possibilità di cambiamento, è vero che gli individui si associano per essere più forti, ma molto spesso paradossalmente diventano più deboli contribuendo a creare strutture burocratiche dominate da politicanti che pensano agli interessi propri o di carriera.

Esempio: chi ha un “progetto” da presentare in sede politica, deve passare per le maglie e quindi essere costretto ad iscriversi all’associazione, la quale da parte sua proteggerà non la qualità, ma i propri iscritti più influenti magari mediocri. Ciò vale per molti finanziamenti pubblici dove alla fine passano solo i progetti del clientelismo partitico o dell’associazionismo collaterale.

La corruzione avanza là dove la legalità è meno sentita e lo stato viene eroso da pratiche trasversali sistematiche, da reti che hanno come talpe, scavato gallerie dappertutto, la corruzione nasce come escrescenza per trasformarsi in bubbone malefico, si diffonde in quanto patologia della società che non sa cambiarsi e trasformarsi. Quando siamo di fronte a situazioni del genere o si cambia radicalmente il “personale” politico e quello di comando o il tumore si diffonde da intaccare in profondità il tessuto sociale, fino al punto che lo stesso stato si liquefa.

Se poi pensiamo che esista una corruzione diffusa indotta dai tanti compromessi che ognuno di noi è costretto a fare per sopravvivere o a subire nel corso dell’esistenza, noteremo i tanti nostri principi rimasti, diventare una pura crosta esterna che finisce col dissecarsi e cadere da sola.

In una società poi che fa della diffusione delle lotterie la speranza di un rapido cambiamento personale, fabbricando l’illusione di essere prescelti dalla fortuna mediante i tanti giochi televisivi o pubblici di massa, incoraggiando il facile guadagno, si sviluppa un virus di corruzione generalizzata in cui gli individui esistono in quanto giocatori e scommettitori e il denaro diventa l’unica fonte che dà un “significato esistenziale”.

Corruzione promossa dallo stesso stato il quale poi pretende che la gente lavori e si sacrifichi per pochi soldi. Se il mondo diventa una bisca ognuno punta la sua quota e riversa su questa attività tutte le sue frustrazioni e i suoi malcontenti trasformando i rapporti umani in rapporti di successo o di sconfitta. I soldi diventano un miraggio diffuso, il simbolo di una condizione umana e quando si fa una cosa in più si attende sempre una lauta ricompensa, un premio, ciò facilita la corruzione che fa decadere i costumi.

I giocatori in privato sono sempre esistiti ma che questa attività altamente educativa venga foraggiata dallo stato, il quale sotto questa forma fa pagare le tasse ai cittadini, dimostra il livello di “depravazione” a cui una società può giungere sfruttando le mancanze anche psicologiche degli stessi individui completamente ingabbiati in una nuova filosofia della miseria.

Il vuoto interiore verrebbe ricoperto da speranze di arricchimento che diventano illusioni in cui progettare il proprio successo, che non è più neanche effimero ma solo virtuale e tutto si regge su quei pochi sorteggiati con cui identificarsi perennemente, trasformando la vita sociale in una specie di lotteria in cui consumare tutte le proprie aspettative. homo democristianus

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XII°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’HOMO DEMOCRISTIANUS – Oggi il mercato della politica cresce vorticosamente all’interno della complessità del sociale, costituisce un luogo con propri tracciati obbligatori da frequentare quasi per necessità, ma ricolmo anche di contorsionismi che rischiano di risucchiare gli ultimi fremiti di libertà, gli ultimi aneliti di semplicità dentro a dei labirinti sempre più disorientanti e dispersivi.

La stessa organizzazione sociale richiede da parte dei cittadini una capacità considerevole di capire e di differenziare i fenomeni anche per la persistenza e la molteplicità di più ruoli che gli stessi cittadini sono costretti ad assumere, pur trovandosi in concomitanza di una riduzione di complessità derivata dai fattori omologatori che percorrono interi comportamenti diffusi.

Lo stato d’altra parte nella sua organizzazione burocratica diventa vieppiù labirintico, tortuoso nei suoi percorsi accidentati che la gente deve seguire, anche se afferma quotidianamente di voler semplificare le procedure.

Ma il labirinto fa parte dell’architettura sociale creata dall’homo democristianus: più lui cerca di fare il furbo usando scorciatoie, piegando traiettorie rettilinee per i suoi contorti scopi che solo per gli altri sono indecifrabili, più dietro di sè deve seminare depistaggi che generano altri intrecci e questo per confondere e rimestare le acque torbide e nella confusione attuare meglio i suoi scopi, far passare i suoi progetti, ottenere vantaggi per sè e i suoi protetti.

Ecco che allora in cambio del voto lui crea stretti interstizi attraverso i quali far passare i suoi clienti che così camminano più speditamente senza il pericolo della fila e dei posti esauriti, per effetto di queste e di altre facilitazioni l’homo democristianus si diffonde come la gramigna, si amplifica, col passa parola e quando alza la voce non lo fa per rivendicare diritti, ma per inscenare un coro di lai che smette subito tra strizzatine d’occhi appena riceve l’obolo.

Si guarda soddisfatto attorniato dai suoi accoliti che si rimettono a piangere raccogliendo la commozione pubblica rappresentata da un caporete e intanto intascano la solidarietà interessata, si intrattengono tra di loro sottovoce per meglio sfruttare qualche vantaggio, socializzano il loro falso dolore, si rivolgono al pubblico sollecitando la loro compassione, ma appena qualcuno si gira per andarsene gli rubano il portafoglio o cercano di farlo inciampare perché nella confusione possono toglierglielo meglio. Si servono di macchinazioni, piccoli imbrogli, raggiri, in quell’arte di arrangiarsi per tirare a vivere come se fossimo in una guerra perenne.

Usando la distorsione nella legge, nelle regole sociali, si vive la norma non come una prescrizione che ordina, ma come un insieme di parole che hanno un significato “alterabile”. Invece di agire speditamente con una certa prevedibilità dettata dalla norma, l’homo democristianus agisce con tutta una serie di altri codici: “come cercare di non pagare un debito” chiede Strepsiade al filosofo Socrate, “insegnami i sofismi per eludere il dovere”. (Aristofane, Le Nuvole).

Il pensiero non deve servire per elevarsi nello spirito, ma essere piuttosto un marchingegno per sottrarsi ad un impegno. La macchinazione è una concentrazione di pensiero “obliquo” che investe le leggi e le psicologie delle persone ad opera di un attore – colui che compie l’intrigo – da solo o con l’aiuto di altri, finalizzato alla produzione di un vantaggio, più spesso uno svantaggio all’avversario o rivale; viene molto usato anche in politica e l’homo democristianus ne è uno specialista, perché ci prova piacere, come modo per occupare la sua mente, tenerla desta e attiva usando ogni tipo di perfidia che sfida il demoniaco, instillando nella vittima grossi e a volte fatali turbamenti. A chi non viene in mente la cattiveria di Jago?

La truffa è un addentellato delle macchinazioni e sfrutta l’ingenuità, la credulità, più spesso uno stato di necessità. Il truffatore si presenta con un’aria di perbenismo e quindi fa colpo indossando vestiti eleganti che denotano una condizione di superiorità economica, ma anche di classe, ci sono poi attori più mediocri dai vestiti andanti che fanno breccia per una certa spontaneità comunicativa e “amicizia”, ma non devono avere una faccia troppo segnata che li tradirebbe.

Entrambi dimostrano attenzione psicologica, freddezza dissimulata, abilità comunicativa capace di misurare ogni attimo della situazione controllandone tutte le sue pieghe e risvolti fino a quando la vittima designata è indotta a fidarsi colpita dalla dabbenaggine e dalla cortesia esibita da persone di buoni principi “morali”: “sempre più rare da trovarsi al giorno d’oggi” e difatti non lo sono e lo scopriranno con un senso di pena e disagio per essere stati gabbati da una facile messinscena.

Per chi è abituato al fasullo sfugge al vero. Il truffatore gioca sul falso-vero rendendolo “autentico”, è allenato ad approfittarne di ogni situazione, sfrutta stati d’animo altrui col massimo distacco controllando la propria emotività che potrebbe tradirlo, riesce ad entrare nelle grazie delle persone usando i trucchi del mestiere e approfittando delle mancanze sentimentali, emotive prepara il mangime fino a quando il pollo becca e abbocca e se a volte il gioco si fa duro diventa “durone” incallito, fino a quando la trappola scatta e il fessacchiotto entra nella gabbia come un topo affamato.

Anche in politica l’intrigo ha un alto indice di gradimento, si trova soprattutto nel bisogno di carrierismo, nei servizi segreti come modus operandi talmente sottile da sembrare un gioco di specchi che si rifrangono in scintillii talmente veloci da non riuscire a fissarli con gli occhi, e quando l’immagine comincia ad essere chiara si raccolgono i cocci di una frantumazione subita.

Il dossier è lo strumento principe per squalificare un rivale o per ricattare un avversario, si indaga nella vita privata di chi si vuol colpire trovando sempre qualche lato debole. Più i documenti costituiscono prove, più si inchioda l’avversario, ci si può basare anche su illazioni che però non hanno lo stesso potere o su persone che possono testimoniare inventandosi qualcosa di più di ciò che è successo, ma naturalmente dovranno essere “lavorate” e adeguatamente unte.

Più spesso il dossier serve semplicemente a rendere espliciti tutta una serie di fatti realmente avvenuti e quindi oggettivi che riguardano un uomo di potere il quale ha interesse a rimuoverli e nasconderli. La compilazione di dossier in proprio può diventare perfino una attività lucrosa se uno ha la mania della ricerca negli archivi, perché l’uomo potente ha interesse a comprarli per non avere un danno d’immagine, ma se la “roba” scotta, la situazione si può complicare fino al punto che qualche volta il dossier sparisce insieme a chi l’ha compilato e ciò accade quando si scoprono magagne pericolose che indeboliscono il personaggio pubblico, anche se il dossier viene facilmente fotocopiato e nascosto in una cassetta di sicurezza, tanto da scatenare ricerche spasmodiche da parte degli interessati o dagli inquirenti come capita in parecchi film.

Chi poi è arrivato al potere tramite grossi traffici è più facilmente ricattabile, perché i molti vantaggi che ha acquisito non sono mai di pubblico dominio.

Ma un dossier può semplicemente mettere in evidenza cariche di potere, ovvero conflitti di interesse palesi in capo ad una unica persona, tenuti nascosti e allora è sufficiente che il documento diventi fonte d’informazione per una testata giornalistica disposta a pagare o che lo riceve in maniera anonima.

In entrambi i casi può scatenarsi una tempesta o peggio un ciclone che si abbatte sull’uomo politico, a meno che questi, attraverso la sua rete di informatori riesca a saperlo per tempo e cerchi di neutralizzarlo mettendosi d’accordo ovvero far sparire il giornalista. Il mercato dei ricatti è florido e circola in tutti i poteri, ma soprattutto è molto quotato in politica. Per ottenere qualcosa bisogna usare il linguaggio trasversale del ricatto; si dice e non si dice, si minaccia velatamente, si avverte discretamente, allora il gioco si fa duro, i piedi si appesantiscono, il corpo si irrigidisce, la tensione sale, alla fine lo stress consuma ma qualcuno paga e qualcuno altro indaga.

Il dossier diventa uno strumento di pressione, il suo artefice può giocare su più staffe, diventare infido, magari la stessa informazione la cede a più persone o magari non restituisce i documenti completi, archivia in proprio altre prove documentali, per tessere i fili d’un gioco che ritorna a farsi duro e qualcuno ci rimette le penne, quando ritorna tutto trafelato e stressato alla macchina la trova in panne, cerca di metterla in moto, ci riprova ancora e quella salta in aria.

Contro il dossier si redigono delle memorie difensive, soprattutto se c’è un attacco di stampa o un’azione giudiziaria.

Quindi l’uomo politico dai grandi traffici cerca di neutralizzare possibili documenti compromettenti in mano ad estranei di cui venga a conoscenza con accordi anche molto costosi quando si trovi di fronte ad un potente che li possiede. Glielo fa intendere attraverso un linguaggio allusivo e velato se chi detiene i documenti si trovi in posizione d’inferiorità, non c’è però una garanzia assoluta che tutte le carte siano in quel dossier e onde evitare strascichi o spiacevoli incidenti il dossierista debole farebbe meglio invece di ricattare direttamente l’uomo potente a diventare una fonte non citabile del giornalista chiedendo in ambio un lauto compenso, in questo caso dovrà usare una strategia: avvicina il giornalista interessato senza insospettirlo di un possibile doppio gioco per cui questi può diventare uno strumento inconsapevole di una manovra che non conosce, un altro pericolo è derivato dal fatto che il giornalista sia nel libro paga dell’uomo potente, mentre proporlo direttamente all’uomo potente può diventare un gioco molto pericoloso se non si hanno le spalle coperte, soprattutto se sono coinvolte mafie internazionali che hanno sicari al loro servizio o gli stessi servizi segreti.

Chi non ha niente da temere dal dossier e non fa niente per neutralizzarlo si trova comunque in una situazione di incertezza, alla mercé di qualcuno prima che possa eventualmente difendersi e discolparsi, anche perché non può redigere un memoriale preventivo basandosi sulle chiacchiere o sulla fuga di notizie. Homo democristianus.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XI°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Il partito può diventare il luogo battuto da opportunisti mediocri, carrieristi cinici che occupano posizioni di comando senza spesso averne i seppur minimi requisiti.

Si creano così gruppi, clan vari con i fedeli legati al capetto lavorare per il suo successo che è nient’altro che rafforzamento del suo potere. Alcuni personaggi del partito diventeranno intoccabili, nessuno oserà combatterli a viso aperto all’interno perché si potrebbe creare una conflittualità pericolosa e permanente da indebolire lo stesso partito, anche se ci potranno essere all’occasione scontri di idee il più delle volte “strumentali”, ognuno si arrangerà come potrà a trovare un proprio spazio, una propria collocazione, all’occorrenza ricoprire un certo ruolo e le eventuali rivalità verranno ricomposte con infinite mediazioni in nome dell’unità del partito.

Il faticoso equilibrio raggiunto tende a dividere e spartire il “territorio” all’interno dello stesso partito tra i vari leader e i loro fedelissimi creando dei campi d’influenza nei quali non ci mette il naso neppure il capo del partito.

A tutti conviene soprassedere e a far rientrare feroci lotte intestine poiché l’organizzazione deve mantenere un minimo di fair play temperando il personalismo di alcuni in nome di una convergenza di interessi e idee superiori. Di scontri ne succedono molti, ma dovranno rimanere dentro a regole di accettabilità se non si vuole creare delle fratture insanabili riflesso di un malcelato spirito di clan che attenta alla unità.

Il capo d’un partito non sempre è in grado di controllare cancrene pericolose al suo interno che lo dovrebbero portare a rimuovere personaggi scomodi o corrotti, può solo cercare di isolarli, ma se costoro continuano a lavorare nell’ombra e comunque se vuole salvaguardare l’organizzazione dovrà accettare dei compromessi. In ogni caso è utile discutere anche animatamente, confrontarsi continuamente, dissentire radicalmente, ma in uno spirito di lealtà, se il gioco travalica questo spirito e si mettono in atto trucchi truculenti, si scade “nell’avversariato” e quindi non si ha più ragione di rimanere amici dello stesso partito.

Se fosse applicato questo principio, di partiti ce ne dovrebbero essere almeno centomila in quanto tanti e tali sono gli scontri interni che dapprima si travestono di conflitti ideologici e che poi diventano conflitti di potere puro, per cui c’è qualcosa che non funziona alla base del partito se continuano continue risse, in genere viene a mancare una solidarietà interna tra i membri, un motivo d’amore che dovrebbe superare tutte le dinamiche psicologiche tra le persone: la loro simpatia o antipatia, le rivalità, gli odi segreti ecc., per cui l’organizzazione di solito funziona meglio quando il partito è ancora un movimento magari clandestino che deve diffondere un’idea nella società, quando viene combattuto dal potere, allora si crea una solidarietà spontanea tra i suoi aderenti, quando cioè non è andato al potere; all’incontrario se il partito comincia a sentire aria di potere l’unità interna tende a disgregarsi e l’avidità, l’ambizione, il carrierismo tende a trasformare i propri membri in personaggi cinici, si perde lo spirito originario, la generosità reciproca, i comportamenti austeri, lo spirito di sacrificio per la causa e tutto diventa più nascosto, più ipocrita, si fa finta di credere a certe cose, ci si immedesima con un leader, si copiano gli atteggiamenti e intanto si sviluppa la doppiezza, sorta di psicopatologia politica che equivale allo sdoppiamento della personalità in campo psichiatrico, tutto quello che si dice è il contrario di quello che si fa, ciò che fa non si dice e il comportamento politico diventa tutto un cifrario per addetti.

Se la trasversalità politica contribuisce a saldare nuove amicizie a fronte di una disgregazione interna delle singole fazioni politiche in cui permangono grossi conflitti e il venir meno di una solidarietà di gruppo, ci troviamo di fronte ad un regime di “classe politica” in cui quest’ultima è più coesa e unita, al di là delle differenze ideologiche, nella conservazione di determinate prerogative e interessi specifici, rispetto a contrasti ideologici ovvero di minipotere che assorbono i gruppi politici organizzati nella base dei partiti ovvero provenienti dalla società civile che spingono la gente a votare scegliendo tra diverse alternative di idee e di programmi.

Ciò può far alimentare la teoria qualunquista della separatezza del politico rispetto all’uomo comune, della differenza e diffidenza di quest’ultimo rispetto ad una presunta politica diventata puro gioco delle parti e mirante solo a spartirsi il potere tra le élites. Siamo di fronte a quella che si chiama politica-politicante dei mestieranti e che ovunque si collochi, annuncia la necrosi delle idee e delle opinioni per attivare un aziendalismo politico in cui ognuno diventa rappresentante di una merce con idee e opinioni di copertura.

La teoria qualunquista marca l’uniformità della classe politicante che non esprime nessuna differenza ed è tutta tesa a conseguire gli stessi obbiettivi. Pur vigendo in un sistema democratico i partiti non lo riflettono al suo interno, anzi sono poco trasparenti, dominati da personalità carismatiche e autoritarie, da gerarchie rigidissime, dai militanti che si identificano con i loro capi e rinunciano a ragionare, si fa largo uso della cooptazione, mentre il leader si regge su un certo potere assoluto.

Sembra abbastanza curioso che non si applichino “regole” democratiche nei partiti che dovrebbero far funzionare le stesse istituzioni democratiche e ciò comporta dei limiti nelle stesse pratiche democratiche rimaste nell’esclusivo appannaggio d’un formalismo di facciata, non dando quindi al sistema democratico quel vigore e quella forza necessari alla sua rigenerazione sempre più anemizzato e ridotto alla pura delega data a dei professionisti della politica, i quali anche senza volere finiscono col creare una pericolosa autocrazia e un conseguente èlitarismo conservativo.

Succede che se un membro d’un partito riesce a “corrompere” membri di altri partiti si genera un pericoloso potere totalizzante, che può essere in parte evitato se ci fosse un ricambio molto più rapido della classe dirigente e ancor di più se si sviluppassero strumenti democratici di controllo anche all’interno dei partiti perché il rischio di una degenerazione a regime non divenga reale. Innanzitutto bisognerebbe espellere dall’organizzazione tutti quei membri perennemente incollati ai posti di potere e che una volta isolati continuino a tramare per rimanere attaccati come la spugna alla roccia e che con il loro comportamento rendono impossibile qualsiasi cambiamento, poi creare un’organizzazione leggera e flessibile che si basi sul volontariato, infine gli incarichi devono essere temporanei naturalmente conciliando la temporaneità coll’acquisizione di esperienza e abilità sempre nell’ambito di una maggiore mobilità possibile.

L’austerità dovrebbe obbligare a rinunciare al lusso di rappresentanza, niente riunioni in grandi alberghi che costano cari, a meno che non siano dati gratis, ma in luoghi normali e anche nei centri sociali mantenendo una certa povertà spartana che s’addice a un missionario e comunque al fine di rappresentare uno stile di vita “povero” e non frivolo.

Il potere deve per forza logorare chi ce l’ha se lo fa con scrupolo di servizio, altrimenti diventa un arbitrario esercizio di dominio incontrastato fuori da ogni controllo democratico. Si crea così una rete di personaggi inamovibili e inossidabili e un vertice burocratico sempre più ottuso incapace di capire il paese reale ed una corruzione che si diffonde come un fiume in piena favorendo l’incremento della malavita.

Proprio per questo ci vorrebbe un’autority super partes (ce ne sono tante ormai) che potesse denunciare all’opinione pubblica eventuali irregolarità nella gestione degli stessi partiti come l’infiltrazione di interessi illegali, ma anche sui giochi di potere, che sono talvolta giochi di parti nel senso che ognuno fa finta di rivestire un ruolo d’accordo con gli altri: quando ad esempio si dice che il partito deve rinnovarsi e che i vecchi devono lasciare il posto ai giovani, ma poi chi lo dice è un vecchio che si fa forte di questa politica di cambiamento in combutta proprio con i vecchi per cercare di svuotare dall’interno quel processo di ringiovanimento. Inoltre sul commercio di tessere di iscritti che diventano “alimentari” sulle anime morte che continuano a proliferare e su varie altre irregolarità in maniera da portare alla luce possibili degenerazioni e quanto meno bloccare o addirittura farsi restituire il finanziamento pubblico al partito: qualsiasi cittadino, ma anche un semplice iscritto al partito in nome del bene pubblico, può denunciare certi fatti o misfatti presenti in quella certa organizzazione politica, l’autority indagherà e se troverà conferma inviterà l’organizzazione a prendere provvedimenti o si bloccherà il finanziamento pubblico.

La rete in sè assomiglia alla ragnatela che un ragno politico ha tessuto con la sua attività di scambio, giustapponendosi, il più delle volte, sovrapponendosi alla società, in cui l’attività di un galoppino che cerca di allungare la rete si contrappone a coloro i quali svolgono una attività sociale altruistica senza secondi fini, limitando il loro raggio d’azione nell’ambito della solidarietà sociale aiutando ad es. deboli, bisognosi, emarginati, mentre invece il galoppino lavora per far tornare il conto, in nome del ragno. Corrompe le richieste della gente dicendo che tutto è possibile anche ciò che sarebbe vietato dalla legge, per cui risulta più facile avere vantaggi economici, pensioni varie, licenze di tutti i tipi, case degli enti pubblici, basta dare il voto o portare mazzette di voti che allargano la rete.

“La politica” allunga le possibilità, come risorsa economica aggiuntiva su cui contare, non più esercizio di diritti ma loro commercio come se ogni cittadino rinunciasse ad essere tale per spremere in forma d’accattonaggio qualche soldo, una bolletta pagata, un paio di scarpe, ecc. ecc.. Questo significa rinunciare alla democrazia e svenderla per un piatto di minestra, perdendo ogni possibile dignità e sfruttare il diritto di voto per farsi corrompere. E’ del tutto ovvio che questo tipo di attività è illecita e dovrebbe essere annullata d’autorità anche provvedendo a bloccare il voto per recidiva a intere migliaia di persone, se occorre all’intera circoscrizione elettorale.

La democrazia diventa opportunità di servire vari ragni. Si perdono di vista le libertà civili, le conquiste sociali, si assiste solo ad una lotta tra ragni che regnano accompagnati da un esercito di formiche che vivono in “rete” specializzandosi a tirare i fili nel territorio elettorale ricoprendo lo spazio pubblico di interessi privati, decantandovi l’asocialità come modus vivendi. Lo stato assume le caratteristiche di un assetto frantumato in mille rivoli affaristici che debordano in pratiche micro-illegali dentro un mercato di contrattazione continua e di ricatto diffuso. La politica delle macchinazioni diventa una enorme attività in cui ognuno è in guerra contro tutti e tutti sono in politica contro l’individuo, il soggetto, che diventa complemento oggetto, presagendo così la richiesta diffusa d’uno stato autoritario.

homo democristianus

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo X

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’Homo Democristianus – Ritornando alla rete, quando viene stesa, cattura tanti piccoli pesci, talvolta cattura grosse prede e soprattutto può entrare in rotta di collisione con un’altra rete; molti sono gli ostacoli protetti e negli scontri che ne derivano, l’umanità assorbe una grande parte del suo tempo.

Se per caso un individuo calpesta una parte di rete, tutta la rete reagisce e il povero soggetto si trova davanti a un muro perché se pesta i piedi a quel tale, sono in tanti a sentirne il dolore come se li avesse pestati a tutti. Si crea l’amplificazione di effetti che come un gioco di specchi rimanda l’immagine pericolosamente deformata a tanti altri, fino al punto che costoro alleandosi la faranno sparire.

La rete è affidata al caporete il quale si servirà dei suoi accoliti, vigeranno altresì regole, riti da tradursi in comportamenti “mafiosi”, anche la politica ha un suo linguaggio nascosto, corporeo, fatto di gesti, cenni, espressioni del viso.

Con la rete si entra facilmente nella palude della politica a discapito di ogni libertà individuale, chi incappa nella rete può solo tentare di fuggire o diventare reticente, omertoso, i diritti non esistono più, solo protezioni alternative che siano abbastanza forti da contrapporsi a quella rete, tutto si riduce a dipendenza, sparisce l’autonomia, ogni diversità sarà bandita se non avrà l’accortezza di costituirsi in rete alternativa, il gruppo degenera in clan, chi non accetta queste regole soffoca per mancanza di spazio, bisognerà attaccarsi a qualche “cordata” come parte aggiunta, legandosi ben bene per non cadere rovinosamente, la cordata mira alla scalata se la vetta viene raggiunta ci si può tranquillamente riposare sui primi allori, se si frana miseramente bisogna cominciare tutto da capo.

In politica il cambiamento viene ostacolato da reti di interessi i cui fili annodati a volte inestricabili costituiscono punti di accordo tra reti creando un tessuto di “mafiosità” così ben ordito difficilmente districabile tendente a sconfiggere ogni cambiamento imbrigliandolo nella grossa matassa.

In questo contesto le lotte tra clan si manifestano senza esclusioni di colpi, a volte rimangono nei pressi della legalità con modesti ricatti all’acqua di rose, altre volte debordano e tracimano in manifestazioni di incredibile violenza soprattutto se siamo nel mondo della malavita. Si ricorre a colpi bassi, fendenti improvvisi quando la guardia è allentata sfruttando ogni debolezza dell’avversario; in politica come in carriera e negli affari si formula al meglio ogni ricatto derivato dallo squilibrio temporaneo, da una situazione di fragilità transitoria, indotte da una reciproca dipendenza, la quale riflette l’azione di ruoli sociali che instaurano determinati comportamenti e reazioni nei soggetti.

Ciò scoraggia una reazione perdente e distruttiva in soggetti ragionevoli perfettamente adattati al loro ruolo che misurano la convenienza o sconvenienza ad agire a seconda di dettagliati calcoli.

La trasversalità “di potere” inizia con dei punti di contatto che si stabilizzano per effetto di certi incarichi nelle istituzioni. Il tempo crea sottili ragnatele come fili che congiungono varie reti, su questi fili scorre il linguaggio “ermetico” che traduce la convergenza di interessi mai del tutto asseriti e mai del tutto negati.

Ciò costituisce la premessa di possibili accordi e la costituzione di equilibri impliciti da cui facilmente nasce una situazione di ambiguità a tratti voluta perché creata, o dovuta in quanto imprescindibile dai rapporti di potere tra soggetti. Da ciò scaturiscono delle regole ferree che governano la generalità di tali rapporti:

1) è sempre meglio favorire o compiacere “l’avversario” politico anche se costui se vuole, riesce a respingere le attenzioni, in questo caso si assiste al “corteggiamento” per cui il prezzo dell’incontro aumenta e ciò perché condivide lo stesso potere istituzionale. Basta notare ad esempio come funzionano certe commissioni ministeriali che finiscono con lo spartire tra i propri membri i finanziamenti pubblici.

Chi manovra dovrà cercare di comprare i “binari” che gli permettono di marciare verso la meta per non essere eccessivamente contrastato. Gli affaristi sono legati al partito politico esclusivamente per ingurgitare pezzi di torta da dividere con altri nella stessa condizione, però possono mandare avanti altri amici se certi giochi di potere li hanno messi da parte e quindi manovrare nell’ombra.

E’ inutile valutare la bontà dei “progetti” e procedere in maniera da salvaguardare una sorta di “meritocrazia” (arcaico valore borghese), si procede invece al rituale spartitorio con le sue procedure quasi ipnotiche e un linguaggio di copertura tutto pieno di valutazioni fasulle da verbalizzare, se si comincia ad alzare la voce ciò significa che gli accordi sono saltati per qualcosa di dissimulato tenuto artatamente nascosto, per doppiogiochismi dell’ultima ora e la riunione può prendere forme concitate, allora anche il verbale sarà più attaccabile nonostante la maestria di qualche ricucitura scritta in uno stile burocratico il più possibile anonimo.

Il tutto si condensa in poche e significative pagine lette e rilette, masticate con tutte le virgole dai delusi per rimediare qualche contraddizione, attaccarsi a qualche frase dai significati oscuri – e lo stile burocratese agevola lo scopo – allo scopo di effettuare il ricorso facendo lavorare i propri avvocati.

Il rituale spartitorio crea il processo di lottizzazione che a sua volta agevola ulteriori spartizioni, certi progetti vengono appoggiati, caldeggiati e ottengono la maggioranza dei consensi, altri rimangono in minoranza, i primi riescono ad avere un consenso generalizzato, trasversale, i secondi sono di facciata, ma la discussione si anima quando i fondi non sono sufficienti e qualcuno dovrà venire escluso.

Chi tagliare? Si cerca allora una “parametrazione” oggettiva che naturalmente non sarà mai unanime, alla fine un compromesso faticosamente raggiunto metterà tutti d’accordo salvo l’escluso. La regola n° 1 è quella di favorire l’avversario politico piuttosto che un proprio compagno di partito che non può dare niente in cambio o molto meno del vantaggio acquisibile attraverso il compromesso, a meno che non entrino in gioco altri equilibri come un grosso favore da rifondere al compagno di partito o un favore da fare a chi l’ha messo in quella posizione.

2° Bisogna compiacere un componente del partito alleato che fa lega col proprio nell’alleanza di governo perché nel sottogoverno la rete diventa un labirinto: tanti sono quelli che fanno anticamera, bussano nelle varie porte, attendono pazienti all’uscio, ma le richieste girano vorticosamente nel labirinto tra i molti messaggeri-galoppini fino a trovare grossi intermediari.

Costoro come in un alveare di api in cui ognuno ha il proprio compito filtrano le richieste girandole a chi di dovere, in un gioco di correnti indotte dalle vie articolate, fino ad arrivare su in alto o meglio al centro del labirinto, poi le smisterà all’ufficio di segreteria di chi presiede la catena che tante cose non sa e non vede che però presiede per cui può succedere di trovarsi marpionato da scandali di fatti avvenuti sotto il naso ma a lui sconosciuti.

Durante il tragitto certe richieste si perdono per strade contorte e rimangono chiuse nei cassetti se non vengono opportunamente seguite dall’interessato anche perché il messaggero si vantava all’esterno per avere benefici, ma nell’alveare non era tanto considerato. Si può paragonare ad una pallina che entrata nel flipper corre, sbatte a destra e manca, fa punti, viene rilanciata e giocata più a lungo rispetto ad una altra pallina che fa subito buca.

In genere i partiti politici quando occupano il potere in nome della “trasparenza” si spartiscono risorse proporzionalmente tra di loro, quando manca la trasparenza, qualcuno prevale anzi preleva un po’ di più e gli altri si devono accontentare di briciole e macchinazioni subite.

Coloro che sono rimasti a lungo a digiuno possono continuare nella loro attività “spirituale” fino ad avere le visioni, ma qualcuno più concreto alla fine preferisce le divisioni, le moltiplicazioni, le addizioni e le sottrazioni tutte quattro operazioni spartitorie che però possono riguardare più i poteri che le risorse e ciò si deve dire per non essere tacciati di qualunquismo.

Chi cerca di guadagnare il tempo perduto, esagera se lo può fare soprattutto se è un deluso dalla sua ideologia e allora quando diventa pragmatico forse alla causa dell’età, affonda le mani e i piedi con una certa naturalezza, anzi si spaventa di questa naturalezza, come se l’avesse sempre voluto, si era nascosto fino a quando aveva potuto ma alla fine anche lui si prenderà discretamente il dovuto, dovuto da chi? C’è chi però si accontenta di un puro potere “simbolico” preferendo rimanere fuori da certi giochi: il generale che deve fare carriera rispetto al maresciallo che tira a campare.

Però si trova in una posizione di debolezza perché può essere falsamente, facilmente coinvolto per nascondere qualche altro che ha effettivamente abusato, diventando sovente vittima delle stesse macchinazioni, nessuno può nascondersi a priori almeno che non sia talmente in alto che gli altri sfruttano la sua ombra senza osare attaccarlo. Se il partito privilegia l’apparato, certi giochi possono essere più facilmente coperti dentro una struttura burocratica protettrice, rispetto al partito centrato sul leader, sul capo del quale possono ricadere le responsabilità.

Nella regola n° 1 si cerca sempre di rendere morbida, malleabile, l’opposizione favorendola ad ogni occasione perché questa denunci solo parzialmente i giochi di potere, gli intrallazzi, gli scambi reciproci, con la regola n° 2 si cerca di neutralizzare eventuali conflitti nati dalla spartizione favorendo chi ti deve poi appoggiare. Chi manovra in una commissione dovrà perciò essere “sensibile” talvolta “ipersensibile” ai partiti della coalizione per neutralizzare certi conflitti nel luogo delle decisioni.

3°) Si agevolano i membri del proprio partito che abbiano però efficace potere contrattuale, quelli che contano, ovvero un gruppo egemone che distribuisce e filtra vantaggi. L’eventuale “servizio” alla società civile non è nemmeno preso in considerazione mentre molto di più conta il servizio alla “società servile”, sempre che un certo “servizio” non venga a loro combinato da qualche associazione di cittadini o da qualche altra associazione di interessi di parte, malcontenta della spartizione, le quali comincino a “sparare” con i poteri della denuncia pubblica, ma perché questa denuncia possa avere successo ci dovrà essere la concomitanza di elementi favorevoli, come l’indebolimento di potere del gruppo politico, una situazione di transizione, un momento favorevole di clima giustizialistico, una maggiore autonomia delle varie istituzioni dello stato conseguenza anche dell’indebolimento dei sistema di potere, un approssimarsi delle elezioni, un clima di corruzione ormai troppo accentuato, una opposizione “rivoluzionaria” che punta sulle piazze, in altre circostanze può ritornare indietro come un boomerang e determinare l’isolamento accentuato del gruppo a meno che non abbia buon gioco con i mezzi di comunicazione di massa.

Allora diventa necessario neutralizzare anche queste associazioni concedendo qualcosa ai suoi membri rappresentativi almeno fino a quando ci sono i giornali dietro, spenta la spinta tutto ristagna mentre qualche membro rappresentativo inamovibile dal suo essere rappresentativo, viene cooptato nella stanza dei bottoni dove ha modo di agire sulla commissione tramando al punto da riuscire a far sostituire qualche componente rompendo l’equilibrio costituito.

La fetta di “torta” per i più che hanno militato nei partiti politici, costituisce una specie di “risarcimento” del sacrificio della militanza: tanti anni di volontariato per il partito e non hanno mai chiesto niente, adesso che c’è il figlio da sistemare insistono nell’affermare il loro diritto primario a sfruttare certi canali aggirando regole e leggi (il partito può se vuole) sugli altri membri della società civile, come se svolgere attività politica non fosse una scelta autonoma di fede (nell’ideologia) speranza (nel futuro) e carità (cristiana o socialista), se ciò significa accumulare frustrazioni e autogiustificarsi, autoassolversi, ognuno allora potrebbe autoassolversi quando non rispetta le regole della convivenza indotto dalla necessità di agire per un proprio interesse o vantaggio.

Questi galoppini ti obbiettano che non hanno mai chiesto niente, anzi si vergognano un po’ (si fa per dire), ma un favore, un favore, dico, si può negare a un membro così assiduo, fedele, pronto, affidabile, lo si fa a tanti dell’opposizione o della maggioranza, possibile che noi siamo figli della serva o l’ultima ruota del carro, noi che lavoriamo per il partito? E così diventa inevitabile che il partito perda ben presto la sua funzione di coesione ideale per trasformarsi in una rete d’affari ancora più prepotente- potente se si basa sul pragmatismo antideologico soprattutto se riceve finanziamenti dallo stato, rigenerandosi in una struttura burocratico-aziendalistica.

La politica costa, ti rispondano, se non vuoi che diventi una crosta di lerciume e quindi diventi ancora più sporca e così per non sporcarsi troppo dovrà essere finanziata dai cittadini attraverso una tassa non suoi rifiuti, ma sui partiti politici che diventano vere e proprie articolazioni dello stato che hanno interesse che niente cambi, perché tutto debba rimanere come prima (cioè ben finanziato)

Questa mostruosità fa intendere che il partito diventi un’affare con qualche idea di copertura per meglio arraffare di fatto perdendo ogni autonomia, istituzionalizzando ciò che c’è, contribuendo a conservare il mestiere ad una classe politica che può sclerotizzarsi. E intanto la società civile paga, ma chi la risarcisce?

Una struttura organizzativa permanente irrigidisce ogni possibilità di cambiamento interno, congela il potere nelle solite mani, che diventano per forza col tempo, mani sporche sfuggendo a qualsiasi controllo del partito.

Solo un’organizzazione leggera e mobile come il movimento sociale impedisce tale concentrazione di modo che la società civile non venga completamente soffocata da strutture separate che pretendono di rappresentarla nel teatrino quotidiano della politica in tutte le possibili voci, gesti e suoni, da parte dei politici-attori-politicanti.

Non si può negare un favore all’amico e al compagno che in passato è stato magari discriminato per non essere stato dello scudo-crociato.

Ecco che allora il partito assolve ad una funzione di “protezione cooptiva”: tu dai a lui e lui ti darà in cambio dei vantaggi preferendoti ad altri, magari più meritevoli, ma che non hanno appoggi perché cresciuti “liberamente” nella società civile e quindi non portano acqua al mulino del partito, il quale per vivere e sopravvivere sulle spalle della comunità attraverso il finanziamento pubblico, diventa un polo d’attrazione di tanti “mediocri” che occupano posti nevralgici del potere anche culturale i quali soffocano ogni tentativo di innovazione e cambiamento e soprattutto lo sviluppo di talenti naturali nel campo dell’arte che finirebbero coll’evidenziare la loro mediocrità, è molto meglio essere adulati e circondati dai propri simili che dare spazio a chi li potrebbe soppiantare. homo democristianus.

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo IX°

L’homo democristianus per poter diffondere il suo virus letale deve rispondere a determinate caratteristiche caratteriali diffuse anche nella massa-maggioranza silenziosa, in una reciproca empatia che riflette un’immobilismo reciproco, un’eternizzazione del presente basato sulle reciproche convenienze bandendo ogni possibile rigenerazione culturale come arte degenerata.

L’homo democristianus non può che essere moderato in tutto ciò che rappresenta, nei suoi sentimenti, opinioni, passioni; sceglie il “giusto mezzo” sempre, ma solo per entrare meglio nella “mangiatoia”, anzi più speditamente, non certo come riflesso d’una maturità politica, non travalica mai i sensi, non sa cosa sia l’esagerazione (una possibilità di saggezza ad es.), rifiuta l’essere sanguigno-vitalistico che porta solo a guai o comunque lo dissimula, aborrisce temendola, una geografia del desiderio ricolma di fantasiose isole sconosciute, di deliri fantastici, di sogni derealizzanti, di ombre e fantasmi ricacciati come malefiche presenze del diabolico.

Al contrario coltiva il buon senso, lo irriga di pregevoli profumi, non si espone a lotte difficili o disperate, tipiche di una volontà visionaria, di esuberanza e di generosità, non rischia se non calcolando a tavolino i pro e i contro mutuando i collaudati modelli aziendalistici e se è prodigo lo fa dentro la contabilità del dare e avere, ma se sperpera in una circostanza, non può che essere colpito da una improvvisa “pazzia” che azzera o compensa un atteggiamento calcolatorio troppo accentuato, per riequilibrarlo nei termini della medietà; è del tutto incapace di concepire pensieri alti che non portino un vantaggio immediato, un guadagno presente, preferisce una vita pacifica scansando i conflitti, rimandando dolorose scelte e anestetizzandosi di fronte a possibili inquietudini o tormenti.

Certo l’equilibrio che ne nasce non dovrebbe essere eccessivamente riduttivo in quanto dovrà mantenere una sua vivacità coinvolgente, dentro però i limiti inossidabili del buon senso. Stiamo parlando di pochezza morale nelle sue azioni quotidiane per lo più improntate a cinismo interessato a sua volta coniugato alla meschinità delle piccole cose di pessimo gusto. Si mantiene in uno stillicidio continuo di comportamenti che se da una parte danno senso al presente, da un’altra erodono i solidi e saldi principi.

Come un mare – e lui ti dice in burrasca – che frantuma scogli, trasformandoli in indistinta sabbia e il morbido arenile contraddistingue una riva a cui attaccarsi per non naufragare.

Si giustifica l’homo democristianus, tiene famiglia, verrebbe voglia di aggiungere, “cristiana”, quasi che avesse cercato un alibi per auto assolversi: “vorrei, ma non posso, ho delle responsabilità!”

E allora subisce, assorbe e mastica i tanti fili della dipendenza, del ricatto: si sente con le mani legate dai troppi lacci e laccioli che lo imprigionano, gli impediscono di essere persona pensante con il coraggio delle proprie opinioni. “Vorrei, ma non posso sputare nel piatto dove mangiamo tutti i giorni il primo, il secondo e il contorno, caffè e ammazza caffè compreso, lautamente i miei familiari ed io, sarebbe ingratitudine, si è vero, mi costringono a pensarla in una maniera che non mi piace, ma devo compiacere, perché fare il bastian contrario proprio adesso che sono in attesa d’una promozione. A che serve andare fino in fondo?…..Tendo certo ad andarci, ma se ho la possibilità di tagliare corto, guadagno tempo. Questo ti dice con la sua collaudata e proverbiale saggezza: vai fino in fondo e vai a fondo!

Le cose si fanno a metà e per l’altra metà si cerca il compromesso onorevole, ma insomma bisogna aggiustarsi: “vorrei…ma non posso prendere tutto di petto, mi verrebbe l’infarto e alla fine che ci guadagno con l’handicap! Bisogna anche lasciare correre, non puoi litigare con tutti, in tutti gli angoli, diventi ridicolo, bada a ciò che è importante, dell’altro fregatene, scegli delle priorità e per il resto acquietati in una nicchia, magari trasformati anche in un uomo-massa anonima che lascia fare, lascia andare, il fiume non sarà mai capovolto da una chiusa, ma solo temporaneamente fermato, il suo flusso è scritto dalla natura, anche tu hai un tuo destino che non può cambiare, vedi quello che ti serve, il resto lascialo indistinto, tanto rimarrà tale anche se tu morirai.”

E’ questa la sua filosofia che traspira di saggezza limitata, perché i grandi traguardi non gli competono, sono al di sopra dei suoi orizzonti, in uno spazio indefinito che rimane vuoto cosmico, indifferenza pura, lontananza insignificante. La medietà si trasforma in mediocrità, vera base dell’ossatura sociale, tessuto connettivo, vestito mentale da indossare per tutte le stagioni, nucleo costitutivo dell’Italia postfascista che diffonde nella gestione della cosa pubblica, nella politica, il morbo che ammorba e pure deterge, si espande e comprime, infetta l’aria e disinfetta ogni singolo respiro, genera sintomi malevoli e cure soddisfacenti, processi disgregativi e unità molecolari, malattia sociale e improvvisi rigurgiti di vivacità solidale.

Ma l’homo democristianus è sempre presente, ladrone discreto, trafficone limitato, scaltro simulato, scrupoloso per deviare i sospetti altrui, con un comportamento falsamente aperto, un atteggiamento interlocutorio, pronto alla correttezza formale per esprimere un comportamento socialmente auspicabile, eppure al fondo immorale, cinico, crudele, proprio mentre magari esprime una religiosità di facciata, un ossequio rituale, una compiacenza mielosa e artefatta che si riempie di mezze verità condite con mezze falsità in cui si dice e non si dice, si afferma e anche si nega, si chiarisce confondendo, si confonde chiarendo.

Tutto nel mezzo, si coltiva l’orticello dell’ambiguità, le cui piante crescono nella palude tra insetti e acque stagnanti, odori di marcio e piante selvagge il cui lezzo invade sentieri aggrovigliati. Di natura piccolo-borghese eccolo che avanza, falsamente meticoloso, dai gesti accorti e gli atti disciplinati, ogni tanto si lascia andare a qualche piccolo slancio altruistico contabilizzato nella ragioneria degli affetti calcolati, qualche piccola offerta che lo fa sentire buono, appagato, perché ha dato il suo contributo. E cammina verso il centro, inesorabile, inaffondabile dentro il suo sistema di certezze inossidabili.

E’ diventato una macchina che funziona a meraviglia e il profumo un po’ grossolano, lascia nella scia, nessuno lo ferma o lo trattiene, nei suoi scopi ognuno conviene che lui è un uomo dabbene anche se indugia in qualche piccolo vizio, quello di accumulare ma non certo per sfizio.

Capita però che in questa marcia verso il centro, l’homo democristianus si imbatte in un ostacolo. Come lo supera? Non certamente ponendosi di fronte, lo aggira o meglio ci gira intorno e viscidamente mettendo in campo un sistema di simulazioni, dissimulando le sue intenzioni e operando in maniera da incunearsi negli spiragli che riesce a scorgere, come una talpa la quale buca e scava una piccola galleria fino al punto da rendere il terreno circostante friabile.

Ha bisogno di lavorare assiduamente, anonimamente, perseguendo il suo scopo con ogni mezzo mettendo in opera trucchi e piccoli imbrogli, portando zizzania, rimestando le carte, seminando maldicenze, insinuando dubbi in maniera che la discordia conseguente lo aiuti ad aprire delle brecce dentro cui insinuarsi come il verme nella mela, sfiancando a poco a poco l’ostacolo.

E’ l’arte della trama che si volge con finezza facendo terra bruciata, isolando e ingabbiando l’ostacolo fino al punto di essere forte e imporre un compromesso, patteggiare una soluzione usando tutte le armi, le perizie, l’accortezza possibile, ma anche la sfacciataggine che è l’applicazione pratica della furbizia da usarsi senza limiti, pudori, ritegni, in completa faziosità disconoscendo perfino i fatti più evidenti, pur di arrivare con tutti i mezzi a superare l’ostacolo. Applica ogni tipo di arte persuasiva che va dalla lusinga, all’adulazione oliando ogni pezzo d’ingranaggio.

Fa leva sulla vanità, sull’orgoglio altrui, gioca sui caratteri, i sentimenti, si adatta camaleonticamente alle loro esigenze, cattura la fiducia subdolamente spingendo poi ogni cosa nella direzione voluta, basta sfruttare al massimo le contingenze, le circostanze favorevoli proseguendo su un “lavorio” che costruisce, mentre demolisce l’ostacolo.

L’ostacolo è il nemico da abbattere, ma anche il rivale da neutralizzare e rendere innocuo. Non si affrontano mai direttamente in singolar tenzone, ciò non fa parte dello spirito dell’homo democristianus in quanto essere a “metà”, perfino la sua eventuale fierezza è merce di scambio così come i suoi principi ideali perché strumentali all’autoaffermazione, le sue massime diventano “minime” appena consegue il potere, anche le regole devono valere solo per gli altri che quindi può dominare.

Con arroganza li costringe a rispettarle perché lui si sente al di sopra, manovrandole e manipolandole a seconda delle sue convenienze. D’altronde il potere è anche questo: cercare di sviluppare un sapere trasversale per eludere con l’ausilio della scaltrezza ciò che sono prescrizioni diffuse.

E se qualcuno lo vuole ricattare perché viene a conoscenza delle sue malefatte, del suo agire in dispregio di ciò che formalmente predica e lo fa per guadagno personale, lui ha l’occasione di dimostrare la sua vera forza, il suo potere, allora cercherà di distruggerlo se vuole rimanere forte come un boss o altrimenti lo azzittirà concedendogli qualche vantaggio, rendendolo comunque non più in grado di nuocere. Mettersi contro può diventare oltremodo pericoloso, se non lo si fa in gruppo, perché tante diventerebbero in questo caso le teste da abbattere, mentre il gruppo soprattutto se organizzato può controllare o costringere il soggetto a stipulare degli accordi riducendogli la sua sfera d’azione.

Ma quando riesce in un modo o nell’altro a sconfiggere i suoi nemici può diventare un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono sottrarsi ad un dovere, basta dichiararsi suo amico. E’ il loro protettore a cui rivolgersi per ottenere favori, franchigie, abbattimenti, facilitazioni, in cambio si “mettono a disposizione”, si prestano a diventare uomini “suoi”, completamente affidabili dai quali disporre all’occorrenza per ingrandire la rete in cui circola il suo potere.

Fanno parte di quella elusione delle regole che diviene vieppiù sistematica, partecipano alla distribuzione del potere a livello microfisico anche se sono solo briciole rispetto alla grande fetta di torta, ma così si diffonde un esercito di sudditi che difende le ragioni del potere.

Certo, perché tutto si regga bisogna che continui a sussistere la maggioranza di fessi che tira il carro; anche perché se non ci fosse non ci sarebbero neanche i furbi che continuano a proliferare indisturbati in un mondo di fessi che sta dando segni di nervosismo. Se d’incanto sparissero i furbi, i fessi non si riconoscerebbero più.

Costoro pagano con la magra consolazione di essere fuori da certi giochi e di conservare una certa dignità e indipendenza, di poter decidere in piena libertà nei limiti delle loro possibilità a volte più ristrette. I furbi a loro volta mantengono altre classifiche e gerarchie, i migliori si sottraggono anche agli scambi, ricevono ma non danno, diventano ingrati, però il boss potrebbe punirli e la loro infedeltà costargli cara e se si mettono in proprio subappaltando una fetta di potere dovranno cercarsi altre protezioni.

Per farsi spazio togliendolo all’ex protettore occorrerà appoggiarsi ad un altro per risultare efficaci ma questo rischia di creare un nuovo rapporto di dipendenza, i furbi finiscono col divenire uomini fedeli pronti a rinunciare a qualsiasi libertà che il più delle volte non si sa nemmeno cosa sia per una protezione che li affranchi da certi doveri.

Prendono ordini, diffondono ordini, fanno parte della catena d’un clan, d’una banda, in cambio ottengono favori e se la loro attività è apprezzata, una certa influenza sul capo. I troppo furbi invece tendono ad acquisire potere personale fino al punto da diventare “indipendenti” o passandosi da fidati, fare le scarpe al proprio capo. Questi discorsi possono applicarsi sia alla politica quando diventa mala che alla criminalità, in mezzo c’è il limite della legge come un sentiero che divide in due la foresta, che è battuto da tutte e due con sconfinamenti in campi avversi.

Se questo modello di comportamento si diffonde l’organizzazione sociale degrada a feudo, si inaspriscono i conflitti di vassallaggio, aumenta la confusione nei comandi e tutto sembra naufragare in un mare tempestoso senza più una rotta da seguire.

Quando la “trasversalità” diventa un modus eludendi in un gioco di alleanze a vari livelli e tra diversi settori, garantendo una protezione diffusa e articolata in una rete collaudata per contravvenire alle regole del gioco istituzionale (contratto sociale) allora a questo gioco si sovrappone una prassi in grado di destabilizzare l’accordo originario indebolendo ogni forma di convivenza civile. Senza contare che in certi momenti, alla illegalità di questo tipo si può saldare quella “controistituzionale” e pur avendo due caratterizzazioni diverse, ciò che si affloscia è lo stato di diritto.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo VIII°

Chi è l’homo democristianus? Rispondere a questa domanda potrebbe essere ovvio e banale quanto complicato perché difficile delimitarlo in una sfera d’azione che lo possa caratterizzare e differenziare nettamente.

Viene descritto come un parassita che succhia il midollo del bilancio statale, sorta di ominide onnivoro che si tuffa nella ricchezza quando diventa pubblica perché non è più di nessuno e quindi con espedienti di vario tipo la vampirizza; asportando in definitiva il sangue d’un corpo economico racchiuso in tanti scomparti-fialette.

Se ne appropria nel momento in cui il prezioso liquido viene separato dal corpo e collocato in un grande bancone luminoso, un deposito-laboratorio dove ogni goccia è analizzata al microscopio, proprio in quel momento si compie una specie di sortilegio: con riti magici pratici l’homo democristianus approfittando del fatto che le fialette sono tante e anonime si avventa su alcune e le fa sparire.

C’è chi fa tutto con le carte, chi tramite computer e chi fisicamente se le mette in tasca, ma la sottrazione non cambia, il vampiro solerte si muove in un ambiente asettico con sicurezza, non si gira nemmeno a guardare, tutto intorno è conosciuto e amico.

Preleva alacremente costringendo altri a versare ancora fino a quando i loro corpi si assottigliano, smunti, emaciati e pallidi, deboli e anemici dimagrendo fino all’osso, così malinconici e malaticci non ce la fanno nemmeno più a camminare, al contrario lui s’ingrassa e sorride alla vita che gli ha dato tanto…sangue, con ottimismo e perfino benevolenza perché tutto gli va bene, poi all’improvviso il laboratorio cambia di luogo, ma lui da perfetto previdente, l’aveva previsto e si era già preparato, in fin dei conti non era altro che un semplice passaggio ad altre stanze di uno stesso edificio o al massimo in un edificio diverso che si poteva però raggiungere facilmente.

Si trattava solo di prendere nuove misure, fare qualche calcolo, studiarsi meglio un corridoio, allisciare una qualche nuova coda, l’homo democristianus non ha fretta, basta che gli amici fidati lo mandino da altri amici fidati che gli aprono le porte, un po’ di sangue anche a loro ogni tanto bisogna versare, poche gocce perfino all’amico più umile, quello che gli fa vedere dove stanno le chiavi della porta.

Essere generosi è una qualità molto considerata per conservare, ma anche aumentare le amicizie così da muoversi agevolmente, protetto da sguardi benevoli. Un po’ di sangue non guasta mai.

L’uomo sorridente a cui tutto va bene, è concentrato più d’un pomodoro quando si trova a spellare la comunità spremendo sangue a josa…ma anche in altri posti (battuta). Per questo si affida agli amici con i quali ha un rapporto di cuore, profondo, vero, disinteressato, quasi mistico…

Alberto Sordi nei suoi tanti film ha personificato l’italiano medio, rappresentandolo nel suo cinismo asociale, nell’opportunismo di chi non assume mai una posizione chiara, decisa, se non per compiacere. Senza principi, con fini dissimulati, mediocre nei sentimenti, fasullo e superficiale, con poche verità e quindi bugiardo quando occorre, vigliacco se bisogna dimostrare un minimo di coraggio, perfino traditore, crudele verso i deboli, debole verso gli arroganti; eppoi ancora mammone, fregnone, adulatore dei potenti, servile quanto basta, pigro, egoista, impudico nelle sue dosi di menzogna, civettuolo, qualunquista, ecc. ecc..

Non tutte queste “qualità” sono proprio nazionali e non antropologicamente uniche, per fortuna si giustappongono altri “difetti” ma sono diffuse e frequentate dalla maggioranza del popolo italico anche se il centro produce dei modelli che sono poco sentiti nelle periferie.

Secondo questo schema i politici sono tutti uguali, destra o sinistra non fa differenza, tutti pronti a mangiare, salvo proiettare su di loro quello che farebbe questo uomo medio-mediocre se fosse al potere, senza contare che non facendo differenza tra politici si assolvono anche i veri ladri perché irriconoscibili dagli altri.

Anzi rovesciando la questione, quelli che sono lì e non rubano sono solo dei fessi. Un esercito di galoppini viene mandato in giro a dire che tanto sono tutti ladri e ciò li giustifica, verso gli altri, se scelgono la “protezione” di uno fra i tanti cioè il vero ladro che regala qualcosa anche al galoppino-accattone.

Si innesca così la dialettica furbi-fessi sempre diffusa a macchia d’olio, per cui la politica diviene un’occasione aggiuntiva per confermare questo principio trasformandosi a sua volta in risorsa economica che scade a puro calcolo di convenienza e la tessera di iscrizione al partito, si trasforma in tessera alimentare, di modo che la società civile si modifica in clientela e il voto di scambio corrompe ogni possibile opinione.

Questo comporta nel medio periodo un processo degenerativo, la desertificazione di ogni spinta ideale, una lotta di tutti contro tutti per vincere la supremazia della furbizia, un disordine diffuso e la conseguente caduta d’ogni principio di vita sociale, nel lungo periodo alla destrutturazione della stessa unità politica dello stato, minato da un esercito di cavallette che si nutre di linfa vitale.

Matura inevitabilmente la necessità conseguente di instaurare un regime autoritario e totalitario in quanto la democrazia si riduce a forma politica svuotata di ogni energia, di ogni elemento collettore e connettivo, disgregata in lotte fratricide tra clan in competizione.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 7°

L’homo democristianus.  La stessa educazione difatti può trasformarsi in un consenso acritico o addirittura in una forma di propaganda di regime magari cancellando la tensione dialettica e favorendo una regressione sociale.

Fino a quando è lecito persuadere e da quando cominciare ad obbligare se non si è in presenza di leggi e fino a che punto è lecito far aumentare le leggi?

E qui ci invischiamo in uno di quei dibattiti da cui non se ne esce mai con idee chiare, ma con un senso di affaticamento per la presenza assidua d’un Giano bifronte che condiziona ogni ragionamento, perché tutto dipende dall’ottica (parola mitica degli anni ‘70) in cui si illumina d’immenso l’argomento o lo stesso rimane oscuro oggetto del desiderio o sterile luce fastidiosa.

I processi educativi vengono bene compiuti là dove c’è disponibilità culturale, difatti le periferie hanno difficoltà con i processi educativi, con le prescrizioni delle leggi, con comportamenti maturi e più facilità a seguire una propaganda di parte, se questa sa comunicare certi bisogni istintivi.

Quello che conta in ultimo sarebbe la crescita soggettiva in qualsiasi direzione, che ponesse l’individuo fuori dai meccanismi poco “socievoli” dei riflessi condizionati tipo azione comunicativa, reazione prevedibile, a favore di un’acquisizione di coscienza della propria esistenza, nella consapevolezza di essere una specie in movimento che può usare tante altre facoltà e non solo quelle istintualità.

La ragione umana di per sè si apre su un grande campo, eppure non sembra sia uniformemente coltivato, anzi per certi versi, nelle masse, nonostante la storia e l’esperienza, si continua a farsi influenzare da una coazione a ripetere che ripropone determinismi culturali tradizionali sensibili al condizionamento di forze superiori quali il fato, il destino che non si possono combattere (stava scritto prima che tu nascessi) e dove la ragione stesa rimane impotente a modificare o a incidere su certi comportamenti in una sorta di automatismo mentale. L’illuminismo appartiene alle classi colte, alla borghesia nella sua fase rivoluzionaria ed esprime una notevole evoluzione culturale rispetto alle società “istintive”, ma questo sviluppo razionale apre la strada alla manipolazione, alla simulazione, all’artificio nella “costruzione” della propria esistenza in cui ogni uomo diventa un architetto-artefice del proprio destino. Però le masse d’oggi dimostrano anche una certa diffidenza verso l’illuminismo, preferiscono un qualcosa d’altro che non è ancora definito, ma che le fa apparire incerte sul loro cammino anche se le “droghe” hanno cominciato ad attecchire superando la loro esclusività d’alto bordo.

Le masse apprezzano la razionalità ma non ne fanno una divinità o il centro di una attenzione esclusiva. Forse l’immediato futuro ci dirà di più, per il momento c’è tanta confusione nell’aria con una incredibile ripresa di miti di cartapesta che comunque svolgono la funzione succedanea di dare motivazioni profonde all’esistenza.

Sono prodotti, vissuti, rappresentati in una nuova sacralizzazione a volte bizzarra a volte razionalmente incomprensibile che convive con l’antico e con un certo gusto barocco, peraltro forma espressiva di ritorno molto vicina al sacro pur distanziandosi dal medesimo, in una ambivalenza di espressioni caratteristica dell’animo umano.

Attualmente la cultura delle periferie rimane “fumettistica” come rappresentazione visiva immediata priva di difficoltà percettive, con punte di delirio “mitico” e mistico per degli eroi semplificati non privi però di complicazioni barocche, che entrano di prepotenza nell’immaginario di gruppo.

Inoltre coesistono accanto a processi di conservazione dell’esistente (immobilismo passatista) anche tentativi di “raffinazione hobbystica” della cultura, cioè lo sviluppo di interessi specifici in cui si manifestano risultati veramente sorprendenti per sviluppo, approfondimento e trattazione di argomenti un tempo di competenza accademica.

Le accademie oggi e anche le università si stanno trasformando in reliquari di una cultura burocratica, funzionale al potere più che al sapere.

La cultura delle periferie però è più vicino al concetto di “produzione-produttività”, alla fabbricazione di oggetti raffinati provenienti dal design, a quel sistema di piccole imprese dove l’artigianato si coniuga ad una certa mobilità mentale innovativa indotta dallo stesso sistema industriale. Quindi la periferia ha una maggiore difficoltà a creare il “gratuito”, ciò che non serve, bisogna andare in centro per contemplare la grande arte spesso derisa dalle periferie, in cui come diceva Veblen (Teoria della classe agiata), la ricchezza porta a disprezzare l’utilità.

Solo in questi ultimi anni la periferia ha dimostrato di uscire dall’estetica retriva e restrittiva del “paesaggio pastorale” per abbracciare almeno l’impressionismo e magari fermarsi alle avanguardie storiche di questo secolo, segno questo di un decisivo passo in avanti nella storia del gusto.

Le periferie sono piene di luoghi “regionali” dove si riperpetuano in scala ridotta i centri, ogni luogo rappresenta sempre un centro di qualche altro e nel contempo periferia d’un centro più grosso.

Nell’epoca della globalizzazione economica in cui gli stati nazionali sono soppiantati dalle politiche mondiali, la periferia ha costruito uno spazio altro di democrazia con qualche degenerazione autoritaria e razzista che riflette il modo di pensare delle periferie.

Mentre il capitalismo con le nuove tecnologie diviene “immateriale” nascondendosi come un’ombra per cui il centro si trasforma in luogo di “simulacri”, di poteri occulti e patinati, di aristocrazie conservative e conservate, anzi congelate ma dominanti l’universo massmediologico, dentro l’eterno presente senza età che diventa sempre più immobilista, le periferie dimostrano più dinamicità sia come imprescindibile specificità culturale non altrimenti riducibile, ma anche come moto inatteso di conflitti e contraddizioni col risultato di rendere evidente una ulteriore conoscenza delle differenze e una possibilità di loro espressione su un piano evolutivo di necessità culturale.

Paradossalmente le periferie se purificate da certe incrostazioni semplificatorie, andrebbero a sviluppare meglio la democrazia e la partecipazione politica, senza per questo imitare pedissequamente sterili formule centralistiche, mentre d’altra parte il centro più universale, però superato dal globalismo, finisce col rimanere cristallizzato e più soggetto ai processi di omologazione, imitando proprio quel globalismo già “portatore ammalato” di un universo omologato che accentua maggiormente gli aspetti di distacco e di pregiudizio a seguito di una falsa e superficiale uniformità piena di scricchiolii per possibili rotture.

L’incontro di culture diverse su basi più “vere” può avvenire più facilmente nelle periferie, ma naturalmente se queste riusciranno ad evolversi culturalmente e non rimanere impigliate in improbabili, antichi rituali feudali.

D’altronde il globalismo si manifesta soprattutto nelle periferie, per questo si parla di villaggio globale, e s’insedia nella microfisica del potere.

Non si può pretendere a livello locale di produrre per un mercato mondiale senza accentuarne le contraddizioni, ma la materia qui si fa veramente vischiosa e difficilmente dissociabile tra considerazioni localistiche – dove appare insieme ad una minoritaria economia dell’autoconsumo, una complessa rete globale – e aspetti di mondializzazione che accentua i legami dei popoli della terra, la loro socializzazione, ma anche la fragilità del loro incontro.

E’ impensabile oggi che ci sia una economia locale dedita all’autoconsumo in contrapposizione ad una economia globale di mercato, si verifica bensì una maggiore velocità nella circolazione di prodotti e saperi locali sfruttando anche le nuove tecnologie. In questo groviglio c’è ancora chi teorizza per effetto di residui arcaico-ideologici che le periferie possano contrapporsi ed addirittura sconfiggere la globalizzazione dell’economia (un topo che fa cadere un elefante con lo sgambetto) non considerando il fatto che le periferie più evolute economicamente sono integrate in quella rete, anche se le reazioni localistiche si diffondono come un bisogno di contrapporsi culturalmente alla uniformità mondializzante, di difendere le proprie tradizioni linguistiche contro un linguaggio unico.

Ricordiamo però un eventuale autoisolamento danneggia lo stesso sistema di imprese locali integrate nella rete mondiale per cui all’autoisolamento corrisponderebbe la riscoperta di una economia dedita all’autoconsumo dalle caratteristiche anticapitalistiche e deglobalizzanti, mentre fenomeni quali il razzismo e l’intolleranza possono distruggere quella differenza che faticosamente il localismo conquista accentuando una forma di separazione egoistica dei localismi ricchi rispetto a quelli poveri legittimando il principio dello scambio ineguale a livello micro-territoriale.

Ciò può rendere possibile come ritorsione una qualche forma di boicottaggio economico, per cui non solo ognuno deve restare a casa propria, ma anche i propri prodotti devono restare a casa propria, costringendo paradossalmente proprio a quell’economia dell’autoconsumo. Allora sembra più probabile che entrambi i processi – il localistico ed il globalizzante si debbano svolgere compiutamente completandosi a vicenda, mentre un certo integralismo regionalistico costituisce la reazione non tanto nazionale, quanto locale di una comunità che perde progressivamente identità e che si vede minacciata anche a livello nazionale da pratiche e poteri di sottomissione economico-politica, parte di quella globalizzazione di cui il centro ormai viene investito come nuova periferia del mondo che annulla la specificità culturale.

Con una richiesta di potere politico rispetto ad un centro ormai in disuso e avvezzo ad acquisire rendite di posizioni parassitarie, il localismo ricco e ben integrato in un processo mondiale di produzione economica vuole acquisire una situazione di predominanza e quindi di superiorità verso il centro e verso altri localismi non in grado di tenere lo stesso passo. Per mezzo dell’economia, poi con la politica, si vuole ribadire una preminenza culturale attraverso una concorrenzialità selvaggia mentre lo stato nazionale rivendica comunque una legittimazione statale di funzioni che non possono essere disperse nel territorio senza mettere in pericolo l’unità nazionale, l’identità collettiva.

Il pericolo per il centro è l’indebolimento conseguente e “marginalizzazione” logica di tutte le industrie nazionali come ad esempio quella della comunicazione e della cultura rispetto al processo di globalizzazione che “consentirà il dominio assoluto delle industrie culturali più forti.”(1)

Anche se il “nazionale” potrebbe essere benissimo la sommatoria articolata delle realtà locali rendendo vacua la creazione di una grossa industria culturale nazionale che potrebbe facilmente istituzionalizzarsi e sclerotizzarsi, realtà locali con più produzioni autonome anche concorrenziali tra di loro, in grado di far crescere la qualità dell’intera produzione culturale-nazionale contrastando così posizione di rendita parassitaria e assistenzialistica.

Una cosa è certa: che la globalizzazione non si sconfigge con operazioni rituali di demonizzazione del sistema impresa, anche se quest’ultima, come modello comportamentale, crea sempre più la società a sua immagine e somiglianza trasformando la cultura in valore di scambio. Comunque più facile sarà immaginare che sarà proprio il processo di globalizzazione a indurre quella socializzazione globale dell’economia, ma anche del problema ecologico che come tale attraversa l’intero pianeta.

Nel primo caso ciò può favorire la creazione di una contraddizione “localistica”, per la questione ecologica invece si potranno finalmente affrontare misure realmente efficaci, rispetto a politiche ecologiche di respiro localistico e di debole efficacia globale.

Una parte del mondo sarà sempre più dipendente da un’altra parte del mondo, ma solo così entreranno in relazione e un problema di una parte potrebbe essere risolto da un’altra parte, aumentando la consapevolezza che si è effettivamente parti di un tutto in senso organico ed entità indipendenti in senso culturale.

Le periferie però sono ancora luoghi di costumi arcaici che sopravvivono accanto al benessere economico. Diffidenze campanilistiche, pregiudizi ancorati ai proverbi (moglie e buoi ….) consolidati da antiche esperienze, al sapere tramandato oralmente, contrastano la dinamicità dei processi economici, per cui il pensiero locale quando non è di pedissequa imitazione centralistica e non viene applicato alle imprese, rimane spesso povero di temi, addirittura poco razionale pervaso da antiche verità a volte regressive e barbariche, propenso a crearsi i propri nemici nella differenza non intesa come diversità da rispettare ma come inferiorità da combattere simile a certo nazionalismo esasperato d’un tempo che ammantato di propaggini romantiche determinò gli eccessi guerrafondai che tutti conosciamo.

Nelle periferie vive anche un facile dogmatismo ideologico, un certo comunismo semplificato e rozzo che in qualche misura può ostacolare per i suoi addentellati conservatori un processo di rinnovamento locale. In particolare il comunismo di oggi ha mantenuto la facciata ritualistica di pratiche congelate in un processo di sacralizzazione del mito, che lo fa diventare non più un’entità viva con le sue contraddizioni ma un museo del folklore dai tanti pezzi di pregio, qualche faccia di cera che riproduce quando c’era LUI e l’ostentazione senza autocritica di errori storici pervicacemente difesi in nome di un orgoglio fideistico. Rimane il fatto comunque che con questo non si vuole assolutamente non riconoscere ciò che di positivo, solidaristico, civile, avanzato, ha alimentato la cultura comunista con dei valori capaci di bonificare un corpo sociale altrimenti destinato alla degradazione della corruzione e all’anomia.

E comunque il bisogno d’utopia fa parte di una rigenerazione morale, di una ricerca seppur illusoria di infinito, ma si ritiene che per molti decenni ancora il comunismo sia una specie di “sacro laico” che conserva ciò che è stato senza alcuna importante funzione di incidenza e cambiamento sociale, diventando il luogo della memoria storica da onorare.

In questo deserto della politica intesa come possibilità di cambiamento radicale della società civile i comunisti potrebbero apparire come elementi decorativi dei templi isolati in cui si conservano le reliquie allo scopo di celebrare antichi fasti consumando vecchi riti in uno stile illustrativo, senza nessuna capacità di progettazione vera, mentre la politica intesa come autonomia localistica razionalizzatrice ed ecologista, prenderà il sopravvento, ma ogni cambiamento e razionalizzazione saranno comunque determinate non tanto da un processo di crescita soggettiva, ma dall’avvento delle nuove tecnologie capaci di mutare profondamente i modelli di vita e quindi il modo di pensare delle persone.

 

(1) PRC – Partito della Rifondazione Comunista, documento sulla cultura, programma per un anno,-

 

4 – UN RACCONTO INVERNALE

BRUCIA LA VECCHIA !

RACCONTO

Omaggio a Federico Fellini

 

 

Un racconto invernale. La nebbia era fitta nel bosco, camminavo incerto aprendomi a fatica la strada tra le fronde. La guazza notturna mi bagnava dalla barba ai piedi, cespugli e rami mi trattenevano e s’impigliavano nelle vesti, incespicavo nel buio pesto; quand’ecco in una minuscola radura una quercia lugubre, nuda e stecchita che si appressò.

Nel silenzio folto percepii il rumore ritmato del becco d’un picchio che lavorava sul suo tronco là vicino e un’espressione di terrore mi ridisegnò il volto: un lupo oscillava impiccato sul ramo di fronte alla luna velata con la lingua penzoloni, mi scostai con gli occhi sbarrati e un freddo-caldo alla schiena, mi parve per un attimo di scorgere un burattino di legno che mi veniva incontro, ora d’istinto alzai i tacchi, camminai veloce senza nemmeno voltarmi, corsi, ma mi fermai quasi subito; vidi di fronte a me una luce che m’abbagliava, distinsi nell’oscurità l’immagine candida d’una fata:

– “quanti anni hai?”

Mi chiese delicatamente con una voce trasognante.

– “settantatre”

Feci eco, ma mi allontanai obliquamente chinando la testa e pieno di disagio.

Finalmente giunsi in uno spazio aperto: una grande radura che sembrava una piccola vallata chiusa davanti a sé dal fitto scuro di abeti dai quali sbucavano come crape lisce, rilievi montagnosi imbiancati, manti continui soffici e lontani. E proprio alla fine di questa vallata una casupola fumante dava segni di vita.

L’erba era secca e si frammischiava a residui di candida neve e ghiaccio che congelava il fango, il vento ululava aprendosi squarci improvvisi, il freddo pungeva, tutto intorno l’immensa oscurità della foresta che si tramutava in ombre mobili e misteriose, in fruscii lievi, in sensazioni primigenie.

Un fruscio più corposo alle spalle mi fece sussultare, affrettai il passo anche per uscire dall’erba bagnata che ormai mi dava fastidio, i miei poveri piedi erano una ghiacciaia mobile, finalmente mi trovai in un sentiero di terra battuta con tanto di fango solidificato che portava proprio su quell’unica casupola in cui la luce fioca rappresentava un miraggio, una meta che dava vigore, moltiplicava le forze immaginando il senso di tepore d’un riparo, d’un fuoco, di stare al calduccio. Il sollievo aumentò la fretta, che fece girare le gambe, che aumentarono il sollievo….Mi sentii però un attimo intimorito, in balia di chi sa chi: ladri, assassini e la mia fantasia si inerpicava: “e se li abitava l’orco dall’accetta facile”; ma era freddo, tanto freddo che non sentivo le orecchie nella notte blu, velata di bianco, traforata di stelle, il gelo mi congelava di più.

La foresta al contrario non mi dava nessun tepore, mi dava un senso di bagnato freddo di brina e il fiato modificava l’aria fuori dalla mia bocca che conteneva il respiro affaticato.

Arrivai infine dalla parte più buia, bussai spinto da un improvviso coraggio misto a timore, poteva essere un onesto boscaiolo come ce n’erano tanti nelle fiabe. Percepii al di là dell’uscio dei passi, di chiunque fossero tra poco avrei visto il viso, ormai era andata, la porta si aprì appena solo per notare una vecchia smunta, magra sdentata, tutto naso, completamente vestita di nero con un fazzoleto in testa, da essere una befana. Non appariva sorpresa, non mi chiese niente, mi fece entrare, mi sorrise come potè, ma quegli occhi scuri e l’espressione di leggero ghigno non mi tranquillizzarono del tutto, sembrava la nonna antica contadina perennemente in lutto, perennemente in nero con la bacchetta di giunco in mano.

Nella povera stanza c’era un vecchio e rude camino acceso con poca legna accatastata sul pavimento di legno, il fuoco crepitava di rosso vivo e si riverberava sul tavolo rozzo di legno scuro, un po’ sconnesso e rigato dal tempo:

– “vieni, vieni, guarda cosa ho preparato per te!”

Notai la pinza e un bottiglione di rosso dal vetro gocciolante e trasudato con due bicchieri da osteria.

Si sfregava le mani ingobbita mentre il ghigno si allargava in un moto di soddisfazione, parmi rinascere in quell’odore antico di legna bruciate, i miei occhi si illuminarono a festa, fissai in me un lungo attimo di gioia, l’assaporai fino in fondo, un umore spavaldamente inebriante, mi veniva da ridere, scherzare, i miei occhi eccitati sembravano sfolgorati, l’entusiasmo mi trascinava verso un desiderio di follia: bevemmo, mangiammo, strafogammo, mentre lei sghignazzava, la sua faccia trai bocconi si modificava tutta, con gli ultimi denti avariati masticava sul davanti ad una velocità folle, sembrava che da un momento all’altro le sue mandibole rugate dal tempo le si staccassero frantumandosi a terra. E mi rimpinzai di pinza come una vacca in cinta, mangiai di gusto, affrettatamente a bocca aperta, bevvi fino ad ubriacarmi, ingurgitai bicchieri su bicchieri, dopo tanto freddo tutto si scaldava nel mio corpo e si intorpidiva, avvertivo l’ebbrezza, la velocità, l’alterazione e ogni cosa sfumava, lei mi fissava sempre beffarda, mi incoraggiava a continuare:

-“mangia, mangia, mangia ancora…dai ne è rimasto, mangia, mangia ancora!”

Poi dalla fievole luce del mio barbaglio di ragione le notai uno sguardo mandibolare spaventosamente illuminato e torvo.

Si alzò di scatto perfidamente sinistra, nutrita d’una agilità e d’una energia invidiabile e a schiaffi e pugni mi levò dalla sedia – io che non stavo neanche in piedi e che non volevo crederci in piena ridarella assoluta – mi gettò con un gesto selvaggio nel camino che si era quasi spento. Sembravo un sacco di fascine o di patate posato colà, avvertì appena qualcosa che scottava forte come le pietre surriscaldate posate nelle lenzuola fredde dei rigidi inverni, ma sempre più lontano dalla coscienza: tutto intorpidito non capivo più niente….il fuoco ardeva dentro me, ma mi sentivo beato, beato, percepìi un colpo forte in testa e un altro ancora… un ghigno malefico, chissa’ dov’ero se c’ero…

E fu così che quella notte riscaldai la vecchia bruciando per essa.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO VI°

L’homo democristianus – D’altra parte vendere un prodotto significa suscitare un certo interesse sul medesimo e le Tv commerciali si basano sulla vendita di spazi pubblicitari.

Seguire l’audience vuol dire fare un favore alle Tv commerciali e in ultima analisi valorizzare le loro trasmissioni anche se contrapporsi alla Tv commerciale in nome della qualità, ha determinato una copertura ideologica ad una Tv di regime, spacciando per qualità o per cultura trasmissioni di propaganda ideologica a favore della coalizione di governo. Per cui l’audience costringe comunque a misurarsi con un certo indice di gradimento da parte del pubblico anche se ciò avviene a detrimento della qualità, che per un servizio pubblico cosa può significare?

Premiare l’originalità, l’intelligenza, la differenza, la cultura, la controcultura, la sottocultura? Meglio una Tv di regime o una Tv commerciale, ma se è commerciale perché si dovrebbe pagare il canone?

Quindi misurarsi con l’audience ha voluto dire anche sconfiggere una certa Tv di regime noiosa e interessata, ma come dovrebbe essere un servizio pubblico? Obiettivo, si risponde.

Questo non vuol dire niente, ognuno cercherà di essere il più possibile professionale e la sua obiettività dipenderà anche dallo schema mentale del giornalista, dai suoi assunti ideologici, come potrà rappresentare delle minoranze se manco le capisce? Allora non ha sufficiente professionalità, bisogna cambiarlo, ma come si fa a cambiarlo se è parente di quell’altro che sta nel partito? Ormai si stanno tutti imbrogliando da soli con questo discorso del servizio pubblico e dell’obiettività soprattutto quando sono i rappresentanti degli stessi partiti a richiederlo.

Come può essere una tv sottratta ai partiti quando le Tv private servono il loro padrone che è in concorrenza politica? Un fatto del genere sembra veramente surreale e fa capire che quando Machiavelli voleva l’Italia unita forse perché temeva i grandi intrighi di troppe corti, ma le corti sono rimaste tante attraverso la moltiplicazione dei partiti che comunque rappresentano una pluralità di interessi a differenza dei tempi suoi dove erano esistiti i guelfi o i ghibellini, i bianchi o i neri, l’impero o la chiesa, i comuni indipendenti e i comuni asserviti, le signorie, il partito del re e quello del popolo.

Molti argomenti risultano capziosi e riflettono semplicemente degli interessi strategici verso il controllo dell’informazione che è una fonte di potere e di propaganda del partito dell’aziendalismo contro il partito dello statalismo, c’è chi vuole fare dello stato un’azienda, una società per azioni e dell’interesse pubblico una merce da vendere e un’occasione d’affari, disconoscendolo quindi come un’entità autonoma, “demercificata”, come un’entità separata che coltiva l’interesse pubblico e quindi fuori dal commercio e dagli affari, ma fornitore solo dei servizi.

Il partito dell’aziendalismo accusa lo stato di essere divoratore di soldi, pozzo senza fondo che si mantiene facendo pagare troppe tasse ai cittadini, pieno di parassiti e corrotti, gli “statalisti” replicano che così si vuol trasformare il Paese in un far west senza regole, senza interesse pubblico che domini certe questioni di preminenza ambientale, lasciando in mano il tutto all’affarismo più selvaggio e alle varie mafie economiche.

E’ vero che lo stato può essere dominato da politicanti che lo possono corrodere e succhiare spremere per trarre vantaggi di gruppo, però è anche vero che i privati non sono dammeno quando applicano il principio delle perdite pubbliche e dei guadagni privati che ha fatto spremere parecchie risorse collettive da parte di soggetti intraprendenti. Il partito dell’aziendalismo promette tanti posti di lavoro se lo lasciano gestire gli affari pubblici, ma poi afferma di voler allungare i tempi del pensionamento, ma allora come può aumentare l’occupazione?

Tu sei sciocco non hai capito niente ti rispondono, qui non si tratta di gestire gli occupati ma aumentare le basi produttive del sistema, e la cosa diventa curiosa; come si può fare?

Ma certo comprimendo lo stato, non più pletorico come è ora. Va bene, allora bisogna licenziare- dei quattro milioni di dipendenti pubblici e para pubblici -almeno un milione e poi riassumerli nel privato sperando che la tecnologia eviti di sostituirsi alle persone, ma la sommatoria dell’operazione sarebbe sempre zero, se poi si vuole radicalmente cancellare lo stato trasformando i ministeri in Spa, allora bisogna prima licenziare quattro milioni di impiegati, certamente molti di questi anche veri e propri parassiti che sfruttano le protezioni politiche per non far niente, eppoi allargando la base produttiva contare su altrettante assunzioni nel mondo privato, ma la sommatoria rimane sempre zero.

Come si potrebbe allargare la base produttiva? Diminuendo le tasse, ma per far questo o devi combattere l’evasione fiscale in maniera radicale o licenziare personale in esubero e poi recuperarlo attraverso l’aumento della base produttiva, ma se la base produttiva si deve allargare restringendo l’occupazione il discorso diventa un mezzo imbroglio, dovunque vai il problema non lo risolverai ma lo aggraverai.

Per poter aumentare l’occupazione bisognerebbe evitare la tecnologia almeno nell’ambito dei servizi in cui ci deve essere per forza se non inventeranno il robot, l’incidenza del lavoro umano.

Qualcuno che vuole propinare facili ricette dimentica appositamente che le contraddizioni sono tante e non sempre risolvibili dentro un quadro di ottimizzazione delle risorse umane, anche se permane un problema di snellimento delle procedure burocratiche che devono diventare più leggere senza l’ipertrofia di uffici pubblici messi là a divorare carte inutili.

La Pubblica Amministrazione dovrebbe diventare più trasparente e capace di fornire servizi pubblici di qualità in sintonia col bene pubblico, ma per far ciò si dovrà imprimere nei suoi dirigenti e funzionari criteri di efficienza in modo da non perdere più giornate intere solo per scrivere una lettera in buon burocratese, considerando la forma più che il contenuto.

Privilegiare l’aziendalismo nella gestione di un pubblico interesse e nella gestione dell’informazione pubblica televisiva significa che poi non si può più chiedere il pagamento di un canone che equivale appunto ad una tassa, a meno che non si faccia un’operazione “machiavellica” (povero Machiavelli come lo trattiamo male) di fusione del pubblico interesse con l’aziendalismo, un ibrido tipo Rai che per le sue entrate si affida al 60% alla tassa del servizio pubblico e il rimanente 40% all’aziendalismo, un furbismo che ha sempre convissuto con la mentalità italica e con la borghesia parassitaria.

L’ibrido è oggi di moda anche nella gestione di servizi pubblici economici: tanto capitale pubblico e un po’ di capitale privato quasi per controllarne l’efficienza ma la proprietà rimane dello Stato Spa, un po’ più aziendalistico e un po’ meno statalistico, basta che non sia un ulteriore travestimento, un trucco per salvare una faccia piena di rughe.

In questa commistione in cui il padrone privato diventa PUBBLICO inteso nel doppio senso di servizio e di soggetto, per cui ciò che è pubblico interesse o interesse pubblico si confonde con l’interesse privato di molti o di qualcuno. In questo modo rimane indefinito il concetto di “pubblico” fino al punto in cui ognuno se ne può appropriare “privatamente”.

Forse ci possiamo chiarire se affermiamo che il servizio pubblico si richiama al concetto di bene pubblico come etica e deontologia della comunità che si sovrappone all’interesse individuale o di gruppo (conflitto d’interesse) e che riguarda indistintamente tutti: quel prato è un bene comune, è di tutti, nessuno deve insozzarlo; quel prato è un bene comune di tutti e quindi di nessuno, ognuno può farne ciò che vuole, ecco che allora i due partiti, quello statalista e quello aziendalistico si differenziano per una opposta concezione del bene pubblico. Il servizio pubblico televisivo dovrebbe procedere col primo argomento ma poi ognuno ha una idea su come trattare nel prato ogni filo d’erba, mentre il prato aziendale è tutto addomesticato come un giardino all’inglese: se il servizio pubblico non funziona i telespettatori si lamenteranno cambiando canale preferendo un altro programma, magari una Tv commerciale “infestata” di pubblicità, ma dove finalmente si possono vedere film decenti. Forse, al di là delle lottizzazioni partitocratiche che hanno contribuito in passato ad abbassare il livello di qualità dei programmi e alimentato vere e proprie “mafie” partitiche trasversali, l’unica soluzione potrebbe essere quella di fare dei canali ideologici di destra e di sinistra che rappresentano grosso modo la base elettorale nazionale con possibilità di accesso a tutti i movimenti e le associazioni d’opinione, o meglio due canali uno progressista e uno conservatore e un altro canale più vicino alla società civile. Le opzioni possono essere tante e molte di queste capziose, si tratta alla fine di scegliere delle persone che non devono poi come dei servi, rispondere ai loro partiti d’elezione e quanto sia difficile una cosa del genere lo sanno tutti. Se non sono scelti dai partiti chi li sceglie? Un manager? Ma se certi manager fanno più politica che gestione aziendale! Non sarà che oggi il capitalismo è più politico che aziendalistico? Il popolo? Può scegliere la gente una trasmissione, non certo votare per un giornalista senza andare a simpatie extraprofessionali.

La capziosità si eleva a sistema complessivo di segni aggrovigliati. Per cui qualcuno pensa: era tutto più semplice quando la tv era di regime.

L’unica alternativa potrebbe essere quella di lanciare una Tv originale, piena di idee non sempre immediatamente comprensibili, culturale in senso vivo che informa su tutte le arti figurative, proiettando i film che sono entrati nella storia del cinema, una Tv che privilegi la qualità con qualche cascame frivolo, ma in un’ottica di cambiamento perché certe formule collaudate possono durare anche molti anni, ma non sono auspicabili per la mente. Però dovrebbe anche conquistare il consenso pur sapendo che su questo termine si basa tutta l’ambiguità di ogni processo di pensiero.

Se in politica l’ossessione del consenso non fa fare scelte coraggiose, anzi molto spesso compromissorie che non accontentano nessuno, la cultura del consenso può essere la morte della cultura, d’altronde avere consenso significa non rischiare, basta vedere oggi come certe trasmissioni della Rai portino l’acqua al mulino della concorrenza commerciale quasi come se il servizio pubblico fosse succube alla Tv d’un padrone o più d’uno che la usano anche a fini personali (Fini invest)

La cultura quando è innovativa si deve conquistare con fatica il consenso, ma se le periferie sono refrattarie a certe trasmissioni forse incomprensibili e comunque con indici bassi di visione, come si possono mantenere queste trasmissioni quando sul gradimento della stessa periferia si misura il successo di molte trasmissioni commerciali?

E se questi programmi culturali vengono relegati ai margini si confondono con quelli che non sono per niente culturali, ma tentativi di regime o di grosse coalizioni politiche o di gruppi di interesse di influenzare l’opinione o peggio di irreggimentare le masse. Chi è che distinguerà una Tv a livello culturale o meno, se manca un certo consenso di massa? E la Tv può o deve educare? Domande, molte sono le domande che ci poniamo, difficili le risposte, le più semplici possono negare il problema e continuare con gli equilibrismi di sempre, però certe questioni non si possono eludere. Anche l’educazione suscita un concetto bifronte, essa indubbiamente diventa uno strumento di informazione alla libertà, ma anche di sottomissione.

Educare ad una maggiore “civiltà” è sempre positivo per la coesistenza sociale (pubblicità progresso), educare all’autonomia individuale è ancora più auspicabile, ma dipende sempre dal messaggio che viene comunque trasmesso dall’alto verso il basso (da una fonte ad una pluralità di individui) e qui concorrono interessi e ideologie, correnti di pensiero, lobbys, i partiti e la propaganda che suole essere sempre un’educazione” di parte con tutti i limiti che ciò comporta se si usa per dissuadere comportamenti alternativi consolidando il conformismo, in quanto considerati disgregativi del corpo sociale. L’homo democristianus.