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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo IX°

31 Marzo 2013

L’homo democristianus per poter diffondere il suo virus letale deve rispondere a determinate caratteristiche caratteriali diffuse anche nella massa-maggioranza silenziosa, in una reciproca empatia che riflette un’immobilismo reciproco, un’eternizzazione del presente basato sulle reciproche convenienze bandendo ogni possibile rigenerazione culturale come arte degenerata.

L’homo democristianus non può che essere moderato in tutto ciò che rappresenta, nei suoi sentimenti, opinioni, passioni; sceglie il “giusto mezzo” sempre, ma solo per entrare meglio nella “mangiatoia”, anzi più speditamente, non certo come riflesso d’una maturità politica, non travalica mai i sensi, non sa cosa sia l’esagerazione (una possibilità di saggezza ad es.), rifiuta l’essere sanguigno-vitalistico che porta solo a guai o comunque lo dissimula, aborrisce temendola, una geografia del desiderio ricolma di fantasiose isole sconosciute, di deliri fantastici, di sogni derealizzanti, di ombre e fantasmi ricacciati come malefiche presenze del diabolico.

Al contrario coltiva il buon senso, lo irriga di pregevoli profumi, non si espone a lotte difficili o disperate, tipiche di una volontà visionaria, di esuberanza e di generosità, non rischia se non calcolando a tavolino i pro e i contro mutuando i collaudati modelli aziendalistici e se è prodigo lo fa dentro la contabilità del dare e avere, ma se sperpera in una circostanza, non può che essere colpito da una improvvisa “pazzia” che azzera o compensa un atteggiamento calcolatorio troppo accentuato, per riequilibrarlo nei termini della medietà; è del tutto incapace di concepire pensieri alti che non portino un vantaggio immediato, un guadagno presente, preferisce una vita pacifica scansando i conflitti, rimandando dolorose scelte e anestetizzandosi di fronte a possibili inquietudini o tormenti.

Certo l’equilibrio che ne nasce non dovrebbe essere eccessivamente riduttivo in quanto dovrà mantenere una sua vivacità coinvolgente, dentro però i limiti inossidabili del buon senso. Stiamo parlando di pochezza morale nelle sue azioni quotidiane per lo più improntate a cinismo interessato a sua volta coniugato alla meschinità delle piccole cose di pessimo gusto. Si mantiene in uno stillicidio continuo di comportamenti che se da una parte danno senso al presente, da un’altra erodono i solidi e saldi principi.

Come un mare – e lui ti dice in burrasca – che frantuma scogli, trasformandoli in indistinta sabbia e il morbido arenile contraddistingue una riva a cui attaccarsi per non naufragare.

Si giustifica l’homo democristianus, tiene famiglia, verrebbe voglia di aggiungere, “cristiana”, quasi che avesse cercato un alibi per auto assolversi: “vorrei, ma non posso, ho delle responsabilità!”

E allora subisce, assorbe e mastica i tanti fili della dipendenza, del ricatto: si sente con le mani legate dai troppi lacci e laccioli che lo imprigionano, gli impediscono di essere persona pensante con il coraggio delle proprie opinioni. “Vorrei, ma non posso sputare nel piatto dove mangiamo tutti i giorni il primo, il secondo e il contorno, caffè e ammazza caffè compreso, lautamente i miei familiari ed io, sarebbe ingratitudine, si è vero, mi costringono a pensarla in una maniera che non mi piace, ma devo compiacere, perché fare il bastian contrario proprio adesso che sono in attesa d’una promozione. A che serve andare fino in fondo?…..Tendo certo ad andarci, ma se ho la possibilità di tagliare corto, guadagno tempo. Questo ti dice con la sua collaudata e proverbiale saggezza: vai fino in fondo e vai a fondo!

Le cose si fanno a metà e per l’altra metà si cerca il compromesso onorevole, ma insomma bisogna aggiustarsi: “vorrei…ma non posso prendere tutto di petto, mi verrebbe l’infarto e alla fine che ci guadagno con l’handicap! Bisogna anche lasciare correre, non puoi litigare con tutti, in tutti gli angoli, diventi ridicolo, bada a ciò che è importante, dell’altro fregatene, scegli delle priorità e per il resto acquietati in una nicchia, magari trasformati anche in un uomo-massa anonima che lascia fare, lascia andare, il fiume non sarà mai capovolto da una chiusa, ma solo temporaneamente fermato, il suo flusso è scritto dalla natura, anche tu hai un tuo destino che non può cambiare, vedi quello che ti serve, il resto lascialo indistinto, tanto rimarrà tale anche se tu morirai.”

E’ questa la sua filosofia che traspira di saggezza limitata, perché i grandi traguardi non gli competono, sono al di sopra dei suoi orizzonti, in uno spazio indefinito che rimane vuoto cosmico, indifferenza pura, lontananza insignificante. La medietà si trasforma in mediocrità, vera base dell’ossatura sociale, tessuto connettivo, vestito mentale da indossare per tutte le stagioni, nucleo costitutivo dell’Italia postfascista che diffonde nella gestione della cosa pubblica, nella politica, il morbo che ammorba e pure deterge, si espande e comprime, infetta l’aria e disinfetta ogni singolo respiro, genera sintomi malevoli e cure soddisfacenti, processi disgregativi e unità molecolari, malattia sociale e improvvisi rigurgiti di vivacità solidale.

Ma l’homo democristianus è sempre presente, ladrone discreto, trafficone limitato, scaltro simulato, scrupoloso per deviare i sospetti altrui, con un comportamento falsamente aperto, un atteggiamento interlocutorio, pronto alla correttezza formale per esprimere un comportamento socialmente auspicabile, eppure al fondo immorale, cinico, crudele, proprio mentre magari esprime una religiosità di facciata, un ossequio rituale, una compiacenza mielosa e artefatta che si riempie di mezze verità condite con mezze falsità in cui si dice e non si dice, si afferma e anche si nega, si chiarisce confondendo, si confonde chiarendo.

Tutto nel mezzo, si coltiva l’orticello dell’ambiguità, le cui piante crescono nella palude tra insetti e acque stagnanti, odori di marcio e piante selvagge il cui lezzo invade sentieri aggrovigliati. Di natura piccolo-borghese eccolo che avanza, falsamente meticoloso, dai gesti accorti e gli atti disciplinati, ogni tanto si lascia andare a qualche piccolo slancio altruistico contabilizzato nella ragioneria degli affetti calcolati, qualche piccola offerta che lo fa sentire buono, appagato, perché ha dato il suo contributo. E cammina verso il centro, inesorabile, inaffondabile dentro il suo sistema di certezze inossidabili.

E’ diventato una macchina che funziona a meraviglia e il profumo un po’ grossolano, lascia nella scia, nessuno lo ferma o lo trattiene, nei suoi scopi ognuno conviene che lui è un uomo dabbene anche se indugia in qualche piccolo vizio, quello di accumulare ma non certo per sfizio.

Capita però che in questa marcia verso il centro, l’homo democristianus si imbatte in un ostacolo. Come lo supera? Non certamente ponendosi di fronte, lo aggira o meglio ci gira intorno e viscidamente mettendo in campo un sistema di simulazioni, dissimulando le sue intenzioni e operando in maniera da incunearsi negli spiragli che riesce a scorgere, come una talpa la quale buca e scava una piccola galleria fino al punto da rendere il terreno circostante friabile.

Ha bisogno di lavorare assiduamente, anonimamente, perseguendo il suo scopo con ogni mezzo mettendo in opera trucchi e piccoli imbrogli, portando zizzania, rimestando le carte, seminando maldicenze, insinuando dubbi in maniera che la discordia conseguente lo aiuti ad aprire delle brecce dentro cui insinuarsi come il verme nella mela, sfiancando a poco a poco l’ostacolo.

E’ l’arte della trama che si volge con finezza facendo terra bruciata, isolando e ingabbiando l’ostacolo fino al punto di essere forte e imporre un compromesso, patteggiare una soluzione usando tutte le armi, le perizie, l’accortezza possibile, ma anche la sfacciataggine che è l’applicazione pratica della furbizia da usarsi senza limiti, pudori, ritegni, in completa faziosità disconoscendo perfino i fatti più evidenti, pur di arrivare con tutti i mezzi a superare l’ostacolo. Applica ogni tipo di arte persuasiva che va dalla lusinga, all’adulazione oliando ogni pezzo d’ingranaggio.

Fa leva sulla vanità, sull’orgoglio altrui, gioca sui caratteri, i sentimenti, si adatta camaleonticamente alle loro esigenze, cattura la fiducia subdolamente spingendo poi ogni cosa nella direzione voluta, basta sfruttare al massimo le contingenze, le circostanze favorevoli proseguendo su un “lavorio” che costruisce, mentre demolisce l’ostacolo.

L’ostacolo è il nemico da abbattere, ma anche il rivale da neutralizzare e rendere innocuo. Non si affrontano mai direttamente in singolar tenzone, ciò non fa parte dello spirito dell’homo democristianus in quanto essere a “metà”, perfino la sua eventuale fierezza è merce di scambio così come i suoi principi ideali perché strumentali all’autoaffermazione, le sue massime diventano “minime” appena consegue il potere, anche le regole devono valere solo per gli altri che quindi può dominare.

Con arroganza li costringe a rispettarle perché lui si sente al di sopra, manovrandole e manipolandole a seconda delle sue convenienze. D’altronde il potere è anche questo: cercare di sviluppare un sapere trasversale per eludere con l’ausilio della scaltrezza ciò che sono prescrizioni diffuse.

E se qualcuno lo vuole ricattare perché viene a conoscenza delle sue malefatte, del suo agire in dispregio di ciò che formalmente predica e lo fa per guadagno personale, lui ha l’occasione di dimostrare la sua vera forza, il suo potere, allora cercherà di distruggerlo se vuole rimanere forte come un boss o altrimenti lo azzittirà concedendogli qualche vantaggio, rendendolo comunque non più in grado di nuocere. Mettersi contro può diventare oltremodo pericoloso, se non lo si fa in gruppo, perché tante diventerebbero in questo caso le teste da abbattere, mentre il gruppo soprattutto se organizzato può controllare o costringere il soggetto a stipulare degli accordi riducendogli la sua sfera d’azione.

Ma quando riesce in un modo o nell’altro a sconfiggere i suoi nemici può diventare un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono sottrarsi ad un dovere, basta dichiararsi suo amico. E’ il loro protettore a cui rivolgersi per ottenere favori, franchigie, abbattimenti, facilitazioni, in cambio si “mettono a disposizione”, si prestano a diventare uomini “suoi”, completamente affidabili dai quali disporre all’occorrenza per ingrandire la rete in cui circola il suo potere.

Fanno parte di quella elusione delle regole che diviene vieppiù sistematica, partecipano alla distribuzione del potere a livello microfisico anche se sono solo briciole rispetto alla grande fetta di torta, ma così si diffonde un esercito di sudditi che difende le ragioni del potere.

Certo, perché tutto si regga bisogna che continui a sussistere la maggioranza di fessi che tira il carro; anche perché se non ci fosse non ci sarebbero neanche i furbi che continuano a proliferare indisturbati in un mondo di fessi che sta dando segni di nervosismo. Se d’incanto sparissero i furbi, i fessi non si riconoscerebbero più.

Costoro pagano con la magra consolazione di essere fuori da certi giochi e di conservare una certa dignità e indipendenza, di poter decidere in piena libertà nei limiti delle loro possibilità a volte più ristrette. I furbi a loro volta mantengono altre classifiche e gerarchie, i migliori si sottraggono anche agli scambi, ricevono ma non danno, diventano ingrati, però il boss potrebbe punirli e la loro infedeltà costargli cara e se si mettono in proprio subappaltando una fetta di potere dovranno cercarsi altre protezioni.

Per farsi spazio togliendolo all’ex protettore occorrerà appoggiarsi ad un altro per risultare efficaci ma questo rischia di creare un nuovo rapporto di dipendenza, i furbi finiscono col divenire uomini fedeli pronti a rinunciare a qualsiasi libertà che il più delle volte non si sa nemmeno cosa sia per una protezione che li affranchi da certi doveri.

Prendono ordini, diffondono ordini, fanno parte della catena d’un clan, d’una banda, in cambio ottengono favori e se la loro attività è apprezzata, una certa influenza sul capo. I troppo furbi invece tendono ad acquisire potere personale fino al punto da diventare “indipendenti” o passandosi da fidati, fare le scarpe al proprio capo. Questi discorsi possono applicarsi sia alla politica quando diventa mala che alla criminalità, in mezzo c’è il limite della legge come un sentiero che divide in due la foresta, che è battuto da tutte e due con sconfinamenti in campi avversi.

Se questo modello di comportamento si diffonde l’organizzazione sociale degrada a feudo, si inaspriscono i conflitti di vassallaggio, aumenta la confusione nei comandi e tutto sembra naufragare in un mare tempestoso senza più una rotta da seguire.

Quando la “trasversalità” diventa un modus eludendi in un gioco di alleanze a vari livelli e tra diversi settori, garantendo una protezione diffusa e articolata in una rete collaudata per contravvenire alle regole del gioco istituzionale (contratto sociale) allora a questo gioco si sovrappone una prassi in grado di destabilizzare l’accordo originario indebolendo ogni forma di convivenza civile. Senza contare che in certi momenti, alla illegalità di questo tipo si può saldare quella “controistituzionale” e pur avendo due caratterizzazioni diverse, ciò che si affloscia è lo stato di diritto.

giancarlo sartoretto

 

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