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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO VI°

17 Febbraio 2013

L’homo democristianus – D’altra parte vendere un prodotto significa suscitare un certo interesse sul medesimo e le Tv commerciali si basano sulla vendita di spazi pubblicitari.

Seguire l’audience vuol dire fare un favore alle Tv commerciali e in ultima analisi valorizzare le loro trasmissioni anche se contrapporsi alla Tv commerciale in nome della qualità, ha determinato una copertura ideologica ad una Tv di regime, spacciando per qualità o per cultura trasmissioni di propaganda ideologica a favore della coalizione di governo. Per cui l’audience costringe comunque a misurarsi con un certo indice di gradimento da parte del pubblico anche se ciò avviene a detrimento della qualità, che per un servizio pubblico cosa può significare?

Premiare l’originalità, l’intelligenza, la differenza, la cultura, la controcultura, la sottocultura? Meglio una Tv di regime o una Tv commerciale, ma se è commerciale perché si dovrebbe pagare il canone?

Quindi misurarsi con l’audience ha voluto dire anche sconfiggere una certa Tv di regime noiosa e interessata, ma come dovrebbe essere un servizio pubblico? Obiettivo, si risponde.

Questo non vuol dire niente, ognuno cercherà di essere il più possibile professionale e la sua obiettività dipenderà anche dallo schema mentale del giornalista, dai suoi assunti ideologici, come potrà rappresentare delle minoranze se manco le capisce? Allora non ha sufficiente professionalità, bisogna cambiarlo, ma come si fa a cambiarlo se è parente di quell’altro che sta nel partito? Ormai si stanno tutti imbrogliando da soli con questo discorso del servizio pubblico e dell’obiettività soprattutto quando sono i rappresentanti degli stessi partiti a richiederlo.

Come può essere una tv sottratta ai partiti quando le Tv private servono il loro padrone che è in concorrenza politica? Un fatto del genere sembra veramente surreale e fa capire che quando Machiavelli voleva l’Italia unita forse perché temeva i grandi intrighi di troppe corti, ma le corti sono rimaste tante attraverso la moltiplicazione dei partiti che comunque rappresentano una pluralità di interessi a differenza dei tempi suoi dove erano esistiti i guelfi o i ghibellini, i bianchi o i neri, l’impero o la chiesa, i comuni indipendenti e i comuni asserviti, le signorie, il partito del re e quello del popolo.

Molti argomenti risultano capziosi e riflettono semplicemente degli interessi strategici verso il controllo dell’informazione che è una fonte di potere e di propaganda del partito dell’aziendalismo contro il partito dello statalismo, c’è chi vuole fare dello stato un’azienda, una società per azioni e dell’interesse pubblico una merce da vendere e un’occasione d’affari, disconoscendolo quindi come un’entità autonoma, “demercificata”, come un’entità separata che coltiva l’interesse pubblico e quindi fuori dal commercio e dagli affari, ma fornitore solo dei servizi.

Il partito dell’aziendalismo accusa lo stato di essere divoratore di soldi, pozzo senza fondo che si mantiene facendo pagare troppe tasse ai cittadini, pieno di parassiti e corrotti, gli “statalisti” replicano che così si vuol trasformare il Paese in un far west senza regole, senza interesse pubblico che domini certe questioni di preminenza ambientale, lasciando in mano il tutto all’affarismo più selvaggio e alle varie mafie economiche.

E’ vero che lo stato può essere dominato da politicanti che lo possono corrodere e succhiare spremere per trarre vantaggi di gruppo, però è anche vero che i privati non sono dammeno quando applicano il principio delle perdite pubbliche e dei guadagni privati che ha fatto spremere parecchie risorse collettive da parte di soggetti intraprendenti. Il partito dell’aziendalismo promette tanti posti di lavoro se lo lasciano gestire gli affari pubblici, ma poi afferma di voler allungare i tempi del pensionamento, ma allora come può aumentare l’occupazione?

Tu sei sciocco non hai capito niente ti rispondono, qui non si tratta di gestire gli occupati ma aumentare le basi produttive del sistema, e la cosa diventa curiosa; come si può fare?

Ma certo comprimendo lo stato, non più pletorico come è ora. Va bene, allora bisogna licenziare- dei quattro milioni di dipendenti pubblici e para pubblici -almeno un milione e poi riassumerli nel privato sperando che la tecnologia eviti di sostituirsi alle persone, ma la sommatoria dell’operazione sarebbe sempre zero, se poi si vuole radicalmente cancellare lo stato trasformando i ministeri in Spa, allora bisogna prima licenziare quattro milioni di impiegati, certamente molti di questi anche veri e propri parassiti che sfruttano le protezioni politiche per non far niente, eppoi allargando la base produttiva contare su altrettante assunzioni nel mondo privato, ma la sommatoria rimane sempre zero.

Come si potrebbe allargare la base produttiva? Diminuendo le tasse, ma per far questo o devi combattere l’evasione fiscale in maniera radicale o licenziare personale in esubero e poi recuperarlo attraverso l’aumento della base produttiva, ma se la base produttiva si deve allargare restringendo l’occupazione il discorso diventa un mezzo imbroglio, dovunque vai il problema non lo risolverai ma lo aggraverai.

Per poter aumentare l’occupazione bisognerebbe evitare la tecnologia almeno nell’ambito dei servizi in cui ci deve essere per forza se non inventeranno il robot, l’incidenza del lavoro umano.

Qualcuno che vuole propinare facili ricette dimentica appositamente che le contraddizioni sono tante e non sempre risolvibili dentro un quadro di ottimizzazione delle risorse umane, anche se permane un problema di snellimento delle procedure burocratiche che devono diventare più leggere senza l’ipertrofia di uffici pubblici messi là a divorare carte inutili.

La Pubblica Amministrazione dovrebbe diventare più trasparente e capace di fornire servizi pubblici di qualità in sintonia col bene pubblico, ma per far ciò si dovrà imprimere nei suoi dirigenti e funzionari criteri di efficienza in modo da non perdere più giornate intere solo per scrivere una lettera in buon burocratese, considerando la forma più che il contenuto.

Privilegiare l’aziendalismo nella gestione di un pubblico interesse e nella gestione dell’informazione pubblica televisiva significa che poi non si può più chiedere il pagamento di un canone che equivale appunto ad una tassa, a meno che non si faccia un’operazione “machiavellica” (povero Machiavelli come lo trattiamo male) di fusione del pubblico interesse con l’aziendalismo, un ibrido tipo Rai che per le sue entrate si affida al 60% alla tassa del servizio pubblico e il rimanente 40% all’aziendalismo, un furbismo che ha sempre convissuto con la mentalità italica e con la borghesia parassitaria.

L’ibrido è oggi di moda anche nella gestione di servizi pubblici economici: tanto capitale pubblico e un po’ di capitale privato quasi per controllarne l’efficienza ma la proprietà rimane dello Stato Spa, un po’ più aziendalistico e un po’ meno statalistico, basta che non sia un ulteriore travestimento, un trucco per salvare una faccia piena di rughe.

In questa commistione in cui il padrone privato diventa PUBBLICO inteso nel doppio senso di servizio e di soggetto, per cui ciò che è pubblico interesse o interesse pubblico si confonde con l’interesse privato di molti o di qualcuno. In questo modo rimane indefinito il concetto di “pubblico” fino al punto in cui ognuno se ne può appropriare “privatamente”.

Forse ci possiamo chiarire se affermiamo che il servizio pubblico si richiama al concetto di bene pubblico come etica e deontologia della comunità che si sovrappone all’interesse individuale o di gruppo (conflitto d’interesse) e che riguarda indistintamente tutti: quel prato è un bene comune, è di tutti, nessuno deve insozzarlo; quel prato è un bene comune di tutti e quindi di nessuno, ognuno può farne ciò che vuole, ecco che allora i due partiti, quello statalista e quello aziendalistico si differenziano per una opposta concezione del bene pubblico. Il servizio pubblico televisivo dovrebbe procedere col primo argomento ma poi ognuno ha una idea su come trattare nel prato ogni filo d’erba, mentre il prato aziendale è tutto addomesticato come un giardino all’inglese: se il servizio pubblico non funziona i telespettatori si lamenteranno cambiando canale preferendo un altro programma, magari una Tv commerciale “infestata” di pubblicità, ma dove finalmente si possono vedere film decenti. Forse, al di là delle lottizzazioni partitocratiche che hanno contribuito in passato ad abbassare il livello di qualità dei programmi e alimentato vere e proprie “mafie” partitiche trasversali, l’unica soluzione potrebbe essere quella di fare dei canali ideologici di destra e di sinistra che rappresentano grosso modo la base elettorale nazionale con possibilità di accesso a tutti i movimenti e le associazioni d’opinione, o meglio due canali uno progressista e uno conservatore e un altro canale più vicino alla società civile. Le opzioni possono essere tante e molte di queste capziose, si tratta alla fine di scegliere delle persone che non devono poi come dei servi, rispondere ai loro partiti d’elezione e quanto sia difficile una cosa del genere lo sanno tutti. Se non sono scelti dai partiti chi li sceglie? Un manager? Ma se certi manager fanno più politica che gestione aziendale! Non sarà che oggi il capitalismo è più politico che aziendalistico? Il popolo? Può scegliere la gente una trasmissione, non certo votare per un giornalista senza andare a simpatie extraprofessionali.

La capziosità si eleva a sistema complessivo di segni aggrovigliati. Per cui qualcuno pensa: era tutto più semplice quando la tv era di regime.

L’unica alternativa potrebbe essere quella di lanciare una Tv originale, piena di idee non sempre immediatamente comprensibili, culturale in senso vivo che informa su tutte le arti figurative, proiettando i film che sono entrati nella storia del cinema, una Tv che privilegi la qualità con qualche cascame frivolo, ma in un’ottica di cambiamento perché certe formule collaudate possono durare anche molti anni, ma non sono auspicabili per la mente. Però dovrebbe anche conquistare il consenso pur sapendo che su questo termine si basa tutta l’ambiguità di ogni processo di pensiero.

Se in politica l’ossessione del consenso non fa fare scelte coraggiose, anzi molto spesso compromissorie che non accontentano nessuno, la cultura del consenso può essere la morte della cultura, d’altronde avere consenso significa non rischiare, basta vedere oggi come certe trasmissioni della Rai portino l’acqua al mulino della concorrenza commerciale quasi come se il servizio pubblico fosse succube alla Tv d’un padrone o più d’uno che la usano anche a fini personali (Fini invest)

La cultura quando è innovativa si deve conquistare con fatica il consenso, ma se le periferie sono refrattarie a certe trasmissioni forse incomprensibili e comunque con indici bassi di visione, come si possono mantenere queste trasmissioni quando sul gradimento della stessa periferia si misura il successo di molte trasmissioni commerciali?

E se questi programmi culturali vengono relegati ai margini si confondono con quelli che non sono per niente culturali, ma tentativi di regime o di grosse coalizioni politiche o di gruppi di interesse di influenzare l’opinione o peggio di irreggimentare le masse. Chi è che distinguerà una Tv a livello culturale o meno, se manca un certo consenso di massa? E la Tv può o deve educare? Domande, molte sono le domande che ci poniamo, difficili le risposte, le più semplici possono negare il problema e continuare con gli equilibrismi di sempre, però certe questioni non si possono eludere. Anche l’educazione suscita un concetto bifronte, essa indubbiamente diventa uno strumento di informazione alla libertà, ma anche di sottomissione.

Educare ad una maggiore “civiltà” è sempre positivo per la coesistenza sociale (pubblicità progresso), educare all’autonomia individuale è ancora più auspicabile, ma dipende sempre dal messaggio che viene comunque trasmesso dall’alto verso il basso (da una fonte ad una pluralità di individui) e qui concorrono interessi e ideologie, correnti di pensiero, lobbys, i partiti e la propaganda che suole essere sempre un’educazione” di parte con tutti i limiti che ciò comporta se si usa per dissuadere comportamenti alternativi consolidando il conformismo, in quanto considerati disgregativi del corpo sociale. L’homo democristianus.

giancarlo sartoretto

 

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