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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XVIII°

20 Luglio 2013

Dall’homo democristianus all’homo democraticus. Chi oggi a sinistra vuole mantenere il sistema proporzionale non contemperandolo con quello maggioritario dimostra una miopia che sfiora il passatismo perché volente o nolente lavora per il re di Prussia conservando un sistema in cui ha sguazzato l’homo democristianus.

Il ricambio attualmente non può che basarsi sul bipolarismo in cui però l’alternativa sia radicale (non come oggi di centro-sinistra/centro-destra).

Cioè una destra e sinistra che sappiano contrapporsi o comunque giustapporsi nell’autonomia della politica, a loro volta ai “valori” del capitalismo allo scopo di sviluppare una intensa dialettica tra la politica e l’economia onde evitare il ritorno a pastette e compromessi che sviliscono la politica fino ad essere un puro e semplice traino degli interessi del capitale.

Questo non significa che non si debbano concludere accordi e mediazioni ne tantomeno condurre una politica “anticapitalistica” quando si è al governo che di fatto paralizzerebbe le istituzioni, bensì fare delle scelte precise che sappiano condizionare anche la politica del capitale.

Quindi non più un sistema centripeto, (le ideologie di destra e sinistra che camminano quando vogliono governare, verso il centro) ma centrifugo (il centro del capitale deve camminare verso le ideologie) rafforzando quindi la stessa politica anche se c’è il rischio che nessuna delle due ideologie voglia che l’altra governi e che il capitalismo non gradisca le ricette di entrambe, massimamente quelle di sinistra.

Però solo in questo modo possiamo prospettare una politica di qualità dando soluzioni profondamente diverse alle stesse questioni, in modo che si innesti un movimento di idee che si misuri poi con la realtà dei fatti e se le ricette si dimostrassero inefficaci oltre a perdere il consenso dell’elettorato indurrebbero a maggiori ripensamenti e riflessioni.

Le idee vincenti dovrebbero essere in questo modo premiate assieme all’originalità di proposte innovative, anche se il termine innovazione ha più contraddistinto i processi tecnologici che l’attività del pensiero.

Nessuno così si nasconde per esigenze di immagine al centro, senza contare che ogni tesi, da quella più tradizionale o retriva a quella più azzardata e rivoluzionaria può avere il potere di manifestarsi e misurarsi con la realtà e non rimanere nel “cassetto” ideologico per anni o addirittura per intere generazioni. In questo modo si potrebbe anche combattere un “razzismo” ideologico strisciante che non aiuta la trasparenza del vivere sociale. Comprendere il principio di realtà in corso aiuta a non fuggire troppo nelle utopie e costringe comunque a misurarsi con problemi che si tende a non considerare.

Tutti noi abbiamo l’esperienza, in quanto viviamo in famiglie cristiane o socialiste, laiche o conformiste, creative o tradizionaliste o comunque anche in altre forme di convivenza di fatto, di fratelli o sorelle che appartengono ad una sponda politica completamente diversa dalla nostra, di cugini o cognati qualunquisti o peggio imbroglioni.

Non di rado da un padre anarchico (inizio secolo) è nato un figlio democristiano e da un padre democristiano è rinato un figlio anarchico, lo stesso Fidel Castro ha la figlia che dissente da lui: ciò è naturale se la politica riprende la sua tensione ideale e permette di costruire progetti alternativi che oggi invece sono frustrati da un pragmatismo livellatore e se la politica prende forza, la ragione si fortifica nella sua ombra e l’uomo può ritornare ad essere l’artefice del proprio destino. Si cercherà di più di condividere con altri le proprie posizioni in una sorta di affinità elettiva, piuttosto che irrigidirsi in posizioni di rifiuto, ma nonostante ciò rimarrà ineludibile il confronto con chi è diverso da noi, a cominciare da nostro padre per finire con nostro figlio, mentre l’intolleranza non fa altro, per un gioco beffardo del destino di riproporre molto spesso quella legge di cui si diceva sopra.

Nel bipolarismo ognuno dei due sistemi (funzionale comunque a una “democrazia borghese” e riflettente l’equilibrio istituzionale) deve dispiacere profondamente all’altro e creare così nella gente un possibile giudizio di comparazione, nei limiti poi d’un consenso che ad entrambi proviene dall’opinione pubblica e comunque dal corpo elettorale e quindi senza possibilità di fughe “autoritarie”.

In questa situazione non servono a niente e a nessuno i vari centri più o meno moderati, più o meno progressisti, che in tempi passati hanno solo contribuito a generare l’homo democristianus.

Oggi questo ruolo è del capitale. Il capitalismo senza confini ha assorbito e superato lo stato nazionale divenendo transnanzionale, anonimo e immateriale, esso si regge su “indici tecnocratici” che vengono metabolizzati in un “sistema oggettivo di compatibilità” il quale ultimo non abbisogna di servilismi politici dei soliti portatori d’acqua, perché il mulino ha una sua automaticità.

Il capitalismo fa da sè, senza intermediari, è in grado da solo di gestirsi le proprie politiche di centro, gli basta insediare un “ragioniere” supervisore nella stanza dei bottoni. Se mai il problema potrebbe essere quello di instaurare un rapporto dialettico economia-politica con le altre forze che al governo possono contrastarlo.

Sia la destra che la sinistra o altro che cresce politicamente, dovrebbero essere portatori “sani” di esigenze non contemplate negli schemi mentali del capitalista, che però costituiscono il necessario consenso della società “contrattualistica”.

Quindi l’economia costituisce un contrappeso alla politica e la politica un contrappeso all’economia in un equilibrio voluto dall’opinione pubblica ovvero dal corpo elettorale e d’altra parte le diverse idee possono contribuire a “democratizzare” lo stesso capitalismo (non è detto) il quale beneficia così di elementi dinamici e di nuovi stimoli.

Senza un certo fermento il rischio del grigiore e del burocratismo appare elevato. Senza il capitalismo le ideologie farneticano su mondi possibili evitando di fare i conti col rude oste e il delirio si interrompe bruscamente quando questi le caccia a pedate.

Il mondo oggi è più artificializzato, si costruisce e decostruisce oltre i meccanismi automatici della tradizione. Ciò comporta una maggiore libertà individuale nelle scelte di vita, ma anche il pericolo di fragilità delle stesse forme di vita ed una maggiore sofferenza per la quasi costrizione a cui si è indotti, ciò comporta inoltre a pensare e ripensare la propria esistenza, ognuno diventa più padrone di sè e ciò che fa, se non piace, può essere cambiato radicalmente.

In questo contesto sia la sinistra che la destra seppur radicali non possono superare concretamente i limiti consentiti da una politica istituzionale nutrita di compatibilità col centro se vogliono governare e avere il consenso dell’opinione pubblica o comunque del corpo elettorale, l’importante è che non si appiattiscano su posizioni similari convergendo docilmente verso le esigenze superiori del centro.

Le pericolose avventure in avanti o i processi di trasformazione radicale appartengono più ai movimenti che ai partiti (costoro con scopi preminentemente istituzionali) e si inscrivono in quel processo che si chiama rivoluzione sociale: Se i partiti agiscono dall’interno e i movimenti dall’esterno si creano turbative dell’ordine sociale che possono indurre l’elettorato a premiare le opposizioni.

D’altra parte le omologazioni conformiste allontanano la gente dalla politica burocratizzata mentre una sorta di equilibrio si avrebbe con un “pragmatismo ideologico” dove il pragmatismo sia temperato da idee e le idee siano temperate dal pragmatismo e in cui la politica diventi più prassi di idee che si concretizzano, che di avveniristici mondi possibili ormai fantascientifici.

In alternativa l’homo democraticus può solo occupare il potere alla maniera del craxismo, per cui la politica (se si vuole ancora chiamarla tale) si ridurrebbe ad una pratica selvaggia di potere a detrimento del bene pubblico, cambierebbero gli uomini a gestirla, solo che dopo un po’ non si riconoscono più da dove vengono alimentando cosi il qualunquismo e il rifiuto della politica, soprattutto se si continua con questa prassi:

1) mettere uomini propri nei centri di potere addomesticati ed esecutori di ordini;

2) partitocrazia selvaggia;

3) manuale Cencelli ritualizzato e riattualizzato;

4) l’homo democristianus in circolazione che diffonde a pagamento il suo sapere sul potere.

Solo se invece l’homo democraticus si sforza di combattere, almeno quando è al governo, l’eventuale degenerazione della società civile indotta anche dai processi di alienazione (violenza, prevaricazione ecc.) introducendo elementi migliorativi nella medesima società, gli stessi partiti possono ancora svolgere una funzione attiva, altrimenti rimarranno le solite entità separate e superate che vivono parassitariamente di risorse pubbliche, spingendo la stessa società civile ancora di più verso i margini, le periferie del sistema, con una frantumazione inevitabile dell’assetto politico-istituzionale e all’uomo democraticus sarà levato tutto, all’ex (pi)diessinus oltre alla pi sarà levato anche la (di) rimanendo in mutande e diventando in questo modo un uomo “sinistretto”.

FINE

by giancarlo sartoretto

 

 

 

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