4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 5°

L’homo democristianus – Le periferie subiscono maggiormente la competizione produttiva come orgoglio di vita attiva, che comporta però un alto tasso di esaurimento psico-fisico non essendoci compensazioni soddisfacenti, mentre il tradizionalismo non vissuto ma subìto, i legami di sangue, la famiglia con i suoi schemi fissi, non agevolano una crescita psicologica individuale che aumenterebbe la consapevolezza di sè.

Si accetta acriticamente ciò che è sempre stato seppur modificato lentamente dalle condizioni economiche e non si cerca di vivificare la tradizione con apporti nuovi, facendo rispecchiare il più vuoto tradizionalismo fatto di doveri e di determinismo che poi diventano riflessi condizionati, favorendo un linguaggio degli istinti che quando è intelligente produce un che di bizzarro e attraente, ma quando si appiattisce può determinare equilibri vicino alla bruttura e alla violenza.

Se noi gli chiedessimo del perché fa quella cosa in quel modo ti risponde che si è sempre fatto così: me l’hanno insegnato così, mia madre m’ha detto che a lei hanno insegnato di fare in quel modo. Ma lo sa che oggi, l’hanno pure detto in Tv, si può fare molto meglio in un altro modo. Ah si, ti rispondono!

Tu glielo spieghi, permangono diffidenti, però ci provano, mah se l’ha detto la Tv, si dicono. Ecco quello che contraddistingue questa mentalità, questo modo di pensare o meglio questo tipo di cultura periferica antica e ormai distante, quasi estranea anche agli stessi soggetti che la manifestano e che a volte la recitano: questo cambiare passivamente che si attua attraverso un minimo di comunicazione e dialettica, in quanto ci troviamo nell’era della socializzazione e anche il buon selvatico deve andare in centro a vendere i suoi prodotti agricoli.

Quello che contraddistingue il vivere periferico è anche una certa dose di elementi arcaici i quali convivono con un modernismo più o meno raffazzonato, indotto dalla rivoluzione dei modi e dei mezzi di produzione e dai vezzi crudeli non più giustificabili da una realtà modificata ma che rimangono come abitudini consacrate, riflesso di un immobilismo mentale che contrasta con una certa dinamicità dei rapporti economici.

La rozzezza rimane un dato fisso per la difficoltà di confrontarsi con schemi più evoluti che non sono affatto necessari nell’attività economica, per cui il linguaggio, i suoni, gli affetti, i sentimenti sono praticati ad un livello meramente elementare anche se la specializzazione di oggi, induce ad una rappresentazione più articolata di uno di questi campi.

Proprio per questo il pensiero periferico è sovente reazionario, di stampo monarchico populista e preferisce una frivola letteratura di appendice, ma mantiene pure una minoranza rivoluzionaria (talvolta isolata) o comunque che auspica cambiamenti, seppure profondamente dogmatica e sacrale con schemi ingenui.

In mezzo ci sta la chiesa, le processioni, i riti, il cimitero luogo di socialità, ai lati, i “drogati”, i balordi senza dio, gli strani, qualche eretico: riassumendo, possiamo dire che le periferie convivono con una cultura lontana fatta di echi e richiami pedissequi in parte deformati, sotto un’aura obbligatoria di schemi vissuti senza immediatezza o spontaneità, ma dentro una mancanza di libertà e di spirito che facilita il mantenimento d’una povertà intellettuale, ovvero d’uno snobismo ermetico di difficile decifrazione; tant’è che la cultura delle periferie ha usato sottolinguaggi senza arrivare (o almeno quasi sempre) ad una certa originalità ed autonomia.

Là dove le periferie mantenevano una tradizione culturale più viva, questa è stata conservata senza innovazioni particolari in una sterilità noiosa e restrittiva, per effetto di una acriticità diffusa che ha lasciato inalterato e quindi col tempo impoverito, il deposito storico. La stessa cultura contadina come si sa, è stata completamente soggiogata dalle trasformazioni economiche che hanno favorito una perdita di memoria e un abbandono dei rituali coesivi della comunità, riflettendo uno spaventoso vuoto in parte riempito dalla società dei consumi, attraverso un processo di omologazione e uniformità che ha determinato anche il crescere di una sottoletteratura di giornalismo scandalistico e di rotocalchi dentro un’industria della comunicazione capace di assorbire ogni sottigliezza nella grossezza degli avvenimenti.

Si verifica così una separazione tra informazione e cultura, per cui si sa molto più d’un tempo, si è informati su tante cose senza però nessuna capacità di elaborarle in maniera critica e di inserirle in un contesto più organico nonchè profondo che rinvia alimentandolo, allo stesso deposito storico della cultura. Oggi è più facile leggere senza per questo capire maggiormente, molte sfumature rimangono inintellegibili. L’informazione quindi non alimenta la cultura proprio perché l’industria delle comunicazioni non ha interesse ad alimentare l’informazione attraverso la cultura.

L’informazione quindi viene semplificata, ridotta nella sua complessità, deve servire per la bisogna e calarsi ad un livello di immediatezza ricalcando schemi proverbiali, strappando emozioni diffuse, tutto ciò che è di facile lettura anche per i sentimenti; è bandita ogni raffinatezza della scrittura perché si rischia che non sia capita.

La rappresentazione dei sentimenti non prevede toni troppo delicati, non ci si forza cioè di colmare certe lacune nel difficile tentativo di migliorarsi e si finisce col considerarsi capaci di giudicare semplicemente in base ad una mera attività di discernimento pragmatico. Anche la Tv ha finito coll’assecondare trasmissioni di facile presa e immediata lettura senza considerare il bisogno di molti di puntare su solide basi, per cui ognuno oggi vede la Tv a modo suo, comprendendo nel contesto, solo ciò che è conforme al proprio mondo, mentre la complessità, la molteplicità dei punti di vista viene considerato noioso così come un certo intellettualismo di difficile interpretazione, anche se in passato, per motivi di opportunità ideologica, la Tv difficilmente ha saputo informare rendendo la realtà attraverso la verità, preferendo invece una rimozione di molte tematiche scomode.

Ancora oggi certi temi che potrebbero avere un interesse diffuso vengono censurati per motivi di conformismo e di controllo sociale.

E così la Tv che è creata da intellettuali e comunque dalla media e piccola borghesia a livello di estrazione sociale, finisce, in nome dell’audience col favorire, ricorrendo a formule standard, il peggior populismo con continue strizzatine d’occhio alla volgarità attraverso programmi insipidi, ripetitivi, banali, perché quello che importa è la ruffianeria dell’ascolto. La maggior parte di queste trasmissioni sono basate sulla lunghezza d’onda delle periferie, su una psicologia involuta, sui giochi della dea bendata sfruttando gli stati d’animo tipici delle classi più basse, da chi è sempre stato emarginato ed escluso da tutto, che per una volta tanto vuole intervenire in Tv, come un gioco, un sogno.

Chi presenta deve essere solo un gran sacerdote proveniente dalla classe media (un artista di fama, ma anche tanti pseudo-artisti, intrattenitori, venditori di mercanzie) egli rappresenta un gioco in cui i veri attori sono gli stessi spettatori o i loro rappresentanti fortunati, che riescono a prendere la linea o quelli che raccontano la loro disperazione o gioia in diretta in cui gli spettatori assurgono al ruolo di guardoni e curiosi come da dietro le finestre della piazza del paese assistono alla scena soddisfacendo la curiosità di tipo morboso. Homo democristianus

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 4°

L’HOMO DEMOCRISTIANUS – LE PICCOLE PERIFERIE NEL DESERTO DELLA POLITICA  Se il centro è il luogo del potere economico-culturale-istituzionale, le sterminate periferie fanno si parte del villaggio globale, ma rimangono sempre ai margini della storia, al massimo centro della cronaca per qualche vicenda scandalistica di amori e tradimenti.

La periferia sperimenta costantemente un certo abbrutimento, pochezza e povertà morale, noia esistenziale, limitatezza spaziale, vuoto, inedia.

Tutto ciò che costituisce movimento, originalità, diversità pur praticato in loco spesso inconsapevolmente, viene visto attraverso le lenti deformate di ciò che è lontano, un altrove mitizzato, l’eldorado irraggiungibile trasformato in una specie di aura che circonda ogni evento, lo dilata in realtà inaccessibile. Si rinuncia cioè ad una propria consapevolezza inadeguatamente vissuta dentro se stessi per cercare quello che è vicino ma che non si riesce a vedere, nell’altro da sè, per contro mitizzato, in cui proiettare le proprie rimozioni.

E’ incredibile come nelle periferie spuntino continuamente fotocopie di personaggi famosi, di divi, più perfetti degli originali, dove l’imitazione assurge ad arte completa e dove il vero – quello che ha dato origine al tutto – non viene spesso riconosciuto. Ecco ciò che distingue le periferie dai centri: la difficoltà a creare verità in proprio, si ha bisogno di una verità mediata da altri che bisogna imitare pedissequamente, quasi si avesse paura di rimanere senza una qualche guida, spingendo poi al parossismo ciò che si presenta come fasullo da confonderlo col vero più autentico.

Vige l’apocrifo pedissequo, che è il gusto del non canonico ma dentro l’imitazione più religiosa. Nascono così delle variabili anche creative che però si confondono col fasullo in un impasto trash d’ottima fattura, originale. C’è in effetti una difficoltà evidente da parte delle periferie ad elaborare una cultura autonoma propria che non sia quella stucchevole da pro-loco. Lo svantaggio evidente della periferia è che si colloca in una società civile senza potere, seppure economicamente capace e senza grande cultura: l’informazione si sedimenta su radici poco solide e chi sa qualcosa non lo socializza con altri, ma lo usa come strumento di potere sul gruppo.

Questa limitatezza peraltro attenuata attraverso il sistema di informazioni mondiali delle reti telematiche è la cagione d’una asfittica dimensione psicologica, con la conseguente difficoltà a capire le diversità e la tendenza a rinchiudersi in un motto d’orgoglio e il risultato di incrementare momenti di separatezza e luoghi di incomunicabilità.

Le periferie non cercano la convergenza in assoluto verso un centro, un potere, una cultura, ma la divergenza, la separazione-separatezza: certi quartieri sono completamente dominati da regole e luoghi di differenza assoluta rispetto al centro.

Questa frantumazione può portare all’isolamento, alla chiusura-clausura in gruppi che scivolano senza accorgersi verso forme di abbrutimento, (clan) degradazione o peggio violenza che sono spie di necrosi del tessuto sociale e di alienazione individuale; l’immobilismo poi, la mancanza di cambiamenti, di dinamiche, genera quella violenza di carattere ambientale nei riti collettivi domenicali, rivelando un disagio sociale diffuso.

Perché c’è questa violenza? Per le difficoltà esistenziali di dare un senso e delle motivazioni al proprio io, qualcuno direbbe perché il capitalismo (piuttosto generica come affermazione) crea quell’alienazione addizionale che aggiunta a quella della natura fa maturare tutto ciò, o forse potrebbe dipendere dal fatto che non si vive con soddisfazione, non c’è autenticità, ecc. ecc., ne sono state dette tante e non sono le teorie che mancano, nessuna delle quali però, come tutti sanno, è stata comprovata a livello sperimentale: sappiamo tutti che non si può rinchiudere un gruppo di persone in un recinto e introdurre variabili di laboratorio per comprovare le teorie, c’è anche chi dice che ognuno di noi ha un quantum di riserva geneticamente definita, chi di più, chi di meno, di violenza, che può essere sublimata o meno, dipende dalle condizioni sociali in cui il soggetto detentore è costretto ad agire, se si trova in guerra ad esempio, la esaurirà facilmente.

Comunque sia, risulta ormai assodato che intere periferie sono soggiogate da sottoculture strutturalmente complete che niente hanno da condividere col centro e che sono spesso in mano alla malavita per effetto della commercializzazione diffusa della morte a credito o in contanti, degli stupefacenti.

Le periferie esprimono estraneità, estraniazione ma anche una differenza notevole di linguaggi, di usi, di discorsi, di manifestazione dei sentimenti ed una percezione di impotenza rispetto al centro più “evoluto e raffinato”, con un senso di frustrazione nata dalla distanza non facilmente raggiungibile e un conseguente ripiegamento verso manifestazioni di impotenza, a questo si deve aggiungere una certa stabilità-staticità istituzionale di fondo nel mezzo di un movimento continuo di merci e di macchine. E allora la distanza col centro si colma apparentemente attraverso l’invasione notturna nella speranza di raccattare qualcosa, molto spesso viene fuori la bravata, la smargiassata per concludere la serata.

Il centro è un terreno di conquista del branco, il miraggio di avventure sperate più che reali, ma anche di violenze, di bottini improvvisati: forse è un tentativo di voler attenuare la differenza di status “inghiottendola” sacralmente attraverso la velocità dell’auto che correndo percorre le geometrie del potere, quasi le urta, senza però intaccarle con la sensazione, l’illusione, di avvicinarsi, di conviverci, di assorbirle e quindi di conquistarle.

Il benessere economico ha livellato le differenze tra centri e periferie al punto che non c’è più un unico centro, permangono tuttavia differenze culturali e una aristocrazia culturale multicentrica che detta le sue leggi nel mercato delle idee, anche se la periferia comincia seppur lentamente ad acquisire una maggiore sicurezza di sè che a volte si è trasformata in arroganza indotta dal pensare di sapere, mentre è solo senso comune, perché si ha più potere (economico).

Il sapere è molto più complesso avendo diramazioni intellettuali profonde e non si può confondere coll’essere aggiornati nell’informazione e neanche l’ottusa difesa di principi ormai ampiamente superati, né imparare a memoria la Divina Commedia serve granché, è solo uno sfoggio esteriore.

Le piccole periferie mantengono quindi questa difficoltà a legarsi al movimento vivo delle cose, anche la “cultura” esibita come status sociale diviene un obbligo a cui sottoporsi con sofferenza e una buona dosa di masochismo in una specie di dovere sociale che chiude gli occhi al piacere spirituale.

Ed ecco allora che invece di attività “gratuita” la cultura diviene una cornice di supporto agli affari, un elemento di decorazione delle pubbliche relazioni, un cimelio di citazioni dotte condotte con fascino ammaliante e seducente soprattutto se straniere o classiche, uno snobismo di maniera che cita autori poco conosciuti con l’aria che tutti debbano conoscerli meravigliandosi alquanto se tu sbagli di pronunciarli, perché sono tutti stranieri quelli che si citano, citare degli italiani sconosciuti da un senso di miseria o provincialismo e lo snob ti guarda come se fossi un barbaro appena uscito dalle foreste.

Molti di questi nomi vengono sciorinati nei salotti bene, ma più di qualcuno di fondo è incomprensibile, ma fa tanto “in” citarlo come copertura intellettuale a certe attività produttive. La cultura svuotata dei suoi contenuti diventa un guscio vuoto in cui puoi metterci dentro qualsiasi cosa, un cartoccio multicolorato con cui si incartano certe merci e questo per dare un senso di superiorità e di qualità sofisticata ai salami, ai formaggi, alle grappe.

Le piccole periferie dimostrano di svolgere più un’attività economica con un certo successo che un’attività culturale, proprio perché manca il senso del gratuito, del non produttivo, di ciò che esce dalla sfera dell’utilità immediata per assurgere ad indice del piacere estetico puro, anche se molti sentono questa necessità che però non riescono ad elaborare se non come possibilità di comprarla, di acquisirla come un prodotto.

L’unica cosa che si può comprare attraverso il guadagno è il tempo liberato dalle necessità volgari e conquistato al nuovo libro dei piaceri che sia capace di integrare l’esperienza umana di bisogni più spirituali oltre a quelli legati alla concentrazione produttiva, trasferendo almeno in parte i dettami di una vita attiva verso forme più contemplative.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 3°

L’Homo Democristianus – Concludiamo dicendo che non esiste una informazione tecnica (professionale) al di sopra delle parti che sarebbe come pretendere di imbottigliare il vento, che in passato ha nascosto sempre posizioni di regime mentre un’informazione di parte fa pensare sempre ad un regime.

Non se ne esce da queste contraddizioni se non cambiando spesso il pannolino che si è fatto sporco, il potere dell’informazione è micidiale e fondamentale per la conservazione del potere per cui la Rai o rimane in mano ai partiti (ogni rete un suo partito o coalizioni di partiti in maniera che l’utente possa scegliere col telecomando un Tg progressista e uno conservatore, uno orientato a destra e uno più di sinistra, uno laico e uno religioso, uno cattolico e un altro protestante, buddista ecc., uno orientato alle maggioranze e uno orientato alle minoranze) – in passato molte di queste sono state liquidate come sette fanatiche da una certa arroganza di potere profondamente attaccato alla tradizione di ciò che c’è anche quando si definisce progressista – quindi si manifesta anche il problema di rappresentare in maniera corretta il nuovo senza criminalizzarlo per paura che faccia concorrenza ai partiti che hanno espresso quegli stessi uomini loro, cioè i giornalisti, e che temono la concorrenza nel consenso di nuovi movimenti questo provocherebbe staticità e immobilismo nei vecchi partiti, o rimane in mano ai partiti si diceva – escludendo comunque le voci della società civile anche se gli stessi dicono il contrario – ovvero diventi un’entità gestionale al di fuori dei partiti che deve rispondere al parlamento come azienda, asettica, indipendente, neutra nei conflitti ma che in verità finisce sempre col cedere le pressioni a qualche potente di turno. Come si concilia allora l’aziendalismo col servizio pubblico?

L’informazione e la cultura se si trasformano in un prodotto perdono le loro caratteristiche di informazione e di cultura anche se c’è un problema di budget e di gradimento che non vanno sottovalutati e che il prodotto (il made in Italy) non ha niente a che vedere con la cultura a meno che non si consideri cultura tutto ciò che fa guadagnare, forse bisognerebbe ridefinire il concetto di cultura e liberarlo da ambigue incrostazioni.

Tutto ciò potrebbe essere un bel modo per ritornare da travestiti, al centro, assecondando i meccanismi più retrivi dello spettacolo in nome dell’audience. Se la cultura è lontana dall’audience, anche l’audience è distante dalla cultura, però c’è chi si “serve” della cultura per coprirsi dall’obbligo dell’audience e propinare certi polpettoni di pedantesca fattura da far smascellare di sbadigli l’intero creato; chi non si ricorda la fuga generalizzata dalle sedie (la Tv all’inizio si vedeva nei bar) all’apparire della trasmissione culturale “ L’approdo “.

Evidentemente alla Dc di allora al massimo interessava la cultura cristiana, eppoi far capire troppo alla gente non va mai bene, o chi progetta programmi di mezza tacca né commerciali, né culturali, ma di regime in cui comunque si punterebbe sull’audience come speranza, se viene tanto di guadagnato, ma se fallisce lo si considera normale per quei programmi “culturali”, quando invece di culturale hanno solo una confezione esteriore.

Converrebbe allora anche alla Rai separarsi dai partiti e dai gruppi di pressione per diventare una entità indipendente e autonoma, ma c’è il problema delle inserzioni pubblicitarie che spingono l’audience verso i dati quantitativi dell’ascolto e il principio del servizio pubblico che dovrebbe mirare alla qualità dei programmi, adesso esiste un sistema misto di reperimento delle risorse, in parte col canone e in parte con i proventi pubblicitari, un punto d’equilibrio discutibile a metà strada tra la televisione pubblica e la televisione commerciale, un ibrido che sfrutta i vantaggi sia dell’una che dell’altra ma che scontenta anche molte fasce di spettatori.

Un suo ridimensionamento darebbe alla Rai una identità più precisa verso il servizio pubblico, però le trasmissioni dovrebbero comunque essere sottoposte ad un indice di gradimento del pubblico mentre le sedi decentrate onde evitare concentrazioni di interessi troppo potenti dovrebbero mantenere autonomia e un potere produttivo effettivo, ma come pensare che i partiti siano d’accordo.

Torniamo al nostro vocabolario e vediamo il significato dispregiativo di compromesso: cedimento, deviazione nel comportamento pratico rispetto ai principi morali, idee politiche e simili professati sul piano teorico: “costretti a cotali compromessi” afferma il Nievo.

E qui si apre il grande problema attuale, che tutto ciò che è idea nel suo percorso verso il centro si trasforma in “interesse” e che tutto questo centralismo finisca per impoverire i principi morali d’un paese: si cede al buon senso, al politicamente corretto che piano piano diventa politicamente corrotto, il principio di piacere dell’utopia deve cedere al principio di realtà del pragmatismo in cui la politica perde in progettualità per basarsi sui dati inconfutabili del Grande Ragioniere del Sistema che determina dall’altro gli obbiettivi della politica che diventa l’osanna di statistiche (indici e percentuali, tassi e calcoli) in cui ci si appiattisce nel presente senza vedere e prevedere i mutamenti e in cui la stessa realtà viene semplificata fino a trasformarsi in puro utile.

Infine compromettere significa anche essere coinvolti in qualcosa di rischioso, esponendosi, impegolandosi in pratiche “centripete” incontrandosi con nuovi e inusuali compagni di strada perché si entra in una zona un tempo in sosta vietata, privilegiata da tanti affaristi senza scrupoli morali, da politici ambigui e da normali capitalisti e quindi dal potere nel suo farsi e nel suo decidere, luogo affollato da intriganti, cortigiani, portaborse, lobbysti, onesti sindacalisti, in cui ci si dedica alla “prostituzione politica” fatta di nuovi incontri e di strane possibilità o di strani incontri e nuove possibilità in un balletto dai contorni appassionanti in cui la furbizia combinata con l’abilità mette a segno buoni colpi. homo democristianus

 

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS 2° CAP.LO

Il centro quindi come luogo di confluenza che si espleta nel compromesso dove prolifera l’homo democristianus. 2° CAP.LO

Cosa dice lo Zingarelli a proposito del termine compromesso? Nel significato n° uno, si parla di obbligarsi scambievolmente a ricorrere al giudizio di un arbitro ed a accettarne la decisione.

Come nei contrasti tra imprenditori e lavoratori o meglio loro rappresentanti sindacali, dove il governo, cioè il ministro del lavoro interviene tessendo una rete per mediare gli opposti interessi e riuscire così a portare in porto i contratti collettivi. Ecco allora che è lo stato nelle sue rappresentanze istituzionali che cerca di dirimere le controversie tra le parti sociali, quale organismo neutro.

Se la sua natura sia neutra o no, ciò ha dato spazio ad una sequela di teorie soprattutto in campo marxista che non vale la pena di approfondire perché il processo generativo di uno stato si basa su tali e tanti variabili che rinviano ad una complessità organica difficilmente districabile. In effetti quando lo stato lasciava che una parte (quella più forte) vincesse sistematicamente in virtù appunto della sua forza, la parte debole, allora si poteva parlare di regime liberale in cui le forze economicamente potenti erano maggioritarie.

Ma con lo stato democratico tutto ciò è diluito, mentre il neoliberismo più che essere una riedizione dello stato liberale costituisce semplicemente una reazione alle degenerazioni burocratiche e stataliste della democrazia, con una funzione tutta interna al rinvigorimento del mercato attraverso una finta concorrenzialità economica e una sua rappresentazione ideologica che deve stimolare l’universo capitalistico.

In effetti oggi siamo nell’epoca degli oligopoli scaturiti da un mercato mondiale ultraspecialistico in cui ogni grande azienda si può mettere d’accordo con altre due o tre per suddividersi il territorio e quindi fare una finta concorrenza, questo processo può portare anche a una burocratizzazione o “statalizzazione” dello stesso capitalismo e una economia pervasa più dalle rendite di posizione che dall’innovazione, per cui il rischio economico non diventa l’elemento fondante dell’attività economica, ma una variabile perniciosa da ridurre al massimo.

Paradossalmente più aumenta la burocratizzazione del capitalismo maggiore è la paura dello statalismo e ossessiva diviene l’ideologia che ha il compito di rappresentare una realtà che non esiste più: il liberalismo in politica e il liberismo in economia.

Il compromesso nel significato numero due parla di accordo, accomodamento tra due o più persone o tesi e sim. in contrasto tra loro in cui ciascuno dei partecipanti rinuncia ad una parte delle sue richieste, rivendicazioni (transazione) ma significa anche UNIONE DI DUE E PIU’ ELEMENTI DIVERSI E CONTRASTANTI.

E ci chiediamo: cosa può partorire questa unione se non un monstrum ideologico? Ma a parte ciò e senza voler fare i puri ad oltranza, dove può avvenire questo incontro se non nel centro, luogo “neutro” delle confluenze più o meno parallele o contrapposte che si incontrano nell’impeto centripeto, anche se questa dinamicità che assume la politica può essere bloccata solo da chi in centro ci sta già e non deve spostarsi da nessuna parte. In ogni caso questi elementi diversi e contrastanti stando insieme occupano un territorio di convergenza, in cui la conoscenza o riconoscenza reciproca fa rinunciare almeno per un periodo di tempo, alla loro differenza, appiattendosi nella creazione di un qualcosa di nuovo, un ibrido che viene chiamato semplicemente inciucio, del quale i maestri sofisti italiani machiavellici per eccellenza dimostrano talento.

Questo gusto del centro che significa anche incontro col capitale, non risulta letale solo per le ideologie nella loro capacità di prescrivere mutazioni “genetiche” dell’organismo sociale, ma anche per il maggioritario che si nutre di differenze e non di convergenze e che quando è costretto al compromesso lo fa dal suo punto di forza se non vuole indebolirsi.

Rinsaldando invece questo nuovo elemento centripeto e giustapponendolo ad uno pseudo-tecnicismo nascosto nella solita “neutralità” (anche questa di centro) si fa politica e promuovono interessi nella continuità, alimentando la solita trasversalità di poteri nutriti di più variabili ideologiche e quindi totalizzanti che a loro volta contribuiscono a indebolire la stessa identità ideologica sempre più neutralizzata da pratiche personalistiche.

Quando si parla di rappresentare tutte le voci in seno alla Rai ad esempio, si finisce per ribadire che tutto il potere va ai partiti, i quali sono gli unici rappresentanti delle voci della società civile, anche se fossero separati dalla medesima. I partiti possono sentire le voci, ma se dissentono da quelle voci cosa ne viene fuori?

Che le voci si trasformano in rumori di fondo senza rappresentanza. La questione come peraltro lo dicono già in molti, è che l’informazione diventa strategica per la conservazione o rappresentazione del partito, per cui si tratta di occupare semplicemente dei posti, arrivando al grottesco di un visto da destra, visto da sinistra con il centro che domina organicamente il flusso delle informazioni le quali devono essere per forza “medie”, né troppo sbilanciate a sinistra, né troppo sbilanciate a destra (neutralità) e quindi favorevoli al centro, nobilitate dall’antico detto filosofico del giusto mezzo di origine greca. Come si può allora superare e risolvere il problema del servizio pubblico dell’informazione?

Facendo un servizio al centro e/o alle periferie? Il centro è il più medio, accontenta tutti, le periferie sono parziali, più discutibile la loro portata, escono dalla medietà e quindi dalla mediazione, meno controllabili e socialmente desiderabili le periferie sfuggono a ciò che è precisato.

Un tempo in Tv c’erano i mezzi busti che con la loro aria di imparzialità assomigliavano al regime liberale nella difesa degli interessi predominanti, interessi che convergevano nel centro antico dove già trovavano chi li tutelava. Oggi i giornalisti non hanno più la museruola e non abbaiano a comando a parte qualche cane da guardia d’un padrone, oggi i giornalisti sono più di parte e vogliono conquistare un’obiettività dalla loro parte che rimane difficile perché l’obbiettività rinvia sempre e comunque a degli obbiettivi che dovrebbero essere esplicitati e non tenuti nascosti.

Allora è meglio essere sfacciatamente faziosi, come i partiti dovrebbero essere, ed esplicitare che si serve un padrone e un’ideologia piuttosto che tacere e farlo di nascosto ovvero rappresentare i fatti in maniera da contemperare varie esigenze difficilissime però da sostanziare – ci vuole grandissima professionalità e un alto senso etico della giustizia – in modo da dare un quadro esaustivo di massima dei medesimi, senza tralasciarne troppi di significativi e spiegando possibili accostamenti molto spesso frutto delle proprie credenze più autentiche ma anche dei propri pregiudizi.

Certo che così prima di far partorire una notizia bisogna sudare parecchio e come l’alchimista cercare dosaggi con equilibrismi complicatissimi col risultato di rallentare un processo spesso vorticoso e comunque veloce. Nella realtà succede una cosa meno nobile, i partiti dicono una cosa ma ne intendono una completamente diversa, quando parlano che la Tv deve rappresentare le voci, almeno sette, vuol dire che deve parlare dei partiti maggiori propinando al grosso pubblico il pastone quotidiano come un romanzo a puntate fatto di eroi, di leader, che tra di loro si accusano e contro accusano, poi ogni tanto cade un governo e qualcuno si fa male.

Non è tanto la società civile che conta bensi le sue rappresentanze istituzionali, i partiti che mettono loro uomini in seno alla Rai devono essere rappresentati nelle loro posizioni politiche, allora si vede il povero giornalista che è costretto col bilancino a dosare le informazioni citando i vari partiti dedicando un tempo proporzionale alla loro importanza, dicendo le loro posizioni, che visto il poco tempo a disposizione diventano assolutamente monche e incomprensibili del tipo: il PPI afferma che la giustizia è un tema centrale (vorrei vedere chi dice il contrario), I Verdi ribadiscono che è vero, i Riformatori non ci stanno (a che cosa?)

Il bello è che se un domani qualche leader dirà che la società civile dovrà contare di più l’imperturbabile giornalista sarà costretto dopo i partiti a riportare l’opinione del sig: Rossi di Messina o del sig. Bianchi di Ancona sempre con una sintesi bruttalmente ermetica da far concorrenza ad una poesia di Ungaretti. Quando i partiti affermano che i giornalisti devono essere scelti in base alla loro professionalità vogliono dire semplicemente che alla Rai non ci deve andare il braccio destro del leader che pur scrivendogli i discorsi non ha una patente da giornalista, ma il suo braccio sinistro che almeno ce l’ha.

Da anni sentiamo le noiose lamentele di chi sta all’opposizione, che il partito di potere ha messo tutti i suoi uomini alla Rai. Appena quello di opposizione va al potere fa esattamente la stessa cosa, difatti un partito ha senso altrimenti sarebbe un puro e semplice movimento fuori dalle istituzioni quando prende il potere per cui i suoi iscritti si spartiscono le poltrone, l’unica serietà è rappresentata dal fatto che il leader metta uomini fidati ma che siano almeno competenti, cioè che da anni si siano specializzati sulle problematiche e non si improvvisino esperti come nelle lottizzazioni selvagge dei tempi democristiani in cui si mettono uomini fidati e basta.

Essendo l’informazione strategica per i partiti la RAI è diventata una specie di campo d’occupazione dei medesimi al punto da sviluppare una organizzazione elefantiaca con centinaia di direttori e vice-direttori e una specie di “quadrilatero” dirigenziale che richiama studiosi da tutte le parti della terra per cercare di decifrare questo tipo di organigramma.

Quindi è meglio affermare che l’occupazione risulta inevitabile, ma deve essere controbilanciata almeno scegliendo dei nomi che pur cooptati dall’interno del partito o dalle sue vicinanze abbiano la competenza necessaria per affrontare e risolvere determinati problemi e non un’occupazione “parassitaria” come è avvenuto in passato, tanto per far girare nei posti di potere “membri” gonfi di boria, teste con un’intelligenza in miniatura, del partito.

La stessa nomina di “tecnici” esperti nel management aziendale pur nella loro apparente imparzialità viene fatta dagli stessi partiti a cui devono in seguito rispondere, senza contare che così è più facile nascondere e dissimulare interessi ben precisi, mettendo in campo politiche che dimostrano una loro opzione ideologica seppur travestitia da schemi di neutralità.. Se un membro di una commissione è stato inserito in quella commissione grazie al partito, come esperto egli potrà certamente selezionare i progetti in base ad una sua competenza acquisita facendo l’interesse pubblico, ma se dovesse nella sua azione bocciare un progetto su cui c’è l’appoggio di un pezzo grosso del partito si renderebbe poco affidabile in quanto diminuirebbe il potere del pezzo grosso, quindi chi cerca di far carriera nel partito ed essere apprezzato per la sua fedeltà non dovrà esprimere opinioni o azioni in contrasto, poichè la dialettica interna si riduce a limiti molto controllati.

Un processo del genere è inevitabile e si può attenuare solo con il ricambio di potere e di attori politici, ma quando questo non si verifica la degenerazione cresce, il partito sviluppa interessi paralleli che fanno concorrenza al bene pubblico e il potere si trasforma in una rete dalla struttura illegale in cui vengono praticati abusi sistematici.

Una persona che vuole conservare la sua indipendenza e la sua libertà difficilmente riesce ad entrare nei partiti, anzi viene emarginata soprattutto se dimostra un minimo di intelligenza perché il pezzo grosso del partito non vuole circondarsi di persone che gli facciano ombra, devono essere invece medie o mediocri, (similia cum similibus) dotate di spirito gregario, sempre fedeli e controllabili, ecco perché alla lunga il partito si sclerotizza e si burocratizza, perché ogni cosa che tocca rende media anzi mediocre, notarile e noiosa per poi scomparire tra gli sbadigli.

Allora il partito diventa una entità separata, un nemico della società civile, occupa i posti migliori attraverso una rete “mafiosa” in cui spesso si registrano faide interne, queste faide sono indice di una degenerazione, il partito diventa necessario perché molta gente vive dei suoi favori, e comunque il partito rimane un filtro obbligato, l’acqua calda che prepara qualsiasi infuso, decotto, tisana, in quanto la sua rete occupa tutti i posti di potere. Se dovessimo cambiare la Costituzione bisognerebbe affermare il principio che non i partiti, bensì i movimenti autofinanziati sono il fulcro della democrazia perché sono radicati nella società civile e in quella vi ritornano volentieri. Homo democristianus

 

 

 

4 -L’HOMO DEMOCRISTIANUS

E’ tratto da un mio testo del 1999 (panphlet) oggi molto attuale e cerca di descrivere l’homo democristianus come centro di un’antropologia politica della moderazione e che riflette un modello di comportamento che in Italia è risultato essere sempre maggioritario (almeno fino ad oggi).

IL GRANDE CENTRO, UN LUOGO DI CONFLUENZA

Il grande centro della politica accoglie tutti quelli che sono “oggettivi” ed equilibrati, perché hanno bagnato le loro pulsioni violente nel fiume della medietà che scorre tra due poli opposti densi di paesaggi selvaggi e deserti che rievocando incidentalmente Stendhal, si possono esemplificare con i colori dominanti del rosso e del nero. Il grande centro quindi è il luogo della ragione pura dove si parla, si discute anche animatamente ma poi si arriva ad un equilibrio sbozzando e mondando la cresta dura, facendo levigare la materia depurata al punto da riflettersi in un lindore immacolato,

in un biancore che evoca il giglio della purezza, dove l’incontrastato homo democristianus diviene operatore di sottigliezze metafisico-politiche, di giochetti raffinati, di distinzioni sofisticate, di linguaggi orfici di interpretazione bifronte, di architetture semantiche vicine alla poesia d’avanguardia.

L’arte della politica investe le parole di luci trasversali, di metalinguaggi criptici, di cifrari ostici, di argomenti ermetici in cui si dispiegano organigrammi notturni, come se un immenso lenzuolo bianco venisse stesso sulla concimaia.

Nel centro la politica si purifica di scorie estremistiche, anche l’economia nel centro esce dai particolarismi, non più capitali parziali, interessi specifici, ma il grande capitale, il capitale unico quello che rappresenta tutto e tutti, quel capitale che ha delle sue occorrenze politiche, delle sue necessità fisiologiche e che non può discostarsi dal centro, appena qualche politico per qualche vantaggio personale lo sposta verso destra o qualche lotta sindacale o partito progressista afferma l’utilità di un capitalismo più socievole e quindi sociale non più basato sulle grandi famiglie, ma sulla capacità e competenza personale quindi meno ereditario, crea reazioni infastidite: “ognuno faccia il proprio mestiere, noi non apprezziamo imprenditori populisti, al massimo invece i paternalisti.”

Ci sono dei dati oggettivi su cui si muove il capitalismo (parametri da osservare) al di là delle singole ideologie di cambiamento o di conservazione, per cui si tratta di saper gestire questi parametri come dei ragionieri, la politica allora diventa solo la gestione necessaria di conti e ogni proposito di cambiamento diventa avventuristica fuga in avanti a meno che l’innovazione si situi nell’ambito del management.

Rimane ampiamente sconfitta ogni possibilità di cambiare radicalmente il capitalismo dirottandolo dal suo percorso obbligato, mentre la costruzioni di alternative globali al capitalismo non hanno retto nel lungo periodo, né un’economia alternativa, né un sistema a predominanza cooperativa, né tantomeno il volontarismo ideologico, almeno fino ad oggi, hanno durato oltre la terza generazione, resistono di più le utopie e le comunità religiose.

Da ciò si deduce una oggettività di discorso che nessuna soggettività è in grado di condizionare se non molto marginalmente e questa oggettività trova la sua collocazione politica nel centro come luogo della mediazione tra capitalismi e soprattutto generatore dell’equilibrio generale del sistema in cui le giuste dosi dei vari fattori produttivi vengono combinate con una sapienza alchemica che si avvale di indici super partes.

Il centro assurge ad obbiettivo di ogni politica, anche il capitale quando agisce lo preferisce, ricorre a destra solo negli estremi momenti di pericolo usando la forza di un sovvertimento istituzionale quando le lotte operaie non si riescono a fermare altrimenti, il colpo di stato riparatore dovrebbe creare le condizioni di un ritorno di forza al capitale che però preferisce evitare certe prove di forza.

Invece non si è mai visto fino adesso almeno, un capitalismo percorrere i sentieri della sinistra se non qualche piccolo anfratto di confine per accogliere a braccia aperte le imprese consorelle di matrice cooperativa che si spostano verso il centro per essere quotate in borsa.

Il capitalismo nutre una atavica e storica diffidenza per la sinistra anche di quella sinistra illuminata che in passato affermava contro se stessa, ma magnanime e generosa, che se i padroni cedevano un po’ di benessere alle masse queste incrementavano i consumi e facevano crescere le stesse imprese o altre. Ecco dove sbagliava il pensiero illuminato, quanto citava “altre” IMPRESE.

Il vecchio capitale non ne voleva sentir parlare abbarbicato com’era a difendere la sua posizione privilegiata, se non altro la concorrenza l’avrebbe costretto all’innovazione però temeva, nel nuovo, la perdita delle proprie posizioni che fino a quel momento gli aveva garantito certi poteri, una variante “socialdemocratica” del sistema presentava rischi non calcolabili e lo sviluppo di una dinamica economica difficile da gestire, di cui diffidare, come si diffida dei comunisti.

Immobilismo nell’innovazione, questo è lo slogan del grande capitale, mentre la politica-politica ha coniugato piuttosto lo slogan inverso: innovazione nell’immobilismo, perché la politica da dovunque venga, da destra o da sinistra, dovrà gestire i parametri che il “sistema” impone dal centro.

In questo quadro il bipolarismo politico rappresenta un complesso di piccole variabili, di piccole differenze da cui partire, che vengono spesso ad arte ingigantite, amplificate, per arrivare a quello sbocco fondamentale, quel luogo di confluenze che è IL GRANDE CENTRO vero punto strategico di sopravvivenza e rigenerazione del sistema economico in cui la politica acquista più forza dialettizzando il suo rapporto col capitalismo, ma per far ciò è necessario che la politica arrivi da altre sponde.

Se la politica prende fissa dimora al centro può sovrapporsi alle esigenze economiche costruendo un centro di potere parallelo a quello del capitale, quando un partito si trova da sempre in centro diventa un immediato portatore d’acqua di certi interessi, però può creare anche dei balzelli e delle rendite di posizione che tendono a subordinare spesso l’economia, l’imprenditoria alla politica. Se il centro esprime questa tendenza alla mediazione e al compromesso i partiti già di centro divengono più compromissori.

Berlinguer intendeva il compromesso storico non nel senso di compromissione delle masse operaie e contadine dentro i meccanismi del grande potere, ma per liberare le masse popolari da una contrapposizione politica sterile superando di fatto il concetto gramsciano di “blocco storico” ancora inteso in termini alternativi rispetto all’economia capitalistica. Ciò per farle diventare perno di un processo di rinnovamento istituzionale, dialettico e popolare che giungesse fino ai templi classici del potere condizionandolo attraverso l’apporto di nuove energie, in questa maniera anticipando un bisogno di capitalismo diffuso e sociale.

In definitiva si mantengono le proprie idee e la propria fede, ma si scopre anche il pragmatismo, si liberano nuove energie che guardano al centro, in cambio si vuole che il centro guardi di più a sinistra, che gli equilibri politici si spostino di più a sinistra rispetto a ciò che avevano fatto i socialisti.

Di fatto però denudando tanta gente dai vestiti dell’ideologia che si ergevano a difesa di atteggiamenti morali e di solidarietà, si lancia l’idea della superiorità di un certo modello di sviluppo che finisce per corrompere anche nei suoi aspetti di compromissione, ampie fette di popolazione sempre più distratte da nuovi bisogni consumistici, più che un cambiamento di modello si assiste all’integrazione di quel modello; mentre dopo il muro di Berlino, con le stesse masse che hanno superato il muro del capitalismo, “i comunisti” si trovano sempre più indeboliti, una parte vuole seguire le masse al di là del muro e parla di esaurimento d’una esperienza (tanto vale cercare di gestire a nome del popolo di sinistra questo compromesso cercando esclusivamente posizioni di potere) altri invece vogliono continuare l’esperienza, irrigidendosi sul santuario dell’ideologia che però non ha più alcun rapporto col reale, anzi lo “doppia”, divenendo puro artificio di facciata, sorta di bibbia sapienziale a cui aggrapparsi, reliquario storico da adorare in attesa di “templi” migliori.

D’altra parte però la volgarizzazione del compromesso porta verso il pericolo dell’homo democristianus che si è sempre alimentato di un universo popolare regredito, poco evoluto nei suoi diritti, doveri, comportamenti alti, nel pensiero gentile, nella tolleranza e piuttosto tutto teso a comportamenti meschini, egoistici, poco dialettici o aperti, opportunistici, senza principi, anomici, cortigiani, adulatori.

Tutto l’incontrario di ciò che l’ottocento “borghese” aveva rappresentato nel Risorgimento: generosità, lancio altruistico, sacrificio, mentre nell’universo “massivo” di oggi, anche la libertà e l’autonomia possono avere dei prezzi ed essere vendute. Parliamo di contrattazione il cui luogo deputato tra le parti non può che essere il centro e rappresenta il momento di incontro di interessi in sé contrapposti che vengono risolti attraverso la mediazione e il compromesso, si parla perciò di società “contrattualistica” perché si regge su questi accordi periodici di gestione delle risorse economiche e diventa una necessità contro gli scontri contrapposti, un accordo fra le parti per scambiarsi il loro tempo produttivo.