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4 -L’HOMO DEMOCRISTIANUS

5 Gennaio 2013

E’ tratto da un mio testo del 1999 (panphlet) oggi molto attuale e cerca di descrivere l’homo democristianus come centro di un’antropologia politica della moderazione e che riflette un modello di comportamento che in Italia è risultato essere sempre maggioritario (almeno fino ad oggi).

IL GRANDE CENTRO, UN LUOGO DI CONFLUENZA

Il grande centro della politica accoglie tutti quelli che sono “oggettivi” ed equilibrati, perché hanno bagnato le loro pulsioni violente nel fiume della medietà che scorre tra due poli opposti densi di paesaggi selvaggi e deserti che rievocando incidentalmente Stendhal, si possono esemplificare con i colori dominanti del rosso e del nero. Il grande centro quindi è il luogo della ragione pura dove si parla, si discute anche animatamente ma poi si arriva ad un equilibrio sbozzando e mondando la cresta dura, facendo levigare la materia depurata al punto da riflettersi in un lindore immacolato,

in un biancore che evoca il giglio della purezza, dove l’incontrastato homo democristianus diviene operatore di sottigliezze metafisico-politiche, di giochetti raffinati, di distinzioni sofisticate, di linguaggi orfici di interpretazione bifronte, di architetture semantiche vicine alla poesia d’avanguardia.

L’arte della politica investe le parole di luci trasversali, di metalinguaggi criptici, di cifrari ostici, di argomenti ermetici in cui si dispiegano organigrammi notturni, come se un immenso lenzuolo bianco venisse stesso sulla concimaia.

Nel centro la politica si purifica di scorie estremistiche, anche l’economia nel centro esce dai particolarismi, non più capitali parziali, interessi specifici, ma il grande capitale, il capitale unico quello che rappresenta tutto e tutti, quel capitale che ha delle sue occorrenze politiche, delle sue necessità fisiologiche e che non può discostarsi dal centro, appena qualche politico per qualche vantaggio personale lo sposta verso destra o qualche lotta sindacale o partito progressista afferma l’utilità di un capitalismo più socievole e quindi sociale non più basato sulle grandi famiglie, ma sulla capacità e competenza personale quindi meno ereditario, crea reazioni infastidite: “ognuno faccia il proprio mestiere, noi non apprezziamo imprenditori populisti, al massimo invece i paternalisti.”

Ci sono dei dati oggettivi su cui si muove il capitalismo (parametri da osservare) al di là delle singole ideologie di cambiamento o di conservazione, per cui si tratta di saper gestire questi parametri come dei ragionieri, la politica allora diventa solo la gestione necessaria di conti e ogni proposito di cambiamento diventa avventuristica fuga in avanti a meno che l’innovazione si situi nell’ambito del management.

Rimane ampiamente sconfitta ogni possibilità di cambiare radicalmente il capitalismo dirottandolo dal suo percorso obbligato, mentre la costruzioni di alternative globali al capitalismo non hanno retto nel lungo periodo, né un’economia alternativa, né un sistema a predominanza cooperativa, né tantomeno il volontarismo ideologico, almeno fino ad oggi, hanno durato oltre la terza generazione, resistono di più le utopie e le comunità religiose.

Da ciò si deduce una oggettività di discorso che nessuna soggettività è in grado di condizionare se non molto marginalmente e questa oggettività trova la sua collocazione politica nel centro come luogo della mediazione tra capitalismi e soprattutto generatore dell’equilibrio generale del sistema in cui le giuste dosi dei vari fattori produttivi vengono combinate con una sapienza alchemica che si avvale di indici super partes.

Il centro assurge ad obbiettivo di ogni politica, anche il capitale quando agisce lo preferisce, ricorre a destra solo negli estremi momenti di pericolo usando la forza di un sovvertimento istituzionale quando le lotte operaie non si riescono a fermare altrimenti, il colpo di stato riparatore dovrebbe creare le condizioni di un ritorno di forza al capitale che però preferisce evitare certe prove di forza.

Invece non si è mai visto fino adesso almeno, un capitalismo percorrere i sentieri della sinistra se non qualche piccolo anfratto di confine per accogliere a braccia aperte le imprese consorelle di matrice cooperativa che si spostano verso il centro per essere quotate in borsa.

Il capitalismo nutre una atavica e storica diffidenza per la sinistra anche di quella sinistra illuminata che in passato affermava contro se stessa, ma magnanime e generosa, che se i padroni cedevano un po’ di benessere alle masse queste incrementavano i consumi e facevano crescere le stesse imprese o altre. Ecco dove sbagliava il pensiero illuminato, quanto citava “altre” IMPRESE.

Il vecchio capitale non ne voleva sentir parlare abbarbicato com’era a difendere la sua posizione privilegiata, se non altro la concorrenza l’avrebbe costretto all’innovazione però temeva, nel nuovo, la perdita delle proprie posizioni che fino a quel momento gli aveva garantito certi poteri, una variante “socialdemocratica” del sistema presentava rischi non calcolabili e lo sviluppo di una dinamica economica difficile da gestire, di cui diffidare, come si diffida dei comunisti.

Immobilismo nell’innovazione, questo è lo slogan del grande capitale, mentre la politica-politica ha coniugato piuttosto lo slogan inverso: innovazione nell’immobilismo, perché la politica da dovunque venga, da destra o da sinistra, dovrà gestire i parametri che il “sistema” impone dal centro.

In questo quadro il bipolarismo politico rappresenta un complesso di piccole variabili, di piccole differenze da cui partire, che vengono spesso ad arte ingigantite, amplificate, per arrivare a quello sbocco fondamentale, quel luogo di confluenze che è IL GRANDE CENTRO vero punto strategico di sopravvivenza e rigenerazione del sistema economico in cui la politica acquista più forza dialettizzando il suo rapporto col capitalismo, ma per far ciò è necessario che la politica arrivi da altre sponde.

Se la politica prende fissa dimora al centro può sovrapporsi alle esigenze economiche costruendo un centro di potere parallelo a quello del capitale, quando un partito si trova da sempre in centro diventa un immediato portatore d’acqua di certi interessi, però può creare anche dei balzelli e delle rendite di posizione che tendono a subordinare spesso l’economia, l’imprenditoria alla politica. Se il centro esprime questa tendenza alla mediazione e al compromesso i partiti già di centro divengono più compromissori.

Berlinguer intendeva il compromesso storico non nel senso di compromissione delle masse operaie e contadine dentro i meccanismi del grande potere, ma per liberare le masse popolari da una contrapposizione politica sterile superando di fatto il concetto gramsciano di “blocco storico” ancora inteso in termini alternativi rispetto all’economia capitalistica. Ciò per farle diventare perno di un processo di rinnovamento istituzionale, dialettico e popolare che giungesse fino ai templi classici del potere condizionandolo attraverso l’apporto di nuove energie, in questa maniera anticipando un bisogno di capitalismo diffuso e sociale.

In definitiva si mantengono le proprie idee e la propria fede, ma si scopre anche il pragmatismo, si liberano nuove energie che guardano al centro, in cambio si vuole che il centro guardi di più a sinistra, che gli equilibri politici si spostino di più a sinistra rispetto a ciò che avevano fatto i socialisti.

Di fatto però denudando tanta gente dai vestiti dell’ideologia che si ergevano a difesa di atteggiamenti morali e di solidarietà, si lancia l’idea della superiorità di un certo modello di sviluppo che finisce per corrompere anche nei suoi aspetti di compromissione, ampie fette di popolazione sempre più distratte da nuovi bisogni consumistici, più che un cambiamento di modello si assiste all’integrazione di quel modello; mentre dopo il muro di Berlino, con le stesse masse che hanno superato il muro del capitalismo, “i comunisti” si trovano sempre più indeboliti, una parte vuole seguire le masse al di là del muro e parla di esaurimento d’una esperienza (tanto vale cercare di gestire a nome del popolo di sinistra questo compromesso cercando esclusivamente posizioni di potere) altri invece vogliono continuare l’esperienza, irrigidendosi sul santuario dell’ideologia che però non ha più alcun rapporto col reale, anzi lo “doppia”, divenendo puro artificio di facciata, sorta di bibbia sapienziale a cui aggrapparsi, reliquario storico da adorare in attesa di “templi” migliori.

giancarlo sartoretto –  l’homo democristianus

 

D’altra parte però la volgarizzazione del compromesso porta verso il pericolo dell’homo democristianus che si è sempre alimentato di un universo popolare regredito, poco evoluto nei suoi diritti, doveri, comportamenti alti, nel pensiero gentile, nella tolleranza e piuttosto tutto teso a comportamenti meschini, egoistici, poco dialettici o aperti, opportunistici, senza principi, anomici, cortigiani, adulatori.

Tutto l’incontrario di ciò che l’ottocento “borghese” aveva rappresentato nel Risorgimento: generosità, lancio altruistico, sacrificio, mentre nell’universo “massivo” di oggi, anche la libertà e l’autonomia possono avere dei prezzi ed essere vendute. Parliamo di contrattazione il cui luogo deputato tra le parti non può che essere il centro e rappresenta il momento di incontro di interessi in sé contrapposti che vengono risolti attraverso la mediazione e il compromesso, si parla perciò di società “contrattualistica” perché si regge su questi accordi periodici di gestione delle risorse economiche e diventa una necessità contro gli scontri contrapposti, un accordo fra le parti per scambiarsi il loro tempo produttivo.

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