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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 4°

26 Gennaio 2013

L’HOMO DEMOCRISTIANUS – LE PICCOLE PERIFERIE NEL DESERTO DELLA POLITICA  Se il centro è il luogo del potere economico-culturale-istituzionale, le sterminate periferie fanno si parte del villaggio globale, ma rimangono sempre ai margini della storia, al massimo centro della cronaca per qualche vicenda scandalistica di amori e tradimenti.

La periferia sperimenta costantemente un certo abbrutimento, pochezza e povertà morale, noia esistenziale, limitatezza spaziale, vuoto, inedia.

Tutto ciò che costituisce movimento, originalità, diversità pur praticato in loco spesso inconsapevolmente, viene visto attraverso le lenti deformate di ciò che è lontano, un altrove mitizzato, l’eldorado irraggiungibile trasformato in una specie di aura che circonda ogni evento, lo dilata in realtà inaccessibile. Si rinuncia cioè ad una propria consapevolezza inadeguatamente vissuta dentro se stessi per cercare quello che è vicino ma che non si riesce a vedere, nell’altro da sè, per contro mitizzato, in cui proiettare le proprie rimozioni.

E’ incredibile come nelle periferie spuntino continuamente fotocopie di personaggi famosi, di divi, più perfetti degli originali, dove l’imitazione assurge ad arte completa e dove il vero – quello che ha dato origine al tutto – non viene spesso riconosciuto. Ecco ciò che distingue le periferie dai centri: la difficoltà a creare verità in proprio, si ha bisogno di una verità mediata da altri che bisogna imitare pedissequamente, quasi si avesse paura di rimanere senza una qualche guida, spingendo poi al parossismo ciò che si presenta come fasullo da confonderlo col vero più autentico.

Vige l’apocrifo pedissequo, che è il gusto del non canonico ma dentro l’imitazione più religiosa. Nascono così delle variabili anche creative che però si confondono col fasullo in un impasto trash d’ottima fattura, originale. C’è in effetti una difficoltà evidente da parte delle periferie ad elaborare una cultura autonoma propria che non sia quella stucchevole da pro-loco. Lo svantaggio evidente della periferia è che si colloca in una società civile senza potere, seppure economicamente capace e senza grande cultura: l’informazione si sedimenta su radici poco solide e chi sa qualcosa non lo socializza con altri, ma lo usa come strumento di potere sul gruppo.

Questa limitatezza peraltro attenuata attraverso il sistema di informazioni mondiali delle reti telematiche è la cagione d’una asfittica dimensione psicologica, con la conseguente difficoltà a capire le diversità e la tendenza a rinchiudersi in un motto d’orgoglio e il risultato di incrementare momenti di separatezza e luoghi di incomunicabilità.

Le periferie non cercano la convergenza in assoluto verso un centro, un potere, una cultura, ma la divergenza, la separazione-separatezza: certi quartieri sono completamente dominati da regole e luoghi di differenza assoluta rispetto al centro.

Questa frantumazione può portare all’isolamento, alla chiusura-clausura in gruppi che scivolano senza accorgersi verso forme di abbrutimento, (clan) degradazione o peggio violenza che sono spie di necrosi del tessuto sociale e di alienazione individuale; l’immobilismo poi, la mancanza di cambiamenti, di dinamiche, genera quella violenza di carattere ambientale nei riti collettivi domenicali, rivelando un disagio sociale diffuso.

Perché c’è questa violenza? Per le difficoltà esistenziali di dare un senso e delle motivazioni al proprio io, qualcuno direbbe perché il capitalismo (piuttosto generica come affermazione) crea quell’alienazione addizionale che aggiunta a quella della natura fa maturare tutto ciò, o forse potrebbe dipendere dal fatto che non si vive con soddisfazione, non c’è autenticità, ecc. ecc., ne sono state dette tante e non sono le teorie che mancano, nessuna delle quali però, come tutti sanno, è stata comprovata a livello sperimentale: sappiamo tutti che non si può rinchiudere un gruppo di persone in un recinto e introdurre variabili di laboratorio per comprovare le teorie, c’è anche chi dice che ognuno di noi ha un quantum di riserva geneticamente definita, chi di più, chi di meno, di violenza, che può essere sublimata o meno, dipende dalle condizioni sociali in cui il soggetto detentore è costretto ad agire, se si trova in guerra ad esempio, la esaurirà facilmente.

Comunque sia, risulta ormai assodato che intere periferie sono soggiogate da sottoculture strutturalmente complete che niente hanno da condividere col centro e che sono spesso in mano alla malavita per effetto della commercializzazione diffusa della morte a credito o in contanti, degli stupefacenti.

Le periferie esprimono estraneità, estraniazione ma anche una differenza notevole di linguaggi, di usi, di discorsi, di manifestazione dei sentimenti ed una percezione di impotenza rispetto al centro più “evoluto e raffinato”, con un senso di frustrazione nata dalla distanza non facilmente raggiungibile e un conseguente ripiegamento verso manifestazioni di impotenza, a questo si deve aggiungere una certa stabilità-staticità istituzionale di fondo nel mezzo di un movimento continuo di merci e di macchine. E allora la distanza col centro si colma apparentemente attraverso l’invasione notturna nella speranza di raccattare qualcosa, molto spesso viene fuori la bravata, la smargiassata per concludere la serata.

Il centro è un terreno di conquista del branco, il miraggio di avventure sperate più che reali, ma anche di violenze, di bottini improvvisati: forse è un tentativo di voler attenuare la differenza di status “inghiottendola” sacralmente attraverso la velocità dell’auto che correndo percorre le geometrie del potere, quasi le urta, senza però intaccarle con la sensazione, l’illusione, di avvicinarsi, di conviverci, di assorbirle e quindi di conquistarle.

Il benessere economico ha livellato le differenze tra centri e periferie al punto che non c’è più un unico centro, permangono tuttavia differenze culturali e una aristocrazia culturale multicentrica che detta le sue leggi nel mercato delle idee, anche se la periferia comincia seppur lentamente ad acquisire una maggiore sicurezza di sè che a volte si è trasformata in arroganza indotta dal pensare di sapere, mentre è solo senso comune, perché si ha più potere (economico).

Il sapere è molto più complesso avendo diramazioni intellettuali profonde e non si può confondere coll’essere aggiornati nell’informazione e neanche l’ottusa difesa di principi ormai ampiamente superati, né imparare a memoria la Divina Commedia serve granché, è solo uno sfoggio esteriore.

Le piccole periferie mantengono quindi questa difficoltà a legarsi al movimento vivo delle cose, anche la “cultura” esibita come status sociale diviene un obbligo a cui sottoporsi con sofferenza e una buona dosa di masochismo in una specie di dovere sociale che chiude gli occhi al piacere spirituale.

Ed ecco allora che invece di attività “gratuita” la cultura diviene una cornice di supporto agli affari, un elemento di decorazione delle pubbliche relazioni, un cimelio di citazioni dotte condotte con fascino ammaliante e seducente soprattutto se straniere o classiche, uno snobismo di maniera che cita autori poco conosciuti con l’aria che tutti debbano conoscerli meravigliandosi alquanto se tu sbagli di pronunciarli, perché sono tutti stranieri quelli che si citano, citare degli italiani sconosciuti da un senso di miseria o provincialismo e lo snob ti guarda come se fossi un barbaro appena uscito dalle foreste.

Molti di questi nomi vengono sciorinati nei salotti bene, ma più di qualcuno di fondo è incomprensibile, ma fa tanto “in” citarlo come copertura intellettuale a certe attività produttive. La cultura svuotata dei suoi contenuti diventa un guscio vuoto in cui puoi metterci dentro qualsiasi cosa, un cartoccio multicolorato con cui si incartano certe merci e questo per dare un senso di superiorità e di qualità sofisticata ai salami, ai formaggi, alle grappe.

Le piccole periferie dimostrano di svolgere più un’attività economica con un certo successo che un’attività culturale, proprio perché manca il senso del gratuito, del non produttivo, di ciò che esce dalla sfera dell’utilità immediata per assurgere ad indice del piacere estetico puro, anche se molti sentono questa necessità che però non riescono ad elaborare se non come possibilità di comprarla, di acquisirla come un prodotto.

L’unica cosa che si può comprare attraverso il guadagno è il tempo liberato dalle necessità volgari e conquistato al nuovo libro dei piaceri che sia capace di integrare l’esperienza umana di bisogni più spirituali oltre a quelli legati alla concentrazione produttiva, trasferendo almeno in parte i dettami di una vita attiva verso forme più contemplative.

giancarlo sartoretto

 

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