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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 3°

13 Gennaio 2013

L’Homo Democristianus – Concludiamo dicendo che non esiste una informazione tecnica (professionale) al di sopra delle parti che sarebbe come pretendere di imbottigliare il vento, che in passato ha nascosto sempre posizioni di regime mentre un’informazione di parte fa pensare sempre ad un regime.

Non se ne esce da queste contraddizioni se non cambiando spesso il pannolino che si è fatto sporco, il potere dell’informazione è micidiale e fondamentale per la conservazione del potere per cui la Rai o rimane in mano ai partiti (ogni rete un suo partito o coalizioni di partiti in maniera che l’utente possa scegliere col telecomando un Tg progressista e uno conservatore, uno orientato a destra e uno più di sinistra, uno laico e uno religioso, uno cattolico e un altro protestante, buddista ecc., uno orientato alle maggioranze e uno orientato alle minoranze) – in passato molte di queste sono state liquidate come sette fanatiche da una certa arroganza di potere profondamente attaccato alla tradizione di ciò che c’è anche quando si definisce progressista – quindi si manifesta anche il problema di rappresentare in maniera corretta il nuovo senza criminalizzarlo per paura che faccia concorrenza ai partiti che hanno espresso quegli stessi uomini loro, cioè i giornalisti, e che temono la concorrenza nel consenso di nuovi movimenti questo provocherebbe staticità e immobilismo nei vecchi partiti, o rimane in mano ai partiti si diceva – escludendo comunque le voci della società civile anche se gli stessi dicono il contrario – ovvero diventi un’entità gestionale al di fuori dei partiti che deve rispondere al parlamento come azienda, asettica, indipendente, neutra nei conflitti ma che in verità finisce sempre col cedere le pressioni a qualche potente di turno. Come si concilia allora l’aziendalismo col servizio pubblico?

L’informazione e la cultura se si trasformano in un prodotto perdono le loro caratteristiche di informazione e di cultura anche se c’è un problema di budget e di gradimento che non vanno sottovalutati e che il prodotto (il made in Italy) non ha niente a che vedere con la cultura a meno che non si consideri cultura tutto ciò che fa guadagnare, forse bisognerebbe ridefinire il concetto di cultura e liberarlo da ambigue incrostazioni.

Tutto ciò potrebbe essere un bel modo per ritornare da travestiti, al centro, assecondando i meccanismi più retrivi dello spettacolo in nome dell’audience. Se la cultura è lontana dall’audience, anche l’audience è distante dalla cultura, però c’è chi si “serve” della cultura per coprirsi dall’obbligo dell’audience e propinare certi polpettoni di pedantesca fattura da far smascellare di sbadigli l’intero creato; chi non si ricorda la fuga generalizzata dalle sedie (la Tv all’inizio si vedeva nei bar) all’apparire della trasmissione culturale “ L’approdo “.

Evidentemente alla Dc di allora al massimo interessava la cultura cristiana, eppoi far capire troppo alla gente non va mai bene, o chi progetta programmi di mezza tacca né commerciali, né culturali, ma di regime in cui comunque si punterebbe sull’audience come speranza, se viene tanto di guadagnato, ma se fallisce lo si considera normale per quei programmi “culturali”, quando invece di culturale hanno solo una confezione esteriore.

Converrebbe allora anche alla Rai separarsi dai partiti e dai gruppi di pressione per diventare una entità indipendente e autonoma, ma c’è il problema delle inserzioni pubblicitarie che spingono l’audience verso i dati quantitativi dell’ascolto e il principio del servizio pubblico che dovrebbe mirare alla qualità dei programmi, adesso esiste un sistema misto di reperimento delle risorse, in parte col canone e in parte con i proventi pubblicitari, un punto d’equilibrio discutibile a metà strada tra la televisione pubblica e la televisione commerciale, un ibrido che sfrutta i vantaggi sia dell’una che dell’altra ma che scontenta anche molte fasce di spettatori.

Un suo ridimensionamento darebbe alla Rai una identità più precisa verso il servizio pubblico, però le trasmissioni dovrebbero comunque essere sottoposte ad un indice di gradimento del pubblico mentre le sedi decentrate onde evitare concentrazioni di interessi troppo potenti dovrebbero mantenere autonomia e un potere produttivo effettivo, ma come pensare che i partiti siano d’accordo.

Torniamo al nostro vocabolario e vediamo il significato dispregiativo di compromesso: cedimento, deviazione nel comportamento pratico rispetto ai principi morali, idee politiche e simili professati sul piano teorico: “costretti a cotali compromessi” afferma il Nievo.

E qui si apre il grande problema attuale, che tutto ciò che è idea nel suo percorso verso il centro si trasforma in “interesse” e che tutto questo centralismo finisca per impoverire i principi morali d’un paese: si cede al buon senso, al politicamente corretto che piano piano diventa politicamente corrotto, il principio di piacere dell’utopia deve cedere al principio di realtà del pragmatismo in cui la politica perde in progettualità per basarsi sui dati inconfutabili del Grande Ragioniere del Sistema che determina dall’altro gli obbiettivi della politica che diventa l’osanna di statistiche (indici e percentuali, tassi e calcoli) in cui ci si appiattisce nel presente senza vedere e prevedere i mutamenti e in cui la stessa realtà viene semplificata fino a trasformarsi in puro utile.

Infine compromettere significa anche essere coinvolti in qualcosa di rischioso, esponendosi, impegolandosi in pratiche “centripete” incontrandosi con nuovi e inusuali compagni di strada perché si entra in una zona un tempo in sosta vietata, privilegiata da tanti affaristi senza scrupoli morali, da politici ambigui e da normali capitalisti e quindi dal potere nel suo farsi e nel suo decidere, luogo affollato da intriganti, cortigiani, portaborse, lobbysti, onesti sindacalisti, in cui ci si dedica alla “prostituzione politica” fatta di nuovi incontri e di strane possibilità o di strani incontri e nuove possibilità in un balletto dai contorni appassionanti in cui la furbizia combinata con l’abilità mette a segno buoni colpi. homo democristianus

giancarlo sartoretto

 

 

 

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