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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XV°

14 Giugno 2013

L’homo democristianus riesce ad accumulare molte ricchezze – dipende comunque dal livello in cui opera, ma può rimanere vittima di sfortunate coincidenze del caso nel corso degli accadimenti ed essere coinvolto in frane e smottamenti scivolando nella miseria temporanea e gli capita a volte di espiare per altri le colpe che non ha, senza farsi nemmeno pagare (capita che uno a pagamento si addossi le colpe di un personaggio molto in vista e vada in galera per lui).

Sfrutta la religiosità popolare e tutte le credenze in genere legate alla tradizione per schermirsi e operare facendo del “bene” a se stesso e dando agli altri lo stretto necessario, evita la generosità, ma anche l’avarizia, può talvolta nel corso delle sue vicende rimanere vittima di qualche senso di colpa che lo fa diventare testimone di Jeova, pentito per come si è condotto fino a quel momento cercando di trasformarsi in uomo virtuoso che aiuta il prossimo. Normalmente quando agisce nelle sue piene facoltà non represse da scrupoli morali o religiosi si pone al di fuori da qualsiasi rettitudine con arroganza impunita, doppiezza comportamentale, meschinità assoluta, volgarità relativa, bassezza d’intenti, volendo permanere al di sopra o in parte, comunque al di fuori della norma, usa l’arte ricattatoria attraverso una comunicatività densa di significati traversi.

Chi subisce suo malgrado la presenza dell’homo democristianus tende facilmente al turpiloquio come reazione ad un linguaggio falsamente elegante che nasconde molte insidie e in tutti i modi cerca di liberarsene, ma se è costretto a fare tresca con lui dovrà per forza fare buon viso, sperando che duri poco, come una puntura che non faccia male.

L’homo democristianus ha un rapporto strumentale con la legalità che è un principio a cui sottostare per convenienza, ma altrettanto non rispettare per un altro tipo di convenienza, che diventa una questione di immagine, di facciata, mentre dietro lavora per i suoi scopi al di là di qualsiasi proporzionalità tra mezzi e fini e se occorre non importandogli di norme, disposizioni e regole, per questo costituisce un centro d’attrazione e di diffusione d’una prassi alternativa e di facile presa su un ceto pubblico corrompibile.

Bisogna però distinguere nel perseguimento della legalità tra chi usa la norma in maniera trasversale per alimentare i suoi interessi egoistici e “volgari” o quelli di una rete clientelare, da chi invece non la rispetta in quanto indotto da una ricerca di sperimentazione sociale, da esigenze utopistiche, idealistiche, perché nonostante il reato in cui finisce per incappare, la buona fede “evolutiva”, la ricerca d’un cambiamento sociale, il farlo per gli altri pur sbagliando nei metodi e nei mezzi, inducono a una maggiore indulgenza. Anche se molto spesso i ladri e i corrotti usano strumentalmente attraverso le loro amicizie, ignari giovani come elementi sacrificali dell’opinione pubblica, gettati in pasto per sollecitare un bisogno di ordine e continuare a passare inosservati mentre imbrogliano pacificamente.

Qualcuno dice che troppa libertà dà alla testa, meglio governarla dall’alto (la libertà) qualcun altro approfitta di quella libertà “illimitata” per rubare al suo prossimo, affrancato da ogni e qualsiasi autorità, per poi dire pubblicamente che la gente comune, le masse devono essere tenute sotto briglia altrimenti ne approfittano.

Proprio per questo nel corso del tempo l’homo democristianus conserva una sua patente di homo deliquens, ma a differenza dell’individuo rivoluzionario che ha commesso reati e che paga ipotecando il suo futuro, rimane lungamente impunito in una situazione di protezione e di franchigia, salvo ogni tanto cadere in disgrazia e pagare magari le colpe di tanti altri che rimangono così “coperti”.

Concludendo questo capitolo senza scadere nel lamento funebre, epicedio, treno, della democrazia politica – anche per rispetto di chi ha cercato di contrastare questo malcostume – possiamo ironizzare alterando una massima dello stato hobbesiano: homo – homini – Lupis.

Da piccolo, negli anni ‘60 vedevo alla Tv un certo on. Lupis, socialdemocratico, in voga nel periodo, la sua faccia mi spaventava tantissimo anche se mi pare, non lo confidavo a nessuno. E’ forse da lì che ho cominciato ad avere un rapporto negativo col mondo adulto e la vecchiaia. Quella faccia assomigliava proprio al muso d’un lupo con le orecchie lunghe seppur vestita in giacca e cravatta, ciò non di meno turbava le mie notti, mi sembrava di vedere uno di quei telefilm di Alfred Hitchcock che proprio in quel periodo davano in Tv da impressionare tantissimo, alimentandomi una sorta di paura che sconfinava nel terrore, anche perché il volto, il nome (Lupis) mi riconducevano all’immaginario favolistico dell’orco, del lupo che mangia bambini, dell’animale feroce della foresta, certo non pensavo che la politica facesse altrettanto, ma quella faccia segnò il mio approccio con la realtà politica e quando veniva intervistato in Tv, la sua espressione, gli occhi luccicanti, forse arrossati (eravamo in bianco-nero) magari per la stanchezza di riunioni notturne, mi inducevano a fantasie tenebrose, me lo immaginavo metà umano e metà animale come certe figure della mitologia, sta di fatto che per una evidente seppure ingenua associazioni di immagini – che ne sarebbe stato del mio cuore se l’avessi incontrato tutto solo di notte – il termine socialdemocratico mi amplificava a dismisura la paura, quasi da sentirmi agnello o preda, istintivamente indietreggiando alla ricerca di protezioni familiari Forse che i socialdemocratici nella mia fantasia sono rimasti metà uomini e metà bestie? Ma cosa c’entra tutto questo con l’homo democristianus? C’entra, c’entra!

E per concludere parliamo un poco del significato di “protezione”: dai tempi antichissimi gli uomini vogliono proteggersi dalle forze malefiche, dagli spiriti malvagi invocando lo stregone del villaggio, successivamente il fenomeno religioso cristiano ha continuato con questa pratica di protezione attraverso l’uso dei santi, ancora oggi ogni santo difende una categoria professionale, noi poi sentiamo il bisogno di proteggere le persone più deboli, soprattutto i bambini. Il processo da fenomeno religioso filogenetico investe anche il campo del lavoro e dell’economia: la protezione del capo che permette alla persona di far carriera, la protezione politica, di un potente. Fino almeno alla fine del ‘700 si usava quando si cambiava città avere delle lettere di raccomandazione scritte dal proprio protettore, nelle società aristocratiche era normale averlo anche per iniziare qualsiasi attività sia economica che culturale, lo stesso Molière quando venne attaccato violentemente per le sue pièce irriverenti si salvò per la protezione del re concessa soprattutto perché il padre dell’autore aveva prestato servizio alla corte. Ma questi tipi di protezione fanno parte di quella che si chiama necessità di vita, in un mondo crudele che la nega ad ogni istante. Per cui la ricerca di protezione corrisponde ad un istinto primario, un bisogno vitale e si inserisce nel desiderio di sicurezza e autoconservazione dei soggetti. Ma cercare protezione nella sfera della libertà vuol dire rinunciare ad una propria indipendenza e nella sfera economica degli “affari” VUOL DIRE ACQUISIRE UNA SORTA DI IMPUNITA’ che nella malavita ha il significato di continuare a svolgere la propria attività illecita pagando il pizzo al “potere” o meglio nei territori dominati dalla malavita svolgere la propria attività economica pagando una “tassa” a chi controllando un territorio protegge gli “affari”.

by giancarlo sartorettohomo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo homo

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