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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVI°

22 Giugno 2013

VERSO LA NUOVA ERA DELL’HOMO DEMOCRATICUS EX (PI)DIESSINUS 

Riuscirà l’homo democraticus ex (pi)diessinus ad essere “migliore” dell’homo democristianus o sarà anch’esso costretto in una logica di potere feudale?

Per evitarlo, esso dovrà agire considerando almeno tre ambiti:

1) il sistema di ricambio e di controllo democratico delle élite al potere;

2) il partito che non occupi le istituzioni inserendo propri uomini fidati e manovrabili e non costruisca reti di potere per soffocare, imprigionare l’innovazione, il cambiamento, agevolando invece processi di burocratizzazione, ma determini lo sviluppo d’una società civile;

3) la spartizione evitando il più possibile il manuale Cencelli che favorisce solo una trasversalità mangereccia.

Se l’homo democristianus appare ormai in decadenza come animale protopolitico della Prima Repubblica, vero vampiro della ricchezza sociale, anche perché sono cambiate le condizioni politiche attuali (la necessità del risanamento del bilancio pubblico, l’Europa ecc.) che costringono a riformulare nuove pratiche di potere non ancora completamente brevettate, esiste il pericolo concreto di ricadere nel vecchio stile, per cui la classe politica di oggi cerca di darsi nuove regole di conduzione degli affari, mentre i trasformisti, che non sono pochi, desiderano intensamente di continuare ad insinuarsi nei meandri di potere rimanovrando utili fili.

Ma l’uomo Democraticus ex (Pi)diessinuns sembra meglio interpretare i bisogni attuali, spinge verso una maggiore moralità pubblica anche le frange moderate che in passato si erano colluse col vecchio homo democristianus, il quale ormai si aggira in tutti i partiti un po’ disorientato, rilanciando la sua filosofia tra le quinte, non ci tiene a farsi riconoscere facilmente, solo gli altri non lo confondono quando attivamente persegue il suo scopo attraverso il solito atteggiamento ambiguo, ma oggi la “doppiezza” è molto più comprensibile d’un tempo e occorre essere almeno “tripli” per riuscire a portare in porto manovre più difficoltose. Comunque è necessario distinguere, per non fare di tutta l’erba il fascio, i machiavellismi, i labirinti della politica e in genere tutto ciò che scaturisce dall’abilità personale, (una dote che si conquista con la dedizione, lo studio, l’approfondimento, la conoscenza) dalla tradizionale ambiguità furbesca che ha tutti i connotati caratteristici della foresta. La furbizia è tipica dell’uomo senza scrupoli, l’abilità è caratteristica dell’uomo scrupoloso.

L’homo Democraticus ex (pi)diessinus ha a suo vantaggio una maggiore attenzione alla cultura, più classica che innovativa, al progresso inteso a volte però in maniera astratta, come accumulazione di conquiste umane.

E’ però la cultura intesa come attività “gratuita” di elevazione sociale a mantenere desto lo spirito d’un paese, talvolta essa sfocia nella “controcultura” almeno nei periodi di contestazione sociale, quest’ultima molto più provocatoria, estrema ed effimera o nella cultura alternativa in cui si attua una frattura con quella ufficiale diventata accademica. Il pericolo è che la cultura scada a puro prodotto, a pubblicità anche se progresso per lanciare il made in Italy da esportare, così si istituzionalizza e si sclerotizza, invece di conseguire e valorizzare quelle “differenze” che meglio rappresentano le autoconsapevolezze marginali ma utili a racchiudere la coscienza di un sè collettivo e comunque accumulando nuovi e originali apporti da aggiungere come ricchezza al deposito storico, nuovi e originali apporti che meglio definiscono una identità nazionale e locale, rappresentative dell’intero gruppo sociale, quindi nuovi e originali apporti che arricchiscono e vitalizzano lo stesso deposito storico.

Progresso inteso come tendenza a migliorare le condizioni sociali, economiche ed ecologiche.

Civiltà come elevazione sociale, qualità della vita, delle relazioni umane.

Questi tre elementi sono strettamente intrecciati: se si mantiene o aumenta la cultura, si mantiene o aumenta la cultura “viva”, si mantiene e aumenta il progresso che a sua volta fa preservare o aumentare la civiltà, che si riversa nella cultura come circolo virtuoso. Se al contrario la cultura si ossifica nel più bieco tradizionalismo, il progresso diventa oggetto di fede “teistico” senza alcuna corrispondenza con la realtà e la civiltà si svuota in un formalismo gretto e pomposo, i tre elementi si mummificano con conseguenze deleterie per la società che invecchia precocemente.

Di fronte, l’homo Democraticus si trova l’eterno capitalismo dato per morto defunto da tanti crisologi marxisti, ma che dimostra almeno sette vite se non altro perché si rigenera in forme sempre nuove dalle sue presunte ceneri, pur conservando dei connotati di fondo ampiamente visibili anche se tende a diventare immateriale, quel capitalismo sempre più selvaggio avendo in odio i vincoli normativi, anarchico (nel senso che il profitto rifiuta certe gerarchie) familistico, e questo basta aprire i giornali per capirlo, aristocratico (nella trasmissione dei beni).

Il capitalismo – lo sanno anche i bambini – è poco democratico nel senso che non rispetta i valori di “meritocrazia” ma quelli di posizione, non vuole condizioni eguali di partenza, ama il privilegio e quando si mette in politica tende ad usare la massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi non sempre legali. Il capitalista troppo scrupoloso non fa molta strada mentre può dimostrarsi “mafioso” quando cerca la protezione politica (il vero protezionismo). Le lotte tra capitalisti sono furibonde, senza esclusione di colpi per la supremazia del territorio-mercato, mentre il capitalismo nella sua sintesi di mediazione dei capitalismi parziali, marcia verso il centro come pratica politica di mediazione di interessi.

In tempi passati l’homo democristianus era un suo fedele servo, pronto a inchinarsi di fronte al dispiegamento della sua potenza e nell’atto di farlo cercava di vedere dove il ricco capitalista nascondeva la chiave del forziere. Servo, però non della gleba, lo compiaceva in tutti i suoi bisogni di sicurezza, ma cercava quando poteva, tramite il concetto di bene pubblico, utile ai fini personali, di sottrargli qualche risorsa e quando c’era uno scontro, un conflitto di interessi col mondo del lavoro, mediava, ma nei momenti di pericolo, di burrasca per le istituzioni indebolite dalle rivendicazioni salariali selvagge, virava bruscamente nella sua grande rotta, anche perché lì aveva sempre la speranza quanto meno di spilluzzicare, piluccare, spizzicare gli avanzi. Se l’homo democristianus militava dall’altra parte rischiava di essere costretto ad andare a lavorare perdendo la sua posizione di parassita principe, caporete ecc.. Quindi parteggiava sempre per chi aveva la ricchezza e reggeva lo stato.

L’homo democraticus invece dovrebbe creare un “contrappeso” allo strapotere economico del capitale tentando di incanalarlo dentro i tre elementi di cui sopra, sottraendolo dal binario molto più praticato degli altri tre “valori” parecchio in auge: denaro, successo, potere. E’ vero che il capitalismo conserva una “cultura” industriale, considera il progresso come fonte di innovazione economica, vero cuore della produttività, ma fondamentalmente si regge sulla parte più conservatrice se non retriva della società e nel suo tendere al globalismo alimenta altresì tendenze razziste e asociali (non però quando queste creano un danno di immagine).

Ad essere magnanimi si può dire che il capitalismo costituisca un male necessario per la sua dinamicità “rivoluzionaria” rispetto alle società arcaiche e al feudalesimo del sottosviluppo, una tale dinamicità è anche responsabile nell’accelerare i processi di distruzione ecologica del pianeta e di incrementare l’alienazione sociale, di sfruttamento minorile ecc. ecc. Quindi come tale dovrà essere “indirizzato” verso scopi socialmente utili dalla politica, nonostante la sua natura selvaggia non si faccia addomesticare facilmente. Il capitalismo indirizzato deve agevolare un benessere diffuso a livello interplanetario prima di poter parlare, grazie alle nuove tecnologie (senza che ciò costituisca una specie di avvenierismo meccanicistico) di un possibile superamento, attualmente impossibile. Anche una contrapposizione di tipo localistico non è in grado per sua natura di arrestare il processo di globalizzazione, che significa però anche socializzazione diffusa, facilitando l’avvicinamento culturale tra popoli e nazioni e la possibilità conseguente di mondializzare i problemi dello sviluppo e dei suoi limiti, mentre le nuove tecnologie inseriscono i “particolarismi locali” in una rete mondiale. D’altra parte almeno per molti decenni ancora, non esistono vere alternative: il comunismo era partito bene per diventare un monstrum burocratico che fagogita ogni cambiamento, fino a ridursi a pauroso scheletro in grado di partorire personaggi orrorifici alla Ciausescu, (una mummia fasciata dall’ottusità che continuava a parlare di produzione di chicchi di grano nei villaggi, mentre sopra la sua testa la gente si rivoltava chiedendo vita nuova, autonomia e libertà). Questo succede perché una classe politica ossificata, distante dal paese reale, veniva eletta a simbolo di una finta unità risultando inamovibile dentro una rete di rapporti dittatoriali che comprimevano la società civile tiranneggiandola. Le nuove cariatidi reggevano palazzi d’oro innalzati a simbolo della loro potenza di “comunisti” corrotti.

Si costruiscono templi officiando un rito trito ed amorfo, allo scopo di rinverdire miti imbalsamati e arteriosclerotici che un tempo si connettevano con l’ideologia della liberazione, quasi subito trasformata in prassi dell’ibernazione. Forse il grande freddo ha fatto congelare troppe menti e l’arroganza del potere ha generato un sistema mafioso “rosso”. Questo per dire che la mafia si trova dappertutto e si alimenta come uno sciacallo del cadavere di una società regredita, degradata, immobilizzata, ecc., ecc., ecc.. E’ anche vero che in Russia oggi con la libertà di mercato a dominare è un’altra mafia (o forse la stessa) che si impadronisce degli aborti, quelli chiusi nella teca delle speranze illuse e deluse, per cui le libertà, (quelle vere) sembrano interstizi invisibili nelle ampie distese dei deserti. In tutto ciò l’unica possibilità reale per conservare il minimo di democrazia necessario a dare impeto ed energia alla vita sociale – il regime agisce come un diserbante che rende la terra arida – è il ricambio come ad esempio negli Usa. Se almeno ogni otto anni non si effettuasse tale ricambio, la cacca avrebbe completamente invaso i corridoi della White House, immaginiamoci il livello che ha raggiunto da noi per effetto dell’inamovibilità storica dell’homo democristianus. Grazie al ricatto della paura del comunismo certi politici sono rimasti nelle stanze del potere interi decenni cedendo in fine il loro posto ad accoliti affaristi, (l’ esercito di cavallette che ha vissuto all’ombra dei cavalli di razza) lanciati maestosamente al trotto, i quali hanno calpestato grandi distese distruggendo i molti semi della libertà: meglio ladri che comunisti, meglio delinquenti che rossi, meglio assassini perché gli altri mangiano bambini. Era questo il livello di coscienza nazional-popolare a cui la nazione è stata costretta covando al suo interno nidi infiniti di serpi. Così nei grandi campi è cresciuta la gramigna, ciò che restava diventava un magna-magna e adesso ci lamentiamo dei leader secessionisti di campagna.

by giancarlo sartoretto

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