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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XI°

28 Aprile 2013

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Il partito può diventare il luogo battuto da opportunisti mediocri, carrieristi cinici che occupano posizioni di comando senza spesso averne i seppur minimi requisiti.

Si creano così gruppi, clan vari con i fedeli legati al capetto lavorare per il suo successo che è nient’altro che rafforzamento del suo potere. Alcuni personaggi del partito diventeranno intoccabili, nessuno oserà combatterli a viso aperto all’interno perché si potrebbe creare una conflittualità pericolosa e permanente da indebolire lo stesso partito, anche se ci potranno essere all’occasione scontri di idee il più delle volte “strumentali”, ognuno si arrangerà come potrà a trovare un proprio spazio, una propria collocazione, all’occorrenza ricoprire un certo ruolo e le eventuali rivalità verranno ricomposte con infinite mediazioni in nome dell’unità del partito.

Il faticoso equilibrio raggiunto tende a dividere e spartire il “territorio” all’interno dello stesso partito tra i vari leader e i loro fedelissimi creando dei campi d’influenza nei quali non ci mette il naso neppure il capo del partito.

A tutti conviene soprassedere e a far rientrare feroci lotte intestine poiché l’organizzazione deve mantenere un minimo di fair play temperando il personalismo di alcuni in nome di una convergenza di interessi e idee superiori. Di scontri ne succedono molti, ma dovranno rimanere dentro a regole di accettabilità se non si vuole creare delle fratture insanabili riflesso di un malcelato spirito di clan che attenta alla unità.

Il capo d’un partito non sempre è in grado di controllare cancrene pericolose al suo interno che lo dovrebbero portare a rimuovere personaggi scomodi o corrotti, può solo cercare di isolarli, ma se costoro continuano a lavorare nell’ombra e comunque se vuole salvaguardare l’organizzazione dovrà accettare dei compromessi. In ogni caso è utile discutere anche animatamente, confrontarsi continuamente, dissentire radicalmente, ma in uno spirito di lealtà, se il gioco travalica questo spirito e si mettono in atto trucchi truculenti, si scade “nell’avversariato” e quindi non si ha più ragione di rimanere amici dello stesso partito.

Se fosse applicato questo principio, di partiti ce ne dovrebbero essere almeno centomila in quanto tanti e tali sono gli scontri interni che dapprima si travestono di conflitti ideologici e che poi diventano conflitti di potere puro, per cui c’è qualcosa che non funziona alla base del partito se continuano continue risse, in genere viene a mancare una solidarietà interna tra i membri, un motivo d’amore che dovrebbe superare tutte le dinamiche psicologiche tra le persone: la loro simpatia o antipatia, le rivalità, gli odi segreti ecc., per cui l’organizzazione di solito funziona meglio quando il partito è ancora un movimento magari clandestino che deve diffondere un’idea nella società, quando viene combattuto dal potere, allora si crea una solidarietà spontanea tra i suoi aderenti, quando cioè non è andato al potere; all’incontrario se il partito comincia a sentire aria di potere l’unità interna tende a disgregarsi e l’avidità, l’ambizione, il carrierismo tende a trasformare i propri membri in personaggi cinici, si perde lo spirito originario, la generosità reciproca, i comportamenti austeri, lo spirito di sacrificio per la causa e tutto diventa più nascosto, più ipocrita, si fa finta di credere a certe cose, ci si immedesima con un leader, si copiano gli atteggiamenti e intanto si sviluppa la doppiezza, sorta di psicopatologia politica che equivale allo sdoppiamento della personalità in campo psichiatrico, tutto quello che si dice è il contrario di quello che si fa, ciò che fa non si dice e il comportamento politico diventa tutto un cifrario per addetti.

Se la trasversalità politica contribuisce a saldare nuove amicizie a fronte di una disgregazione interna delle singole fazioni politiche in cui permangono grossi conflitti e il venir meno di una solidarietà di gruppo, ci troviamo di fronte ad un regime di “classe politica” in cui quest’ultima è più coesa e unita, al di là delle differenze ideologiche, nella conservazione di determinate prerogative e interessi specifici, rispetto a contrasti ideologici ovvero di minipotere che assorbono i gruppi politici organizzati nella base dei partiti ovvero provenienti dalla società civile che spingono la gente a votare scegliendo tra diverse alternative di idee e di programmi.

Ciò può far alimentare la teoria qualunquista della separatezza del politico rispetto all’uomo comune, della differenza e diffidenza di quest’ultimo rispetto ad una presunta politica diventata puro gioco delle parti e mirante solo a spartirsi il potere tra le élites. Siamo di fronte a quella che si chiama politica-politicante dei mestieranti e che ovunque si collochi, annuncia la necrosi delle idee e delle opinioni per attivare un aziendalismo politico in cui ognuno diventa rappresentante di una merce con idee e opinioni di copertura.

La teoria qualunquista marca l’uniformità della classe politicante che non esprime nessuna differenza ed è tutta tesa a conseguire gli stessi obbiettivi. Pur vigendo in un sistema democratico i partiti non lo riflettono al suo interno, anzi sono poco trasparenti, dominati da personalità carismatiche e autoritarie, da gerarchie rigidissime, dai militanti che si identificano con i loro capi e rinunciano a ragionare, si fa largo uso della cooptazione, mentre il leader si regge su un certo potere assoluto.

Sembra abbastanza curioso che non si applichino “regole” democratiche nei partiti che dovrebbero far funzionare le stesse istituzioni democratiche e ciò comporta dei limiti nelle stesse pratiche democratiche rimaste nell’esclusivo appannaggio d’un formalismo di facciata, non dando quindi al sistema democratico quel vigore e quella forza necessari alla sua rigenerazione sempre più anemizzato e ridotto alla pura delega data a dei professionisti della politica, i quali anche senza volere finiscono col creare una pericolosa autocrazia e un conseguente èlitarismo conservativo.

Succede che se un membro d’un partito riesce a “corrompere” membri di altri partiti si genera un pericoloso potere totalizzante, che può essere in parte evitato se ci fosse un ricambio molto più rapido della classe dirigente e ancor di più se si sviluppassero strumenti democratici di controllo anche all’interno dei partiti perché il rischio di una degenerazione a regime non divenga reale. Innanzitutto bisognerebbe espellere dall’organizzazione tutti quei membri perennemente incollati ai posti di potere e che una volta isolati continuino a tramare per rimanere attaccati come la spugna alla roccia e che con il loro comportamento rendono impossibile qualsiasi cambiamento, poi creare un’organizzazione leggera e flessibile che si basi sul volontariato, infine gli incarichi devono essere temporanei naturalmente conciliando la temporaneità coll’acquisizione di esperienza e abilità sempre nell’ambito di una maggiore mobilità possibile.

L’austerità dovrebbe obbligare a rinunciare al lusso di rappresentanza, niente riunioni in grandi alberghi che costano cari, a meno che non siano dati gratis, ma in luoghi normali e anche nei centri sociali mantenendo una certa povertà spartana che s’addice a un missionario e comunque al fine di rappresentare uno stile di vita “povero” e non frivolo.

Il potere deve per forza logorare chi ce l’ha se lo fa con scrupolo di servizio, altrimenti diventa un arbitrario esercizio di dominio incontrastato fuori da ogni controllo democratico. Si crea così una rete di personaggi inamovibili e inossidabili e un vertice burocratico sempre più ottuso incapace di capire il paese reale ed una corruzione che si diffonde come un fiume in piena favorendo l’incremento della malavita.

Proprio per questo ci vorrebbe un’autority super partes (ce ne sono tante ormai) che potesse denunciare all’opinione pubblica eventuali irregolarità nella gestione degli stessi partiti come l’infiltrazione di interessi illegali, ma anche sui giochi di potere, che sono talvolta giochi di parti nel senso che ognuno fa finta di rivestire un ruolo d’accordo con gli altri: quando ad esempio si dice che il partito deve rinnovarsi e che i vecchi devono lasciare il posto ai giovani, ma poi chi lo dice è un vecchio che si fa forte di questa politica di cambiamento in combutta proprio con i vecchi per cercare di svuotare dall’interno quel processo di ringiovanimento. Inoltre sul commercio di tessere di iscritti che diventano “alimentari” sulle anime morte che continuano a proliferare e su varie altre irregolarità in maniera da portare alla luce possibili degenerazioni e quanto meno bloccare o addirittura farsi restituire il finanziamento pubblico al partito: qualsiasi cittadino, ma anche un semplice iscritto al partito in nome del bene pubblico, può denunciare certi fatti o misfatti presenti in quella certa organizzazione politica, l’autority indagherà e se troverà conferma inviterà l’organizzazione a prendere provvedimenti o si bloccherà il finanziamento pubblico.

La rete in sè assomiglia alla ragnatela che un ragno politico ha tessuto con la sua attività di scambio, giustapponendosi, il più delle volte, sovrapponendosi alla società, in cui l’attività di un galoppino che cerca di allungare la rete si contrappone a coloro i quali svolgono una attività sociale altruistica senza secondi fini, limitando il loro raggio d’azione nell’ambito della solidarietà sociale aiutando ad es. deboli, bisognosi, emarginati, mentre invece il galoppino lavora per far tornare il conto, in nome del ragno. Corrompe le richieste della gente dicendo che tutto è possibile anche ciò che sarebbe vietato dalla legge, per cui risulta più facile avere vantaggi economici, pensioni varie, licenze di tutti i tipi, case degli enti pubblici, basta dare il voto o portare mazzette di voti che allargano la rete.

“La politica” allunga le possibilità, come risorsa economica aggiuntiva su cui contare, non più esercizio di diritti ma loro commercio come se ogni cittadino rinunciasse ad essere tale per spremere in forma d’accattonaggio qualche soldo, una bolletta pagata, un paio di scarpe, ecc. ecc.. Questo significa rinunciare alla democrazia e svenderla per un piatto di minestra, perdendo ogni possibile dignità e sfruttare il diritto di voto per farsi corrompere. E’ del tutto ovvio che questo tipo di attività è illecita e dovrebbe essere annullata d’autorità anche provvedendo a bloccare il voto per recidiva a intere migliaia di persone, se occorre all’intera circoscrizione elettorale.

La democrazia diventa opportunità di servire vari ragni. Si perdono di vista le libertà civili, le conquiste sociali, si assiste solo ad una lotta tra ragni che regnano accompagnati da un esercito di formiche che vivono in “rete” specializzandosi a tirare i fili nel territorio elettorale ricoprendo lo spazio pubblico di interessi privati, decantandovi l’asocialità come modus vivendi. Lo stato assume le caratteristiche di un assetto frantumato in mille rivoli affaristici che debordano in pratiche micro-illegali dentro un mercato di contrattazione continua e di ricatto diffuso. La politica delle macchinazioni diventa una enorme attività in cui ognuno è in guerra contro tutti e tutti sono in politica contro l’individuo, il soggetto, che diventa complemento oggetto, presagendo così la richiesta diffusa d’uno stato autoritario.

homo democristianus

by giancarlo sartoretto

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