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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 7°

2 Marzo 2013

L’homo democristianus.  La stessa educazione difatti può trasformarsi in un consenso acritico o addirittura in una forma di propaganda di regime magari cancellando la tensione dialettica e favorendo una regressione sociale.

Fino a quando è lecito persuadere e da quando cominciare ad obbligare se non si è in presenza di leggi e fino a che punto è lecito far aumentare le leggi?

E qui ci invischiamo in uno di quei dibattiti da cui non se ne esce mai con idee chiare, ma con un senso di affaticamento per la presenza assidua d’un Giano bifronte che condiziona ogni ragionamento, perché tutto dipende dall’ottica (parola mitica degli anni ‘70) in cui si illumina d’immenso l’argomento o lo stesso rimane oscuro oggetto del desiderio o sterile luce fastidiosa.

I processi educativi vengono bene compiuti là dove c’è disponibilità culturale, difatti le periferie hanno difficoltà con i processi educativi, con le prescrizioni delle leggi, con comportamenti maturi e più facilità a seguire una propaganda di parte, se questa sa comunicare certi bisogni istintivi.

Quello che conta in ultimo sarebbe la crescita soggettiva in qualsiasi direzione, che ponesse l’individuo fuori dai meccanismi poco “socievoli” dei riflessi condizionati tipo azione comunicativa, reazione prevedibile, a favore di un’acquisizione di coscienza della propria esistenza, nella consapevolezza di essere una specie in movimento che può usare tante altre facoltà e non solo quelle istintualità.

La ragione umana di per sè si apre su un grande campo, eppure non sembra sia uniformemente coltivato, anzi per certi versi, nelle masse, nonostante la storia e l’esperienza, si continua a farsi influenzare da una coazione a ripetere che ripropone determinismi culturali tradizionali sensibili al condizionamento di forze superiori quali il fato, il destino che non si possono combattere (stava scritto prima che tu nascessi) e dove la ragione stesa rimane impotente a modificare o a incidere su certi comportamenti in una sorta di automatismo mentale. L’illuminismo appartiene alle classi colte, alla borghesia nella sua fase rivoluzionaria ed esprime una notevole evoluzione culturale rispetto alle società “istintive”, ma questo sviluppo razionale apre la strada alla manipolazione, alla simulazione, all’artificio nella “costruzione” della propria esistenza in cui ogni uomo diventa un architetto-artefice del proprio destino. Però le masse d’oggi dimostrano anche una certa diffidenza verso l’illuminismo, preferiscono un qualcosa d’altro che non è ancora definito, ma che le fa apparire incerte sul loro cammino anche se le “droghe” hanno cominciato ad attecchire superando la loro esclusività d’alto bordo.

Le masse apprezzano la razionalità ma non ne fanno una divinità o il centro di una attenzione esclusiva. Forse l’immediato futuro ci dirà di più, per il momento c’è tanta confusione nell’aria con una incredibile ripresa di miti di cartapesta che comunque svolgono la funzione succedanea di dare motivazioni profonde all’esistenza.

Sono prodotti, vissuti, rappresentati in una nuova sacralizzazione a volte bizzarra a volte razionalmente incomprensibile che convive con l’antico e con un certo gusto barocco, peraltro forma espressiva di ritorno molto vicina al sacro pur distanziandosi dal medesimo, in una ambivalenza di espressioni caratteristica dell’animo umano.

Attualmente la cultura delle periferie rimane “fumettistica” come rappresentazione visiva immediata priva di difficoltà percettive, con punte di delirio “mitico” e mistico per degli eroi semplificati non privi però di complicazioni barocche, che entrano di prepotenza nell’immaginario di gruppo.

Inoltre coesistono accanto a processi di conservazione dell’esistente (immobilismo passatista) anche tentativi di “raffinazione hobbystica” della cultura, cioè lo sviluppo di interessi specifici in cui si manifestano risultati veramente sorprendenti per sviluppo, approfondimento e trattazione di argomenti un tempo di competenza accademica.

Le accademie oggi e anche le università si stanno trasformando in reliquari di una cultura burocratica, funzionale al potere più che al sapere.

La cultura delle periferie però è più vicino al concetto di “produzione-produttività”, alla fabbricazione di oggetti raffinati provenienti dal design, a quel sistema di piccole imprese dove l’artigianato si coniuga ad una certa mobilità mentale innovativa indotta dallo stesso sistema industriale. Quindi la periferia ha una maggiore difficoltà a creare il “gratuito”, ciò che non serve, bisogna andare in centro per contemplare la grande arte spesso derisa dalle periferie, in cui come diceva Veblen (Teoria della classe agiata), la ricchezza porta a disprezzare l’utilità.

Solo in questi ultimi anni la periferia ha dimostrato di uscire dall’estetica retriva e restrittiva del “paesaggio pastorale” per abbracciare almeno l’impressionismo e magari fermarsi alle avanguardie storiche di questo secolo, segno questo di un decisivo passo in avanti nella storia del gusto.

Le periferie sono piene di luoghi “regionali” dove si riperpetuano in scala ridotta i centri, ogni luogo rappresenta sempre un centro di qualche altro e nel contempo periferia d’un centro più grosso.

Nell’epoca della globalizzazione economica in cui gli stati nazionali sono soppiantati dalle politiche mondiali, la periferia ha costruito uno spazio altro di democrazia con qualche degenerazione autoritaria e razzista che riflette il modo di pensare delle periferie.

Mentre il capitalismo con le nuove tecnologie diviene “immateriale” nascondendosi come un’ombra per cui il centro si trasforma in luogo di “simulacri”, di poteri occulti e patinati, di aristocrazie conservative e conservate, anzi congelate ma dominanti l’universo massmediologico, dentro l’eterno presente senza età che diventa sempre più immobilista, le periferie dimostrano più dinamicità sia come imprescindibile specificità culturale non altrimenti riducibile, ma anche come moto inatteso di conflitti e contraddizioni col risultato di rendere evidente una ulteriore conoscenza delle differenze e una possibilità di loro espressione su un piano evolutivo di necessità culturale.

Paradossalmente le periferie se purificate da certe incrostazioni semplificatorie, andrebbero a sviluppare meglio la democrazia e la partecipazione politica, senza per questo imitare pedissequamente sterili formule centralistiche, mentre d’altra parte il centro più universale, però superato dal globalismo, finisce col rimanere cristallizzato e più soggetto ai processi di omologazione, imitando proprio quel globalismo già “portatore ammalato” di un universo omologato che accentua maggiormente gli aspetti di distacco e di pregiudizio a seguito di una falsa e superficiale uniformità piena di scricchiolii per possibili rotture.

L’incontro di culture diverse su basi più “vere” può avvenire più facilmente nelle periferie, ma naturalmente se queste riusciranno ad evolversi culturalmente e non rimanere impigliate in improbabili, antichi rituali feudali.

D’altronde il globalismo si manifesta soprattutto nelle periferie, per questo si parla di villaggio globale, e s’insedia nella microfisica del potere.

Non si può pretendere a livello locale di produrre per un mercato mondiale senza accentuarne le contraddizioni, ma la materia qui si fa veramente vischiosa e difficilmente dissociabile tra considerazioni localistiche – dove appare insieme ad una minoritaria economia dell’autoconsumo, una complessa rete globale – e aspetti di mondializzazione che accentua i legami dei popoli della terra, la loro socializzazione, ma anche la fragilità del loro incontro.

E’ impensabile oggi che ci sia una economia locale dedita all’autoconsumo in contrapposizione ad una economia globale di mercato, si verifica bensì una maggiore velocità nella circolazione di prodotti e saperi locali sfruttando anche le nuove tecnologie. In questo groviglio c’è ancora chi teorizza per effetto di residui arcaico-ideologici che le periferie possano contrapporsi ed addirittura sconfiggere la globalizzazione dell’economia (un topo che fa cadere un elefante con lo sgambetto) non considerando il fatto che le periferie più evolute economicamente sono integrate in quella rete, anche se le reazioni localistiche si diffondono come un bisogno di contrapporsi culturalmente alla uniformità mondializzante, di difendere le proprie tradizioni linguistiche contro un linguaggio unico.

Ricordiamo però un eventuale autoisolamento danneggia lo stesso sistema di imprese locali integrate nella rete mondiale per cui all’autoisolamento corrisponderebbe la riscoperta di una economia dedita all’autoconsumo dalle caratteristiche anticapitalistiche e deglobalizzanti, mentre fenomeni quali il razzismo e l’intolleranza possono distruggere quella differenza che faticosamente il localismo conquista accentuando una forma di separazione egoistica dei localismi ricchi rispetto a quelli poveri legittimando il principio dello scambio ineguale a livello micro-territoriale.

Ciò può rendere possibile come ritorsione una qualche forma di boicottaggio economico, per cui non solo ognuno deve restare a casa propria, ma anche i propri prodotti devono restare a casa propria, costringendo paradossalmente proprio a quell’economia dell’autoconsumo. Allora sembra più probabile che entrambi i processi – il localistico ed il globalizzante si debbano svolgere compiutamente completandosi a vicenda, mentre un certo integralismo regionalistico costituisce la reazione non tanto nazionale, quanto locale di una comunità che perde progressivamente identità e che si vede minacciata anche a livello nazionale da pratiche e poteri di sottomissione economico-politica, parte di quella globalizzazione di cui il centro ormai viene investito come nuova periferia del mondo che annulla la specificità culturale.

Con una richiesta di potere politico rispetto ad un centro ormai in disuso e avvezzo ad acquisire rendite di posizioni parassitarie, il localismo ricco e ben integrato in un processo mondiale di produzione economica vuole acquisire una situazione di predominanza e quindi di superiorità verso il centro e verso altri localismi non in grado di tenere lo stesso passo. Per mezzo dell’economia, poi con la politica, si vuole ribadire una preminenza culturale attraverso una concorrenzialità selvaggia mentre lo stato nazionale rivendica comunque una legittimazione statale di funzioni che non possono essere disperse nel territorio senza mettere in pericolo l’unità nazionale, l’identità collettiva.

Il pericolo per il centro è l’indebolimento conseguente e “marginalizzazione” logica di tutte le industrie nazionali come ad esempio quella della comunicazione e della cultura rispetto al processo di globalizzazione che “consentirà il dominio assoluto delle industrie culturali più forti.”(1)

Anche se il “nazionale” potrebbe essere benissimo la sommatoria articolata delle realtà locali rendendo vacua la creazione di una grossa industria culturale nazionale che potrebbe facilmente istituzionalizzarsi e sclerotizzarsi, realtà locali con più produzioni autonome anche concorrenziali tra di loro, in grado di far crescere la qualità dell’intera produzione culturale-nazionale contrastando così posizione di rendita parassitaria e assistenzialistica.

Una cosa è certa: che la globalizzazione non si sconfigge con operazioni rituali di demonizzazione del sistema impresa, anche se quest’ultima, come modello comportamentale, crea sempre più la società a sua immagine e somiglianza trasformando la cultura in valore di scambio. Comunque più facile sarà immaginare che sarà proprio il processo di globalizzazione a indurre quella socializzazione globale dell’economia, ma anche del problema ecologico che come tale attraversa l’intero pianeta.

Nel primo caso ciò può favorire la creazione di una contraddizione “localistica”, per la questione ecologica invece si potranno finalmente affrontare misure realmente efficaci, rispetto a politiche ecologiche di respiro localistico e di debole efficacia globale.

Una parte del mondo sarà sempre più dipendente da un’altra parte del mondo, ma solo così entreranno in relazione e un problema di una parte potrebbe essere risolto da un’altra parte, aumentando la consapevolezza che si è effettivamente parti di un tutto in senso organico ed entità indipendenti in senso culturale.

Le periferie però sono ancora luoghi di costumi arcaici che sopravvivono accanto al benessere economico. Diffidenze campanilistiche, pregiudizi ancorati ai proverbi (moglie e buoi ….) consolidati da antiche esperienze, al sapere tramandato oralmente, contrastano la dinamicità dei processi economici, per cui il pensiero locale quando non è di pedissequa imitazione centralistica e non viene applicato alle imprese, rimane spesso povero di temi, addirittura poco razionale pervaso da antiche verità a volte regressive e barbariche, propenso a crearsi i propri nemici nella differenza non intesa come diversità da rispettare ma come inferiorità da combattere simile a certo nazionalismo esasperato d’un tempo che ammantato di propaggini romantiche determinò gli eccessi guerrafondai che tutti conosciamo.

Nelle periferie vive anche un facile dogmatismo ideologico, un certo comunismo semplificato e rozzo che in qualche misura può ostacolare per i suoi addentellati conservatori un processo di rinnovamento locale. In particolare il comunismo di oggi ha mantenuto la facciata ritualistica di pratiche congelate in un processo di sacralizzazione del mito, che lo fa diventare non più un’entità viva con le sue contraddizioni ma un museo del folklore dai tanti pezzi di pregio, qualche faccia di cera che riproduce quando c’era LUI e l’ostentazione senza autocritica di errori storici pervicacemente difesi in nome di un orgoglio fideistico. Rimane il fatto comunque che con questo non si vuole assolutamente non riconoscere ciò che di positivo, solidaristico, civile, avanzato, ha alimentato la cultura comunista con dei valori capaci di bonificare un corpo sociale altrimenti destinato alla degradazione della corruzione e all’anomia.

E comunque il bisogno d’utopia fa parte di una rigenerazione morale, di una ricerca seppur illusoria di infinito, ma si ritiene che per molti decenni ancora il comunismo sia una specie di “sacro laico” che conserva ciò che è stato senza alcuna importante funzione di incidenza e cambiamento sociale, diventando il luogo della memoria storica da onorare.

In questo deserto della politica intesa come possibilità di cambiamento radicale della società civile i comunisti potrebbero apparire come elementi decorativi dei templi isolati in cui si conservano le reliquie allo scopo di celebrare antichi fasti consumando vecchi riti in uno stile illustrativo, senza nessuna capacità di progettazione vera, mentre la politica intesa come autonomia localistica razionalizzatrice ed ecologista, prenderà il sopravvento, ma ogni cambiamento e razionalizzazione saranno comunque determinate non tanto da un processo di crescita soggettiva, ma dall’avvento delle nuove tecnologie capaci di mutare profondamente i modelli di vita e quindi il modo di pensare delle persone.

 

(1) PRC – Partito della Rifondazione Comunista, documento sulla cultura, programma per un anno,-

giancarlo sartoretto

 

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