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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XIV°

31 Maggio 2013

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Se il principio di legalità dovrebbe preservare il tessuto connettivo, esso dipende anche dalla moralità di un retto agire che è la conseguenza però di un retto vivere in cui ogni esperienza assume un suo valore identificativo per il soggetto, ma se si privilegia il “comportamento unico” quello legato al gioco, ogni rettitudine svanisce ben presto e non si può pretendere dal cittadino quello che gli è sempre stato negato, allo scopo di vivificare dei valori coesivi della comunità che rimangono così un’astrazione completamente ideale contraddetta dalla realtà.

In ogni caso la comunità è costretta se vuole sopravvivere a far rispettare dei principi di legalità troppo spesso ideali, comminando pene severe e ripristinando un sistema di controllo pronto ed efficace.

Tutto ciò coinvolge il senso del pubblico dovere, dell’etica e deontologia professionale che molti non sanno veramente cosa sia; se le norme sono usate in maniera obliqua e quindi vince chi riesce a neutralizzarle attraverso l’uso distorto della legalità, se i ladri per eccellenza riescono a diluire e dilatare gli effetti costrittivi d’una norma pagando profumatamente con i proventi dei loro illeciti guadagni un buon avvocato, se costui non ha scrupoli ad approfittare della legge per arricchirsi, la legalità allora diventa solo un peso in più, uno schermo dietro a cui proteggersi e una buona parte di ladri si nasconde nelle pieghe dei diritti senza farsi scovare facilmente, intrecciati come sono alle norme e alle amicizie del palazzo di giustizia.

Si tradiscono qualche volta quando foraggiano provvedimenti di amnistia nei confronti dei loro amici che in sede politica hanno approfittato, diventano indulgenti, garantisti (colpevolisti quando si tratta di imprigionare un ladro di polli), cercano di farli assolvere usando i loro buoni uffici, di solito appunto sono intolleranti verso le diversità sempre che non procurino guadagni e poco garantisti, anzi colpevolisti, peggio forcaioli, ma quando si tratta di veri ladri, scatta automatica la solidarietà.

L’homo democristianus è un conservatore, nella sua vasta gamma di conservazioni, primeggia l’istinto predatorio quale meccanismo retrivo e restrittivo della sua personalità, in quanto antico bisogno di conquistare vittime sacrificali che esaltino la sua potenza e con quelle inaugurare un rapporto di dominio verso il mondo esterno che gli rafforza l’autostima. Cerca e isola costantemente individui deboli e sprovveduti da depredare, le sue prede però possono essere trofei ambiti da esibire in privato come prova di rispetto e deferenza altrui.

Si avventa sull’elemento femminile che si trova in una condizione di necessità o di bisogno intrattenendo un rapporto di convenienza reciproca: la donna cerca il successo, lui le può promettere attenzione e protezione, all’inizio ognuno dei due pensa di servirsi dell’altro per i propri scopi, ma è facile che la donna (a parte casi eccezionali) diventi la vittima designata, prima o dopo scatterà una trappola a seguito d’un lavoro accorto e premeditato di pedinamento da parte di lui che si avvicinerà insistente fino a quando la donna cede e accetta un compromesso carnale in cambio d’un presunto vantaggio personale.

E’ solo l’inizio di un processo che continuerà per molto in cui la preda si accorgerà di essere stata giocata, il suo orgoglio non le permette di riconoscerlo, ma dovrà continuare per quella strada ricominciando di nuovo; si trova in un giro, se si ritira sarebbe sconfitta, è costretta a proseguire mentre il predatore pensa ad altro: ma la preda designata può essere accorta e giocare bene le sue carte, attraverso piccoli ricatti riuscire a fare carriera, molti sono coloro che devono cedere se stessi, il proprio corpo, parti mentali comprese per raggiungere lo scopo, con grande sacrificio della libertà individuale e dell’indipendenza psicologica: Il costo trasforma il carattere della persona che vede tutto in termini cinici di scambio, d’altronde l’eventuale successo (denaro, potere) richiede sacrificio, costanza, dedizione e perdita di piacere quando non giunge per il concorso concomitante di eventi favorevoli o peggio attraverso la “politica del corpo” che negli ambienti corrotti diventa pratica diffusa e apre carriere veloci senza incorrere in spiacevoli gavette.

In questo contesto il ricatto spesso sottile assurge a strumento attivo e pragmatico riflesso di “forza” contrattuale. Il cinema ambiente corrotto per eccellenza ne è una prova vivente, soprattutto da parte di chi ha il potere di decidere sulle carriere, tant’è che sia il corpo femminile, sia quello maschile vengono facilmente spogliati per pratiche sessuali spinte all’estremo della perversione e poi ci si meraviglia se il cinema italiano “cade” così in basso da essere considerato cinema del c….

Ma l’istinto predatorio viene sfruttato anche in politica soprattutto in presenza di risorse pubbliche, occorre una capacità specialistica per realizzare il bottino e le armi non sono più quelle della forza e della conquista ma dell’astuzia e della scaltrezza per accumularne più degli altri, meglio di altri e in concorrenza con chiunque.

L’istinto predatorio è per sua natura antisociale, se diffuso mina l’assetto sociale di una comunità, ma è una pratica in sè piacevole perché soddisfa a più livelli antiche esigenze, può dar senso anche al presente attraverso l’elaborazione di una continuità di significati che permettano la riproduzione in serie dell’homo democristianus e di tutti i suoi bisogni primari. Qualche umanista desidererebbe che questo istinto venga sconfitto “socialmente” in quanto pericoloso per una corretta e avanzata riproduzione sociale, ma la caccia – come ben sappiamo – continua ancora ad esistere come passatempo nonostante non abbia più i fondamenti della sopravvivenza, perché rimane profondamente intrecciata ai bisogni più significativi dell’evoluzione umana.

Naturalmente essendo l’uomo un animale politico, esso cerca di coagulare l’ordine sociale con pezzi di razionalità, quanto meno le istituzioni che erige mirano a soluzioni di ragionevolezza e convenienza reciproca, ma l’homo democristianus è un vero “animale” prepolitico, parapolitico dell’era antropozoica capace di sfruttare i suoi bisogni primitivi in qualità da spendere, come se abitasse intimamente ancora nella caverna pur vivendo in una casa con tutti i comfort, elegante e ricolma delle sue razzie, che trova nella giungla di cemento, il richiamo della foresta. Si soddisfa pienamente quando i suoi istinti rimangono desti, usando la ragione in loro funzione. La città diventa ai suoi occhi una foresta pietrificata da battere in lungo e in largo per soddisfare i suoi bisogni predatori e quando trova un po’ d’acqua tende la sua rete per pescare nel torbido agguantando con occhi ferini ogni tipo di preda che gli capiti nelle mani, si serve dei sistemi collaudati dall’esperienza che non vengono mai sottoposti ad alcun giudizio morale, percorre i tratti obliquamente tra scorciatoie e sentieri sconnessi, anche lui di tanto in tanto deve difendersi da predatori più grossi ma lo fa con la sua consumata astuzia, riconosce le trappole degli altri perché adopera il naso come periscopio, cammina storto per evitare trabocchetti e coltiva i suoi istinti primordiali anche in mezzo al traffico, è refrattario al “progresso” d’un paese perché mina il suo assetto mentale.

Tende a indebolire la ragionevolezza collettiva, a favorire l’irrazionale che assume valenza positiva, rovesciando a suo vantaggio il meccanismo involutivo del prevalere degli istinti asociali. L’irrazionale serve a scompaginare gli schemi prevedibili creando un substrato culturale dei primordi. homo democristianus

by giancarlo sartoretto

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