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4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVII°

5 Luglio 2013

Dall’homo democristianus all’homodemocraticus. Altro che democrazia zoppa, la nostra è stata completamente ingessata al punto che non si capiva se era più morta che viva, completamente alla deriva.

Allora risulta evidente che si parlasse di un sistema basato sul ricatto generalizzato, anzi sembra proprio l’uovo di Colombo affermarlo; ci si meraviglia piuttosto delle reazioni contro un’ovvietà che tutti hanno constatato, forse qualcuno ha interesse a rimuoverla, ma fino a dopo la caduta dei vari muri la nostra democrazia bloccata aveva visto governare solo una forza politica (sembrava che certi partiti avessero il gene del governo e certi altri il germe dell’opposizione) contornata da piccoli alleati con i quali si distribuiva tutti i posti di governo e di sottogoverno, ma un vero ricambio non s’è mai verificato anche se le opposizioni riuscivano a strappare una qualche presidenza istituzionale e allora perché ci si meraviglia di un modus politicandi di un sistema di potere rimasto inalterato come nei paesi dell’est, poiché rifletteva una mancanza di alternative? Tutto veniva fagocitato nel centro, così come ogni forza politica che avesse qualcosa di nuovo e diverso da proporre.

I meccanismi dittatoriali nascono dall’uso di poteri forti in quanto esclusivi e quindi gestiti in condizione di monopolio politico. Nascono con la giustificazione di creare condizioni sociali più avanzate, nella realtà finiscono col farle arretrare non riuscendo a mettere in circolo una seppur minima dialettica di idee e una dinamicità di condizioni politiche, per cui quasi automaticamente si scade nel sopruso magari in nome di una necessità superiore metaforicamente basata su richiami ideologici che nasconde intenti puramente personalistici di dominio e di potere sulla popolazione inerme. Mancando la dialettica e il confronto ciò che qualcuno ritiene giusto per tutti, diventa ingiusto per tanti che vedono con diffidenza e fastidio se non in maniera vessatoria, anche uno sviluppo “pedagogico” della società caldeggiato dai membri del partito di governo per scoraggiare determinati comportamenti ritenuti dannosi o peggio antisociali. Si può muovere l’obiezione di una qualche consistenza: se una determinata maggioranza saldamente costruita fosse pervasa da bisogni distruttivi (guerre, disastri ecologici) avendo il comando delle azioni condannerebbe anche la minoranza dissenziente al suo destino, allora cosa si può fare per difendersi da un eventuale “sopruso” della maggioranza legittimata da un sistema di consenso democratico, soprattutto se è dominata da un modus vivendi “retrivo”, inadeguato a capire i cambiamenti ovvero ancora “mitico” (vede ciò che non esiste più da molto tempo) in ritardo culturale e impermeabile a qualsiasi considerazione ecologica?

Il problema si fa oltremodo complesso. In passato e ancora oggi, basta vedere la ex Jugoslavia, le minoranze sono state oggetto di vessazioni, discriminazioni, ma anche di pogrom, violenze inaudite, crimini e misfatti che hanno fatto urlare domande angosciose: se questi sono uomini, la bestialità ha paragoni? Ma tale tipo di minoranze erano etniche o religiose (quanti massacri compiuti in nome della religione) e su queste minoranze si sfogava l’odio atavico delle maggioranze. Più frequentemente maggioranze e minoranze costituiscono categorie politico-ideologiche di una medesima nazione. I bisogni distruttivi che le minoranze attribuiscono alle maggioranze potrebbero essere sconfitti o ricorrendo a forme di separazione delle responsabilità o con la separatezza(secessione). Ma fino ad oggi non si è mai verificata una scissione di sinistra o di destra dalla sovranità di uno stato anche perché ci vorrebbero le convergenze ideologiche e territoriali, mentre invece qualsiasi territorio riproduce, seppure con caratteristiche talvolta diverse, le stesse divisioni ideologiche e la sovranità si realizza come sommatoria di territori; più facile era in passato, ma questo valeva soprattutto per minoranze religiose, emigrare in un altro territorio (le nuove colonie in America) La strada che di solito si percorre è quella dell’aperta ribellione all’autorità costituita attraverso una rivoluzione che dovrà utilizzare quegli stessi “poteri forti” una volta esperita con insuccesso ogni tipo di ragionevolezza, per cui in nome di una emergenza si ricorre a una forma di governo autoritario sempre più dittatoriale: si ha una fiducia dogmatica che rasenta il fanatismo di un qualche principio ideologico che si può realizzare solo togliendo di mezzo le forze avversarie. Ma una minoranza che non vuole fare guerre dovrebbe compiere una rivoluzione sanguinaria?

Una minoranza che non desidera sia distrutto l’ambiente può ricorrere al gas nervino per vincere una rivoluzione? E comunque come si potrebbe gestire questa fase senza incorrere negli stessi errori d’un tempo?

L’homo democraticus comunque dovrebbe essere in grado di giustapporsi (non di contrapporsi) al capitalismo nella sua tendenza degenerativa facendo lezione dell’esperienza per certi versi analoga del comunismo burocratico, però dovrà mantenere un ambito di autonomia politica del sistema economico pur cercando di condizionarlo con proprie proposte. Autonomia che non scada in pura pratica di potere acquisendo quell’arroganza tipica di chi genera sottogoverni e “mafie”. Ciò richiede un ricambio dialetticamente fuori dallo stesso “sistema ideologico degenerato” che solo il maggioritario attualmente può dare e comunque garantisce una responsabilità di potere seppur con pericoli di semplificazione politica, povertà ideologica, populismo demagogico e liderismo esacerbato, mentre il proporzionale favorisce la sopravvivenza di burocrazie, di apparati politici immobilisti ma anche di idee minoritarie, di complessità specifiche. La cosa migliore sarebbe una sintesi o ibrido che preservasse gli aspetti positivi di entrambi i sistemi. E’ vero che il maggioritario banalizza “personalizzando” la politica, le idee, per cui il bipolarismo per funzionare dovrebbe amplificare le alternative e non appiattirsi al centro, altrimenti la politica si ridurrebbe a pura amministrazione e il bipolarismo scadrebbe a puro gioco delle parti in cui una quando va al governo rinuncerebbe al suo programma per accontentare l’altra ed entrambe sarebbero al servizio della politica del capitale. La politica del maggioritario rischia un riduzionismo argomentativo, senza più vedere i fenomeni in profondità e senza più trattare di mondi possibili, di sistemi complessivi, di utopie concrete, ma solo certi temi istituzionali di scarso interesse per l’idealità delle persone e piuttosto ristretti nel loro possibile sviluppo in prospettiva, che invece sono tanto cari alla politica del quotidiano asfittico e asfissiato da urgenze quali la disoccupazione e l’inflazione in cui si vive senza nessuna progettualità.

homo democristianus XVII

by giancarlo sartoretto

 

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