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1 – CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO

3 Luglio 2013

CIAK SI FLOPPA – Questo è l’articolo scritto da Matteo Sacchi su IL GIORNALE,  ci parla della dinamica dei finanziamenti pubblici: certi film si meritano il finanziamento per l’ indubbio valore culturale, però il Mibac ha finanziato delle commediette che non ce l’avevano e che certamente non avevano bisogno di finanziamenti, tipo AMICI MIEI di Neri Parenti.

Sacchi continua: “Questo va detto, è il risultato della nuova legge del 2004 che ha tentato di emendare gli sperperi addirittura incredibili causati dalla precedente legge del 1965, la 1213 e che ha introdotto dei criteri oggettivi di finanziamento ma si vedono così sempre le stesse facce e i curriculum rischiano di congelare il rinnovamento”.

La legge del 2004 ha introdotto il reference system, che a mio avviso è pericoloso perché crea una gerarchia all’interno della cittadella del cinema tra idee di serie A, B, C1 e C2, nel frattempo c’è stata la campagna di stampa de IL GIORNALE che ha pubblicato un elenco di tutti i film finanziati inserendo di fianco l’ incasso, talvolta misero, il nome del regista, CHE FINIVA in una specie di gogna mediatica dove si parlava facilmente di truffa, lo stesso Giornale che poi se la prende con Travaglio perché è un giustiziaLISTA DI PROSCRIZIONE.

Ci fa capire che QUESTI DEL GIORNALE SONO GARANTISTI QUANDO SI PARLA DI BERLUSCONI ACCUSANDO IL FATTO QUOTIDIANO DI ESSERE GIUSTIZIALISTA E SONO GIUSTIZIALISTI QUANDO SI PARLA DI CINEMA accusando senza mezzi termini registi e produttori di essere dissipatori di soldi pubblici e via cantando. Hanno semplificato per motivi sensazionalistici il problema che era molto più complesso e aveva a che fare con la promozione di film che seppur interessanti, avevano poche chances in un mercato chiuso come il nostro, dominato dalle solite grandi distribuzioni che non lasciano spazio al cinema culturale.

Quindi è facile dire CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO, ma se fosse stato Berlusconi a fare questi film come avrebbero titolato l’articolo? Dopo queste pesanti critiche, il Mibac si è coperto il culo. E allora basta finanziare film in base alla sola sceneggiatura, meglio finanziare le produzioni che garantiscono cmq un incasso, si parla di autori abituati a incassare, creando un discrimine profondo tra chi incassa e chi non incassa e per le opere prime e seconde rivolgendosi a quelle stesse produzioni diciamo di serie A.

E’ stata una trovata scaltra del Mibac per legittimarsi rispetto ai difensori del neoliberismo cinematografico, dando i soldi ai soliti noti, così il Mibac può dire che ogni euro di finanziamento dato, produce ad es. un euro e mezzo di ricchezza aggiuntiva secondo i dettami della politica economica keynesiana, ma paradossalmente ha dimostrato che la sua politica non è necessaria.

Insomma a chi bisogna darli sti soldi, ai soliti noti, che incassano, a quelli sconosciuti che non incassano, al valore culturale che non si sa cosa sia, ai registi autoriali che però non incassano? A NESSUNO! Replica la gente comune, meglio finanziare la scuola o defiscalizzare il lavoro. Che ce ne frega a noi dei film, è l’ultimo pensiero quello dei film. E la cultura? La preserviamo si ma se non ci costa, altrimenti no, avete visto la cultura contadina come è sparita in un baleno? Va bene, dico io che sono un autore indipendente, avete ragione anche voi, allora se non vogliamo spendere per la cultura bisogna tirare fuori il protezionismo (mettiamo un tetto al cinema Usa) come strumento di difesa almeno dei posti di lavoro, ma questa politica urta con la globalizzazione del mercato che è cultura della merce, e non vuole distorsioni protettive, non se ne viene fuori facilmente da questo labirinto, il neo liberismo porta alla cancellazione della cultura, la cultura invece vorrebbe cancellare il neoliberismo dalla faccia della terra, cmq il protezionismo aiuterebbe la produzione italiana a farsi conoscere e quindi a fare qualche soldo in più se vogliamo vedere come unico parametro del film quanto ha incassato. E non se ha delle qualità intrinseche.

Per incassare però bisogna creare un circuito di distribuzione che sia in grado di fare la concorrenza alla grande distribuzione americana, ecco perché mi richiamo al cinema territoriale in cui il cinema può fungere da richiamo turistico, ma deve essere a low budget, in maniera che non sia troppo difficile rientrare dei soldi spesi. In Europa si parla di eccezione culturale dei singoli Paesi per difendersi dallo strapotere di un cinema globale made in Usa, derogando al principio del libero mercato per proteggere l’identità e la specificità di una cultura dal rischio di omologazione

Dice Davide Giacalone su LIBERO del 18/06/2013, che l’eccezione culturale è di destra anche se ne pavoneggiano gli “intellettualoidi” di sinistra. Del FUS (Fondo unico dello Spettacolo) solo il 18,59% va al cinema, ma si parla di eccezione culturale solo per il cinema e anche il nostro Giacalone ci dice che non è affatto male agevolare il cinema, Hollywood nacque grazie ad agevolazioni fiscali (difatti prima l’industria del cinema si trovava a New York).

Ma, prosegue, se i soldi vengono distribuiti (almeno in Italia) in base al valore “culturale” accertato da apposite commissioni di “raccomandati ministeriali” sono buttati e se, invece, li si scuce in base ai biglietti venduti, va a finire che finanzi i film di cassetta che possono avere valore culturale ma non hanno bisogno di finanziamenti pubblici, (non se ne viene fuori) allora cosa si fa? Neanche Gacalone ha la risposta pronta, però quando gli italiani vanno al cinema pagano più che altro film americani (53%), 27% italiani e 17 film europei.

Che vuol dire che gli italiani nel cinema sono esterofili, più che altro americanofili, cioè subiscono prepotentemente la lingua e la cultura americana in una sorta di colonialismo, COGLIONALISMO.

Dall’accordo di libero scambio con gli Usa siamo i primi a trarne vantaggio, ci dice Giacalone, ma a noi non ce lo spiega nell’articolo: va da se che il mercato libero fa bene anche alla cultura (se lo dice lui) perché ripropone i valori economici del capitalismo occidentale anche nei paesi asiatici o mussulmani FONDAMENTALISTI, in questo modo la forma merce si espande in tutto il GLOBO costituendo una forma di cultura, la cultura della merce appunto, e in questo senso l’eccezione culturale consiste non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato!?! Mi sembra a tutta prima ma anche seconda, un argomento specioso, cioè una posizione labirintica, un altro dogmatico del mercato che arriva a dire al punto 9) della sua prolusione: l’eccezione deve considerare non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato.

Me lo sto ripetendo a memoria meccanicamente, ma che vuol dire? Cos’è una presa in giro? Quindi se prima Matteo Sacchi ci diceva che l’eccezione culturale è cultura dello spreco (come si riporta nell’occhiello del suo articolo) mantenendo la posizione neoliberista, Giacalone, riconosce formalmente che l’ideologia di destra è sempre stata a favore dell’eccezione culturale, ma siccome contrasta il dogma neoliberista, afferma che quelli erano altri tempi, adesso a destra vale il mercato, mentre lo Stato è stato, (se ne quasi andato) ma che diventa, secondo noi, MERCATO DELLO SPRECO, INVECE DI PARLARE DI CULTURA DELLO SPRECO, NON SI PARLA MAI DI SPRECO DI CULTURA PERCHE’ QUESTA NON RIESCE AD ESSERE VALORIZZATA DAL MERCATO, E RIMANE FUORI PERCHE’ NON HA IL POTERE MEDIATICO DI IMPORSI (LO VORREBBE IN SOSTANZA, NON HA MORALISMI) MA IL MERCATO NON RISCE AD ASSORBIRLA, perché’ ce n’e’ troppa e viene dall’estero. Non si vuole capire che molta cultura che crea per inciso identità nazionale o locale, non viene valorizzata come merce con grande spreco di un mercato controllato sempre più politicamente da pochi potentati. Eh si, messo così l’affare si …ingrossa.

giancarlo sartoretto

 

 

 

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