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BRUCIA LA VECCHIA!

30 Settembre 2015

Omaggio a Federico Fellini

La nebbia era fitta nel bosco, camminavo incerto aprendomi a fatica la strada tra le fronde. La guazza notturna mi bagnava dalla barba ai piedi, cespugli e rami mi trattenevano e s’impigliavano nelle vesti, incespicavo nel buio pesto; quand’ecco in una minuscola radura una quercia lugubre, nuda e stecchita che si appressò.
Nel silenzio folto percepii il rumore ritmato del becco d’un picchio che lavorava sul suo tronco là vicino e un’espressione di terrore mi ridisegnò il volto: un lupo oscillava impiccato sul ramo di fronte alla luna velata con la lingua penzoloni, mi scostai con gli occhi sbarrati e un freddo-caldo alla schiena, mi parve per un attimo di scorgere un burattino di legno che mi veniva incontro, ora d’istinto alzai i tacchi, camminai veloce senza nemmeno voltarmi, corsi, ma mi fermai quasi subito; vidi di fronte a me una luce che m’abbagliava, distinsi nell’oscurità l’immagine candida d’una fata:
– “quanti anni hai?”
Mi chiese delicatamente con una voce trasognante.
– “settantatre”
Feci eco, ma mi allontanai obliquamente chinando la testa e pieno di disagio.
Finalmente giunsi in uno spazio aperto: una grande radura che sembrava una piccola vallata chiusa davanti a sé dal fitto scuro di abeti dai quali sbucavano come crape lisce, rilievi montagnosi imbiancati, manti continui soffici e lontani. E proprio alla fine di questa vallata una casupola fumante dava segni di vita.
L’erba era secca e si frammischiava a residui di candida neve e ghiaccio che congelava il fango, il vento ululava aprendosi squarci improvvisi, il freddo pungeva, tutto intorno l’immensa oscurità della foresta che si tramutava in ombre mobili e misteriose, in fruscii lievi, in sensazioni primigenie.
Un fruscio più corposo alle spalle mi fece sussultare, affrettai il passo anche per uscire dall’erba bagnata che ormai mi dava fastidio, i miei poveri piedi erano una ghiacciaia mobile, finalmente mi trovai in un sentiero di terra battuta con tanto di fango solidificato che portava proprio su quell’unica casupola in cui la luce fioca rappresentava un miraggio, una meta che dava vigore, moltiplicava le forze immaginando il senso di tepore d’un riparo, d’un fuoco, di stare al calduccio. Il sollievo aumentò la fretta, che fece girare le gambe, che aumentarono il sollievo….Mi sentii però un attimo intimorito, in balia di chi sa chi: ladri, assassini e la mia fantasia si inerpicava: “e se li abitava l’orco dall’accetta facile”; ma era freddo, tanto freddo che non sentivo le orecchie nella notte blu, velata di bianco, traforata di stelle, il gelo mi congelava di più.
La foresta al contrario non mi dava nessun tepore, mi dava un senso di bagnato freddo di brina e il fiato modificava l’aria fuori dalla mia bocca che conteneva il respiro affaticato.
Arrivai infine dalla parte più buia, bussai spinto da un improvviso coraggio misto a timore, poteva essere un onesto boscaiolo come ce n’erano tanti nelle fiabe. Percepii al di là dell’uscio dei passi, di chiunque fossero tra poco avrei visto il viso, ormai era andata, la porta si aprì appena solo per notare una vecchia smunta, magra sdentata, tutto naso, completamente vestita di nero con un fazzoleto in testa, da essere una befana. Non appariva sorpresa, non mi chiese niente, mi fece entrare, mi sorrise come potè, ma quegli occhi scuri e l’espressione di leggero ghigno non mi tranquillizzarono del tutto, sembrava la nonna antica contadina perennemente in lutto, perennemente in nero con la bacchetta di giunco in mano.
Nella povera stanza c’era un vecchio e rude camino acceso con poca legna accatastata sul pavimento di legno, il fuoco crepitava di rosso vivo e si riverberava sul tavolo rozzo di legno scuro, un po’ sconnesso e rigato dal tempo:
– “vieni, vieni, guarda cosa ho preparato per te!”
Notai la pinza e un bottiglione di rosso dal vetro gocciolante e trasudato con due bicchieri da osteria.
Si sfregava le mani ingobbita mentre il ghigno si allargava in un moto di soddisfazione, parmi rinascere in quell’odore antico di legna bruciate, i miei occhi si illuminarono a festa, fissai in me un lungo attimo di gioia, l’assaporai fino in fondo, un umore spavaldamente inebriante, mi veniva da ridere, scherzare, i miei occhi eccitati sembravano sfolgorati, l’entusiasmo mi trascinava verso un desiderio di follia: bevemmo, mangiammo, strafogammo, mentre lei sghignazzava, la sua faccia trai bocconi si modificava tutta, con gli ultimi denti avariati masticava sul davanti ad una velocità folle, sembrava che da un momento all’altro le sue mandibole rugate dal tempo le si staccassero frantumandosi a terra. E mi rimpinzai di pinza come una vacca in cinta, mangiai di gusto, affrettatamente a bocca aperta, bevvi fino ad ubriacarmi, ingurgitai bicchieri su bicchieri, dopo tanto freddo tutto si scaldava nel mio corpo e si intorpidiva, avvertivo l’ebbrezza, la velocità, l’alterazione e ogni cosa sfumava, lei mi fissava sempre beffarda, mi incoraggiava a continuare:
-“mangia, mangia, mangia ancora…dai ne è rimasto, mangia, mangia ancora!”
Poi dalla fievole luce del mio barbaglio di ragione le notai uno sguardo mandibolare spaventosamente illuminato e torvo.
Si alzò di scatto perfidamente sinistra, nutrita d’una agilità e d’una energia invidiabile e a schiaffi e pugni mi levò dalla sedia – io che non stavo neanche in piedi e che non volevo crederci in piena ridarella assoluta – mi gettò con un gesto selvaggio nel camino che si era quasi spento. Sembravo un sacco di fascine o di patate posato colà, avvertì appena qualcosa che scottava forte come le pietre surriscaldate posate nelle lenzuola fredde dei rigidi inverni, ma sempre più lontano dalla coscienza: tutto intorpidito non capivo più niente….il fuoco ardeva dentro me, ma mi sentivo beato, beato, percepìi un colpo forte in testa e un altro ancora… un ghigno malefico, chissa’ dov’ero se c’ero…
E fu così che quella notte riscaldai la vecchia bruciando per essa.

Parole 954

Giancarlo Sartoretto

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