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4 – PASSATO E SORPASSATO

11 Gennaio 2014

Il Manifesto è figlio d’un tempo

Che non c’è più, così come il

Me stesso ragazzo è scomparso nella

Maturità

(Lettera al Manifesto)

La mia vita-come sarebbe stata- se fosse andato tutto diversamente, se con gli scioperi studenteschi avessimo contribuito ad affondare il sistema, probabilmente Berlusconi non l’avrei mai incontrato si sarebbe defilato da un mondo comunista, sarebbe emigrato in qualche paese lontano.

Ma parliamo senza i se e senza i forse.

Ero cresciuto in un ambiente semplice e popolare, mio padre era di origine contadina, uscito da una famiglia patriarcale che abitava una casa colonica seicentesca di mezzadri, una di quelle case che erano segnate nelle antiche mappe topografiche.

Io ero cresciuto fin da bambino con gli echi dei figli dei fiori, delle contestazioni studentesche del ’66, dei sommovimenti politici, l’estate hippie del ’67 per continuare nell’anno dei grandi accadimenti, il ‘68 è stato anche l’anno in cui ci ha rimesso le penne Bob Kennedy e Martin Luther King, un anno di grandi avvenimenti ed emozioni sociali. Gli anni ‘60 erano partiti di soppiatto ma sotto il segno di manifestazioni, ricordiamo i morti di Reggio Emilia e sarebbero continuati tra scioperi selvaggi e manifestazioni giovanili fino alla fine, mantenendo una tensione continua, c’era nell’aria, un bisogno di grande cambiamento sociale, lo si avvertiva in giro, la gioventù – tra la quale mi annoveravo anch’io, abbandonava i solchi tracciati dai padri per inventarsi una bizzarria di costumi e di comportamenti, che rifiutavano fino al midollo, la guerra e altre forme di vita tradizionale.

Se i primi anni ’60 (mentre li vedo al presente) sono per me confusi e lontanissimi, gli ultimi sono ancora più confusi e difficili, ma cosa faceva intanto Berlusconi?.

Aveva da poco compiuto i trent’anni, probabilmente si era già buttato negli affari, intraprendeva una carriera che era l’esatto opposto di tanti di noi, neofiti del nuovo che attendevano con impazienza la rivoluzione imminente, (mancavano una manciata di mesi, simbolicamente la “grande madre” era gravida e in 9 mesi avrebbe partorito un altro sistema), si perché il sistema era la parola chiave in bocca a tanti: il vecchio sistema contro il nuovo, il vecchio sistema non era riformabile, ed io che avrei fatto nella nuova rivoluzione? Il commissario politico ai Trasporti (mi rispondevo) chissà perché poi ai Trasporti, forse non mi dispiaceva essere uno dei tanti responsabili della mobilità, perché con la rivoluzione non poteva certo essere ridotta, ma selezionata si, avevo idee ancora confuse sul dopo, su quello che avrei fatto, però l’argomento mi aveva sempre attratto, vedere persone sedute che corrono veloci da un posto all’altro me le figuravo come se corressero senza una sorta di mezzo o di motore esterno, ma da sole.

Il mio posto nella rivoluzione? Mi attraeva il cambiamento continuo, e tutti i ragazzi che contavano o meglio cantavano qualcosa (vista la diffusione di chitarre di quel periodo) erano convinti che da lì a poco si sarebbe passati in una fase transitoria, verso una nuova fase. Però io fino alle medie inferiori di politica proprio non mi interessavo e per me tutti quei movimenti erano lontani, segregati nel lontano universo mediatico, al quale però ogni giorno mi avvicinavo accendento l’apprecchio televisivo. Pper strada si notavano ragazzi strani, vestiti con colori allegri, ma la cosa non doveva essere più di tanto coinvolgente, il mio universo era ancora costellato di sport e di giochi senza frontiere, di sagre paesane e momenti adolescenziali difficili. Nei primi anni 70 mi affacciavo alla vita adulta ancora con molta innocenza, l’adolescenza appena lasciata, un’inconfondibile aria da prete rosso, ogni cosa sembrava messa a posta per farmi diventare un rivoluzionario, avevo tutti gli ingredienti tipici di uno che crescendo avrebbe combattuto politicamente dalla parte del proletariato: la mia origine modesta le prime rime, anzi erano poesie senza tante rime a parte qualcuna, le inquietudini tipiche dell’età, gli slanci romantici e i sogni ingenui, ma ero anche molto timido, per diventare un commissario politico ai Trasporti della futura Repubblica Bolscevica d’Italia e di Cina, dovevo essere un po’ più figlio di puttana, il mio buonismo poteva fregarmi. Ero dotato di una acuta sensibilità che mi faceva intuire i lati difficili delle cose e la mia mente si sforzava di starle dietro con ragionamenti improbabili in quanto astrusi e astrusi in quanto improbabili, mi arrampicavo sulle vette della dialettica con un grande bisogno di sapere, di conoscere, di penetrare, di comprendere, discorsi paradossali al limite dell’inconcludenza fatti al bar tra gli amici tra una partita di biliardo e una di biliardino, poi leggevo tutto quel che trovavo in maniera spesso confusa, ero assetato di cultura come se fossi un palinsesto, anche se una certa ingenuità mi faceva distorcere la realtà e vedere ciò che non c’era come se fosse normale. Così per me era normale che ci fosse una rivoluzione nell’aria, che tutto cambiasse facilmente e che la vita era una continua modifica di se stessi e dell’ambiente circostante, mutamento versus interazione evolutiva e non statica e che comunque di mille promesse e di grandi esaltazioni fosse contornata la nostra quotidianità e poi tutti questi colori, queste grandi speranze e il turbinio di emozioni che scaldavano tanti stati d’animo, tutto questo e altro ancora era la mia giovinezza, come se il palinsesto avesse bisogno di segni che scalfivano l’originale impronta ma che non dovevano essere ripetuti sempre gli stessi, segni diversi che lasciavano l’incanto che diminuiva appena si trascrivevano sempre uguali, respirare quel clima lontano è solo questione di frammenti, frammenti di memoria, un deja vu che scivola via solleticando qualche sensazione antica.

Ma Berlusconi molto più pragmatico pensava agli affari e a come accumulare e dove la politica assumeva l’aspetto prosaico della quotidianità come arte del possibile e del realistico, distante mille km luce dalla politica come romantica avventura verso spazi cosmici della propria mente, per me in ultima analisi la politica era un modo per uscire dal quotidiano. Ero però anche dominato da sollecitazioni diverse, a volte distanti e confuse che non mi aiutavano nell’assimilazione di tutti questi elementi talvolta contraddittori.

Io cmq Berlusconi non l’ho mai conosciuto…ma ci scommetterei i co..riandoli .che in quella Repubblica d’Italia e di Cina me lo sarei trovato come ministro dei trasporti a raccontarci barzellette politiche in divisa rossa…

-ma che dici, lui ha sempre odiato i comunisti?

– mah sarà, però qualcosa mi dice così…

da “I RICORDI NON SONO DISCHI”

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