2 – CINEMA E LETTERATURA – L’interazione artistica

Interessante l’art. di Davide Rondoni su AVVENIRE del 27/8/2014 sul rapporto tra CINEMA E LETTERATURA E LA SUA INTERAZIONE ARTISTICA.

Il cinema deve essere arte o intrattenimento? L’eterna questione CHE SI PONE OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI CINEMA INCASSI ECC. ECC. Giornali come “Libero” portatori di un neoliberismo culturale da anni criticano il MIBACT perché ha finanziato dei film che non hanno incassato ed è notorio in Italia che per incassare soldi i film devono avere determinate caratteristiche, perché la gente vuole solo evadere dall’angoscioso “quotidiano dei lavoratori” e divertirsi e ridere, per cui secondo loro il cinema è solo spettacolo e quindi ENTERTEIMENT.

Ma torniamo alla letteratura, noi sappiamo che il cinema in varie riprese iniziando dal muto ha sempre saccheggiato opere letterarie, certo riprendere motivi e storie dalla letteratura dà più sicurezza, perché il nome dell’autore è già conosciuto magari celebre, e può suscitare curiosità, interesse. Però molte di queste appunto “riduzioni” vengono fatte con arte, ma altre badano solo all’intrattenimento grossolano, soprattutto se c’è qualcosa da “prelevare” dall’opera letteraria a beneficio degli spettatori, che susciti MORBOSITA’. DICIAMOLO, ERA UN FENOMENO MOLTO DIFFUSO 30 ANNI FA, il film deve suscitare una bassa GUARDONERIA come ad es. il film dal titolo SEDICENNI di Tiziano Longo e dove nella cultura cattolica nella quale siamo cresciuti, i film esprimono il gusto del proibito. Molte sono le opere letterarie scandalose che esprimono dei bisogni profondi di libertà del loro autore che vengono prontamente realizzati mediante la trasposizione cinematografica anche per motivi pubblicitari e quindi diventa già di successo un film che ancora non è nato.

Ad es. il film di TONINO VALERII tratto dal romanzo che fece a suo tempo scandalo LA RAGAZZA DI NOME GIULIO , è un esempio di questo cinema, sta di fatto che il ciema ha tratto occasioni di immagini osè su libri di successo, anche in Usa si usa per l’appunto la leva de libro di successo perchè con molta ovvietà si dice che ha appunto avuto successo e può avere quindi successo anche il film.

Ci dice Davide Rondoni che la letteratura provoca immaginazione il cinema crea immagini che non sempre sono conformi all’opera letteraria, eppoi perché la letteratura rappresenta un archivio di storie e personaggi che superano le fantasie un po’ rachitiche degli sceneggiatori.

Oggi il cinema di sala si divide oramai tra i film per i giovani e i film per adulti, e tra quest’ultimi tra film di puro intrattenimento come sono le commedie comiche e film d’arte (o quasi) con un linguaggio e delle immagini più complicate e Rondoni auspica di fare del cinema una forma di narrazione “artistica” del reale intesa come invenzione di forme, di immagini e di ritmo e perciò di storie (Tarkovskij).

L’arte deriva dal rapporto tra l’artista e il mondo e il suo segreto aggiunge Rondoni e allora ha un senso prendere a oggetto figure o temi della letteratura. Bisogna credere ancora nell’immagine che può portare mistero nell’avvenimento e nell’ncontro.

Il cinema può essere un’arte dell’immagine che racconta il mondo attraverso un lavoro metaforico e artistico oppure più ordinariamente inseguire il successo nel campo dell’ENTERTEIMENT. Però si sa che i soldi..prendono ed è difficile resistere ad un giusto compromesso.

 

1 – DAI GIORNALI – NOTIZIE SUL CINEMA

Vediamo delle notizie sul cinema, questioni di interesse diffuso: “Smartphone e pc l’ultima beffa” è il titolo di un art. su LA REPUBBLICA a cura di Valentina Corte.

E qui si registra una forte protesta diffusa perché la gente non vuole pagare l’equo compenso, cioè una maggiorazione di 5 euro suoi prezzi dei tablet e 9 euro su una chiavetta, entrambi vengono pagate dai consumatori per ripianare il buco Siae e oltre a Tablet, Smartphone, Chiavette Usb anche Hard Disk, lettori MP3 insomma su tutti i supporti dove possono essere riprodotti brani musicali o film piratati, ed è una tassa che pagherà chiunque detenga questi strumenti senza andare a vedere se la gente scaricherà illegalmente cinema e musica ingenerando nei consumatori una rabbia che li stimolerà a farlo ancora di più.

Il gettito passa da 63 milioni a 157 milioni mentre l’aggiornamento delle tariffe è triennale. E’ un balzello che crea solo proteste, perché è scandaloso mentre gli stipendi della Siae non sono certo quelli dei normali dipendenti pubblici, la stessa Siae fa convegni in Hotel superlusso, i suoi gettoni di presenza sono i più ambiti dai vari dirigenti pubblici nelle varie commissioni che si occupano di problemi che non riescono mai a risolvere. E’ vero che Internet è un luogo di pirateria, ma è anche vero che l’Associazione degli autori ed editori in questi 10 anni non ha fatto niente, proprio niente per reprimere il mercato illegale e oggi appare sempre più difficile riportare la situazione sotto controllo.

Quindi bisogna abolire assolutamente questo INIQUO COMPENSO mentre la Siae lavori veramente per bonificare la rete.

A proposito di pirateria la GdF oscura “DDL Storage” una complessa organizzazione dedita alla condivisione illecita di contenuti audiovisivi, musicali e multimediali individuando i principali Uploader del più importante cyberlocker .

Quindi sono utilizzati per la condivisione non autorizzata (non avendo i diritti) e vendendo “strumenti” che garantiscono migliori prestazioni riproduttive su internet e quindi una fonte di guadagno illegale, dentro la pirateria si cela un vero e proprio business criminale, proventi illeciti da una parte, danni al comparto audiovisivo dall’altra (parecchi milioni) senza contare l’evasione fiscale, la perdita di lavoro e l’ulteriore perdita per l’erario: peccato che queste cose dovevano essere fatte almeno 5 anni fa perché nel frattempo molti siti legali hanno dovuto chiudere . Sembra un po’ ricordare il vecchio proverbio della stalla chiusa quando i buoi sono scappati.

Passiamo a tutt’altro argomento, IL DOPPIAGGIO E’ SORPASSATO dice l’autorevole ALDO GRASSO su IL FOGLIO. Personalmente non la metterei giù facile perché i doppiatori costituiscono una grande lobby che cercano financo di condizionare la politica di settore affinché non si creino dei limiti distributivi di film Usa. Es: mettere un limite: che su 300 film distribuiti made Usa in un anno, solo 200 possono essere doppiati (che già sono tanti), avrebbe fatto si che il pubblico italiano si riversasse sui ns prodotti perché i sottotitoli sono sempre fastidiosi da leggere (sono più indicati per trasmissioni di intrattenimento come il TALK SHOW di David Letterman.

INFINE parliamo di un articolo su L’UNITA’ (prima che fallisse) di Monica Straniero: E’ BOOM DI ESORDI E CRESCE LA QUOTA MERCATO. I dati presi e riportati sono palesemente errati a dimostrazione che vanno tutti dietro a una “agenzia sbagliata” come le pecore. Si parla di 979 pellicole italiane distribuite nel 2013 che corrisponde almeno a 8 anni di produzione nazione e 453 esordi significa aver distribuito nel 2013 le pellicole degli esordienti degli ultimi 10 anni. Grandi strafalcioni quindi. Poi lo sanno anche alle elementari i bambini, che la crescita della quota di mercato è dovuta alle commedie tipo Zalone, tant’è vero che il 50% dei film italiani non incassa neanche i soldi delle caramelle, ancora una volta il giornalismo si caratterizza per la cattiva informazione e allora perché bisogna finanziarlo pubblicamente?

 

3 – IL PENSIERO UNICO

Un pensiero mi viene in mente…

Rocca Priora è un ridente (quando non c’è nebbia) paese di 10.000 anime che si estende in altezza, quasi 800 metri nei Castelli Romani e dove la politica invece è rimasta di basso profilo, almeno a sentire i discorsi e i commenti della gente.

Quindi è impossibile sentire analisi intelligenti perché la politica è “personalizzata” e si parla piuttosto criticamente di quei personaggi (sempre quelli) che l’anno dominata negli ultimi 40 anni e l’hanno trascinata a detta dei più, vicino al baratro.

Ma quello che dai discorsi viene evidenziato è una sorta di fatalismo immobile generato da UN PENSIERO UNICO che traspare in ogni anfratto di ragionamento con insistenza e ossessione:

– che vuoi cambiare mentalità, non si puote, a Rocca Priora non c’è attività economica, autonomia privata, libertà, ma solo politica controllata da poche famiglie più o meno cristiane più o meno socialiste più o meno destrofile che domina ogni tipo di attività economia e culturale creando una rete di contatti poco trasparenti. Ci sono poi i portatori sani di voti (è come se avessero un significato economico) e quelli valgono per la quantità di voti che portano, chi porta pochi volti non vale niente e i favori sono distribuiti con una gerarchia matematica, perché è il voto di scambio il valore assoluto e il pensiero unico ci suggerisce che la maggior parte della popolazione vuole dalla politica non tanto la gestione di una comunità come in un qualsiasi paese democratico ma dentro la deformazione “culturale” o sottoculturale, il vantaggio personale, il favore, come ad es. saltare la fila al CUP E SISTEMARE FASTIDIOSE INCOMBENZE, MA DI PIU’ AVERE UN POSTO DI LAVORO COMODO, statale o parastatale dove preferibilmente si lavoro poco) e questa è una manifestazione di furbizia, di “paraculismo”(vedi mio post LA FILOSOFIA DEL PARACULO) diffuso come pensiero unico applicato al presente, per questo venderei anche il c…uore, non importa se poi devo rinunciare ad essere una persona civile e diventare una specie di “servo di scena” l’importante è sistemarmi e seguire il politico locale per sistemare anche i miei figli. Questo è un concetto diffuso, si rinuncia a vivere per la sicurezza aumentando di fatto l’alienazione sociale e la deformazione personale a livelli a volte “psichiatrici”. E questo pensiero ha in sé una potenza micidiale e insieme a altre varianti simili costituisce il PENSIERO UNIFICATO per cui tu non potrai mai cambiare le cose, sei uno fuori dalla realtà dominata dal pensiero unico sei fuori di testa perché vuoi la libertà del genere umano. Si spiega per questo la differenza di 1000 voti al M5S tra le Europee più di 1700 e le comunali 741 (che cmq ci hanno fatto conquistare un seggio).

Dobbiamo partire da questo dato e cercare di incidere per il cambiamento, ma il pensiero unico è come un muro di gomma.

 

4 – APPUNTI E SQUARCI DI STORIA DEL CINEMA 2

II – CINEMA & LETTERATURA

E’ un rapporto tra linguaggio delle immagini e linguaggio delle parole, due codici espressivi che si incontrano e si tengono per mano, ma si dice che il cinema adattando il libro in effetti lo riduca, addirittura lo deformi (molti dei personaggi secondari non esistono più) lo svilisce (i pensieri secondari vengono tagliati) e certi contenuti modificati con l’inserimento di personaggi non previsti.

Si dice anche che il film potrebbe essere illustrativo, decorativo, sbiadito, moscio rispetto all’opera letteraria.

C’è un cinema eccessivamente dialogato e verboso come c’è una letteratura immaginifica; la parola ha il potere di evocare immagini, le immagini di esprimere significati. La parola dà più forza all’immaginazione, descrive personaggi immaginati, aumenta la fantasia, richiede un patto con i lettori, ciò che ne scaturisce è talvolta qualcosa di indefinito.

L’immagine cinematografica invece restituisce fisicità immediata ai corpi, ogni personaggio è visto nella sua concretezza, oggettivizzato.

Il cinema si nutre di immagini e di rumore, ma si priva dell’immaginazione della parola che appartiene al testo scritto, se nel cinema tutto lo spazio è rappresentato, nel romanzo lo spazio è lasciato all’immaginazione del lettore.

Nel romanzo ogni lettore crea la sua rappresentazione filmica, nel cinema la rappresentazione è uniforme, ma può dar luogo a percezioni e interpretazioni diverse.

L’approccio letterario porta il cinema a rappresentare le storie sostituendo le parole con l’immagine e più facile è dove la parola esprime sentimenti traducibili in immagini. Non sempre questa traduzione è possibile però se si verifica, il romanzo diventa di massa e la letteratura esce dai confini della “Cultura”.

 

1 – UN ALTRO MUSEO A CINECITTA’? NON E’ POSSIBILE!

Cinecitta’

potrebbe diventare un posto da museo del cinema italiano, così pensa il ministro Dario Franceschini, un luogo multimediale e attrattivo anche per i giovani; l’occasione per esternare questo intento, come ci dice Edoardo Sassi su “Il Corriere della Sera”, sono stati i 90 anni di “Luce” in mostra: si tratta di un suggestivo “C’era una volta l’Italia” una sorta di immenso affresco-ritratto della nazione attraverso una selezione di straordinarie immagini e video conservate negli archivi dell’Istituto fondato nel 1924 come “L Unione Cinematografica Educativa” da cui l’acronimo Luce (a quei tempi bisognava educare la gente alla rivoluzione fascista e il Luce era uno dei suoi strumenti di propaganda) e tutto questo materiale, un allestimento costruito come una scenografica gigantesca, capace di restituire via via un mondo sparito di storie, volti, luoghi oltre che interessante, risulta a volte struggente come un vecchio album di famiglia con le pagine delicatamente girate.

Ma se il Luce diventasse il fulcro di un museo multimediale e Cinecitta’ divenisse ESCLUSIVAMENTE un luogo di memoria degli ultimi 90 anni, vuol dire che il cinema è già morto e sepolto, che piano piano si sta trasformando in qualcosa d’altro, peraltro questa soluzione fa il paio con il desiderio di una speculazione con tanto di resort di lusso da costruire in altri spazi interni di Cinecitta’ e sfruttare luoghi della memoria dei tempi che furono, da far vedere ai turisti.

Quindi il Cinema -Museo è un modo per uccidere definitivamente il cinema nel suo luogo sacro Cinecitta’, con tanto di legittimazione della speculazione immobiliare attraverso l’integrazione di quello a “ cielo aperto” costruito magari su finti teatri di posa.

Io penso quindi che sia una grande “stupidaggine” e in linea con la “morte annunciata” del cinema, dell’esaltazione del come eravamo e non del come siamo (messi male) oggi in cui il cinema vivo arranca nel mare magnum del “cinema unico” quello delle commedie tutte uguali a se stesse e dove anche gli studi di Dinocittà dono stati trasformati in un parco tematico peraltro con duecentocinquantamilioni di euro investiti.

Siamo sicuri che ritorneranno (spero che abbiano fatto seri studi di marketing).

E’ questo che vogliamo o invece una Cinecitta’ della produzione indipendente a costi competitivi aprendo il mercato non solo alle solite commedie ma anche al cinema di genere italiano?

Ma che te lo dico a fare? Sembrano tutte cose ovvie eppure ormai il “cinematografaro” non le dice più, perché esausto come l’olio vecchio delle auto, di ripetere cose giuste, sensate e razionali.

Oggi i film italiani che hanno incassato sono tutti spaventosamente simili e riguardano soprattutto le commedie, invece i film drammatici, melodrammatici, horror, poliziotteschi, thriller, fantastici, sociali, documentari, rimangono al palo, e dopo esser stati prodotti non vengono ben distribuiti “vivendo” dentro ad una sorta di “confezione” povera, senza promozione.

Rimane il fatto che la politica però, soprattutto quella istituzionale, non dovrebbe incoraggiare la museificazione del cinema e la stessa Cinecitta’ non dovrebbe tirare a campare…questo a dire che anche la ns politica non è capace di alzare più niente se non i costi del suo mantenimento.

Cosa ci dice il maestro Georgiano OTAR IOSSELIANI in una sua intevista su Cinecitta’ News: – che il mercato è peggio della censura per “la tragica caduta di qualità e mancanza di pensiero del cinema contemporaneo pieno di clichè….il pubblico oggi allevato da Hollywood è abituato allo schema banale in cui il male è sempre sconfitto dal bene proprio l’opposto di quello che accade nella realtà”.

E di cui la Rai è degna rappresentante in Italia con le sue fiction rassicuranti ed “educative” da rivoluzione “catodica”, che te lo dico a fa? Come le ultime polemiche ci rivelano.

CORRUZIONE DEL GUSTO insieme alla CORRUZIONE DELLA SOCIETA’ e quando la corruzione si diffonde bisogna ammazzare il vitello grasso…in senso simbolico ovviamente…

Infine il ns grande Georgiano ci dice che preferisce non fare film piuttosto che ritornare in Georgia e prendere denaro dal Governo che potrebbe essere utile ai giovani autori…anzi non sarebbe morale…la ns generazione del cinema non l’ha mai pensata così, che sia poco morale?

 

1 – IL CINE IGNOTO

Per ogni film di SUCCESSO c’è un film IGNOTO (a volte due)

Ma la differenza tra un film di successo e uno ignoto è abissale, con il primo i protagonisti dei film entrano nei mass-media, fanno tendenza, appartengono all’universo quotidiano delle mode, con il film ignoto non succede nulla, il film è ignorato come se non esistesse, come se non fosse mai stato fatto, chiuso in una specie di armadio con attori e luoghi fantasma e allora viene da chiederci sul perché di tanta differenza di trattamento, in fin dei conti sono tutte creature dello spirito umano, più o meno alcolico, più o meno creativo, più o meno in stato di grazia, ma il bello di questo cinema è che tutti pensano e immaginano che il film fantasma non sia riuscito tecnicamente, artisticamente, e che sia rimasto una specie di mostro da nascondere, da non far vedere a nessuno e di cui vergognarsi:
– “hai fatto ‘na schifezza, lascia perdere col cinema non è il tuo campo”.

Ecco perché tanti preferiscono iniziare con un documentario, perché se nessuno ne parla e quindi va male, fa parte della stragrande maggioranza dei documentari che vengono visti poco o niente.

La cosa che invece lascia perplessi è quando vedi un film sconosciuto molto più bello di uno di successo, non sempre avviene però, perché un film di successo oltre agli ingredienti “giusti” è anche altamente spettacolare.

Allora viene da chiedersi: come si fa a creare il successo dei film e QUALI SONO GLI INGREDIENTI? E’ come un piatto a tavola? Un film bello secondo criteri “maggioritari” ha automaticamente successo? Non direi proprio, dipende da cosa vuole lo spettatore, perché va al cinema, quali sono le sue motivazioni, se sono uniformi o se sono diversificate, bisogna osservare i film che hanno più successo, e via via scorrere quelli che hanno incassato poche migliaia di euro, (molto spesso brutti film e dozzinali, ma che a volte non sono tanto diversi da quelli che incassano cifre rilevanti).

Quindi il cinema risponde o no ad una esigenza sentita dal pubblico che va al cinema soprattutto per divertirsi e che vuole avere dei suoi eroi di carta, a volte igienica e quindi per scaricare qualcosa che ha dentro come tensione, o invece è manipolazione e pubblicità che dall’alto invade tutto e tutti.

Il cinema di successo (lo vediamo tutti i giorni) buca i mass media e si trova uno spazio tra i vari eventi mediatici, promuove l’attore e il regista di successo, ma è solo costruzione e pianificazione del business dall’ufficio di programmazione o seguendo i desideri ed impulsi della folla solitaria conquista l’ attenzione pubblica?

Il cinema di successo si riduce al puro mestiere o è il mestiere che “riduce” il cinema di successo?

Una cosa ci preme di dire: un cinema più di contenuti a volte passa in secondo piano, tra i film appunto ignoti e un cinema ignoto, un produttore ignoto, un regista ignoto crea nel medio termine solo debiti e disastri finanziari, ignoti ai più, ma noti chi li deve pagare e si trova Equitalia di fronte.

Ecco che allora OCCORRE creare una struttura di lancio, investire in quello che si chiama appunto “lanciamento” del prodotto, costruire delle attese. La gente accetta tutto, dalle favole al realismo sociale, ma non vuole annoiarsi, perché altrimenti incomincia a muoversi nella sedia e a pensare a quello che dovrà fare dopo… il film. Anche se questo effetto di “non coinvolgimento attivo” è un effetto voluto per mantenere uno spettatore critico.

E qui diciamo che ci sono pubblici diversi con caratteristiche, attenzioni, bisogni diversi. Va be’ si, ancora con questo tipo di cinema sperimentale, lo vuoi capire si o no che è ormai un cinema archeologico” e ti liquidano in maniera definitiva. E allora Godard adesso cosa fa?
“Va bene per 4 critici che devono studiare il cinema, non per noi che lo vediamo per passare due ore in compagnia”.

Rimani un po’ allibito per questa “corruzione” del gusto, deluso, ormai il cinema è diventato una confezione da consumare in fretta, di serie A, (quasi sempre americano) e il nostro cinema autoriale ormai in mano a pochi senatori, di serie B (le ns commedie leggerine) e di serie C (tutto il resto, gettato nella stessa pentola, dal cinema impegnato a sòle insopportabili).
Quindi un produttore deve preparare una confezione e stare attento a non sbagliare involucro, pena il disastro economico e per la sua salute mentale ed economica deve prodigarsi a non confondere i suoi soldi con quelli del budget del film, cioè prima di iniziare un film deve “chiudere il pacchetto”, se ha un finanziatore deve consumare solo quel budget, se non gli basta deve trovare un altro finanziatore, se anticipa di tasca propria potrebbe non vederli più i soldi, innanzitutto perché il mercato cinematografico è volubile e invaso da prodotti di tutti i tipi,cosi i sono troppi i film che si posizionano nella confezione C, senza chiedere permesso a nessuno, nonostante gli sforzi che fanno i produttori per collocarl in serie A, o almeno in serie B, tant’è che molto spesso è lo stesso produttore che affitta la sala per due settimane e pre-acquista i biglietti, con lo scopo di ottenere recensioni, nella speranza di salire le classifiche quindi poter tentare di venderlo almeno alla Rai, ma a volte sembra fatica sprecata perché il tuo film parte dalla serie C e rimane in serie C , questo è il suo destino e nel periodo della managerialità del tutto previsto le sorprese si riducono all’osso e il pubblico reagisce in maniera prevedibile.

Infine bisogna parlare del ruolo dei festival, possono i festival tirar su un film di grande spessore culturale? I grandi festival internazionali sono 3 e pubblicizzano i film degli autori conclamati, mentre le sezioni laterali sono molto meno pubblicizzate, poi ci sono i festival intermedi che fanno da trampolino di lancio al cinema indipendente e infine tutta una serie di piccoli festival sparsi in italia, i centri culturali all’estero, i cineclub in Italia e all’estero che cercano di pubblicizzare qualche film “gioellino” per gli amanti, che viene dall’estero, o un prodotto autoctono invisibile, ma assolutamente vedibile. Perché il cinema indipendente in questo contesto è marginale? Perché è una confezione povera e usando un terribile modus linquistico, “non attenzionato a sufficienza per mancanza di mezzi e per colpa delle politiche istituzionali. Cioè il cinema indipendente italiano quasi mai fa tendenza per essere lanciato in un mercato.
Ne parliamo ancora….

 

4 – APPUNTI E SQUARCI DI STORIA DEL CINEMA

I – COS’E’ IL CINEMA?

1 – Il cinema può contenere tanti involucri, viene definito come arte, (l’arte del cinema, nel cinema, la settima arte ecc) istituzione, (l’insieme delle figure professionali che vi operano non solo a livello produttivo ma anche politico da cui discendono i vari indirizzi) come ideologia, (ci sono un sacco di idee, ma anche di teorie sul cinema, che è una materia insegnata a scuola, all’università da professori e da critici che scrivono sui giornali, riviste specializzate, che esaltano un modo di fare cinema rispetto ad un altro) viene visto anche come un prodotto economico, (come merce diversa da ogni altro tipo di merce) come immaginario (che si rapporta all’universo desiderante, al simbolico, alle sfere psichiche rimosse, ma anche alle problematiche del reale descrivendo psicologie e sociologie).
Il cinema è fiction, anche quando tratta di cose reali, è costruito sulla finzione anche quando quindi è documentario.

2 – Il cinema è sia mezzo di appagamento di desideri, (“proiezione” dell’io desiderante collettivo) sia denuncia e coscienza di massa, ma anche divertimentificio (evasione sociale, intrattenimento, spettacolo, sensazionalismo) e in quanto frutto di una “proiezione”, scisso nella sua percezione individuale dalle problematiche rispecchianti (la propaganda è meno efficace di quel che si pensi).

3 – Il processo identificativo appare funzionale allo scopo catartico del pubblico, elemento questo ritualistico e di rigenerazione, si sfrutta in questo caso la sfera emotiva, un processo invece meno identificativo più distaccato, impegna la sfera razionale in cui si possono ricostruire criticamente anche le “proiezioni”.
Il cinema può essere strumento sostitutivo di soddisfazioni delle pulsioni, luogo di conflitti, dialettica degli opposti, ma anche cristallizzazione delle scissioni, rappresentazione monocorde.

4 – Cinema a tesi, descrittivo, con trama, quello in cui la trama diventa strumentale, cinema come messaggio del regista o racchiuso in un suo linguaggio in cui il messaggio diventa latente; c’è quello aperto alle soluzioni, che fa discutere, che lascia concludere allo spettatore e cinema concluso che vuole aprire uno spazio mentale allo spettatore.

5 – Cinema come prodotto e come arte: estetica cinematografica e commercializzazione produttiva.

Cinema come creazione di storie e come distruzione, destrutturazione di storie, come geografia fantastica e come riproduzione architettonica del quotidiano, cinema come storia, cinema come geografia, cinema come applicazioni tecniche e cinema come osservazioni scientifiche; ma il cinema è soprattutto un dispositivo di rappresentazione in un rapporto di passività dello spettatore che si fa vivere dalle immagini rinunciando in quel momento a vivere fisicamente, cinema come proiezione mentale e cinema come mancanza di corpo.

6 – L’appagamento filmico non sempre è soddisfacente, ognuno si orienta a seconda dei gusti, non c’è una oggettività critica, ci sono film importanti o meno che hanno incassato molto pubblico o hanno rappresentato svolte epocali; ma quello che è un pregio per altri può essere un difetto, basta che il film non sia un difetto per tutti o passi tra l’indifferenza perché allora non esiste; può essere inutile, ma anche un fantasma.

7 – La pubblicità orienta il pubblico che vuole “evadere”

8 – I ruoli nel cinema – che per questo è istituzionale – vengono predeterminati da una ferrea organizzazione produttiva che assimila un menù di professionalità tecniche ed artistiche, i ruoli sono più sfumati nelle piccole produzioni.

9 – Nel cinema manca la spontaneità e l’improvvisazione, anche quando il regista vuole introdurre elementi di spontaneità questi vengono precalcolati, manca al cinema la flessibilità dell’intuizione improvvisa, è più forte la struttura dell’insieme che l’intervento soggettivo.

10 – Tutto viene ricodificato attraverso l’uso d’un linguaggio che s’apprende come un mestiere. Esso può essere originale o stereotipato, elementare o evoluto, raffinato, ermetico, sofisticato ovvero rozzo e grossolano, mantiene comunque sempre le sue regole e convenzioni.

 

5 – LA METROPOLITANA (mediometraggio)

E’ l’alba in una grande città. I vari personaggi del film si alzano dal letto per iniziare la giornata con i loro problemi, i loro impegni. Un inizio quindi affollato di 7-8 personaggi che poi vedremo in un secondo tempo tutti insieme.

Osserviamo il politico di successo, un intellettuale di sinistra, il dirigente di una grossa impresa, un semplice infermiere, un’affarista, un artista, l’unica donna, un’impiegata in carriera e un giovane operaio un po’ sciroccato. Si alzano dai loro rispettivi letti, fanno colazione, chi a casa, da solo o con i figli, chi al bar, frettolosamente, si incrociano anche se non si salutano. A un certo punto inquadrando le due entrate della metropolitana li vediamo scendere, chi da sinistra, chi da destra. Breve inquadrature anche delle scale mobili e del lungo spazio della fermata. Prontamente arriva la metropolitana ripresa in primo piano, poi l’apertura delle porte, l’afflusso un po’ caotico della gente come succede sempre al mattino presto, visto che la gente va a lavorare. Per un attimo rimane aperta, con la gente dentro, un ritardatario corre per prenderla al volo, non ci riesce, ed ecco che lentamente parte.

Tutti i vari personaggi si trovano per motivi diversi chiusi nello stesso spazio quando improvvisamente si sente un rumore assordante di lamiere, un tremore di pareti mentre gli sguardi delle persone si incontrano attoniti, che sta succedendo? Poi la polvere entra dentro, e cominciano le urla, la paura, la gente finisce a terra, si lamenta, alcuni si abbracciano, imperversa l’oscurità nei vagoni, poi improvvisamente la luce si accende di nuovo e si spegne come un albero di natale. Sono minacciati da un grave pericolo che può mettere a repentaglio le loro esistenze. E’ una situazione clautrofobica, una dinamica di gruppo forzata. Nel pericolo i personaggi che di solito non si parlano prendono confidenza, interessandosi ognuno alle vicende dell’altro, pian piano si rompono gli schemi di ruolo, trovandosi quasi nudi di fronte ad un pericolo che li mette in gioco.

Da qui vengono fuori i caratteri, le personalità celate in conflitto con quelle socialmente codificate, gli individui si trasformano in qualcosa di diverso che loro stessi non conoscevano.

L’ambiente claustrofobico permette una certa teatralità tra i vari personaggi, i dialoghi devono essere irruenti che riescano a tenere la tensione ed aumentarla. Ne scaturiscono contrasti tra il politico e l’intellettuale mettendo in luce due diverse psicologie, l’intellettuale esteriormente crede ancora nell’impegno civile, ma interiormente è ormai un personaggio vuoto e ambizioso avvicinandosi cosi all’uomo politico che cerca solo di apparire piegando le sue politiche al bisogno di potere. Entrambi si dimostrano dei perfetti inetti nella situazione pericolosa, mentre prende quota il giovane operaio che al contrario riesce a rendersi utile con abilità e capacità, l’unico in grado di organizzare una qualche difesa e soprattutto che esce dalla sua disillusione politica, dal suo scoramento, abulia per rivendicare delle idee che fino a quel momento non aveva mai affermato quasi scavando nella sua personalità più riposta: si meraviglia lui stesso di avere delle dimensioni nascoste.

L’artista da principio gioca col pericolo come se fosse una novità divertente che fa uscire dalla solita vita, è il primo che capisce la pochezza del politico e dell’intellettuale ma quando il gioco si fa duro gli manca il coraggio e finisce con il cagarsi addosso. In mezzo alla propria lordura sta in un angolo dimenticato. L’impiegata dapprima succube al dirigente d’azienda riesce poi a prenderne il sopravvento mentre l’imprenditore si dimostra capace di tenere testa alle circostanze, ma al contrario dell’operaio è privo di moralità e nell’estremo individualismo si frega da solo.

Queste e altre situazioni psicologiche estremamente realistiche faranno lievitare la storia. Alla fine il pericolo che aveva partorito la disperazione individuale, scema, i personaggi acquistano profonde consapevolezze.

L’ambientazione è in un quartiere di una grossa città, osserviamo con la macchina da presa la vita parallela di alcuni abitanti che quasi si sfiorano senza tuttavia conoscersi.
L’ordinaria quotidianità si sviluppa però in una azione comune: prendono tutti alla stessa ora la metropolitana, e sarebbero portati via nelle loro direzioni, se proprio in quel momento i vari personaggi che già abbiamo conosciuto e che si ritrovano insieme in uno scompartimento assistono spaventati al deragliamento della metropolitana a causa del franamento del terreno sottostante, avviene un disastro, il vagone rimane quasi intatto, alcuni però cadono per terra, altri sono feriti, i vari personaggi si trovano tutti sbattuti, in attesa di soccorsi. Si organizzano per sollecitare i soccorsi attraverso i cellulari che però non funzionano, la storia diventa via via più grottesca e assurda. Intanto il vagone oscilla paurosamente e sembra che da un momento all’altro possa arrivare la morte. In questa situazione di aspettativa angosciante i ruoli saltano e allora vediamo il volto sconvolto del politico di sinistra all’atto di “inchiapettarsi”una donna di destra in un angolo buio tra le rovine del vagone:
Che state facendo gli chiede il suo collaboratore che li scopre
– Stiamo facendo l’Italia! Mentre “viene” da dietro
soggetto n.12

 

2 – IL CINEMA ITALIANO HA BISOGNO DI FOLLIA

Questo è un articolo dell’huffintonpost.it a proposito del mezzo disastro di Paolo Ruffini conduttore della premiazione dei David di Donatello, è inutile infierire però anche se la vis dissacratoria dei toscani a volte non si differenzia dalla semplice volgarità, ma il punto centrale è che la peggiore delle conduzioni passa in secondo piano se l’oggetto di una premiazione crea pathos in sé, ma di per se è la premiazione che interessante non è, sembra una conventicola che si auto celebra, gente di cinema che premia altra gente di cinema, è un’auto celebrazione, quello che sfugge oggi ci dice l’articolista che il cinema nella sua essenza è un luogo del Mito dove c’è il precipitato di una cultura estremamente più vasta e poliedrica, mentre invece il cinema italiano si gongola in una piattezza ragioneristica dove c’è un marketing già nel retro pensiero e nel grigiore quasi impiegatizio di certi attori.

Cosa ci dice l’Anica: l’Anica e l’Agis reiterano vecchie lamentele su tipo di quanto è bello il sistema Francia e Pirateria che fare? i vari ministri della cultura continuano a dire che la cultura non è un costo, ma un investimento e tutto finisce a guerre interne per la corsa a qualche poltrona. Se ai tempi di Chaplin la follia si impossessava del cinema, il ns articolista ci dice che i ragionieri del cinema italiano hanno convinto i pazzi ad essere normali, “ed è questa forse l’unica vera blasfemia”.
La follia per redimersi dalla quale ci vuole ben altro che un Paolo Ruffini qualsiasi.

Ripetiamo un po’ di concetti: il cinema è mito, in un firmamento abitato da star ma in italia gli attori sono antidivi proprio per il loro grigiore ragionieristico o nel contesto di attrici che al massimo sono considerate delle “bone” della porta accanto. Sulla volgarità però bisogna fare un ragionamento non da ragioniere un po’ più ampio, oggi il linguaggio è diventato più vicino alla gente forse più spontaneo e quindi se noi vediamo un film come Pane, Amore e Gelosia di 60 anni fa e vediamo l’apertura del film di Boris incentrato su sti cazzi, capiamo anche quando è cambiato questo nostro mondo, e questo vale anche per i libri di letteratura di oggi a cominciare dagli anni 90, e lo stesso Crozza quando si esprime li usa, ci fa capire anche che il linguaggio si è di molto modificato, pure a livello politico: è quello più vicino alla gente infarcito di cazzi e culi e chi non ascolta quanto liberatorio è mandare (non a quel paese) ma a fanculo un sacco di gente, è volgare? Era volgare anche l’italiano al posto del latino, il linguaggio si avvicina di più alla spontaneità e a volte dimostra dei limiti, ma oggi abbiamo tanti linguaggi diversi: da quello ampolloso, a quello burocratico, da quello colto e preciso a quello retorico, confusionario e gergale e questo insieme di linguaggi ci fa capire l’uomo, è bene metterli insieme e farli diventare più interattivi. E’ una stronzata, mi direte, oh scusate parbleu, è una stupidaggine….

 

5 – PRONTI, VIA, INTERVISTA! (cortometraggio)

Ci troviamo in un festival locale di cortometraggi sponsorizzato dal comune di Racalbuto. Vicino al Cinema Aurora fuori in strada, il direttore artistico ripreso da una telecamera rilascia un’intervista: “le parole possono in parte sterilizzare le immagini, mentre sono possibili immagini senza parole (vedi documentari) non sono possibili parole senza immagini (fuori campo in uno spazio vuoto bianco).”

Soddisfatto di questo primo intervento, il d.a. cammina per la strada, quasi volesse fermare la gente: “Vediamo un po’ cosa ci dice un cinefilo? L’ho visto guardare i corti del festival.” – che cazzo vuoi! E’ la risposta un po’ contrariata del tipo che prosegue in fretta nel suo cammino.

– Quello più che un cinefilo sembrava un cianofilo arrabbiato, che se sarà preso boh!

Allora ecco il prossimo cortometraggio che vedremo: un po’ scabroso, una violenza su una donna in un cesso pubblico con rumori di porte che si aprono e si chiudono mentre l’inquadratura rimane ferma su un quadrato bianco.

La violenza viene consumata tra voci scandalizzate che vanno avanti e indietro nel cesso e infine compare la voce della polizia: per un attimo un manganello riempie l’inquadratura che segue un viso di profilo che sembra scappare.

Il titolo del corto si chiama:

PAROLE SU FONDO PIATTO CON MENU’ DI VOCI di Tony Campanacci, un tipo tosto che non demorde e continua a fare cinema sperimentale, nonostante il tempo – che oggi come oggi è pittosto contrario, ma Campanacci ha un suo stile e una sua coerenza formale, questo ci sentiamo di dirlo visto che lo conosciamo da un sacco di tempo, bene, ora consideriamo come dice lo studioso austriaco Krakauer il film come realtà fisica e ci chiediamo, che reazioni fisiologiche ha indotto la visione di questo film, presso il pubblico? Ci appressiamo all’uscita del cinema perché il film – a quanto mi dicono – si è appena concluso:

El m’ha fat cagher!

Lei non è di Racalbuto?

Mi trovavo qui in vacanza.

E il suo giudizio è piuttosto netto!

Netto? Non ho capito niente, tempo perso, vado subito a fare un giro in macchina…

Grazie, magari se lo rivede lo capisce

Ma ve a cagher anca lu…

Vediamo un attimo questo signore dal bel pizzo…

Non parli cosi’ che siamo in Sicilia, …secondo me le poltrone del cinema dovrebbero essere installate di un SENSOMETRO che misura le emozioni del pubblico;

Si, una specie di contenitore di tutte le reazioni fisiologiche possibili…interessante

Bene, entriamo a vedere questo corto, che viene proiettato di nuovo. Il d.a. molla il microfono e entra nella sala buia.

Su fondo bianco si sentono queste parole:

che mi dici figlio di puttana.

Provaci ancora e pomperò tanta di quell’acqua sul tuo culo da farlo diventare una cascata di merda.

Ei voi….chi ha chiuso la porta.

Uhm…che bello sto culo, e che tette…

Abbi pietà di me…no, no…

Il cloroformio sta agendo, che scopata ragazzi e che pelle!

Hai visto sti mascalzoni.

Robe dell’altro mondo.

Andiamo via.

Ehi, le vostre porcherie andate a farle in un altro posto….dico a voi, io non ho paura di nessuno, anche se la porta è chiusa si sente tutto, vergognatevi!

Uhmmm.

Polizia! Aprite questa porta.

Saranno un po’ cazzi nostri…dico.

Aiuto per favore, aiutatemi (con voce esile) mi sta vio….(scroscio improvviso d’acqua).

Zitta stronza, c’hai un culo che si sta esprimendo da favola…(porta sfondata, grida, rumori)

Esci fuori con le mani in alto, ma che accidenti…ehi fermalo!

Si vede una testa di profilo che passa davanti alla Mdp e un manganello che dall’alto al basso colpisce violentemente alla testa, un braccio proteso e tutto finisce a rallentatore, diventando poi sfocato e un rumore di cinepresa che cade. (Crash). Silenzio, la sala si illumina, la gente si guarda stranita, qualcuno sbadigliando…

un applauso appena accennato

Un gruppo di persone si avvicina verso Campanacci cn fare polemico, a un certo punto manca la luce, è buio fitto in sala, si sentono rumori di corpi contundenti, la tenda è chiusa e non si vede niente.
sogg n. 11
giancarlo sartoretto

1 – L’OSCAR AL DEGRADO, COSI’ CADE A PEZZI IL MITO DI CINECITTA’

Dai tanti articoli di cinema tiro fuori questo di Matteo Vincenzoni (un cognome del cinema) dal quotidiano IL TEMPO, dello scorso 12 maggio, che parla di un luogo sacro del cinema come cinecitta’ che vive una decadenza inarrestabile. Matteo Vincenzoni non ha fatto un articolo di immagine, ma ha voluto impietosamente ripercorrere i quaranta ettari degli studios battendo ogni stradina interna, ogni angolo dimenticato.

Basta andare oltre la mostra e gli immancabili riferimenti a Federico Fellini e ci dice Matteo con una felice espressione – e allora – “come i fratelli sfigati di Alice, passiamo dal Paese delle Meraviglie al posto meno sicuro per le caviglie” tra cataste di materiale di risulta abbandonato a sé stesso e scenografie crollate.

Piante e rovi hanno approfittato della mancanza di manutenzione bloccando financo le uscite, e guarda caso in questi luoghi in rovina dovrebbero essere realizzati un Albergo extra lusso, un parcheggio, una struttura ricettiva con boutique e ristoranti. Cinecittà Studios quindi in mancanza di produzioni cinematografiche pensa a diversificare, anche affittando le location (quelle tuttora funzionanti) per feste private, però basta voltare l’angolo che l’erba alta ti accoglie fino alla cintola e ti fa sbucare in una discarica.

Sono rimaste scenografie dell’antica Roma, quella medioevale del set di Francesco tutte e due in condizioni almeno da giustificare un biglietto della mostra mentre ormai sono in caduta libera quelle centrali di Gangs of New York, con la sensazione come ci dice Matteo di trovarci in un paese abbandonato del vecchio west, un fantasma che sta per sommergere tutta la struttura complessiva di Cinecittà sempre più silenziosa e irreale tra cataste di assi in legno e tubi innocenti ricoperti di vegetazione, mentre gli impianti per l’areazione dei teatri di posa arrugginiscono ad ogni angolo.

Ritornando al centro di Cinecittà, il teatro 5 di Fellini, si percorre il viale che porta verso l’uscita dove le radici dei ciclopici pini s’aggrappano all’asfalto, distruggendolo, sembra vogliono tenersi ben stretto il luogo.
L’oscar ormai è vinto.

 

3 – LA RAI CHE I TAGLI NON VUOLE MAI – MICA E’ SCEMA

Il governo Renzi vuole tagliare i viveri alla Rai imponendo una riduzione di spesa di circa 150 milioni di euro che graverebbe pesantemente sul bilancio dell’ente.

I sindacati insorgono, preoccupazione per i posti di lavoro nelle sedi regionali. Si parla di un piano di razionalizzazione e il consigliere Antonio Pilati in quota centrodestra ci dice riprendendo il coro, che deve essere profondamente cambiata, perché è troppo simile a un pezzo della Casta (il Foglio), però stranamente anche i cinque stelle fanno catenaccio anti-tagli dalla commissione di Vigilanza nonostante tutti i precedenti discorsi antiRai e anti-sprechi, così almeno ci dice lo stesso giornale.

Il taglio previsto dal Dl. 66/2014 a detta invece dei sindacati “mostra evidenti profili di incostituzionalità e non colpisce gli sprechi ma i posti di lavoro”. Un taglio inoltre che crea “le condizioni per lo smantellamento delle sedi regionali e ancor peggio per la svendita di RaiWay alla vigilia del 2016, lasciando intravedere inquietanti ritorni a un passato fatto di conflitti di interessi e invasione di campo dei partiti e dei Governi”.

Secondo i sindacati considerare Raiway e le sedi regionali come i luoghi verso cui operare vendite o riduzioni significa far morire la Rai a tal punto da compromettere il rinnovo della concessione per il servizio pubblico.

La risposta del premier non si fa attendere: “Io penso che la Rai appartiene ai cittadini, non ai partiti politici. Per questo ho scelto, a differenza dei miei predecessori, di non mettere mai bocca in una discussione sui palinsesti, sui conduttori, sui direttori e sulle trasmissioni della Rai”. E per quanto riguarda i tagli: “Abbiamo iniziato a ridurre i costi dei politici, i dirigenti pubblici hanno un tetto agli stipendi, le sembra normale che la Rai sia l’unica realtà che debba far finta che non sia successo niente? Anche la Rai deve partecipare alle spese… Caro Floris mi dispiace, ma tocca anche a voi”.

Consultando la Guida Rai scopriamo che ha 15 canali televisivi in chiaro e sei radiofonici. SonoRai1,Rai2,Rai3,Rai4, Rai5, RaiMovie, RaiPremium, RaiGulp, RaiYoYo, RaiStoria, RaiScuola, RaiNews24, RaiSport1, RaiSport2, Rairadio1, Rairadio2, Rairadio3, Rai Isoradio, Rai GR Parlamento, Raiweradio6, Raiwebradio7, Raiwebradio8.

Ma quella che tutti credono essere la televisione commerciale di Stato italiana è una società per azioni, concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia, i cui rapporti sono regolati da una convenzione triennale che scadrà il 6 maggio 2016. È una delle più grandi aziende di comunicazione d’Europa, il quinto gruppo televisivo del continente a corrispettivo di ampia fascia della popolazione italiana che vede quasi solo Rai e non ha mai navigato su internet.

Sulla piattaforma digitale terrestre in chiaro, i canali del gruppo Rai ottengono il 6,78% di share, mentre i canali del gruppo Mediaset il 6,51%; nella piattaforma satellitare, invece, Rai quasi ‘scompare’ e i gruppi preferiti sono Discovery (5,43%nelle24ore),Sky(4,99%),Fox(1,64%).

Semimonopolista a casa propria, un nano in termini internazionali.

Lo sperato accesso al ‘mondo’ tramite l’upgrade satellitare è venuto meno, in questi vent’anni, per la carenza di una produzione autonoma di cartoon, di documentari, di serie televisive avvincenti, di un reale supporto alla musica italiana, che anche su Youtube ha una presenza ‘povera’.

Radio Televisione Italiana Spa è un’azienda prettamente romana, con sedi in ogni capoluogo di regione e provincia autonoma e un vasto numero di sedi di corrispondenza dall’estero dove lavorano stabilmente diversi giornalisti, ma gran parte dei Centri di produzione televisiva sono nella capitale italiana con le sedi di via Teulada (8 studi) e Saxa Rubra (14 studi), più i sei Studi Dear, il Teatro delle Vittorie, l’Auditorium del Foro Italico. Società controllate sono Rai Pubblicità, RaiNet, Rai Way, Rai World, Rai Cinema, 01 Distribution; società collegate risultano San Marino RTV, Tivù, Auditel, Euronews.

La corresponsione di una quota del canone televisivo (imposta) alla Rai Spa da parte del governo in carica dovrebbe essere determinato dal rispetto del Contratto di servizio, che prevede:

Articolo 2.3 “La concessionaria è tenuta a realizzare un’offerta complessiva di qualità, rispettosa dell’identità, dei valori e degli ideali diffusi nel Paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori, rispettosa della figura femminile e della dignità umana, culturale e professionale della donna, caratterizzata da una ampia gamma di contenuti e da una efficienza produttiva”

Articolo 3.1 La Rai riconosce come fine strategico e tratto distintivo della missione del servizio pubblico la qualità dell’offerta ed é tenuta a … improntare, nel rispetto della dignità della persona, i contenuti della propria programmazione a criteri di decoro, buon gusto, assenza di volgarità, anche di natura espressiva”

Articolo 12.4 “La Rai si impegna affinché la programmazione dedicata ai minori … proponga valori positivi umani e civili, ed assicuri il rispetto della dignità della persona e promuova modelli di riferimento, femminili e maschili, egualitari e non stereotipati”

Articolo 13.6 La Rai si impegna a collaborare, con le istituzioni preposte, alla ideazione, realizzazione e diffusione di programmi specifici diretti al contrasto e alla prevenzione della pedofilia, della violenza sui minori e alla prevenzione delle tossicodipendenze”

Da quello che vediamo da anni in televisione, parlare di pieno rispetto del contratto da parte di Rai spa è davvero difficile.

Ovvio che vada a finire che il bilancio di Radio Televisione Italiana è una frana, tra inandempienze al contratto e cittadini che si rifiutano dal pagare il canone e tra le folli spese (senza dimenticare lo strabordante organico ed i super-compensi) di quella che è una televisione commerciale con vip, star e tanti lustrini. Il dato per il 2014 è di 350 milioni di debiti che saranno ripianati con le tasse degli italiani, onde – soprattutto -evitare all’elefantico apparato radiotelevisivo romano di subire tagli occupazionali e qualche dismissione.

E’ evidente che chiunque voglia un’Italia diversa dall’attuale, voglia anche una televisione pubblica con meno sprechi e meno pubblicità, con programmi adatti ai bambini e a chi voglia apprendere od informarsi, che non trasformi le donne in soubrette sboccate e gli uomini in machos tracotanti, che è non ‘talmente pubblica’ da dover usare troupe esterne persino per le partite di calcio che si giocano a Roma.

E veniamo alla polemica: Beppe Grillo annuncia solamente che “continua il saccheggio di un bene comune e adesso tocca alle infrastrutture della tv pubblica …per effetto degli sprechi dei partiti politici che l’hanno moltiplicata di funzioni allo scopo di far entrare gli amici degli amici, che comincerà col vendere un 40% di quote di Raiway…”

Bene comune? Si chiede il Foglio: Ma se lo stesso Grillo, due mesi fa, strillava all’Ariston di Sanremo che«la Rai è la responsabile del disastro di questo Paese»,

E, poi, sul proprio portale, insiste il Foglio, sotto il titolo #BeppeaSanremo2014, precisava:«Il bilancio della RAI al 31 dicembre 2012 si è chiuso con una perdita di 250 milioni di euro. Il bilancio del 2013 dovrebbe chiudersi con una perdita che sfiora i 400 milioni di euro». «Per il festival di Sanremo in tre edizioni (2010/2011/2012) la Rai ha perso circa 20 milioni di euro».

Grillo però parla di Bene Comune e c’è una netta differenza tra bene comune e servizio pubblico, mentre il primo viene smantellato il secondo non è mai esistito perché dai partiti controllato, ma per Il Foglio questi sono discorsi troppo sottili:

l’unica panacea che guarisce tutti i mali è la privatizzazione di un bene pubblico, mentre per il M5S un bene pubblico per sua natura, come l’informazione non dovrebbe mai essere privatizzato, ma tolto all’abbraccio mortale dei partiti perché si vuole confondere natura pubblica di un servizio con la sua gestione partitocratica, cosa che non avviene ad es. nel Nord Europa, ma in Italia siamo abituati che i partiti si impadroniscano di pezzi dello stato per distribuire opportunità ai loro iscritti e per entrano negli appalti e finanziarsi a son di mazzette. E la ricetta è sempre quella dell’afflusso di nuovi capitali, privatizzando una quota di minoranza di Raiway.

E’ la prima volta dice Pilati, il consigliere Rai, ritornando a Renzi, che un governo non sta al gioco e non tratta la Rai come la pupilla dei suoi occhi, accudita con decreti di salvataggio.

Sono gli stipendi che sono aumentati senza sosta negli ultimi anni e non si possono tenere tre telegiornali in concorrenza tra loro con 27-28 edizioni ogni giorno, ci vogliono risparmi di scala e una ridefinizione della missione Rai come ci sintetizza infine Marianna Rizzini su Il Foglio)

 

1 – TAX CREDIT E CINEMA

E’ stato approvato il decreto cultura, con più incentivi ai film stranieri, fino a 10 milioni per ogni film straniero girato in Italia, è aumentata anche la cifra totale del tax credit da 100 a 115 milioni di euro, ma come funziona per i prodotti indipendenti?

Non molto bene, funziona più per i prodotti medi per i film-commedia dove è più facile incassare se hai una confezione importante, e anche per i grossi film cooprodotti, ma l’apporto massimo di un milione di euro non permette investimenti decisivi e molti film non partono perché mancano di altri soldi. Come funziona la tax credit?

Ci risponde Ester Corvi di Milano Finanza, un milione di euro può costituire il 40% di un budget di 2,5 milioni di euro e su questo importo di un milione di euro, il 40% può essere recuperato in crediti fiscali e il finanziatore può pretendere di essere il primo a beneficiare degli utili generati dal film.

Gli operatori stanno attendendo i decreti attuativi che probabilmente spiegheranno nel dettaglio certe cose controverse. Alcune banche sono entrate nel settore come la Bnl (gruppo Bnp Paribas), la Popolare di Vicenza, il Credito Valtellinese, Cariparma e IntesaSanpaolo. Secondo qualcuno bisognerebbe costruire un apposito fondo a cui diversi investitori potrebbero contribuire diversificando il rischio perché il cinema è fatto, come sappiamo di prototipi.

Gli operatori del settore ci dicono che però bisognerebbe alzare il tetto del tax credit per attrarre produzioni estere, da un milione a 5 milioni, nel decreto cultura è stato alzato il tetto per coloro che vogliono girare in Italia soprattutto a Cinecittà, da 5 milioni a dieci, però in definitiva gli investimenti delle banche costituiscono una parte minimale dei progetti ad alto budget, mentre per i progetti a basso budget difficilmente ci entrano, se a questo aggiungiamo che i privati non sono così motivati almeno per il momento, vediamo che il tax credit ha un effetto meno dirompente del previsto, occorre però (e questo è un grosso deficit del Decreto Cultura), vedere attraverso un monitoraggio puntuale e anche un elenco delle produzioni che lo percepiscono, l’andamento effettivo di questo tax credit, e soprattutto se va solo e sempre ai soliti nomi, o addirittura si creano delle società che non solo collegabili alle produzioni.

A mio parere è necessario alzare al 60% la quota di defiscalizzazione per i film difficili e dare la possibilità anche al cinema indipendente di concorrere a queste detrazioni fiscali con distribuzioni che si avvalgono del beneficio.

 

3 – LOTTA DI TASSE O LOTTA DI CLASSE

La “doppiezza” italica è una caratteristica nota: tengo famiglia magari cristiana, è la risposta più diffusa; agitarsi sempre, agire mai e questo si vede tante volte che c’è un disservizio.

Non passa l’autobus, tirano giù il mondo poi arriva e ci si dimentica tutto. In questo atteggiamento c’è una buona dose di gregarismo sociale che giustifica il principio che le rivoluzioni sono fatte da minoranze, élites che poi si trasformano in cricche di potere, ho letto perfino un commento grottesco di uno, in questo blog (di Beppe Grillo): se mi assicurate mille euro al mese faccio la rivoluzione…(a vostre spese)il medico ospedaliero, l’impiegato statale, il vigile urbano… metterei anche la casalinga di Voghera stanno bene in questo sistema…”basta che se magna”.

Fino adesso le uniche rivoluzioni sono quelle per fame.

Negli anni 60 quanti sono stati i contadini proprietari terrieri che si sono buttati in politica per condizionare lo sviluppo dei piani urbanistici verso i loro terreni? Berlusconi non è nato ieri, viene da lontano e sono molti quelli che lo difendono a spada tratta. C’è un’altra Italia che non gli interessa niente del cambiamento…e vive in una sorta di schizofrenia: si incazza tutto l’anno contro il governo e poi vota i soliti candidati. A parole l’italiano sbraita quasi come se fosse un terrorista: “gli metterei una bomba in parlamento” dicono gridando da ossessi , nei fatti rimangono molto conformisti….per quanto riguarda poi il default è da trent’anni che c’è la crisi fiscale degli stati, eppure non è successo ancora niente, tutti gli Usa (i singoli stati) hanno deficit spaventosi, debito pubblico – ricchezza privata diceva un’economista di Reggio Emilia.
La lotta di classe si è trasformata in lotta di tasse, uno stato sempre più dispendioso che fa crescere ceti parassitari legati alla politica e alla finanza, contro i produttori che sono quelli che tengono in piedi – in ultima analisi l’economia – e che si trovano a vivere da tartassati. Chi si ricorda del film con Totò e Fabrizi si ricorda la morale che c’è dietro, esemplificata dai lori rispettivi figli che si uniscono in matrimonio a simboleggiare dei valori portanti di ogni sistema democratico, che cementano l’istituzione Stato, ma quell’equilibrio nel nostro tempo sembra essersi rotto…oggi lo Stato divora l’economia e in cambio non dà niente perché mantiene solo privilegi di casta ricca e incapace di creare sviluppo.

La rivolta fiscale dei ceti medio-alti in Usa negli anni 80-90 contro l’ipertrofia dello stato sociale il cosiddetto welfare state fu dovuta all’opposizione serrata contro i burocrati e i funzionari che in nome dello stato sociale più che a risolvere il problema dei poveri, creava un vasto apparato famelico che sottraeva le risorse per lo sviluppo creando burocrazie spaventose che si reggevano sulla moltiplicazione dei problemi. Fin che ci sono i tossici ci siamo noi e quindi è meglio non eliminare i drogati, altrimenti dobbiamo cambiare mestiere. Fu promossa una rivolta dei ceti medio alti e dell’alta finanza, basta tasse che ci strozzano.

Anche Berlusconi si fece promotore in Italia di questo tipo di rivolta in nome del liberismo classico contribuendo a smantellare lo stato sociale che è ancora quello che l’Europa ci chiede ancora di fare, in nome della competitività che si ridurrebbe con l’ipertrofia dello stato sociale.

Ma la seconda ondata di rivolta fiscale investe anche i ceti medio-bassi, piccola impresa, negozio artigianale, quindi i ceti produttivi, che attaccano un sistema politico basato sui partiti politici, gli unici che riescono ad accedere al credito bancario essendo protetti da grandi finanziamenti statali, a dispetto dei piccoli imprenditori che se lo vedono negato pur svolgendo un’attività produttiva a differenza dei partiti che aumentano i costi della politica senza che questa riesca a risolvere nessun problema socio-economico. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno ti rispondono, ma intanto loro vivono alla grande, sontuosamente e quelli che lavorano vengono perseguitati da equitalia.

In questo contesto il M5S ha saputo intercettare questa protesta diffusa, dal basso che ha coinvolto anche i lavoratori sempre più bistrattati da un mercato globale dominato dai bassisimi costi di manodopera dei cinesi e dall’est europeo. Che ha fatto pensare al ritorno di dazi protettivi per non distruggere completamente l’economia nazionale. E il dibattito di questi giorni ma anche quello di tutto l’anno si focalizza sull’Europa, sui mercati, sui capitali, sull’alta finanza, sulle banche e sul fatto che l’Europa non è così vantaggiosa per la globalizzazione e c’è anche una voglia di ritornare al local e alla salvaguardia della produzione biologica, tutti argomenti che depongono a favore di un cambiamento profondo della politica che deve abbandonare certi privilegi di casta per mettersi al servizio dei ceti produttivi e lasciando perdere l’alta finanza che distrugge l’economia.

 

3 – ANALISI COMPLESSIVA DEL VOTO del 25 maggio 2014

Renzi e il voto dei suoi 80 euri

Indubbiamente le elezioni europee hanno rafforzato il governo Renzi e i suoi 80 euri dati agli italiani soprattutto precari, ha vinto nettamenteil PD mentre il M5S registra un rallentamento nel suo processo di cambiamento, pur attestandosi cmq intorno al 22,00- 25% (ai Castelli Romani) e consolidando la sua forza, mentre c’è un ritorno di quei partiti che sembravano seppelliti dalla marea montante a 5 stelle, parliamo ovviamente della Lega Nord che è contro l’Europa, mentre nella destra non gioca a loro favore la frammentazione in tre liste.

Si registra quindi un rallentamento del processo di cambiamento non una accelerazione come si pensava, mentre alle amministrative di Rocca Priora dobbiamo registrare l’inquietante perdita di 1000 voti rispetto alle Europee che non ci ha impedito di raggiungere l’obiettivo di portare a casa un consigliere con il quoziente di 741 voti, ma ci ha fatto riflettere sul fatto che questo rallentamento sulle europee ha inciso più fortemente sulle amministrative, dove la logica inflessibile del voto di scambio determina una specie di dittatura delle preferenze.

La gente sembra avere due facce: da una parte si lamenta e vomita contro tutti e tutte perché sono sempre i soliti a governare il paese, dall’altra però si nega la libertà della libera opinione, di esercitare un proprio pensiero, un proprio giudizio (com’è d’altronde previsto nella ns Costituzione) per favorire logiche parentali e di clan familiari che mantengono il paese indietro.

Abbiamo pagato di conseguenza, la differenza tra noi e loro, dovuta alle promesse, ai favori (l’ospedale è un centro di potere) ai portatori più o meno sani di voti che rimangono le centraline minime di una rete che al vertice determina il successo di una lista (noi con queste cose non vogliamo averci a che fare).

Successo veramente strepitoso di Viva Rocca Priora, oltre il 50% che aveva trasformato Rocca Priora in un cantiere aperto prima delle elezioni – dopo quattro anni e mezzo di quasi inattività – dove tutto era ripulito e falciato (bisognerebbe fare le elezioni ogni 6 mesi).

Fallimentare invece l’esperienza da sperimentazione politica di laboratorio, di Rocca Priora in Comune, un accrocco incredibile di amici in Comune legati solo- nel loro tentativo di scalare Castello Savelli – non tanto da una politica – comunque riverniciata di verde dalla Zorani – quanto da una sommatoria di voti presunti più o meno amicali, più o meno parentali, che avrebbero dato il potere alla Zorani, una pura politica di calcolo geometrico fallita alla grande (non era difficile capirlo anche prima). Sarebbe stato più naturale che facessero un centro sinistra alternativo, ma evidentemente non avevano quei numeri.

La lista Mastrella conferma gli esisti positivi delle precedenti elezioni dimostrando però che fare politica contro tutto e tutti non permette di uscire dal loro fortino, anzi dalla loro fortezza Bastiani asserragliata in una specie di deserto della corruzione e del malaffare. Vediamo la ns posizione.

Abbiamo capito che dobbiamo sporcarci le mani e anche i piedi, cercando di avvicinare gente, facendo rete fisica, abbiamo capito a differenza di altri attivisti, che il web non è sufficiente anche perché la gente che lo usa è ancora in minoranza.

Stiamo cominciando anche noi come a Grottaferrata, Frascati, Monteporzio, Marino, San Cesareo a entrare nei comuni con una telecamera che porti trasparenza.

Potrebbe essere l’inizio di una piattaforma di lancio per i prox anni, però dobbiamo continuare a lavorare nel territorio non lasciando solo il consigliere appena conquistato, abbiamo fatto un intero anno di gazebi e continueremo a farlo per avvicinare e informare la popolazione e in questa prospettiva non possiamo che dire – con una venatura d’ironia – VINCIAMO POI! Cmq vinciamo noi.