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3 – LA RAI CHE I TAGLI NON VUOLE MAI – MICA E’ SCEMA

11 Giugno 2014

Il governo Renzi vuole tagliare i viveri alla Rai imponendo una riduzione di spesa di circa 150 milioni di euro che graverebbe pesantemente sul bilancio dell’ente.

I sindacati insorgono, preoccupazione per i posti di lavoro nelle sedi regionali. Si parla di un piano di razionalizzazione e il consigliere Antonio Pilati in quota centrodestra ci dice riprendendo il coro, che deve essere profondamente cambiata, perché è troppo simile a un pezzo della Casta (il Foglio), però stranamente anche i cinque stelle fanno catenaccio anti-tagli dalla commissione di Vigilanza nonostante tutti i precedenti discorsi antiRai e anti-sprechi, così almeno ci dice lo stesso giornale.

Il taglio previsto dal Dl. 66/2014 a detta invece dei sindacati “mostra evidenti profili di incostituzionalità e non colpisce gli sprechi ma i posti di lavoro”. Un taglio inoltre che crea “le condizioni per lo smantellamento delle sedi regionali e ancor peggio per la svendita di RaiWay alla vigilia del 2016, lasciando intravedere inquietanti ritorni a un passato fatto di conflitti di interessi e invasione di campo dei partiti e dei Governi”.

Secondo i sindacati considerare Raiway e le sedi regionali come i luoghi verso cui operare vendite o riduzioni significa far morire la Rai a tal punto da compromettere il rinnovo della concessione per il servizio pubblico.

La risposta del premier non si fa attendere: “Io penso che la Rai appartiene ai cittadini, non ai partiti politici. Per questo ho scelto, a differenza dei miei predecessori, di non mettere mai bocca in una discussione sui palinsesti, sui conduttori, sui direttori e sulle trasmissioni della Rai”. E per quanto riguarda i tagli: “Abbiamo iniziato a ridurre i costi dei politici, i dirigenti pubblici hanno un tetto agli stipendi, le sembra normale che la Rai sia l’unica realtà che debba far finta che non sia successo niente? Anche la Rai deve partecipare alle spese… Caro Floris mi dispiace, ma tocca anche a voi”.

Consultando la Guida Rai scopriamo che ha 15 canali televisivi in chiaro e sei radiofonici. SonoRai1,Rai2,Rai3,Rai4, Rai5, RaiMovie, RaiPremium, RaiGulp, RaiYoYo, RaiStoria, RaiScuola, RaiNews24, RaiSport1, RaiSport2, Rairadio1, Rairadio2, Rairadio3, Rai Isoradio, Rai GR Parlamento, Raiweradio6, Raiwebradio7, Raiwebradio8.

Ma quella che tutti credono essere la televisione commerciale di Stato italiana è una società per azioni, concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia, i cui rapporti sono regolati da una convenzione triennale che scadrà il 6 maggio 2016. È una delle più grandi aziende di comunicazione d’Europa, il quinto gruppo televisivo del continente a corrispettivo di ampia fascia della popolazione italiana che vede quasi solo Rai e non ha mai navigato su internet.

Sulla piattaforma digitale terrestre in chiaro, i canali del gruppo Rai ottengono il 6,78% di share, mentre i canali del gruppo Mediaset il 6,51%; nella piattaforma satellitare, invece, Rai quasi ‘scompare’ e i gruppi preferiti sono Discovery (5,43%nelle24ore),Sky(4,99%),Fox(1,64%).

Semimonopolista a casa propria, un nano in termini internazionali.

Lo sperato accesso al ‘mondo’ tramite l’upgrade satellitare è venuto meno, in questi vent’anni, per la carenza di una produzione autonoma di cartoon, di documentari, di serie televisive avvincenti, di un reale supporto alla musica italiana, che anche su Youtube ha una presenza ‘povera’.

Radio Televisione Italiana Spa è un’azienda prettamente romana, con sedi in ogni capoluogo di regione e provincia autonoma e un vasto numero di sedi di corrispondenza dall’estero dove lavorano stabilmente diversi giornalisti, ma gran parte dei Centri di produzione televisiva sono nella capitale italiana con le sedi di via Teulada (8 studi) e Saxa Rubra (14 studi), più i sei Studi Dear, il Teatro delle Vittorie, l’Auditorium del Foro Italico. Società controllate sono Rai Pubblicità, RaiNet, Rai Way, Rai World, Rai Cinema, 01 Distribution; società collegate risultano San Marino RTV, Tivù, Auditel, Euronews.

La corresponsione di una quota del canone televisivo (imposta) alla Rai Spa da parte del governo in carica dovrebbe essere determinato dal rispetto del Contratto di servizio, che prevede:

Articolo 2.3 “La concessionaria è tenuta a realizzare un’offerta complessiva di qualità, rispettosa dell’identità, dei valori e degli ideali diffusi nel Paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori, rispettosa della figura femminile e della dignità umana, culturale e professionale della donna, caratterizzata da una ampia gamma di contenuti e da una efficienza produttiva”

Articolo 3.1 La Rai riconosce come fine strategico e tratto distintivo della missione del servizio pubblico la qualità dell’offerta ed é tenuta a … improntare, nel rispetto della dignità della persona, i contenuti della propria programmazione a criteri di decoro, buon gusto, assenza di volgarità, anche di natura espressiva”

Articolo 12.4 “La Rai si impegna affinché la programmazione dedicata ai minori … proponga valori positivi umani e civili, ed assicuri il rispetto della dignità della persona e promuova modelli di riferimento, femminili e maschili, egualitari e non stereotipati”

Articolo 13.6 La Rai si impegna a collaborare, con le istituzioni preposte, alla ideazione, realizzazione e diffusione di programmi specifici diretti al contrasto e alla prevenzione della pedofilia, della violenza sui minori e alla prevenzione delle tossicodipendenze”

Da quello che vediamo da anni in televisione, parlare di pieno rispetto del contratto da parte di Rai spa è davvero difficile.

Ovvio che vada a finire che il bilancio di Radio Televisione Italiana è una frana, tra inandempienze al contratto e cittadini che si rifiutano dal pagare il canone e tra le folli spese (senza dimenticare lo strabordante organico ed i super-compensi) di quella che è una televisione commerciale con vip, star e tanti lustrini. Il dato per il 2014 è di 350 milioni di debiti che saranno ripianati con le tasse degli italiani, onde – soprattutto -evitare all’elefantico apparato radiotelevisivo romano di subire tagli occupazionali e qualche dismissione.

E’ evidente che chiunque voglia un’Italia diversa dall’attuale, voglia anche una televisione pubblica con meno sprechi e meno pubblicità, con programmi adatti ai bambini e a chi voglia apprendere od informarsi, che non trasformi le donne in soubrette sboccate e gli uomini in machos tracotanti, che è non ‘talmente pubblica’ da dover usare troupe esterne persino per le partite di calcio che si giocano a Roma.

E veniamo alla polemica: Beppe Grillo annuncia solamente che “continua il saccheggio di un bene comune e adesso tocca alle infrastrutture della tv pubblica …per effetto degli sprechi dei partiti politici che l’hanno moltiplicata di funzioni allo scopo di far entrare gli amici degli amici, che comincerà col vendere un 40% di quote di Raiway…”

Bene comune? Si chiede il Foglio: Ma se lo stesso Grillo, due mesi fa, strillava all’Ariston di Sanremo che«la Rai è la responsabile del disastro di questo Paese»,

E, poi, sul proprio portale, insiste il Foglio, sotto il titolo #BeppeaSanremo2014, precisava:«Il bilancio della RAI al 31 dicembre 2012 si è chiuso con una perdita di 250 milioni di euro. Il bilancio del 2013 dovrebbe chiudersi con una perdita che sfiora i 400 milioni di euro». «Per il festival di Sanremo in tre edizioni (2010/2011/2012) la Rai ha perso circa 20 milioni di euro».

Grillo però parla di Bene Comune e c’è una netta differenza tra bene comune e servizio pubblico, mentre il primo viene smantellato il secondo non è mai esistito perché dai partiti controllato, ma per Il Foglio questi sono discorsi troppo sottili:

l’unica panacea che guarisce tutti i mali è la privatizzazione di un bene pubblico, mentre per il M5S un bene pubblico per sua natura, come l’informazione non dovrebbe mai essere privatizzato, ma tolto all’abbraccio mortale dei partiti perché si vuole confondere natura pubblica di un servizio con la sua gestione partitocratica, cosa che non avviene ad es. nel Nord Europa, ma in Italia siamo abituati che i partiti si impadroniscano di pezzi dello stato per distribuire opportunità ai loro iscritti e per entrano negli appalti e finanziarsi a son di mazzette. E la ricetta è sempre quella dell’afflusso di nuovi capitali, privatizzando una quota di minoranza di Raiway.

E’ la prima volta dice Pilati, il consigliere Rai, ritornando a Renzi, che un governo non sta al gioco e non tratta la Rai come la pupilla dei suoi occhi, accudita con decreti di salvataggio.

Sono gli stipendi che sono aumentati senza sosta negli ultimi anni e non si possono tenere tre telegiornali in concorrenza tra loro con 27-28 edizioni ogni giorno, ci vogliono risparmi di scala e una ridefinizione della missione Rai come ci sintetizza infine Marianna Rizzini su Il Foglio)

giancarlo sartoretto

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