3 – NON PERDETE FIDUCIA

Non perdete la fiducia

di V.P.

Ci sono alcune convinzioni, ancora oggi, che sembrano immodificabili.

In primo luogo la fede calcistica: difficile durante la vita cambiare squadra, ciò che succede, in rari casi è il rifiuto di tutto il calcio professionistico.

In secondo luogo la religione: difficile cambiare religione e sceglierne un’altra, piuttosto si abbandona quella che si ha e si diventa agnostici o atei.

In terzo luogo la politica: molto difficilmente le persone che sentono di essere di destra e che temono che quelli di sinistra cerchino di attenuare o distruggere dei valori ai quali fanno riferimento, arrivando anche a temere un’anarchia dissolutiva, cambino idea e voto.

Altrettanto si può dire di quelli di sinistra che possono cambiare il loro voto ma sempre rimanendo nel campo che possiamo chiamare “progressista”.

Il M5S è riuscito nell’ardua impresa di convincere molti appartenenti ad entrambi gli schieramenti a farsi votare da loro. Mirabile impresa, vista la consistenza numerica del voto espresso nelle ultime elezioni politiche.

Il problema è come conservare questi votanti e incrementarli visto l’attacco mediatico sistematico che il M5S subisce. Appare ovvia la coalizione che si è formata, fra i partiti maggiori, contro il M5S.

Ho la sensazioni che molti elettori siano tentati di rientrare all’ovile d’appartenenza probabilmente perché sfiduciati.

Come arginare questa emorragia senza avere i media a disposizione, anzi, avendone la gran parte contro?

Come dimostrare che l’unico modo per spezzare la catena di omertà, grazie al MoVimento, si può attuare?

Questo, a mio parere è il vero problema.

 

1 – A PROPOSITO DI CINEMA INDIPENDENTE A BOLOGNA

Passa il tempo a suon di convegni per non risolvere mai niente, vi siete mai chiesti perché si parla tanto di politica cinematografica e cinema indipendente ma alla fine non si combina un accidente e intanto tanti chiudono per consunzione interna?

Ma chi se ne f.t.. sono c…loro, non hanno saputo fare i giusti compromessi, non si sono mesi a dare il c…l. a chi di dovere. Questo è il linguaggio che dietro le quinte si usa per dire le cose come stanno… è mai possibile che ci sia un linguaggio così crudo e una realtà cosi imbellettata di buoni sentimenti produttivi, dove tutti si baciano politicamente?

Ohi ragazzi qui non si scherza, bisogna dire le cose come stanno!

E come stanno le cose?

A proposito del convegno del Cinema Indipendente di Bologna con tanto di ingresso a pagamento di 250 euro, pasti non compresi e un tetto di stelle come albergo…Assistiamo a una trasformazione pazzesca, vuoi essere uno che fa cinema indipendente? Paga! Ma se non c’ho una lira dai tempi di Marco Caco e sono costretto ad un umiliante crowdfunding per riuscire a racimolare 2.000 euri per fare un film tutto aggratis, roba da C1, della serie dilettanti allo sbaraglio, ma io quando volevo fare cinema pensavo in grande, cazzo! c’ho i peli della barba bianchi e devo ancora fare ste stronzate! Con 250 euro mi faccio l’arredamento di casa che è rimasto alle cassette del mercato dipinte con colori di fortuna che il ferramenta mi ha gentilmente regalato perché scaduti e un letto di ….con materasso sottratto indebitamente a casa dei miei e un fornelletto a gas di 42 euro più bombola di 15 kg (saranno kg?) con armadi dismessi del bagno di mio fratello che mi vede ancora come uno completamente fuori di testa. Ma stiamo scherzando? Io 250 euro non li darei neanche come contributo alla tomba di famiglia, a fare cinema corto non ho mai guadagnato un cazzo e adesso mi metto a pagarli per entrare in un consesso dove devo solo ascoltare e mai parlare? Allora ha ragione mio fratello sono proprio fuori di testa… e mi viene in mente Fantozzi solo lui poteva andare in un posto così per poi dire che è una cagata pazzesca e vi spiego il perché?

– Vogliono remunerare sui problemi che loro stessi non risolveranno mai, è quasi diabolico, fantastico, qualsiasi businessman sarebbe un dilettante al loro confronto…anche perché se si risolvessero i problemi di che parlerebbero?!

– E allora rispondo: lascia che loro vadano lontano da me – perché sono portatori + o – sani di altri interessi, per il fatto che partecipano e che si mettano in vista per rappresentare l’eterno problema su traccia già più volte collaudata, del cinema indipendente low budget che nessuno caga.

Ma se il convegno si fermasse alla correttezza, inviterebbe con sconti di gruppo, i cineasti indipendenti, filmakers non compromessi col potere e invece no, ecco la grande novità, ti invitano chi non li ha mai considerati in una sorta di masochismo continuato, chi gli dice di cambiare lavoro perché per loro non c’è nessuna prospettiva se non il suicidio, cioè quelli che dovrebbero essere i loro avversari politici, i Tozzi, l’Anica, il Mibac Ferrari e chi lo ha sostituito, l’Anec, tutte associazioni che hanno più volte ribadito (il convegno a marzo 2013 nelle sale del Mibac è stato esplicito) che il cinema low budget non può interessarli perché non ha niente di interessante economicamente in quanto cinema non industriale, e fare il film con 100.000 euro non è cinema, invece i nostri vogliono civettare con costoro, per quale scopo? Per farsi notare politicamente e avere qualche consenso alla Rai? Mi si vede di più se sono un indipendente arrabbiato o un indipendente sfigato? Penso di no, sarebbe troppo squallido, e allora per cosa, visto che il cinema indipendente non dovrebbe avere bisogno della Rai in fase di produzione, semmai, la Rai può acquistare il film alla fine.

Sta di fatto che assistiamo alla eterna rappresentazione di una commedia (quella dei problemi del cinema indipendente) che non viene mai risolta. Conviene? Continuare a dire per non fare? Costa 250 euro a entrata, è un business…venghino siorri e siorre…

Insomma, veramente da far ridere i polli già spellacchiati per il forno…

L’eterna rappresentazione con i suoi attori istituzionali.

I tedeschi (anche se siamo europei in comune) ste cose proprio non le capiscono, per loro non siamo solo dei pagliacci anche a livello politico…come si può non dargli ragione, non solo noi italiani siamo degli emeriti pagliacci, ma ci divertiamo sempre a rubare le idee degli altri perché abbiamo scarso rispetto delle persone … della comunità (che ve lo dico a fare). Quindi se parliamo di noi stessi, la maggior parte delle cose che facciamo sono digestive per gli altri popoli europei, li fanno semplicemente ca… parliamo di meritocrazia ma rubiamo di tutto e di più… siamo (capovolgendo il senso) un popolo “eletto” da politici di m…E con questo io no voglio attaccare i rappresentati che fanno i loro interessi di categoria ed è giusto che li facciano, ma quelli che si dicono indipendenti per prendere per il culo la gente…scusate il linguaggio ma ultimamente mi sento vicino a un uomo di Genova…anche prima di ultimamente.

 

1 – BUSINESS PLAN /1 – LA MERCE CINEMA

LA MERCE CINEMA SI SERVE DEL BUSINESS PLAN CHE VIENE CHIESTO PER QUALSIASI TIPO DI FINANZIAMENTO

Per qualsiasi tipo di finanziamento, soprattutto per le banche, non tiene presente che la produzione cinematografica è una attività atipica e quando è piccola e indipendente non ha I CRISMI della continuità produttiva, in buona sostanza se io faccio i miei film e ho una ditta o una srl può risultare inattiva per un certo periodo di tempo, per cui il prodotto cinematografico mal si confa alla merce continua che viene prodotta e venduta con i criteri della produttività e dell’espansione del mercato.

Quando il BP viene applicato al sistema cinema ci sembra che costituisca una forzatura, che non nasconde una “ideologia” managerialistica sottesa al consumo – in questo caso – di immagini.

Parliamo di immagini e non di scatolette di tonno, e le immagini hanno una natura molto diversa rispetto ai beni “materiali”, ma anche un consumo ed una eventuale diffusione pubblica “valorizzata” tramite biglietti staccati, molto effimera per non dir casuale – che non si mangia e quindi non si apprezza fisicamente come per la maggior parte dei beni scarsi, per cui per fare un BP a volte bisogna aiutarsi cn la fantasia per riempire il vuoto che subentra nel passaggio tra beni fisici e beni culturali e scrivere in sostanza, un sacco di balle…o come direbbe l’intramontabile Fantozzi ragioniere di poco conto, IL BUSINESS PLAN “è una cagata pazzesca”. Il problema è perchè la merce hadeterminate caratteristiche che qui riesci ad individuare con molto difficoltà.

Cmq ci proviamo a mettere insieme qualche concetto….bisognerebbe che ci fosse un BP applicato specificatamente al cinema e alla merce discontinua. Vediamo alcuni spunti da considerare, per il resto bisogna farsi aiutare da qualche esperto.

giancarlo sartoretto

L’idea – elementi di differenziazione, innovazione

Agendo nell’ambito della produzione cinematografica, il BP riguarda la produzione di un film, di 2 film, di 5 film ma anche di zero film in un anno, ecco perché se si applica all’impresa bisogna vedere la sua attività corrente, se invece si applica al singolo progetto bisogna vedere i tempi di realizzazione del progetto.

A differenza di una fabbrica che è a ciclo continuo, la società cinematografica genera prodotti sempre diversi senza una costanza temporale, occorrerà analizzare le caratteristiche specifiche del settore che si differenzia dalle altre imprese anche per quanto riguarda il ciclo del prodotto culturale che viene segmentato attraverso l’intervento di aziende diverse: di produzione, di distribuzione, di esercizio.

Per questo occorre adattare il business plan al tipo di organizzazione che non ha le caratteristiche-ripeto-della continuità produttiva (a parte qualche società che è a pieno regime di giri) e quindi dei processi di produttività insiti nel miglioramento continuo e costante dell’attività di gestione, essendo la produzione cinematografica legata alla temporalità di un singolo prodotto, alla stessa stregua della costruzione di una barca (normalmente da quattro settimane a quattro mesi in fase di ripresa) e da una organizzazione che deve essere approntata per sostenere la complessità del prodotto audiovisivo nelle varie fasi della Preparazione, delle Riprese e dell’Edizione quasi su due piedi, con la differenza che mentre una barca è prevenduta sulla base di uno schema di costruzione e quindi sta all’impresa dimostrare capacità professionale, il prototipo cinematografico deve attendere sempre i gusti del pubblico e pur essendo costruito con i crismi della professionalità, può rimanere invenduto per circostanze imprevedibili (una denuncia esterna) o più facilmente SOTTOVENDUTO per cui il rischio d’impresa è totale perché legato a circostanze difficilmente prevedibili.

Questo per quanto riguarda la piccola produzione indipendente, mentre la grossa produzione avendo in sviluppo più progetti in contemporanea e dotandosi di maggiore forza contrattuale può puntare su distribuzioni molto forti e su esercenti più disponibili a recepire i loro prodotti, tenndo presente che la diversificazione di generi potrebbe aiutare in teoria, ma il mercato italiano è fortemente connaturato in un tipo di prodotto come la commedia.

Chi lavora più a lungo è il regista sia nella fase di preparazione che nella fase di riprese (normalmente tre – quattro mesi) che nella fase di edizione che può durare anche sei mesi.

Diversa è anche l’idea imprenditoriale da cui scaturisce l’iniziativa economica che può risultare si, innovativa, ma dentro ad una griglia di continuità commerciale con un mercato molto strutturato e rappresentato dal pubblico che frequenta le sale cinematografiche, che a questo fine può essere analizzato per target.

In generale le preferenze del pubblico si indirizzano per una quota consistente (60-65%) verso la produzione americana di genere (film d’azione, di fantascienza, horror, commedie e drammi) che sono presenti in tutto l’arco dell’anno anche con una tenuta estiva, poi ci sono i prodotti italiani che si dividono tra commedie e cinema d’autore e variegati prodotti europei passati per i maggiori festival internazionali.

La nostra idea è quella di inserirsi nel mercato italiano in espansione attraverso questo progetto. (continua)

4 – PASSATO E SORPASSATO

Il Manifesto è figlio d’un tempo

Che non c’è più, così come il

Me stesso ragazzo è scomparso nella

Maturità

(Lettera al Manifesto)

La mia vita-come sarebbe stata- se fosse andato tutto diversamente, se con gli scioperi studenteschi avessimo contribuito ad affondare il sistema, probabilmente Berlusconi non l’avrei mai incontrato si sarebbe defilato da un mondo comunista, sarebbe emigrato in qualche paese lontano.

Ma parliamo senza i se e senza i forse.

Ero cresciuto in un ambiente semplice e popolare, mio padre era di origine contadina, uscito da una famiglia patriarcale che abitava una casa colonica seicentesca di mezzadri, una di quelle case che erano segnate nelle antiche mappe topografiche.

Io ero cresciuto fin da bambino con gli echi dei figli dei fiori, delle contestazioni studentesche del ’66, dei sommovimenti politici, l’estate hippie del ’67 per continuare nell’anno dei grandi accadimenti, il ‘68 è stato anche l’anno in cui ci ha rimesso le penne Bob Kennedy e Martin Luther King, un anno di grandi avvenimenti ed emozioni sociali. Gli anni ‘60 erano partiti di soppiatto ma sotto il segno di manifestazioni, ricordiamo i morti di Reggio Emilia e sarebbero continuati tra scioperi selvaggi e manifestazioni giovanili fino alla fine, mantenendo una tensione continua, c’era nell’aria, un bisogno di grande cambiamento sociale, lo si avvertiva in giro, la gioventù – tra la quale mi annoveravo anch’io, abbandonava i solchi tracciati dai padri per inventarsi una bizzarria di costumi e di comportamenti, che rifiutavano fino al midollo, la guerra e altre forme di vita tradizionale.

Se i primi anni ’60 (mentre li vedo al presente) sono per me confusi e lontanissimi, gli ultimi sono ancora più confusi e difficili, ma cosa faceva intanto Berlusconi?.

Aveva da poco compiuto i trent’anni, probabilmente si era già buttato negli affari, intraprendeva una carriera che era l’esatto opposto di tanti di noi, neofiti del nuovo che attendevano con impazienza la rivoluzione imminente, (mancavano una manciata di mesi, simbolicamente la “grande madre” era gravida e in 9 mesi avrebbe partorito un altro sistema), si perché il sistema era la parola chiave in bocca a tanti: il vecchio sistema contro il nuovo, il vecchio sistema non era riformabile, ed io che avrei fatto nella nuova rivoluzione? Il commissario politico ai Trasporti (mi rispondevo) chissà perché poi ai Trasporti, forse non mi dispiaceva essere uno dei tanti responsabili della mobilità, perché con la rivoluzione non poteva certo essere ridotta, ma selezionata si, avevo idee ancora confuse sul dopo, su quello che avrei fatto, però l’argomento mi aveva sempre attratto, vedere persone sedute che corrono veloci da un posto all’altro me le figuravo come se corressero senza una sorta di mezzo o di motore esterno, ma da sole.

Il mio posto nella rivoluzione? Mi attraeva il cambiamento continuo, e tutti i ragazzi che contavano o meglio cantavano qualcosa (vista la diffusione di chitarre di quel periodo) erano convinti che da lì a poco si sarebbe passati in una fase transitoria, verso una nuova fase. Però io fino alle medie inferiori di politica proprio non mi interessavo e per me tutti quei movimenti erano lontani, segregati nel lontano universo mediatico, al quale però ogni giorno mi avvicinavo accendento l’apprecchio televisivo. Pper strada si notavano ragazzi strani, vestiti con colori allegri, ma la cosa non doveva essere più di tanto coinvolgente, il mio universo era ancora costellato di sport e di giochi senza frontiere, di sagre paesane e momenti adolescenziali difficili. Nei primi anni 70 mi affacciavo alla vita adulta ancora con molta innocenza, l’adolescenza appena lasciata, un’inconfondibile aria da prete rosso, ogni cosa sembrava messa a posta per farmi diventare un rivoluzionario, avevo tutti gli ingredienti tipici di uno che crescendo avrebbe combattuto politicamente dalla parte del proletariato: la mia origine modesta le prime rime, anzi erano poesie senza tante rime a parte qualcuna, le inquietudini tipiche dell’età, gli slanci romantici e i sogni ingenui, ma ero anche molto timido, per diventare un commissario politico ai Trasporti della futura Repubblica Bolscevica d’Italia e di Cina, dovevo essere un po’ più figlio di puttana, il mio buonismo poteva fregarmi. Ero dotato di una acuta sensibilità che mi faceva intuire i lati difficili delle cose e la mia mente si sforzava di starle dietro con ragionamenti improbabili in quanto astrusi e astrusi in quanto improbabili, mi arrampicavo sulle vette della dialettica con un grande bisogno di sapere, di conoscere, di penetrare, di comprendere, discorsi paradossali al limite dell’inconcludenza fatti al bar tra gli amici tra una partita di biliardo e una di biliardino, poi leggevo tutto quel che trovavo in maniera spesso confusa, ero assetato di cultura come se fossi un palinsesto, anche se una certa ingenuità mi faceva distorcere la realtà e vedere ciò che non c’era come se fosse normale. Così per me era normale che ci fosse una rivoluzione nell’aria, che tutto cambiasse facilmente e che la vita era una continua modifica di se stessi e dell’ambiente circostante, mutamento versus interazione evolutiva e non statica e che comunque di mille promesse e di grandi esaltazioni fosse contornata la nostra quotidianità e poi tutti questi colori, queste grandi speranze e il turbinio di emozioni che scaldavano tanti stati d’animo, tutto questo e altro ancora era la mia giovinezza, come se il palinsesto avesse bisogno di segni che scalfivano l’originale impronta ma che non dovevano essere ripetuti sempre gli stessi, segni diversi che lasciavano l’incanto che diminuiva appena si trascrivevano sempre uguali, respirare quel clima lontano è solo questione di frammenti, frammenti di memoria, un deja vu che scivola via solleticando qualche sensazione antica.

Ma Berlusconi molto più pragmatico pensava agli affari e a come accumulare e dove la politica assumeva l’aspetto prosaico della quotidianità come arte del possibile e del realistico, distante mille km luce dalla politica come romantica avventura verso spazi cosmici della propria mente, per me in ultima analisi la politica era un modo per uscire dal quotidiano. Ero però anche dominato da sollecitazioni diverse, a volte distanti e confuse che non mi aiutavano nell’assimilazione di tutti questi elementi talvolta contraddittori.

Io cmq Berlusconi non l’ho mai conosciuto…ma ci scommetterei i co..riandoli .che in quella Repubblica d’Italia e di Cina me lo sarei trovato come ministro dei trasporti a raccontarci barzellette politiche in divisa rossa…

-ma che dici, lui ha sempre odiato i comunisti?

– mah sarà, però qualcosa mi dice così…

da “I RICORDI NON SONO DISCHI”

1 – AL VIA LA CEMENTIFICAZIONE DI CINECITTA’

Ci dice Gabriella Gallozzi sul’Unità di qualche settimana fa: quasi un anno dalla firma dell’accordo seguito alla durissima vertenza di cinecittà studios culminati con l’occupazione degli storici stabilimenti, tutti i buoni propositi messi in campo si sono arenati. l’IDEA DI CEMENTIFICAZIONE CONTINUA….

La sinistra ha fatto la sua bella figura, si è esposta nell’occupazione simbolica contro la cementificazione ha messo incampo le sue armi…intanto è passato un pò di tempo, colmati i clamori, i bravi sinistrorsi mediatici occupati in altri vicende, e alla fine ritorna la sagoma come in un film horror di lui panzerotto cicciotello, che lascia l’ombra come nelle scenografie espressioniste. Chi è questo lui? Ricorda un albero sempreverde, come il suo potere? Un buono pasto alla mensa di cinecittà per chi indovina.

Se non si fa nulla per attrezzare e rimodernare gli stabilimenti nessun rilancio sarà mai possibile spiega Alberto Manzini della Cgil e i tavoli di lavoro al Mibac intanto sono saltati…e come in un film metafisico sopravviene il silenzio che adesso si avverte camminando tra i viali di cinecittà, un silenzio pieno di solitudini e attese, la gente sembra muoversi in punta di piedi, le auto tra i viali corrono silenziose, dovrà succedere pur qualcosa? Uno scoppio improvviso, un rumore vilento, un grido umano, no tutto rimane metafisico, Cinecittà una grande piazza dechirichiana, perfino il cerchio (raffigurato nel quadro) gira muto nell’erba prendendo però velocità come in un film horror già troppe volte visto.

Stallo totale o smobilitazione? L’Abete non paga l’affitto degli Studios da molti mesi, anni addirittura, mentre chiede al Mibac -che gestisce il luogo – la riduzione del canone (attualmente di due milioni settecentomila euro annui) mentre lo stesso marchio di Cinecittà a quanto sembra, ha fruttato al gruppo imprenditoriale & co. oltre 600 milioni di fatturato, allora perché non cambiare locatore se lamenta una perdita del 70% dal 2009-2011, vuol dire che non sa impiegare al meglio lo stabililmento, mica è obbligatorio che sia quel gruppo industriale a gestire Cinecittà, ci saranno altri grossi produttori di cinema o industriali? Bisogna dire che in questo senso non aiuta certo la recente digitalizzazione delle sale per cui i laboratori di sviluppo e stampa sono in uno stato di abbandono come la pellicola, ma a nostro parere Cineccità doveva accorgersi prima di questo cambiamento tecnologico e magari percorrerlo in anticipo, ma chi comanda sembra sia più interessato ai parchi a tema con tanto di montagne russe e con l’intento di far diventare i tecnici dei bravi giostrai.

Se così è allora dobbiamo recitare, in una specie di de profundis, l’omelia C’ERA UNA VOLTA LA HOLLYWOOD SUL TEVERE quella che aveva promosso il cinema dei grandi autori, ma anche di peplum, western, horror e poliziottesco all’amatriciana, cinema proiettato nelle sale dei quattro angoli del globo, come dice Francesco Prisco su IL SOLE 24 ORE.

Oggi come tutti sanno, il peso specifico del cinema italiano è nettamente diminuito anche perché rispetto agli anni ’60 è cambiato il mercato con un sempre più netto strapotere dell’industria americana e la crescita di cinematografie locali che fino a quarat’anni fa non esistevano. Oggi di fronte a questa caduta libera le istituzioni cinematografiche italiane cercano di rattoppare alla meglio puntando a rilanciare l’export verso i Paesi emergenti e incoraggiando in contemporanea gli investimenti sul suolo italico tramite il tax credit. Si riuscirà nell’intento?

Le tre chiavi di lettura nella consistenza attuale del nostro cinema sono l’export, le coproduzioni e l’attrazione di investimenti.

Sul primo versante afferma Francesca Medolago Albani citata nell’art. di Francesco Prisco, muoviamo poco, 10 milioni di euro all’anno, proprio ‘na miseria, segnali incoraggianti si percepiscono invece sul fronte delle coproduzione, nel 2012 l’Italia ha partecipato a 37 film in partnership contro i 23 del 2011, con 156 milioni investiti dagli stranieri delle cooproduzioni, mentre nel 2012 sono 14 i film stranieri girati in Italia che hanno chiesto di accedere al credito d’imposta per un investimento di altri 84 milioni, in questo caso agisce il tax credit grazie al decreto legge Valore Cultura di qualche mese fa, convertito nella legge 112/2013, che ha dapprima riportato gli incentivi fiscali a 90 milioni per farli salire a 110 a partire dal 2014.Ma questi interventi costituiscono un trend o sono episodici? E’ più facile la seconda che hai detto, cmq non disperiamo.

Difatti secondo Marino, il sindaco di Roma, la chiave è defiscalizzare per riportare le produzioni a Cinecittà. mentre il ministro Bray ha affermato che Cinecittà è parte del mosaico della città eterna…speriamo che non diventi un mausoleo in onore di un morto a cielo aperto come temono le maestranze.

I numeri ufficiali sui lavoratori di Cinecittà sono scritti nell’ultimo bilancio depositato da Cinecittà Studios il 31 dicembre 2012: 123 unità a tempo indeterminato, 3 nuove assunzioni, 5 dimissioni, un licenziamento, 7 cessioni di contratto e 5 addetti in media a tempo determinato.

Confrontando il dato con quello degli anni passati, emerge una lenta erosione anche del numero di lavoratori. Dieci anni prima, nel 2002, Cinecittà contava un personale di 246 unità, di cui 140 operai, 99 impiegati e 7 dirigenti. La crisi purtroppo morde e le tensioni sindacali, soprattutto negli ultimi anni, si sono acuite. Il 6 luglio del 2012 esplode una protesta più rumorosa delle altre; i sindacati indicono uno sciopero di cinque giorni, e Cinecittà viene occupata dai lavoratori, alcuni dei quali salgono persino sui tetti dei teatri di posa.

Alla fine dell’anno, il 21 dicembre del 2012, l’azienda sottoscrive un accordo di solidarietà biennale con decorrenza dal 14 gennaio 2013 fino al 13 gennaio 2015. L’accordo prevede una riduzione oraria del lavoro nella misura massima del 40% per la quasi totalità del personale. Rimane a Cinecittà Studios la possibilità di intervenire sulle ore lavorate in caso si manifestino nuove e maggiori esigenze produttive.

Ma il nodo più critico, attualmente, riguarda i circa 90 ex-dipendenti di Cinecittà Digital Factory (società del Gruppo costituita nel 2009 e specializzata nella post-produzione) che sono stati ceduti alla Deluxe, altro gruppo sempre attivo nello stesso business. Deluxe ha avviato un processo di razionalizzazione interna che l’ha portata a chiudere lo stabilimento di Mentana e a mettere in mobilità oltre 100 lavoratori. Una decisione industriale che oggi rischia di coinvolgere anche gli ex di Cinecittà Digital Factory.