1 – LA GRANDE BELLEZZA E IL FOGLIO

Su IL FOGLIO del 17/03/2014 è comparso l’articolo di Sergio Di Cori Modigliani, dal titolo “Marchetta politica da Oscar” su LA GRANDE BELLEZZA il film che ha conquistato l’oscar, articolo molto esplicito, quasi crudele e soprattutto non apologetico.

A dir la verità questo articolo girava su facebook già l’indomani dell’oscar dato alla GRANDE BELLEZZA.

Lo stesso autore ha anche scritto interventi sul blog di Beppe Grillo e i suoi articoli sono sempre rivelatori di una certa realtà in cui dominano incontrastati i magheggi dei partiti con la loro capacità di fare e disfare.

Ha trattato malissimo Tornatore con il film che prese a suo tempo l’oscar (francamente esagerato) e ha ribadito senza mezzi termini la truffa dell’operazione che ha portato all’OSCAR il film di Sorrentino “puntando sul livello omertoso sia giornalistico che politico in voga nel nostro paese”, perché – ci ha detto l’autore – questo film non ha niente a che vedere con l’industria cinematografica e quindi non rilancia il nostro cinema, piuttosto avvilisce la creatività italiana e deprime la qualità espressiva di autori indipendenti con un totale azzeramento alla produzione di più scarso livello del cinema Usa.

Qui non sono d’accordo perché ha detto: “prepariamoci all’invasione di spazzatura hollywoodiana, roba di scarto per le colonie. Che noi siamo colonizzati dal cinema Usa è vero, basta parlare con i ragazzi che citano come miti cinematografici solo film americani che in ogni caso hanno avuto più seguito nell’immaginario rispetto alle nostre commediole di consumo.

E’ vero che la Grande Bellezza è stato distribuito da Medusa presieduta da un cugino dell’ex presidente del governo e che Medusa è in mano a Berlusconi, mentre Nicola Giuliano con Francesca Cima sarebbero solo produttori sulla carta (entrambi definiti dall’autore in quota Pd) di stretta marca burocratica e quindi il film è un prodotto delle larghe intese Pdl e Pd con lega Nord, tutti insieme appassionatamente.

Di Cori Modigliani ribadisce che senza Berlusconi non sarebbero stati capaci i due di “Indigo Film” di pagare le spese dell’Ufficio perché su 9 milioni di Euro di budget, il buon Berluska gliene ha dati 6,5 anche la Lega Nord qualcosa ha racattato tramite la Banca Popolare di Vicenza, mezzo milione per favore amicale, ha partecipato anche il biscottificio di Verona con il tax credit. Quindi attraverso malleverie politiche il film è frutto delle larghe intese, altri cinquecentomila euro da parte della Regione Lazio (leggasi Polverini) e infine il Programma Media Europa con 650.000,00.

Giuliano ha coltivato tutte le relazioni produttive anche attraverso la Scuola Nazionale di Cinema di Roma in cui è docente e l’Università Benincasa di Napoli.

E’ stato lui a tirare su pacchetti partitici,cosi però dice il Di Cori Modigliani si uccide una cinematografia.

Che dire da parte mia? Tutti i film italiani importanti hanno il marchio Medusa o Rai, se vuoi guadagnare devi passare attraverso di loro altrimenti come per Videocracy – il documentario che rappresentava il potere televisivo di Berlusconi – devi accontentarti della distribuzione Fandango di Procacci (che peraltro ha collaborato spesso con Medusa) come dire il business è business e non guarda in faccia nessuno.

Di Cori aggiunge sena mezzi termini o prendete la tessera di Forza Italia/Pd o saltate dalla finestra per un S.C.A Suicidio Cinematografico Assistito. Quindi secondo Di Cori M tutto passa attraverso il sistema partitico annullando quindi meritocrazia ecc. ecc.

Ritorniamo a NUOVO CINEMA PARADISO, nel 90 il produttore era Franco Cristaldi, Berlusconi all’epoca gli chiese un film da Oscar e siccome Cristaldi “aveva fatto una marchetta con Raitre e aveva prodotto il film di Tornatore che era stato un flop clamoroso, sia alla tivvu con indici di ascolto minimi, che al cinema, dove era uscito e dopo dieci giorno era stato ritirato per mancanza di pubblico, il film durava 155 minuti ed era francamente inguardabile, di una noia mortale.

Senza dire nulla al regista, Cristaldi ci lavorò per tre mesi, rimontò totalmente il film riuscendo anche a modificare dei dialoghi, lo fece uscire in Usa dove ottenne un certo successo, Berlusconi fu contento anche se non mantenne le promesse fatte a Cristaldi, e quando la statuetta venne data al regista Tornatore, Franco Cristaldi fece un salto sul palco si avvicinò la strappo’ di mano a Tornatore dicendo che l’Oscar era suo e nelle interviste successive americane disse che i partiti italiani stavano distruggendo quella che un tempo era stata una delle più importanti industrie cinematografiche del mondo.

Morale: lo scaricarono tutti in Italia!

Per finire Di Cori rincara la dose: “La Grande Bellezza appartiene a questo filone dell’italianità e il solo fatto di accostarlo a Fellini e De Sica è un insulto all’intelligenza collettiva della nazione, è una marchetta politica, e si vede, si sente, lo si capisce, nell’arte non si riesce a mentire perché l’arte è basata su uno squisito paradosso, poiché è finzione totale e quindi menzogna pura, chi la produce non può darla ad intendere perché la verità sottostante salta sempre fuori.

Secondo Sergio Di Cori M è la cartolina di un piccolo-borghese costruita (a tavolino) per venire incontro agli stereotipi degli americani votanti, attraverso un’operazione intellettualistica che non regala emozioni, ma soltanto suggestioni di provenienza pubblicitaria marketing negativa.

In maniera ingegnosa e diabolicamente perversa esprime delle maschere in un paese dove la verità artistica passa invece nella necessità dello smascheramento, cioè nel suo opposto: il film è davvero noioso e privo di spessore, è un prodotto subliminare dopo che Toni Servillo e Paolo Sorrentino si sono messi pubblicamente a disposizione della famiglia Letta.

Che posso dire io: a tanti altri però è piaciuto perché ha un profumo letterario che da tanto tempo non si vedeva più nel cinema italiano

Ai posteri la sistemazione della controversa questione.

 

1 – L’ANICA LANCIA….IN RESTA I FILM ON DEMAND

Dopo il 31 marzo al via il portale ANICA la piattaforma on demand delle imprese del cinema per l’acquisto di singoli titoli. E’ quello che ci dice Francesco Prisco su IL SOLE 24 ORE, il nuovo servizio è in concorrenza diretta con le tv in streaming.

Poi l’articolo si dà all’entusiasmo esaltando una tendenza che non è mai esistita, che è il CINEMA IN RETE (ON DEMAND) e non vorrei fare l’uccello del malaugurio, NE’ MAI ESISTERA’ poiché Internet è strapieno di film gratuiti nonostante adesso abbiano cercato di bloccare alcuni siti che vendevano pubblicità puntando su contenuti rubati.

Quindi perché pagare un servizio quando puoi trovare un sacco di film senza il fastidioso pagamento magari con carta di credito?

I PLAYER sul mercato sono Sky Online, Mediaset con Infinity (pagamento mensile in abbonamento) Chili, Amazon e Netfflix, Cubovision su Telecom, ma perché abbiano successo bisogna bonificare la rete che è ricolma di prodotti che si possono vedere gratuitamente piratati o meno.

Noi col progetto NECHE di cinema online siamo stati tra i primi a offrire i film in streaming che appunto non si potevano scaricare, (no download) già nel 2004 mettendo in rete un ns film L’APPUNTAMENTO che non era stato distribuito nelle sale e pensavamo ad una alternativa al theatrical, abbiamo scelto speranzosi la rete facendo pagare tre euro, attivando Banca Sella esperta nel settore e chi cliccava su google cinema on line o cinema in rete trovava nelle prime due o tre pagine il nostro sito, naturalmente siccome era tutto legale concludemmo contratti di sfruttamento al 50% con parecchie società indipendenti, il nostro scopo era quello di lanciare il cinema che trovava difficoltà ad uscire in sala, ma i risultati – è giusto dirlo – furono deludenti, poca gente vedeva i film, allora mettemmo i cortometraggi gratuiti e facemmo un festival online il NIFF- Net Indipendent Film Festival che invece ebbe un certo successo (anche perché non si pagava) come lancio del portale NECHE a pagamento, senonché improvvisamente nel 2009, secondo semestre precipitammo su Google nel motore di ricerca cinema online, alla 30 pagina, che era successo?

Ho potuto constatare de visu che su 100 siti che davano cinema in rete almeno 90 erano illegali, siti che zitti zitti si vendevano la pubblicità con i banner – più presa per il culo di questa – che proiettavano migliaia di film di tutti i tipi, i film italiani erano legati alla commedia, si potevano vedere facilmente fra tutti i film di Verdone, ma anche quelli che non erano ancora usciti o stavano per uscire, mi ricordo i due Che Guevara, bastava registrarsi con nomi fasulli e in pochi clik i film si potevano consumare alla faccia nostra, per intero.

La rete quindi è stata infestata da film gratis di tutti i tipi e non solo di quelli che avevano perso, strada facendo, i 70 anni di anzianità (scade il diritto d’autore), per cui non si capisce- ripeto per l’ennesima volta – perché uno dovrebbe pagare anche solo 2 euro quando nella rete circolano un sacco di film gratuiti, l’unico caso è quando si cerca un film specifico da vedere a tutti i costi, ma rimane sempre la complicazione di dover usare una carta di credito o una prepagata per pagare 3 euro, però la gente è restia a pagare in anticipo…

Il progetto Neche in questo momento è presente su un canale 313 di www.streamit.it, ci solo cortometraggi, ho fatto togliere i lungometraggi perché non si possono vedere…gratis, meglio non vederli. Che ne dite? Non sono un istituto di beneficenza!

 

3 – I FURBI DEL QUARTIERINO ON LINE

Agis, Anica , Fapav e Univideo per dire basta alle pubblicità sui siti pirata da parte dei soliti furbi

Le Associazioni si schierano a supporto della Guardia di Finanza per privare di importanti risorse i portali che mettono a disposizione contenuti illeciti.

Per contrastare la pirateria audiovisiva è oggi possibile intervenire su vari aspetti e in varie modalità.

In considerazione del fatto che la maggior parte dei siti pirata basa il proprio guadagno tramite la pubblicità, riuscire a contrastare la presenza delle inserzioni su quei portali che mettono a disposizione illecitamente contenuti audiovisivi consentirebbe di privare i gestori dei siti della più importante fonte di profitto e al tempo stesso di tutelare gli investitori, garantendo loro di non apparire con propri spazi pubblicitari su siti divulgativi di contenuti illeciti.

il settore della pubblicità online è in forte espansione, come confermato dall’ottimo lavoro condotto dall’Agcom tramite l’indagine conoscitiva sul settore dei servizi internet e pubblicità online, e come evidenziato dal comunicato stampa della recente operazione “publifilm”, condotta dal nucleo speciale per la radiodiffusione e l’editoria della guardia di finanza in collaborazione con il nucleo speciale frodi tecnologiche e diretta dall’autorità giudiziaria di Roma, che fornisce spunti interessanti evidenziando chiaramente il problema della pubblicità online sui siti illeciti.

Si tratta di un aspetto fondamentale, da approfondire, poiché bloccare le risorse economiche di quei siti che sfruttano illecitamente il lavoro di altri significa dare una risposta concreta ed efficace a questo problema. L’operazione condotta denota da parte della guardia di finanza e delle autorità competenti una profonda attenzione per il settore audiovisivo, quale comparto industriale cruciale per l’economia del nostro paese, soprattutto dal punto di vista occupazionale e del gettito fiscale.

Agis (associazione generale italiana dello spettacolo), Anica (associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali), Fapav (federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali) e Univideo (Unione italiana editoria audiovisiva – media digitali e online), confermano il proprio sostegno e supporto all’importante lavoro posto in essere dalla guardia di finanza a tutela dei contenuti audiovisivi.

Non si può che essere d’accordo fare una pubblicità sfruttando dei contenuti non propri è come rubare una auto e lavorarci come taxista andando su e giù per il quartierino, si parla dei furbi italici che la legge l’osservano quando gli fa comodo

comunicato stampa

 

3 – LE 4 BOLLETTE

Acqua, luce, gas e telefono le bollette

4 voci nel buio mensile quando sono in scadenzA e non si sa come pagarle, per chi ha difficoltà a quadrare i conti mensili. Parliamone!

L’acqua deve essere pubblica, questo è il significato politico del Referendum del 2012, l’acqua come l’aria essendo una risorsa fondamentale per l’uomo non può essere soggetta a profitto, l’acqua quindi per sua natura come bene deve essere “demercificata” Il profitto o il “meneapprofitto” è illegittimo oltre che immorale.

La privatizzazione dei servizi è avvenuta in seguito all’ideologia del neoliberismo, nella convinzione che i privati avrebbero gestito meglio determinati servizi, ma i partiti si sono appropriati del business e hanno distrutto qualsiasi tipo di efficienza ed economicità del servizio, mettendo i loro uomini incompetenti con funzioni clientelari, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: tutto ciò che c’era da distruggere l’hanno fatto con grande competenza…

Luce e Gas, altre due importanti bollette soprattutto il Gas.

Un tempo c’era solo L’Eni, oggi ci sono una miriade di compagnie anche regionali che si occupano del Gas (tutto il nostro Gas proviene dalla Russia attraverso l’Ucraina) adesso le compagnie gestiscono anche l’energia per cui il gas e la luce sono sotto lo stesso denominatore, ti regalano perfino un tablet se le fai gestire ad una sola compagnia, la chiamano concorrenza, entrambe le bollette continuano nonostante la privatizzazione o forse per quello ad essere di difficile lettura, anzi incomprensibili, piene di voci di cui non si capisce l’esistenza.

In questi anni ho provato a cambiare tante compagnie del Gas ma alla fine, dieci euro più, dieci euro meno, hanno tutte lo stesso prezzo che per il gas è quello di 1 euro al mc, e quindi un prezzo talmente caro che molti sono tornati alla legna, anzi meglio al pellet che dimostra essere molto più economico. Stessa cosa anche per l’energia elettrica,: Edison, Enel Privati, Hera, Acea, anche qui si può risparmiare qualcosina con Edison e Hera, intanto la bolletta continua ad essere incomprensibile, un tempo c’era il costo al Kwth oggi ci sono un sacco di voci: servizi di rete, servizi di vendita, parte variabile, parte fissa. Dov’è la fregatura delle bollette complicate? Che puoi comparare solo un elemento di costo e non l’intero costo per cui alla fine non si capisce se un operatore è più conveniente di un altro. Ultimamente un operatore (ti telefona ogni due, tre giorni) m’ha detto che la sua offerta è la migliore: 0,07 cent/euro kwh(a complicare il confronto sono anche i decimali dell’euro) sono in attesa di un nuovo contratto con Hera, speriamo di uscirne presto e che tutto diventa più semplice.. Cosa fa l’autorità per ‘energia? Ben poco, e quando ti rivolgi a loro ti danno un modulo che compili, ma poi di fatto non succede niente, io mi ero rivolto all’Autorità perché la compagnia aveva alzato il prezzo senza dirmi niente, l’Autorità in effetti ha scritto alla Compagnia ma questa non ha risposto e tutto è finito lì, anche perché cosa fai? Chiami un avvocato?

La Telefonia è ancora peggio, ti assediano con la pubblicità sistematica in televisione e tutti i miliardi di Euro spesi in attori famosi poi li paghiamo noi con le tariffe sempre care e con offerte che alla fine sono tutte eguali e che non scendono mai al di sotto, per cui abbiamo un costo internet tra i più cari d’ europa, l’autorità a cui rivolgersi in caso di conflitti è il CORACOM, in questo caso invece devo dire che sono molto efficienti, devi riempire un modulo e scrivere i motivi del contendere, due volte ho contestato le bollette a Telecom e due volte mi hanno dato ragione non facendomi pagare niente.

 

3 – SAN DANIELE LA GENTE SALVA IL CINEMA SPLENDOR

Raccolti i 50 mila euro per il nuovo proiettore digitale Il risultato grazie anche ai contributi da Regione e Comune, nella cittadina dei prosciutti (San Daniele).

Per festeggiare il risultato, Officine d’Autore ha pensato a un week-end di proiezioni gratuite con un doppio appuntamento oggi – alle 18 Notre Dame de Paris, il balletto con Roberto Bolle che ha registrato il tutto esaurito nelle settimane in cui è andato in scena al Teatro alla Scala, alle 21 un classico, Frankenstein Junior, rimasterizzato in qualità digitale – e una proiezione domani, tutta dedicata ai ragazzi, alle 16.30 col film d’animazione Khumba.

Non è finita. Il pubblico dello Splendor potrà gustarsi un aperitivo, uno snack o una cena a prezzo speciale nei locali convenzionati del centro, semplicemente presentando il biglietto del cinema. «Questa – afferma Fortunato – è la prima di una serie di occasioni ». (m.d.c.)SAN DANIELE.

Per i piccoli cinema di provincia la vita si fa sempre più dura. Ancor più dal primo gennaio, da quando cioè l’ingresso nell’era digitale ha obbligato, tutte le sale, ad adeguare la tecnologia per le proiezioni. Pena: chiudere i battenti.

Il sandanielese cinema Splendor ha scampato il rischio. Grazie a un sostanzioso contributo pubblico , venuto in parte dalla Regione, in parte dal Comune, ma soprattutto grazie alla generosità di tanti sandanielesi, la sala cittadina è riuscita, prima fra i piccoli cinema del Fvg, a mettersi in regola ed è pronta a inaugurare il nuovo proiettore questo week-end con un ricco programma di proiezioni gratuite.

Il problema dell’adeguamento si è posto circa un anno fa al gestore della sala, l’associazione Officine d’autore.

Come fare, considerati i 50 mila euro di costo dell’adeguamento, cifra esorbitante per un sodalizio di volontari? Se la Regione, grazie a un apposito bando, garantiva infatti la copertura del 50% dell’investimento, restava da trovare la differenza e rivolgersi unicamente all’ente locale, vista la coperta sempre più corta, era apparsa subito una strada impraticabile.

Da qui l’idea di promuovere, nell’estate, una raccolta fondi. «Il risultato – racconta il presidente di Officine d’Autore, Marco Fortunato – è andato oltre le più rosee aspettative. Siamo riusciti a mettere insieme i 50 mila euro necessari all’acquisto e ora, dopo le dovute prove tecniche, siamo pronti ad inaugurare il proiettore e l’ingresso nell’era digitale per il nostro piccolo cinema».

«Sarà una festa per l’intera comunità della cittadina collinare che – ricorda Fortunato – compatta ha contribuito a mantenere il “suo” cinema attraverso la generosità del pubblico dello Splendor, il fondamentale intervento di alcune associazioni del territorio e l’azione mirata dell’amministrazione comunale sandanielese, che ha così sottolineato l’importanza rivestita dal cinema nel panorama culturale cittadino».

Nei prossimi mesi, ce ne sarà per tutti i gusti. I piccoli potranno godersi film d’animazione in qualità digitale e con audio surround, gli appassionati di cinema grandi classici rimasterizzati o capolavori in versione originale, gli amanti di musica, danza e teatro i migliori spettacoli dai più importanti palchi del mondo registrati in alta definizione.

«Viviamo per il nostro pubblico e sappiamo che viviamo grazie al nostro pubblico» conclude Fortunato; «Per questo i nuovi spettacoli in cartellone saranno scelti con la collaborazione delle diverse realtà culturali del territorio, delle scuole e delle istituzioni cui di aiutarci a migliorare l’offerta». Maura Delle Case

UFF. STAMPA san daniele san daniele san daniele san daniele san daniele san daniele san daniele san daniele san daniele san daniele

2 – A GIUDICARE DAI POST SONO L’UNICO A CUI E’ PIACIUTO LA GRANDE BELLEZZA

Vediamo alcuni commenti sul film premio oscar LA GRANDE BELLEZZA

1999, American Beauty: non narra solo cose brutte, è brutto di per sé. Vincitore di cinque premi Oscar. 2014, La Grande Bellezza: non narra solo cose brutte, è brutto di per sé. Vincitore di un Oscar.Sembra quasi che gli esseri umani, messi di fronte alla visione coatta delle proprie sordide meschinità, non sappiano perdonarsele altrimenti che premiandosele, coccolandosele, tenendosele per buone.La messa a nudo sociale, in questi film, sta solo nel fatto che ambedue citano nel titolo la “bellezza” dove non c’è: nella fattispecie, nella mente dei registi e della gente che andrà a vederli al cinema. Io la chiamo “la sindrome de La vita è bella“, citando il film più orrendo, offensivo e ignobile mai girato da un italiano. Guarda caso, anch’esso nomina nel titolo una bellezza che non c’è, anch’esso ha vinto un casino di Oscar, anch’esso è passato per un capolavoro. E’ il segno dei tempi, ragazzi. Sonia Caporossi

Un film esteticamente affetto da coazione a ripetere (vedi movimenti di macchina ossessivamente dilatati, tesi a mostrare un peri-molto-patetico Jep Gambardella, in tenuta Disney, che osserva straniato e straniante le nefandezze/bassezze umane di una Roma fellinianamente vivisezionata e disumana), un’opera squallidamente ancorata ad una visione del vuoto cosmico, germinante nel sottobosco della pseudocultura, nitidamente superata dai tempi. Un film dunque che di grande bellezza ha soltanto il suo ossimorico, cristallizzato, opposto, essendo popolato da personaggi cristallizzati in un florilegio di citazioni da brivido, smaccatamente ridondanti, stucchevoli, per eccesso di significanza. Una magnifica, grande, perfetta assenza di bellezza domina infatti tutto il cursus del film, il cui mostrare, attraverso gli occhi dello stralunato e assai ripetitivo Servillo, la nullità pulsante e tangibile della classe dirigente diviene un gioco al massacro che lo spettatore abbandona subito al terzo cambio di occhiali e di giacca del protagonista– e alla terza passeggiata notturna alla Mamma Roma del simpatico, occhialuto, Jep Gargamella, non me ne vogliano i Puffi – dopo aver scambiato la Ferilli, incartata in un completino color carne, per un cotechino che occhieggia con accento ciociaro fra il baluginare di una terrazza. Consigliato a tutti i devoti della fotografia da Mulino Bianco edizione Banderas…Antonella Pierangeli

Tornando al film di Sorrentino: il film sarebbe bello, in un’altra storia, in un altro tempo. In questa storia e in questo tempo, sul film si appuntano una serie di meccanismi di proiezione psicologica, per cui: in primo luogo, la classe “dirigente” o “intellettuale” che in esso si rispecchia, vi trova riflessi dei tic sociali e delle meschinità la cui sostanza umana degradata è talmente ovvia da risultare ridondante; il grande pubblico nazional-locale sente il tutto come estraneo, o si lascia abbagliare dallo scenario monumentale, o dalla natura (anche dalla natura femminile, convenientemente esposta e sempre consegnata per tempo alla morte senza realizzarsi, e dunque esorcizzata: vedi il personaggio della Ferilli, teso fra una giovinezza-memoria e un non futuro). Il film in sé racconta di un’umanità mediocre, che esorcizza la bellezza perché incapace di sopportarla: ne è portavoce ovvio lo stesso protagonista, una cristallizzazione del vecchio personaggio pirandelliano dello scrittore che sdegna di scrivere, incrociata con la versione anziana del seduttore alla Kierkegaard. Un film perfetto per l’estero -non a caso vince l’oscar. La ricezione che se ne ha qui, in questa periferia d’Occidente che è questo nostro centro scentrato, è l’ironico destino di un’opera la cui risonanza mediatica, fatta di apprezzamento che non comprende e di nausea proiettiva, si traduce in un ulteriore atto di esorcismo, fra rimbombo dei media -fin nella pubblicità FIAT (industria non a caso finita all’estero)- e saturazione intellettuale. In questo momento storico, in Italia, questo film ha la stessa forza pragmatica di un pugno sferrato nello stomaco di un’ameba. Daniele Ventre

Non ho guardato La Grande Bellezza su Canale 5, sebbene Sorrentino sia senza dubbio il mio regista contemporaneo preferito. Non l’ho guardato per il paradosso intrinseco di un canale di proprietà di un Gambardella in carne, ossa e cerone che lucra (non solo economicamente, ma, ciò che è peggio, ideologicamente) mandando in onda un film che di tal Gambardella stigmatizza le miserie e le meschinità. Non avvertire lo stridore dell’operazione, o peggio, avvertirlo ma soprassedervi, è una sconfitta cocente del pensiero critico: il messaggio profondamente politico del film è svilito, pervertito, ricacciato in una retorica estetica, per meglio dire cosmetica, del tutto innocua e inefficace. E così vedi i bersagli critici del film lodarlo nei salotti televisivi, non sai se con tristezza consapevole, con cieca idiozia, programmatica negazione della realtà, o un misto sconcertante di tutte e tre. Andy Violet

Sì ok, ma basta mettere “la grande bellezza” come didascalia a tutto. Ci sono anche dei sinonimi, che ne so, l’ampia gradevolezza, la vasta eleganza, l’estesa avvenenza, ecc. Claudia Boscolo

 

A giudicare dai post qui sono l’unico in Italia a cui è piaciuto La Grande Bellezza. Mi devo preoccupare. Alessandro Raveggi

La grande bellezza: un video clip barocco, ma con le luci fiamminghe, in una roma monumentale (e barocca) dove il tempo della ripetizione ha mangiato il tempo della novità e l’inettitudine novecentesca ritrova il suo nido. Grande allegoria dell’Italia parassitaria contemporanea, senza speranza. Molto bello. Stefano Guglielmin

Per me la “Grande Bellezza” è ascoltare l’assolo di Starway to Heaven di Jimmy Page. Marco Saya

L’ho trovato sconvolgente, inverosimile e reale. non mi è piaciuto, ma solo nel senso che sarebbe grave farsi piacere la visione di una triste caduta dell’Impero Romano con le sue mummie gozzoviglianti. quello che non piace è la verità del film, il contrasto tra le rovine di una ormai perduta tradizione di bellezza e la degenerazione intellettuale e sociale di una nazione che crolla, appunto, insieme alle rovine della sua vetusta memoria. Natalia Castaldi

 

Paolo Sorrentino dice di essersi ispirato a Maradona. Poi Equitalia gli pignora l’Oscar. Spinoza.it

Direi che tra adulatori e detrattori de La Grande Bellezza, il rigonfiamento testicolare è indicibile. Bei tempi quando a vincere l’Oscar era quell’ignobile e insulso polpettone de La vita è bella e tutti s’era d’accordo. Heman Zed

Se Vecchioni avesse vinto il Nobel per la letteratura, ci sarebbe stata la terza guerra mondiale, che dire? Avete tutti la pancia piena. Marco Saya

Un paese di allenatori con la vocazione di critici cinematografici in cui mi riconosco benissimo. Fabio Milazzo

Improvvisamente gli Italiani sono tutti esperti di cinema, fotografia, sceneggiatura e regia. Che popolo meraviglioso! Raimondo Santiprosperi

True detective, la grande bellezza ma che roba di lusso, dio cristo, pure senza Roma dentro. Alessandro Zannoni

Ciao ho scritto una brutta poesia e volevo condividerla con voi. Ho guardato La grande bellezza per vedere quanto sto indietro a livello di arte. Ciò che posso dire è che mi ha ispirato questa brutta poesia, anzi, forse me l’ha ispirata la prima mezz’ora di Must be the place, a non ne sono sicuro (poi ho spento, troppa TV e troppo Sorrentino tutto insieme no).

Certe notti di sole anticipato
ti rincorre un mostro di pensiero
mentre la grande scala svanisce.
Invece contiene come uno specchio
l’indietro della tua ombra altre uscite
che non hai saputo vedere, ma che ora
tutte insieme riesci ad attraversare.
Come fai, ti sei chiesto, ma la risposta
è sempre un gesto ormai tradito,
la riposta è il corpo lasciato nell’infanzia,
trasmesso dall’inerzia di un troppo tardi
al futuro che non sposta come il tempo.
Tu rimani solo la tua entrata, con te stesso
dentro un ciclo inopportuno. Mentre il mondo
quello spesso alternativo – entra in fondo
certe notti, quasi fosse un credo ben più vivo.

Antonio Bux

 

Mi dispiace ma siete tutti parenti di Jep Gambardella. Criticate, criticate, fate dell’ironia.. ma siete imprigionati dentro il film, ahahah.Renzo Paris

Renzo lo sa per esperienza, che una critica è sempre un invischiamento. Sonia Caporossi

Con tutto il bene che voglio al cinema italiano e scontando una stanchezza giornaliera, devo dire che il film LA GRANDE BELLEZZA mi ha mandato a mia insaputa per due volte in dormiveglia, probabilmente questa voce di fondo del Jep era uno stimolante pur con la sua filosofia cinica, allo stesso modo mi è venuta una intuizione nel dormiveglia: questo film è stato fatto per accontentare gli americani perché loro ci vedono ancora cosi, ed è anche una operazione produttiva per cercare soldi in Usa, niente da dire qui la produzione dimostra grande scaltrezza, a me il film sembra francamente datato, ma mi posso sbagliare. E’ giusto rivederlo fuori dai clamori.

Commenti da Facebook

Due parole su La grande bellezza. Un merito comunque, quello di aver una volta tanto rimesso il cinema al centro dei discorsi, un film fa parlare di sé: per l’Italia attuale è già un evento. Ho tuttavia molti conoscenti, “amici” e persino amici che lo detestano. Lo trovano finto, senza un punto di vista, esagerato, scontato, reticente, un panettone d’autore e quant’altro mai. Togliamo qualche etto di scontata invidia e un paio di chili dell’altrettanto scontato disamore che caratterizza il nostro comune detestarsi. Siamo da tempo un paese che non si ama e questo si riflette non solo sulla politica a prescindere, ma anche sui nostri prodotti culturali. Tuttavia su Sorrentino, al di là dei limiti di questo come di qualunque film, si addensa un astio più pesante del solito. Bè, prima di tutto Paolo e Contarello (lo sceneggiatore ndr)puntano in alto, ambiscono, osano e questo è intollerabile per i cultori della regola che sembra affliggere il nostro climax culturale, “Né troppo, né troppo poco”. Chi prova a violare la sobrietà, qui rischia la fucilazione. Poi, si permettono addirittura di confrontarsi con La Dolce vita, di ibridarla con Roma e con il Satyricon (Jep Gambardella è più Petronio di Petronio stesso…), insomma siamo dalle parti della lesa maestà. Infine, non solo miscelano cultura alta e bassa in tutto il film ma fanno altrettanto con il cast, mettendo uno accanto all’altro attori “colti” come Villoresi e Ranzi e attori “popolari” come Verdone e Ferilli. Troppe trasgressioni, troppe bizzarrie, troppe ambizioni per l’aria che tira. Certo, questo vagabondaggio notturno che sembra sempre sul punto di concludersi e che sempre ricomincia, questa macchina da presa che carrella senza sosta e a volte senza apparente obiettivo, questa ripresa di temi e situazioni già viste, questa oscillazione perenne tra suggestioni colte e trucchi del mestiere un po’ scontati (come la back story con la Fidanzatina/Ciangottini) non appartengono forse alla perfezione. Ma, sinceramente, chissenefrega. Finalmente in un paese incanaglito e forse proprio per questo assai imbruttito, si pone al centro di un film la Bellezza. E, sempre in un paese che si trascina da troppo tempo una pesante catena al piede su cui è incisa la frase “piccolo è bello”, si vagheggia per una volta una qualche Grandezza. Abbastanza per parlarne di questo film, e per essere vicini a chi l’ha concepito ed ha avuto il coraggio (tutt’altro che scontato) di realizzarlo. Claudio Sestieri

 

Cosa dicono le istituzioni del Cinema

IL PRESIDENTE ANICA SULL’ASCOLTO DE “LA GRANDE BELLEZZA” SU CANALE 5

È la prova che il film giusto programmato al momento giusto può dare risultati straordinari”. È questo il commento del Presidente dell’ANICA Riccardo Tozzi alla notizia del boom di ascolti che ha ottenuto la trasmissione del film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino ieri sera su Canale 5. “I nove milioni circa di spettatori che hanno visto il film ieri sera si sommano al milione e duecentomila che l’hanno finora visto nelle sale cinematografiche, cifra quest’ultima che ovviamente speriamo sia destinata a crescere ancora”, ha continuato Tozzi. “Quello del film vincitore dell’Oscar è un exploit, ma molti risultati recenti, soprattutto di Canale 5, stanno a confermarlo”, ha sottolineato il presidente dell’ANICA. In effetti negli ultimi mesi si sono segnalati i buoni ascolti di film trasmessi in prima serata, come “Quasi amici”, “Il peggior Natale della mia vita”, “Anche se è amore non si vede”, “Benvenuti al nord”, tutti con ascolti superiori ai 5 milioni di spettatori. Conclude Tozzi: “tutto ciò fa sperare che sia smentita la teoria secondo cui i film in tv non funzionano. È probabile infatti che in tv, come ovunque, funzioni tutto quello che è fatto con competenza e programmato con intelligenza”.

UFFICIO STAMPA ANICA
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Il film giusto programmato nel momento giusto ha fatto andare a letto un sacco di gente prima del tempo, ma questo non appare nei dati, il film non avrebbe dovuto essere programmato in tv, è stata una furbata delle reti mediaset, ma di solito si assiste prima ad una ripresa in sala, per cui Riccardo Tozzi non sa bene cosa sta dicendo, o forse sta dicendo quello che non sa bene. Tant’è…ma anch’io Tozzi, dico: forza e coraggio che col cinema divento più saggio…

 

 

1 – BUSINESS PLAN 3 – L’AMBIENTE COMPETITIVO

L’AMBIENTE COMPETITIVO

Introduzione – Per avere dei finanziamenti dalle banche, ti chiedono il Business Plan, quindi anche per il cinema indipendente è importante familiarizzare, con questi concetti. Nel primo articolo abbiamo parlato de L’IDEA – ELEMENTI DI DIFFERENZIAZIONE, INNOVAZIONE nell’ambito della produzione cinematografica, nel secondo articolo abbiamo parlato de LA CAPACITA’ DEI SOCI e adesso invece vediamo L’AMBIENTE COMPETITIVO.

L’ambiente competitivo è il luogo fisico dove si sviluppa il business e può essere nazionale o internazionale. E’ composto di variabili (demografica, sociale, normativa, tecnologica, economica) da cui possono scaturire minacce o opportunità.

Da qui scaturisce il mercato di riferimento: ci sono parecchi studi a cura dell’Anica (l’associazione delle imprese cinematografiche) sulla segmentazione della clientela che frequenta la sala cinematografica e si divide in pubblico giovanile che segue soprattutto il cinema americano con qualche eccezione nella sua parte “politicizzata,” quello infantile che segue i cartoons insieme ad un pubblico adulto che l’accompagna e quello adulto con uno stile di vita medio, che predilige le commedie e prodotti d’evasione e quello medio-alto (con profili di consumo di qualità) che predilige prodotti autoriali e di nicchia simili ma anche diversi a quelli del pubblico giovanile impegnato socialmente.

Bisogna individuare i fattori critici del successo come il valore della sceneggiatura e del suo autore, l’influenza degli opinion leader, il tipo di distribuzione e i punti di forza e quelli di debolezza del progetto produttivo

QUALI SONO I PUNTI DI FORZA E QUELLI DEBOLI ?

Il mercato è a sommatoria 0, non c’è nessuna influenza di espansione in quanto è già strutturato.

L’elenco delle minacce sono solo quelle derivate da una situazione di guerra che induce la gente a non andare al cinema e rimanere incollata alla tv per sapere le ultime notizie, poi ci sono anche gli umori della gente, gli opinion leader che indirizzano verso un altro tipo di spettacolo, una nuova moda, il caldo e lo spostamento verso le spiagge, la presenza imprevista di altri divertimenti più coinvolgenti, un affievolimento della crescita culturale che induce a una maggiore indifferenza per certi prodotti cinematografici.

L’elenco delle opportunità va dalla bella sceneggiatura, una buona regia, dei bravi attori, un pubblico attratto e coinvolto, alla società di distribuzione che punta sul prodotto.

Poi bisogna vedere anche la concorrenza, chi fa prodotti simili, se sono concentrati nello stesso periodo di tempo, quante sono le produzioni che fanno le commedie ad esempio e chi sono e quale distributore di riferimento hanno.

Quali sono le imprese distributrici, quelle più importanti che fanno incassi alti, e quelle intermedie che superano il milione di €uro, infine quelle indipendenti che non riescono ad arrivare al mezzo milione di incasso.

Bisogna indicare l’incasso delle maggiori imprese di distribuzione, la percentuale divisa tra Produttore, Distributore ed Esercente, le dinamiche con gli esercenti, il punto di forza delle grosse società di distribuzione è quando svolgono anche l’attività di produzione, il problema del trust verticale (grosso produttore e grosso distributore che possiede anche le sale cinematografiche). Il grosso produttore-distributore che diventa esercente può essere sanzionato dall’Autority per mancanza di concorrenza, ma dall’altra parte è in grado di conoscere perfettamente il suo pubblico. Punti di debolezza quando le varie compagnie in posizione di dominio, tendono a “chiudersi” in una sola formula produttiva creando una confezione sicura e duratura nel tempo e che non recepiscono il possibile cambiamento dei gusti del pubblico.

La caratteristica tipica della produzione cinematografica è che il successo commerciale di una pellicola dipende da un’altra impresa che ha con la prima solo un rapporto contrattuale, per cui non è possibile per l’impresa cinematografica stilare piani di mercato come per le imprese che operano a contatto col mercato e che possono fare politiche diverse di distribuzione, la stragrande maggioranza delle imprese cinematografiche devono “appoggiarsi” ad imprese di distribuzione che collocano i prodotti audiovisivi nel mercato con criteri specialistici per ogni tipo di film, individuando cioè i vari tipi di esercenti e i vari tipi di pubblico. Sbagliare le sale può significare l’insuccesso di un prodotto audiovisivo.

Da un punto di vista geografico ci sono le sale del centro storico e le sale fuori dal centro storico spesso ubicate in periferia in spazi associati ai centri commerciali dove c’è facilità di parcheggio rispetto al centro storico.

Un’altra suddivisione è tra sale d’essai che fanno vedere prodotti più culturali con un pubblico di nicchia e le sale (sia di centro che di periferia) che hanno un pubblico più generalista.

Ecco la peculiarità del settore cinematografico, poiché è suddiviso in tre imprese diverse ognuna separata dall’altra, solo l’esercente potrà fare una politica per il consumatore finale mentre il distributore cercherà di collocare il prodotto filmico al meglio dandogli una rilevanza pubblicitaria sia in termini di manifesti sia acquistando spazi nei media, sia con i gadget coinvolgendo anche altri settori produttivi, sia con i giochi su internet in cui il film ha un proprio sito. Questo investimento pubblicitario viene diviso tra il produttore e il distributore mentre fino a qualche tempo fa vigeva l’istituto del Minimo Garantito, di un importo anticipato al produttore per iniziare un nuovo film.

Dall’analisi del particolare settore cinematografico emerge che il successo d’un prodotto è legato meno a fattori tecnico-artistici (una buona sceneggiatura, una brava regia, dei bravi attori, una bella fotografia, musiche, scenografie, costumi, montaggio) ma di tutta una serie di altri fattori a volte imponderabili dovuti alla moda, al particolare momento, alla curiosità per un fenomeno sociale, alla pubblicità che scaturisce attorno ad un autore o attore, a fenomeni televisivi opportunamente adattati anche se poi il prodotto ben confezionato penetra meglio nel mercato per cui i Fattori Critici di Successo sono talmente volatili da ricondursi ad una unica definizione del progetto: “può funzionare” “ha qualcosa di nuovo” che il pubblico opportunamente sollecitato può premiare pagando un biglietto.

Riassumendo, la situazione attuale del settore è pervasa da una grossa presenza della distribuzione Usa, (le major) da una presenza di produttori-distributori italiani (le minimajor) con circuiti di sale in condizione di oligopolio verticale, alcune (due o tre grosse produzioni) altre produzioni intermedie che lavorano anche su commesse televisive e un’ampia gamma di società indipendenti e microaziende che lavorano senza costanza produttiva.

Il settore cinematografico può essere molto influenzato dai finanziamenti statali che ampliano la gamma dei prodotti cinematografici (quelli di valore culturale) che trovano difficilmente un mercato di supporto, ma che generano anche molta occupazione temporanea come il settore dei lavori pubblici che crea infrastrutture o delle commesse militari legate alle esigenze della difesa nazionale. Naturalmente sarà la politica a privilegiare un maggior o minor investimento nella cultura puntando piuttosto nelle sviluppo di infrastrutture o nelle spese militari (che si vedono materialmente) piuttosto che dirigersi verso l’immateriale tipico di un prodotto culturale)

Il 3D è il settore in ampia crescita tecnologia che può essere applicata in tutti i tipi di cinema ma che trova una sua evidenza nei film particolarmente spettacolari e tratti da fumetti.

Naturalmente per operare con successo occorre legarsi ad una buona società distributrice che creda nel prodotto in maniera di avere un posizionamento strategico intermedio tra le produzioni di nicchia e le grandi produzioni .

Bisogna distinguere infine l’impresa che ha un singolo progetto dall’impresa che produce costantemente almeno un progetto all’anno.

 

1 – OSSERVATORIO EUROPEO AUDIOVISIVO

AREA STUDI E SVILUPPO

L’Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo, organismo sovranazionale che fa capo al Consiglio d’Europa, che vede nel 2014 la Presidenza dell’Italia con il Direttore Generale per il Cinema del MiBACT, Nicola Borrelli, ha presentato i primi dati sul 2013 relativi al mercato sala nei Paesi europei e in alcuni Paesi confinanti.

Le fonti delle informazioni sono le società di rilevazione nazionale dei box office e le Istituzioni pubbliche competenti per il cinema.

Sono stime provvisorie soggette ad assestamento, ma consentono un primo sguardo d’insieme sull’Europa e sui Paesi extra-UE membri dell’Osservatorio.

Il primo dato che emerge, sull’intero continente, è un calo tendenziale nel decennio di circa 10 punti percentuali e 100 milioni di presenze, da oltre un miliardo di biglietti venduti nel 2004 ai circa 900 milioni nel 2013. Anno che segna un complessivo -4,1% in Unione Europea rispetto al 2012, con solo 8 Paesi su 26 (per gli altri i dati non sono disponibili) ad aver registrato un aumento.

Il mondo nel frattempo è cambiato, e con esso la fruizione di film in sala. Quello che i dati sui biglietti non dicono è quanto cinema viene consumato attraverso gli altri schermi: quello televisivo, quello del pc e, soprattutto, la fruizione in mobilità consentita da tablet e altri device – forniti di memorie ormai enormi, che consentono autonomia di fruizione anche grazie al time-shifting – e dall’integrazione delle tecnologie cloud nella vita quotidiana.

Quindi le notizie dai cinema europei non sono buone, soprattutto quelle provenienti dai mercati maturi: Francia, Germania, UK avevano mostrato tassi di crescita negli ultimi anni, mentre il 2013 segna anche in quei territori una battuta d’arresto, come nella maggior parte dei Paesi – per lo più nella Vecchia Europa – monitorati.

Più preoccupante di tutti il mercato spagnolo, dove l’emorragia continua da anni: con un ulteriore –16% il mercato sala conta ormai meno di 80 milioni di presenze, lontano dall’essere insidiato dai mercati minori, ma ormai ben al di sotto della soglia psicologica dei 100 milioni di biglietti che superava solo tre anni fa e dai livelli degli altri quattro grandi Paesi.

Unico tra questi ultimi a mostrare segno + è l’Italia, ancora una volta in controtendenza, ma per la prima volta da anni in positivo, con una crescita del 6,6%, pari a una stima finale di 106,7 milioni di biglietti venduti.

Ma anche altre notizie non sono cattive: se si allarga lo sguardo ad alcuni Paesi che vivono una fase economica di crescita si vedono altri segni +, per quanto su mercati in alcuni casi minuscoli: a parte Italia e Paesi Bassi, è di segno positivo il dato di Bulgaria, Lituania, Lettonia, Romania, Slovacchia e Ungheria.

Cala però anche la Polonia, unico mercato di dimensioni significative nell’Est Europa e cedono qualcosa tutti i Paesi nordici.

Un segnale molto interessante viene dalle quote di mercato di prodotto nazionale, che è il dato che dovrebbe parzialmente confortare i produttori europei: anche in molti Paesi dove il mercato ha segnato una contrazione, la quota di prodotto nazionale aumenta.

In altre parole, salvo approfondimenti ulteriori, non sembra essere un minor gradimento di prodotto domestico a far scendere i consumi ma, al contrario, i film di produzione nazionale appaiono essere la componente stabile che, a riduzione del perimetro complessivo, inevitabilmente segna un rialzo.

Accade in Polonia, in Slovenia, in Svezia, in Lituania, in Croazia, in Danimarca, in Germania, in Austria e, nello SEE, in Norvegia. In UK invece la quota cede di pari passo al mercato, come in Finlandia e, ancora una volta, in Spagna. Segna un’eccezione in negativo la Francia, in cui la quota di mercato del prodotto nazionale scende più che proporzionalmente al mercato nel suo complesso, pur mantenendo un notevole 33%, che continua a essere il valore più alto in Europa.

La situazione è esattamente contraria al verso dell’Italia, dove sale il mercato e più che proporzionalmente la quota di mercato interno, dal 26 al 31%. Gli analisti di settore sanno quanto i mercati siano sensibili alla presenza – o assenza – di singoli casi di successo, ma in un panorama come quello disegnato dall’Osservatorio il segnale dell’Italia nel 2013 è particolarmente significativo.

Notazione a parte meritano due dei principali mercati ai confini con la UE, oggetto di particolare attenzione per l’export di prodotto italiano e per l’audiovisivo per le relazioni bilaterali con il nostro paese in fase di consolidamento: Russia e Turchia. Il mercato cresce a due cifre in entrambi i casi e, con esso, la quota di mercato del prodotto domestico: la Russia in particolare è l’ottavo mercato globale (la Francia è il quinto) per presenze complessive e mostra notevoli margini di crescita anche sul fronte della diffusione di schermi e di cinema europeo non nazionale. (AREA STUDI E SVILUPPO – f.medolago@anica.it)

UFFICIO STAMPA ANICA

5 – CHE PENE PER UN PO’ DI PANE (mediometraggio)

Mario e sua moglie Clorinda (Clori) in macchina si fermano ad un distributore di benzina, entrambi sono stanchi dopo una giornata di lavoro, più stressati che mai per il caos metropolitano, le code, il caldo, si sentono a terra, completamente spremuti e dividono questo stato d’animo al punto da non aver nemmeno voglia di far benzina. Uffa bisogna comprare anche il pane!

Il ragazzo gli propone di controllare la pressione pneumatici, non se ne parla nemmeno, un’altra volta. La donna si mette al volante dopo aver pagato con la carta di credito. Adesso è il turno del fornaio un po’ più avanti, l’uomo che non vede ora di mettersi in ciabatte e fare una doccia ristoratrice dice di lasciar perdere, ma lei insiste, non è capace di mangiare senza il pane.

Arrivano davanti, lei sta per togliersi la cintura di sicurezza e scendere, ma invece in un sussulto di generosità, si offre lui di andarlo a prendere.

La donna aspetta in macchina, guarda distrattamente il cielo plumbeo dal finestrino laterale, c’è un caldo asfissiante e umido, suda, il volare di una mosca, si interrompono anche i rumori metropolitani, nessun indizio di nuvole e il caldo afoso si manterrà per giorni e giorni. Improvvisamente qualcuno apre di botto la portiera dalla parte opposta ma non è il suo compagno che è uscito di fretta magari senza aver pagato il pane e che le intima di fuggire a tutto gas, no è un individuo sconosciuto dalla faccia orribile, sembra un forzato con una pistola puntata, minaccioso le intima di partire a tutto gas. Ma dove sono? Su scherzi a parte, ma chi è questo?

Da qui inizia un’avventura che partendo da una situazione iniziale di pericolo per la donna, si riempie di complicazioni,discorsi oscuri da parte del tipo, minacce, ritardi, suspense, sorprese e almeno un colpo di scena.

Si prosegue per tutta la notte fino al mattino seguente in cui i fili sparsi si riannodano e ci si avvia alla conclusione più o meno drammatica della vicenda mentre il marito segue l’evolversi degli avvenimenti al Commissariato tra le radio delle automobili della polizia come se fosse una trasmissione radiofonica tipo Tutto il Calcio Minuto per Minuto.

SOGGETTO N.8

 

5 – IL VOLO DELLO SCIAMANO (Psicompo)

REGIA di ROBERT REED ALTMAN

E’ il titolo, IL VOLO DELLO SCIAMANO di un progetto cinematografico ancora in cantiere della Caro Film in coproduzione Usa.

Il Volo dello Sciamano è una sceneggiatura scritta da Antonia Tosini.

Abbiamo avuto dei contatti con Robert R. Altman figlio del leggendario regista, Robert Altman e Kathryn Reed. Il quale ha lavorato come operatore di ripresa e direttore della fotografia su un numero impressionante di serie televisive e lungometraggi premiati dal Maverick Film Makers.

Altman junior iniziò la sua carriera di assistente operatore sui film che catapultarono il padre nel pantheon dei grandi registi internazionali: “Nashville” (1975), “Buffalo Bill and the Indians” (1976), “A Wedding” (1978), “Popeye” (1979), “Health” (1982), “Come Back to the Five and Dime, Jimmy Dean,” (1982), “Streamers” (1983), and “Fool For Love” (1985).

SCENEGGIATURA di ANTONIA TOSINI

E’ una sceneggiatura originale scritta da Antonia Tosini scrittrice e sceneggiatrice, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il libro della vita/Eutanasia Sociale”, “Pane e Girasole” e “La rosa ferita” pubblicato a marzo 2012. Ha partecipato nel 2005 (fuori concorso) al Festival di Venezia con il documentario “Vita e miracoli degli ex voto”. Ha collaborato con diversi registi tra cui l’algerino Rachid Benhadj, che le ha valso nel 2005 il premio internazionale “Scrivere Cinema” di Mirabella Eclano.

Nel 2010 (è stato premiato un suo progetto cinematografico al “Premio Penisola Sorrentina”. Un riconoscimento alle eccellenze) con la motivazione: Per il progetto cinematografico: “Tra gli ulivi” in inglese “Sisters” esempio significativo di uno spaccato mediterraneo di creatività, fantasia ed intelligenza abbinate allo scavo psicologico, al mistero e al colpo di scena, che appartengono alla migliore tradizione del genere thriller.

2012 Terronian Festival – (al Palapartenope) è stata premiata per la sezione Cinema (come eccellenza del sud). Inoltre ha collaborato con Tony Tarantino, padre di Quentin e con David Worth, il quale le ha scritto un Endorsement : “Antonia, un meraviglioso talento, creativo, fantasioso e stimolante scrittore…”

NOTE DI PRODUZIONE

E’ un progetto coinvolgente perché è audace e si interroga sul senso della vita e della morte e sulla filosofia sciamanica come guida spirituale in un mondo sempre più chiuso in sé stesso, i temi sono molto attuali e confidiamo in un interesse del pubblico internazionale

NOTE DELLA SCENEGGIATRICE

Ho voluto fare questa sceneggiatura perché scrivere per me è come un rituale d’amore che stimola la mia creatività. La nascita e lo sviluppo di un’idea originale è uno dei momenti creativi più complessi della mia attività. Lo spunto, la famosa scintilla, l’idea…. personalmente mi lascio guidare dall’istinto, ascolto le mie sensazioni senza giudicare se sono interessanti o meno, lascio semplicemente che emergano. Praticamente quella è la fase del soggetto, quella in cui si inventa la storia, dove c’è la nascita di qualcosa di miracoloso. E’ così che è nato: Psicopompo (Titolo provvisorio) di “THE FILGHT OF THE SHAMAN” da una scintilla. Piano, piano all’idea di base si sono aggiunte molte altre fonti di ispirazione, come la dimensione mistica, la cultura sciamanica, l’archeologia, le antiche civiltà scomparse e di quel territorio, tra filosofia, scienza e fantascienza, ove si contemplano viaggi nel tempo negli universi paralleli. Robert Reed Altman (figlio del leggendario Robert Altman, del quale mi pregio di essere amica) dopo aver letto la mia sceneggiatura, ha deciso di volerla dirigere, in quanto attratto dalla originale storia, dai temi di magia, dall’archeologia dalle atmosfere soprannaturali e dalle influenze di Castaneda.

DESCRIZIONE

Siamo a Napoli dove una giovane archeologa si trascina in una storia d’amore insoddisfacente cn un musicista, trova la forza di abbandonarlo per andare in Messico dove fa parte dello staff di un grande archeologo che studia un popolo antico e tra scavi e bellezze naturali, in un incidente stradale muore il fratello di lei che aveva seguito il gruppo come fotografo. Prova un grandissimo senso di colpa e un dolore intenso, cerca conforto in uno sciamano che le insegnerà come attraversare il buio della sua vita, senonchè alla fine scopre una cosa sconvolgente…

RECENSIONE

In questa sceneggiatura veramente coinvolgente si intreccia il soprannaturale, l’archeologia e la cultura sciamanica che sono tematiche di grande fascino che quando interagiscono riescono a catturare l’attenzione di chiunque interrogandoci sulle grandi questioni ultime: “ma cos’è la vita e che cosa la morte ? Non potrebbe aver ragione chi dice : ” Chi può sapere se vivere non sia morire e morire non sia vivere ?” Un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto.

 

1 – LE SALE DI CITTA’, LE SALE DI PERIFERIA, LE SALA DI CAMPAGNA…

Le sale di città si chiamano cityplex perché fa più figo, ma il più delle volte sono monosale situate in centro storico dove non si trova un parcheggio neanche per sbaglio e dove è sempre più difficile arrivarci per effetto di contorti sensi unici.

Se poi ci metti che lo schermo è vecchio, che la sala è demodè (anche se a me piacciono tanto le sale un po’ vintage) che le poltrone sono spellacchiate con residui di polvere antica mentre vedi uno sparuto numero di persone in mezzo a tante poltrone vuote e il gestore dai capelli bianchi triste e silenzioso, di una severità d’altri tempi, credi di essere ritornato indietro di 20 anni, ti siedi nell’ultima fila con lo sguardo inquieto e ti chiedi per quanto tempo tirerà avanti, speri sempre che l’ambiente si rinnovi che le cose cambino, però intanto si chiudono da un giorno all’altro questi luoghi un po’ da museo, arredi che hanno visto tanti film e tanta gente e allora ti richiedi cosa bisogna fare per tirarli su come se avessi la palla magica.

E’ impossibile ti dice il gestore, le abbiamo provate tutte ma il quartiere in questi anni è notevolmente cambiato, la gente non viene più a vedere certi film, tutto si è semplificato, la sala come luogo di aggregazione? Il gestore si rabbuia, ma che vuol dire aggregazione perché delle persone isolate si ritrovano in una sala?

Ma rimarranno sempre isolate, aggregazione è una stronzata, bisognerebbe fare un cineforum, ma è così maledettamente demodè, era l’unico modo di aggregare delle persone in una sala buia, potevano interagire ma oggi la dimensione è nettamente più anonima e adesso poi ci si mette pure il digitale a darci il colpo di grazia, un investimento serio che non si ripagherà mai in termini di presenza di pubblico, per questo ci vogliono gli aiuti pubblici, altrimenti il cinema deve chiudere, questa nuova tecnologia diventa facilmente obsoleta e così solo una minima parte di sale può sopravvivere.

Ma l’Anec cosa fa? L’associazione nazionale esercenti cinematografici…..Fa tanto bene se uno la prende a piccole dosi…ci scherza sopra l’amico dallo sguardo malaticcio e irato.

Ce l’ha con chi parla di cinema come luogo di aggregazione: io vedo-mi risponde- tanta gente solitaria che rimane tale e tanta altra che vorrebbe venire ma non vuole venire da sola, abbiamo organizzato una convenzione con l’associazione degli anziani ma abbiamo sempre poca gente, i nostri rappresentanti?

E’ da tanti anni che parlano ma non ho mai visto risolvere un problema, non hanno mai salvato una sala che stava per chiudere e poi loro sono sempre contenti, siamo noi i derelitti…il giudizio è un tantino drastico, mi sembra.

I nostri amici-ci dice l’esercente-leggendo un articolo da un giornale ripiegato, Occhipinti, Bernaschi e Tozzi sono entusiasti, parlano con ottimismo come i nostri politici, perché le sale di città sono più sofisticate in quanto a contenuti, perché si vedono i film da festival e rappresentano i luoghi dell’aggregazione (ancora è proprio una fissazione!), gli esercenti però non hanno una visione comune, e ognuno va per conto suo che non agevola la risoluzione dei problemi, cmq c’è una risposta positiva del pubblico se hanno saputo (gli stessi esercenti) rinnovare l’impianto: è scandaloso che lo Stato faccia pagare l’Imu al cinema che distribuisce prodotti culturali, occorre dare offerte nuove creando come in Francia dei cinema a 5 stelle e puntando sulla multiprogrammazione e per questo però i distributorti devono avere percentuali diverse di noleggio senza minimi garantiti e dall’altra parte bisogna fare come i Francesi che hanno abbassato l’Iva dal 10 al 5% mettendo la sala al pari dei beni di prima necessità per i cittadini, ma la Francia è tutto un altro mondo, ci dicono.

Va bene tutto..ma dagli co sta aggregazione…hanno rotto il ca..voletto di bruxelles….E mentre l’esercente che poi è un vecchio amico continua a leggere in sottofondo l’articolo io lo saluto e gli auguro ogni fortuna, ma lui mi risponde ormai con un tono flebile che se non interviene qualcuno entro giugno dovrà chiudere perché i soldi per il digitale proprio non ce li ha…

1 – BUSINESS PLAN/2

La capacità dei soci

Il business plan riguarda vari aspetti economic,i finanziariLa e organizzativi nella redazione dei progetti e analizza le varie figure professionali che intervengono nel processo. La capacità dei soci, (soprattutto se sono in cooperativa) qualora intervengano nella fase produttiva, deve essere di tipo professionale, capacità di saper gestire tutti i processi gestionali per arrivare alla realizzazione del prototipo.

Capacità finanziaria, organizzativa, contrattuale. Bisogna sottolineare le esperienze produttive della società, non sottovalutando quelle artistiche, in quanto i produttori sono anche autori e quindi condividono i due aspetti che si realizzano nell’autoproduzione che rispecchia tutte le fasi: da quella del testo della sceneggiatura, a quella della regia, all’assunzione dei vari collaboratori tecnici, a quella artistica, cercando di attivare tutte le capacità di coinvolgimento e motivando managerialmente- o facendolo fare ad un responsabile assunto- le varie professionalità dei collaboratori pur non entrando nel loro specifico e nella loro aria di azione, che si esplicano dal momento della preparazione del lungometraggio al momento finale della copia campione del film.

Dopo il reperimento delle risorse finanziarie si ricercheranno le figure professionali in grado di poter concorrere ognuno per le proprie competenze alla lavorazione.

Nell’ipotesi organizzativa del set, le 5 figure base: il direttore artistico, il direttore della fotografia, il direttore di produzione, il capo scenografo e il capo costumista diventano tutti capi-settore, che hanno alle dipendenze dei collaboratori. Insieme interagiscono con la supremazia gerarchica del Direttore Artistico che è un responsabile unico del set il quale rimane costantemente in contatto con l’Organizzatore Generale tramite il settore della Regia. L’Organizzatore Generale e il Regista dipendono dal Produttore il quale può delegare tutta l’attività al Produttore Esecutivo con il patto che costui non debba superare il budget preventivato.

Il produttore dispone del potere volitivo massimo essendo colui che procura i mezzi e le risorse necessari alle riprese delle scene mentre il Direttore di Produzione in stretto contatto con l’Organizzatore Generale redige il Piano di Lavorazione quotidiano.

Questa è la fase più rischiosa in quanto ogni giorno vengono coinvolte tutte le maestranze, gli attori di quella giornata e le comparse, più eventuale personale giornaliero.

Mentre per le scene girate in interno non si pongono grossi problemi se non l’avere i necessari permessi e pagare eventuali locazioni, per quelle esterne c’è il problema del tempo meteorologico e della luce per il direttore della fotografia, onde non perdere ore di interruzione e di riposo forzato della troupe che comunque deve essere pagata per l’orario svolto, anche se non è stata impiegata, si prevede di effettuare scene di riserva per impiegare al meglio la troupe e per non aumentare i giorni di girato e quindi anche i costi, la lievitazione dei quali può avvenire per scarsa capacità previsionale, organizzativa e comunicativa tra i vari settori, possono mancare ad es. per la scena da girare, effetti scenografici non considerati e si può arrivare anche al blocco della scena per mancanza della roba di scena, per il ritardo nel trucco-parrucco, per l’eccessivo traffico che blocca il trasporto degli attori impegnati in più set (se non si stipula un contratto molto più oneroso) e per ogni altra questione che può intervenire ritardando l’inizio delle riprese.

Nell’Edizione del Film che è la fase successiva al girato incomincia anche la fase del Montaggio con il montatore delle scene e del suono due persone diverse che hanno i loro aiutanti, mentre il Direttore delle Musiche, che di solito è sempre un maestro orchestrale, sulla base di un pre-montato delle scene si attiva per creare delle musiche adatte.

Quindi tutta l’attività connessa alla produzione di un film fino alla copia campione è svolta senza impiantistica permanente tipico dell’azienda normale, si effettua in parte nei locali della produzione o in quelli affittati dalla produzione e per il resto sul Set, ricorrendo ai Teatri di Posa ove ne fosse necessità e noleggiando semplicemente i mezzi e acquisendo le figure professionali sulla base di un accordo preventivo dei costi da rispettare: se non si utilizza il direttore esecutivo esterno che assorbe in se buona parte del processo organizzativo, si decide di attuare tutto il processo organizzativo affidandosi ai vari direttori di settore: dal Reparto Regia al Direttore di Produzione, al Direttore della Fotografia, al Direttore scenografo, al Direttore Costumista e che essendo settori di diversa competenza dovranno essere il più possibile armonizzati e a questo proposito il produttore del film con l’ausilio del direttore di produzione, che ha redatto UN PIANO DI LAVORAZIONE a cui lo stesso regista deve attenersi pena l’allungamento dei tempi con l’incremento aggiuntivo di costi, cerca di risolvere le varie problematiche che si presentano sul Set.

 

3 – LA SINISTRA E’ RIMASTA INDIETRO

Noi ribadiamo che nessuno deve rimanere indietro, aiutiamo la sinistra a sviluppare un percorso virtuoso in modo che si salvi dalla scomparsa, le andiamo incontro, nel deserto della politica.

Ecco dei principi con i quali può combattere assieme al Movimento 5 Stelle e riprendersi dallo smarrimento.
Non riesce più a sviluppare un progetto di cambiamento, almeno uno straccio di cambiamento, suoi adepti ce l’hanno sempre in bocca ma non lo trasformano neanche in cibo (se non per pochi) i loro dirigenti con pensioni d’oro e vitalizi a josa.
Un progetto di trasformazione che non può viversi dal di dentro per la presenza di gerarchie obsolete e molto spesso francamente ridicole, eppure la sinistra è suddivisa in dirigenti (quasi tutti piccolo borghesi) e gregari (operai e impiegati) un sistema elitario mutuato direttamente dall’ottocento, anche Lenin era un piccolo borghese ma era nato nel 1870.

I gregari di sinistra sono molto attenti al dibattito, informati su quel che succede, intransigenti con gli errori degli altri, con chi è fuori dal partito o dagli schemi che il gregario di sinistra ha adottato fin dalla gioventù, ma molto indulgenti con i propri compagni di partito, che hanno una “testa grossa così”, si sono fatto un “mazzo grosso così”, non vedi quanto sono intelligenti? come parlano bene, quando ci arriverai tu al loro livello, è inutile che ci provi.

In sostanza i dirigenti sono di una altra pasta, sanno parlare, sanno evitare, sanno star zitti quando è il momento, sono coraggiosi quando conviene, quando c’è il momento, questo mito del dirigente è preso direttamente dal concetto di partito rivoluzionario di Lenin, in un periodo storico in cui la polizia zarista poteva uccidere qualsiasi oppositore e per essere dirigente dovevi possedere un carattere di ferro e una scaltrezza unica per evitare tutti i traditori.

Il dirigente ha una funzione importante anche nella nomenclatura stalinista, perché è un portatore di “linea” tra il popolo e non deve farsi condizionare da qualche difetto fisico, da qualche problema psicologico, da qualche dubbio amletico, il dirigente deve sposare in pieno la certezza rivoluzionaria la dogmatica vincente e la fedeltà piccolo-borghese ai valori della famiglia che in questo caso diventa proletaria, che alla fine prevarrà e si creerà la rivoluzione anche questa proletaria.

Guai ad avere dubbi, diventerebbe debolezza (sempre) piccolo-borghese, il dirigente rivoluzionario è superiore a tutti gli elementi della classe da cui proviene, ha una moralità superiore, appartiene all’élite che però si confonde con il popolo, pur essendone estraneo nei costumi e nei comportamenti diventa amico esterno e il popolo li vede come soggetti preparati, superiori, ..nonostante il comunismo conclamato, perché sanno recitare i testi della grande letteratura, perché parlano in latino e perché hanno cultura, conoscono il teatro, l’arte ecc…il popolo a sua volta è abbastanza ignorante a parte qualche autodidatta.

E cosi è stato per buona metà dell’altro secolo, piano piano le cose si sono un po’ annacquate, i partiti socialisti perdono la loro purezza ideologica, fanno sparire le falci e i martelli al loro posto mettono personaggi come Craxi nella parte di falce che taglia l’erba del passato e Martelli nel ruolo di ragazzo di bottega e il compagno di base un po’ si stanca, vede che i dirigenti sono tutti arrivisti, che si disinteressano della Comunità e allora per rimanere nel ruolo di gregario comincia a chiedere favori su favori: i socialisti iniziano a tracciare la nuova strada, buttano la falce e il martello che rappresentava l’eredità di un passato ingombrante a volte filostalinista, si rappresentano come moderni partiti che difendono il lavoro e il progresso.

Abbiamo sotto gli occhi di tutti il fallimento del comunismo che si è dimostrato – anche se nelle sue diverse versioni – più o meno libertarie, solo una bella utopia impossibile da applicare tra gli umani di questa terra, perché dopo un po’ il cambiamento viene preso a cazzotti dalle ambizioni individuali trasformandosi in una burocrazia e una classe piccolo-borghese che finisce con il vessare il popolo. Mao che è stato un leader e un dirigente comunista illuminato ha detto che bisogna ribellarsi anche ai leaders stessi, portando di fatto il caos nella nomenclatura comunista (l’anarchia comunista) però in qualche maniera ha voluto dare una prova di onestà.
Noi oggi abbiamo a che fare con una sinistra ex radicale che teorizza la rivoluzione “scientifica”, cioè per parlare bisogna studiare tanta teoria, perché bisogna adoperare strumenti scientifici attraverso analisi sofisticate della realtà, appunto è tutta scienza per far sviluppare al popolo (masse spente) coscienza, attraverso la conoscenza dei propri mezzi, eppure incredibilmente alla fine tutto si è ridotto in una stanca ripetizione dei soliti rituali, la sinistra ha finito con l’incidere sempre il solito disco ripetitivo: masse, potere, dominio, demonio (versione cattolica), banche, monopoli, guerre del grande capitale, disarticolazione, aggregazione, principe collettivo, economia politica della Costituzione, coscienze separate, l’operaio sociale, partito non separato dalle masse, le masse non separate dal partito, argomenti su cui hanno speculato per decenni il fior fiore dei filosofi accademici trasformando le università in centri di coscienza comunista (diamo soddisfazione a quelli de IL GIORNALE) per cui il sapere alto è dalla parte dei comunisti che non possono non avere ragione, e si promuovevano convegni costruiti per la politica del cambiamento, e far crescere nuovi linguaggi contro quello dei padroni e avanti di questo passo.

Cmq bisogna conoscere la filosofia, e tutti a studiare filosofia, bisogna leggere Marx in tedesco per capire quello che veramente voleva dire, e tutti a a studiare Marx in tedesco per capire le contraddizioni principali e quelle secondarie, il rapporto tra socializzazione dei mezzi di produzione e contraddizioni in seno alle forze produttive, poi dopo un periodo di stanchezza, di oscillazione e di ricaduta verso percentuali da prefisso telefonico da parte dei partiti comunisti arriva lui, uno di Genova che ci dice che la politica non è una cosa complicata (la fanno complicata per dominarci avrebbe detto Brecht) basta essere cittadini e non delegare a nessuno, due mandati e poi basta con la politica dei professionisti che una volta erano ideologici e che adesso si nascondono dietro all’ideologia magari per farsi i cavoli di Bruxelles loro se non per arricchirsi, o entrare nei media e fare i vip ricercati non dalla polizia, che la politica non è una cosa complicata, che tutti i cittadini possono capirla…
Ma nooo non può essere così! E allora io tutta questa filosofia che ho imparato a fatica con termini complicatissimi e che oggi non è più di moda, a chi la insegno? No, non può andare assolutamente così, io potevo diventare un leader di sinistra mediatico, avere una grande influenza, magari quando sparavo una cazzata tutti mi ascoltavano estasiati, anzi riflettevano sulla mia cazzata come se fosse un alto concetto filosofico e tutte queste forbite analisi sono state elucubrate dal fior fiore di menti della mia generazione, che non hanno portato mai a niente, a cambiamenti, di costume, di forme, di desideri, e questo fatto ci fa dire, come mai l’intellettualità è così scaduta in poco tempo?…Non è possibile che succeda dopo che c’hanno investito intere generazioni sopra?! Ma, ma, ma dove andremo a finire!.
Purtroppo non avrei mai voluto essere presente a questa caduta libera: bisogna dirlo: il cambiamento non è mai avvenuto, neanche lontanamente o forse, forse, io sono, nel linguaggio comunista, un disfattista…. ai posteri….ori l’ardua sententia.

giancarlino

3 – IL VOTO DI SCAMBIO E LE PREFERENZE

Parliamo di voto di scambio e di preferenze, se ne discute senza riuscire a trovare una soluzione quasi che l’impotenza dei partiti riflettesse la degenerazione della politica e anzi di piu’, del sistema democratico. In effetti cosa è avvenuto?

I programmi e le regole che i partiti si son dati per poter parlare di visioni e di politiche diverse, hanno preso una brutta piega rappresentata dal voto di scambio, non parliamo solo di quello mafioso, qui parliamo del principio ormai diffuso “se io ti voto tu cosa mi dai in cambio”, per cui la “mercificazione” elettorale esprime un degrado quasi inarrestabile soprattutto al sud dove conta solo chi porta pacchetti di voti, perché dietro a questi pacchetti ci sono soldi.

Così all’origine la politica diventa corruzione diffusa nel mentre si fanno bei discorsi per sviarla, affermando nobili valori che esistono solo nelle “tasche” degli uomini politici.

I voti danno considerazione politica, vengono messi in vendita al miglior offerente, saltano ideologie varie e destra e sinistra diventano solo prese per il culo, in cui tu vali non per le idee che hai, ma per i voti che porti e l’organizzazione comunale si trasforma in un centro di potere clientelare, di somministrazione di pacchetti di voti, di vari clan amministrativi parassitari.

Questo è proprio vero degrado democratico certificato (DDC). Io galoppino di partito posso chiedere favori compresi i posti di lavoro se porto un certo numero di voti e gli stessi posti di lavoro nelle multiutility sono divisi tra i partiti.

Altro che confronto tra idee diverse, di libertà di scelta, di programmi da preferire, di razionalità delle motivazioni, mi fa venire in mente il filosofo greco Aristotele quando parla della degenerazione dei sistemi politici per cui alla Politeia (la vera democrazia greca, subentra la sua degenerazione, che al tempo si chiamava democrazia) quindi già la democrazia era vista come degenerazione, e adesso è diventata degenerazione della degenerazione poiché nel lungo periodo in essa vince il voto di scambio e le varie lobby CHE fanno le leggi ESAUTORANDO IL PARLAMENTO, in questo contesto rimettere le preferenze significa incoraggiare a livello di collegi elettorali questo pericolo, perfino Berlusconi dovrebbe sborsare molti più soldi per comprare milioni di pacchi di pasta, gli converrebbe diventare socio di maggioranza della Barilla, la casa degli italiani.

Il politico cercherà di far affluire nel collegio uninominale più finanziamenti possibili, cercherà di incentivare l’economia con i lavori pubblici distruttivi per il territorio, per presentarsi alle prossime elezioni con un boom economico locale drogato, creando un benessere puramente artificioso che si poggia su elargizioni pubbliche pagate dalla comunità nazionale.

Ecco perché molte opere pubbliche non sono portate a termine, se un candidato non viene eletto i lavori si bloccano per cui dipendono dalle fortune politiche di un unico boss, o ras, oligarca, catapano.

Quindi una finta economia viene fatta crescere a tavolino per favorire l’ascesa del pezzo grosso locale il quale creerà una rete di benefici soprattutto ai propri galoppini, che verranno pagati anche per mantenere le preferenze intatte, illudendo magari su futuri posti di lavoro.

La finta economia crea per qualche mese una finta occupazione magari per gli operai che lavorano in subappalto che sono assunti dalle ditte locali, per i grossi appalti però si preferiscono imprese nazionali, potenti che abbiano liquidità finanziaria (possono anticipare soldi) e soprattutto capaci di far passare eventuali operazioni finanziarie nel silenzio, a differenza delle ditte locali che sono meno controllabili a livello di chiacchiere e dei si dice.

L’antico feudo democristiano rimane uno schema di senso dentro il quale si struttura l’impalcatura di potere ancora oggi. Questo sistema si chiama Sprecopoli per cui la carriera elettorale locale viene fatta a spese della comunità nazionale, allora io penso che bisogna riportare la politica alla civiltà della discussione del programma politico della scelta trasparente, è per questo che bisogna fissare la durata degli incarichi in soli 2 mandati parlamentari e poi i politici devono essere mandati a casa e se occorre a fanculo e cmq anche loro devono vivere come cittadini qualunque guadagnandosi la vita come tutti. Non esistono i competenti a vita, se non chi è attaccato al potere e quindi al denaro con quel che ne consegue.

In ogni caso NON SI DEVONO CREARE CLAN FAMILIARI, MA SE DOVESSE SUCCEDERE CHE SI PASSANO LA PALLA, BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE UNA SPECIE DI AUTORITA’ GIUDIZIARIA DI CONTROLLO CAPACE DI SANZIONARE IL VOTO DI SCAMBIO, CHE è una iattura che sta distruggendo il concetto di polis e di comunità.

Con il voto di scambio il collegio elettorale si trova di fronte a dei partiti corrotti e a un corpo elettorale ancora più corrotto, INSIEME, UNITI, il processo diventa irreversibile, marcescente, puteolente. Bisogna che i politici siano distanti e distinti dai particolarismi regionali.

 

2 – SIAMO UOMINI O ANIMALI

IO DISTINGUO gli uomini in evolutivi ed animalidi, i primi sono quelli che sviluppano una parte del cervello, la neocorteccia cerebrale e seguono l’evoluzione della specie anche se viene da chiedersi che specie di evoluzione c’è in certi momenti storici, comunque sono di solito progressisti se non altro come atteggiamento di comprensione, in cui il progresso diventa anche necessità storica,in vista del raggiungimento degli obiettivi minimi di sopravvivenza.

Gli altri invece rimangono animalidi perché deprivati di elementi progressivi , anzi nella loro vita tendono a regredire non confermando i livello di sviluppo mentale delle generazioni precedenti. Una società che dà la possibilità a questi esseri di moltiplicarsi è destinata a ripiegarsi su se stessa al punto tale di essere a rischio di estinzione piuttosto che di distinzione.

Ci deve venire in mente a questo proposito, di esseri animali che sono scomparsi, non sono sopravvissuti all’evoluzione della specie. Come i dinosauri, gli pterodattili e altri esseri e visto che l’uomo ha percorso uno sviluppo tale da modificare gli elementi della natura – ricordiamo che è l’unico animale a farlo – è logico che se NON continua questo sviluppo, questa evoluzione, distruggerà inevitabilmente la terra madre, senza nessuna alternativa di trovare altre terre, altri mondi possibili.

La maledizione umana è quella di aver intrapreso questo percorso di superamento della natura, l’uomo poteva rimanere animale e quindi subalterno alla natura, una scimmia come altre e non avrebbe mai dovuto superare culturalmente la sua dimensione istintuale, ma si dà il caso che invece abbia trovato un meccanismo di superamento della sua condizione animale pur rimanendo legato all’animalità , nella dialettica della natura è l’unico essere che possa distruggere il pianeta – ed è qui il punto – la sua maledizione, per poter sopravvivere non può’ più’ tirarsi indietro e tornare a fare l’animale annullando secoli di evoluzione, è invece obbligato ad evolversi percorrendo fino alla fine un tunnel che lo porterà alla luce secondo i dettami della sapienza alchemica, deve cioè continuare ad andare avanti imboccando giuste direzioni di marcia affidandosi anche all’istinto di sopravvivenza, quindi dovrà superare dei percorsi autodistruttivi, sviando da possibili pericoli.
Per non scomparire deve comprendere il suo percorso di salvezza e attraverso la sua intelligenza, capire in tempo i suoi errori di valutazione.

Basta una regressione diffusa perché le guerre “industriali” diventino una minaccia del futuro e lo sterminio un male assoluto.