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DUE VIDEO INTERVISTE

2 Maggio 2018

Nella biblioteca dell’ISTRESCO – Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea della Marca Trevigiana abbiamo potuto vedere due importanti proiezioni. Erano due interviste anzi videointerviste senza tagli di montaggio, di due persone legate alle vicende dell’ultima guerra mondiale e della Resistenza. Nella prima videointervista abbiamo la toccante testimonianza di un bambino del ‘32, aveva 12 anni nel ‘44 la cui famiglia subì la repressione fascista, il fratello partigiano sopravvissuto ad una fucilazione, la sorella deportata in Germania, il padre tenuto in prigione, la madre morta dal dolore e la sorella più grande diventata una “primula rossa” ricercata dalle Brigate Nere.

L’esperienza negativa di tutte queste situazioni famigliari gli aveva sconvolto la vita e creato fantasmi notturni, una visione distruttiva delle cose al punto tale da manifestare un odio verso le divise e gli uomini in divisa (all’epoca, quella fascista, i partigiani non ne avevano) che simboleggiavano il male. Molti anni dopo si beccò una denuncia per avere aggredito un vigile urbano appunto in divisa, un reato che poi gli fu cancellato dall’amnistia di Pertini in quanto Presidente della Repubblica.

L’uomo, Nico Ferrarese, incalzato dalle domande di 3 intervistatori dell’Istresco (il video era di qualche anno fa) sembra dopo un po’ entrare in una seduta psicanalitica in cui rievocando il suo passato, riemerge il dolore sedimentato nel tempo e si scioglie in una emozione continua coperta da un lieve sorriso, ma quando molti anni dopo gli riemergono gli incubi per una esperienza di organizzazione di un rally in Perù in cui aveva avuto a che fare cn gli Squadroni della Morte, ai tempi di “Sendero Luminoso” che gli ricordavano appunto quelle divise nere del fascismo, l’agnizione si compie e quasi a trattenere a stento un grido infantile ritorna bambino e se fino a prima parlava in maniera un tantino distaccata usando l’Italiano, emerge il dialetto dell’infanzia che non lo lascia più fino alla fine dell’intervista.

L’altra videointervista è quella di Angelo Gatto deportato nel Lager di Bergen-Belsen, che è morto da poco il giorno di primavera di quest’anno, un artista di mosaici, affreschi, pale d’altare, di Santa Cristina di Quinto di Tv, si è trovato a sopravvivere in un campo di concentramento in cui molti suoi amici morivano quotidianamente, non perdendosi mai d’animo e continuando a disegnare gli orrori, dove i suoi commilitoni avevano contratto la Tbc e dove i bambini denutriti venivano ammazzati per gioco.

Dopo tutti questi anni passati ci racconta, grazie alle domande orchestrate con attenzione dall’intervistatore, anche con un tono di buonumore quasi a sdrammatizzare l’orrore vissuto, quando lui (nominato infermiere) fece la prima puntura sottocutanea a chi aveva solo pelle ed ossa, non poteva sbagliare, poi ci parla della lotta che intraprese con un prete cattolico tedesco militarizzato, per avere un cimitero italiano e seppellire tutti quei morti distinguendoli da altre nazionalità: ad ogni cadavere gli legava al collo una bottiglia chiusa con dentro tutte le sue generalità, ma quando ci dice che quelle bottiglie hanno permesso ai familiari dopo la guerra di riportare in patria i resti, un’emozione forte traspare dai suoi occhi: “questa è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita”.

 

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