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UNA TRAGEDIA ITALIANA

25 Giugno 2017

La rassegna “Treviso Finestra sulle Dolomiti” ha avuto il 23 giugno la sua seconda serata all’interno del prestigioso Palazzo dei Trecento. Presieduta dal Prof. Aldo Solimbergo ha trattato un tema di grande impatto emotivo che ha riguardato la nostra memoria collettiva: la tragedia del Vajont di cui hanno discettato in tanti in questi decenni, ma che è rimasta scolpita nel nostro ricordo con tutte le sue inquietanti domande.

A parlarne è stato lo storico Maurizio Reberschak in una cornice di pubblico attenta, già autore de “Il Grande Vajont” (ultima ed. Cierre 2016), un incontro questo organizzato dal Lyon Sile e dall’Associazione Ufficiali di Treviso.

A introdurre la serata è stato proprio Aldo Solimbergo che ci ha fatto conoscere Giorgio De Cesaro. Chi era costui? Era un compagno di banco di Aldo e uno dei morti di quello che ha definito “un evento che colpì a freddo mietendo tante vittime nel primo vero benessere economico del dopoguerra”.

Ci furono – continua Aldo Solimbergo – delle responsabilità precise di vari esperti, che più esperti di loro non c’erano, un sacco di direttori di tutti i tipi, progettisti, ingegneri, responsabili “nel governo dei processi”, che alla fine sono solo stati processati.

Ha coinvolto Kant e l’uomo come fondamento ontologico che ha fuori di sé il cielo e dentro di sé una legge morale che “Dio ci ha inculcato”.

La Sentenza finale del giudice sulla tragedia di 458 pagine, del processo intentato contro tutti questi esperti, inizia con una citazione biblica: “ quel giorno le acque si ruppero”. Dio crea, ma l’uomo genera caos nelle sue azioni maldestre e la “Laudate Si’ Mi‘Signore di Papa Francesco che è una lettera enciclica sulla cura della Casa Comune esordisce dicendo:”per nostra madre terra che protesta per il male che le provochiamo”.

Forse è l’ottimismo della ragione che provoca mostri? Che ci induce a credere che l’uomo possa dominarla questa terra, anzi schiavizzarla? Ma poi così nascono i disastri o le catastrofi. Fino a che punto sono naturali se lo chiede lo storico Maurizio Reberschak. Sono interventi della natura o nella natura, ovvero un intento esterno di manipolazione della natura? Domande o sottigliezze terminologiche sui limiti delle responsabilità umane, ma anche i terremoti possono dipendere dall’uomo se la sua azione di sfruttamento delle risorse crea ad es. il gas radom.

Fino a che punto però la sua azione genera danni e fino a che punto invece dipende da altre forze, Ci sono a questo proposito i negazionisti (come il prof Battaglia che nega qualsiasi incidenza dell’azione umana, e gli apprensivi, i primi sono pronti a negare le evidenze, i secondi a crearne di molto ipotetiche, cmq dice lo storico Reberschak, che sono prevedibili anche se il tempo e il modo possono sfuggire.

Una valanga dalla scossa di terremoto era già stata anticipata negli anni ‘30, ma tra disastri e catastrofi si crea una sottile linea rossa. Un disastro compiuto suggerisce un interrogativo sulle responsabilità penali, la diga si rompe o crolla per il contenuto e in un’altra circostanza si parla di un disastro di 400 morti, ma nel Vajont e siamo nel ‘63, la diga non è andata giù, è stata costruita con tutti i crismi, a scopo idraulico per lo sfruttamento dell’energia e il disegno grafico rappresentato in diapositiva, assomiglia ad un grande Dente con le sue radici in profondità. Era alta 261,60 metri cn un parapetto di tre metri, nasce ridotta poi s’alza sempre di più in corso d’opera, ci sono questi cambiamenti progettuali ma il Ministero avalla tutto senza verifiche e autorizzazioni, la ditta fa ogni cosa di sua iniziativa (Sono amici).

E invece al Monte Toc nessuno ci aveva pensato, era un monte che gli abitanti del posto giudicavano un po’ particolare, anzi matto (tocco) non era un monte affidabile: che Dio ce la mandi buona! Aveva dichiarato uno dei due imputati della tragedia.

Avvisaglie ce n’erano state nel corso del tempo, frane, esondazioni e quindi già si temeva questo monte Toc, si erano fatti dei consolidamenti fino a 200 metri di profondità.

La tragedia avvenne il 9 ottobre ‘63 alle ore 22,39: una gigantesca onda si riversò su Casso ma creò solo piccoli danni qualche morto (erano solo spruzzi) ma ci fu l’onda di ritorno, due onde: una verso ovest e una verso est che colpì l’abitato di Longarone, quest’ultima carica di una gigantesca potenza distruttiva nella valle del Vajont che fece sparire in un baleno l’abitato di Longarone. L’effetto era simile a due bombe atomiche con riflessi negli altri luoghi di Castellavazzo, Codissago, Erto e Casso, in una serata sportiva dove nei vari bar si sentivano i rumori dei televisori che ancora la gente non possedeva, e lo speaker che trasmetteva la partita in differita tra il Real Madrid e i Rangers Glasgow. Avventori spazzati via assieme ai televisori.

Ci fu una mobilitazione dell’esercito perché non esisteva la Protezione Civile, solo volontari senza mezzi nemmeno i guanti avevano, i cadaveri scoppiavano, si disseminavano lungo il corso del Piave fino al mare di Caorle, brandelli di cadaveri imprigionati nelle reti dei pescatori. I primi soccorsi usavano anche le scale, le barelle erano finite e Fortonia la frazione distrutta fungeva da cimitero: 1910 morti, anagraficamente di molti non si è saputo più nulla, scomparsi. La Giunta comunale volle rendere uguali i morti, gli stessi ceppi marmorei, le stele, a modo di unificazione della memoria, anche se si crearono due Associazioni che ricordarono il fatto in maniera diversa, un contrasto nella memoria, mentre un paese completo spariva in un istante.

Paolini, l’uomo di teatro, nella sua Orazione Civile rappresentata tanti anni dopo, parla di rimozione della memoria, perché il Vajont dà fastidio nell’Italia del benessere, l’Italia che cominciava a mangiare carne e questa tragedia turbava la sensibilità pubblica, è vero ci sono i vivi che vagano nelle macerie, che rappresentano l’ordinaria disperazione, ma così non si può, diventa visivamente insostenibile, la popolazione perciò viene fatta sgomberare, inizia l’esodo.

Nasce una bambina di Longarone quella stessa notte solo perché per caso sua madre era stata ospitata dal suocero in un paese più in alto.

Il processo per “legitima suspicione” viene trasferito a L’Aquila per gravi situazioni relative alla sicurezza e all’incolomità pubblica, solo due pene comminate, uno è l’ing Biadene che non lavorava più alla Sade ma all’Enel un ente pubblico, Sade un nome sinistro e Sespidoni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Biadene fa 1 anno di carcere a Venezia, 150.000 carte prodotte e tenute nell’archivio dell’Aquila dove a seguito del terremoto del 2009 viene danneggiato. Nella sentenza non si parla di un processo alla scienza ma di uomini rispetto ad altri uomini: famosa è stata la sua invocazione al cielo (Biadene) che abbiamo detto più sopra.

La ricostruzione interessò l’urbanista Samonà, vennero innalzati degli orribili bunkers di cemento armato come se si fosse in guerra con la natura, Anche Del Vecchio di Luxottica utilizzò gli incentivi della ricostruzione a Agordo e la stessa chiesa ricostruita di Longarone assume una fisionomia di un teatro.

Gli articoli di Tina Merlin, giornalista comunista, (niente a che vedere con l’altra Merlin, socialista, di origine padovana) del 1983 sull’Unità furono denunciati come turbativa dell’ordine pubblico, mentre l’autore teatrale Paolini si ispirò a lei per il suo Oratorio Civile e il regista Martinelli trasse un film più vicino però al disaster movie di fattura hollywoodiana.

Insomma si ripresenta l’eterna questione: Le catastrofi naturali sono prevedibili?

L’uomo può prevedere molto e senz’altro la storia ci dice che si poteva prevedere il disastro del Vajont: disastro umano dovuto all’intervento dissennato dello sfruttamento delle risorse idriche, ce lo dice l’Unesco, nonostante i tanti esperti messi in campo che di fronte agli interessi hanno potuto ben poco e Reberschak conclude con un inciso di Alfred Stucky (non quello del molino): nessuna opera vale la morte di un operaio. Se giudichiamo da questo punto di vista sarebbero molte le opere che non valgono niente eppure continuano a farsi per i tanti interessi economici che si generano.

Infine la colorita chiusura di Solimbergo: noi montanari della pianura pensiamo di progettare nuovi incontri di questo tipo pensando di progettare fatti e inserendo anche le testimonianze dirette per la prossima edizione. La morte corre lungo il fiume (Piave) potrebbe essere un documentario di tutta questa triste vicenda.

Il ‘63 fu considerato un anno apocalittico, era morto Papa Roncalli, molto amato dalla gente, era morto Kennedy nel famoso attentato (venivano all’epoca raffigurati nei tappetti azzurri che si attaccavano alle pareti) poi il Vajont, a quando la fine del mondo si chiedevano in tanti?

GIAN SART

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