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CINEMA E TV

8 Ottobre 2016

La Tv prima del suo avvento, MOLTA PIU’ GENTE ANDAVA AL CINEMA e quindi il mercato dei biglietti era molto più vasto e ri-quindi trovavano spazio sia i B movie che i film intellettuali, i film di genere e i film d’autore, però abbiamo detto che su 100 film oggi prodotti solo 30 incassano gli altri 70 non ce la fanno, anche se, venti di questi si prendono una parte di soldi e con le finestre possono andare pari. Siamo quasi in una condizione che Claus Offe, un valente politologo, definiva di “demercificazione” per metà di questi prodotti filmici non esiste valorizzazione mercantile, per cui la produzione dovrebbe essere azzerata, ma esistono i giovani, autori e attori che così vengono emarginati dal settore e devono andare all’estero. Come fare? Ecco il senso di un investimento pubblico, considerando il cinema come eccezione culturale si mantiene un livello “culturale di produzione” che altrimenti sparirebbe con grave danno all’identità nazionale e locale e non solo per i giovani ma anche per gli autori “difficili”, il problema però è quello di mantenere un pubblico attraverso un circuito di sale, perché non si può pensare solo a mantenere la produzione se poi non c’è la distribuzione nelle sale. Qualcuno ha trovato una soluzione coinvolgendo le biblioteche ma è una soluzione erronea soprattutto perché gli strumenti di diffusione sono scadenti e quindi diventa tutto di serie b) che è un paradosso, il cinema di qualità fatto vedere in maniera improvvisata, una altra cosa è che la biblioteca organizzi le proiezioni al cinema di quartiere. Quindi allo stato attuale non si può parlare di progetti di distribuzione nelle biblioteche usando il termine efficacia.
Tornando ai prodotti de mercificati essi riguardano la natura dei beni pubblici perché non sono valorizzati per l’individuo, ma per la comunità (la comunità non può giocare in borsa) e allora perché un produttore dovrebbe rischiare dei soldi sapendo in anticipo che non li riprenderà mai? Cioè viene meno anche il principio dell’economia Liberale che se un prodotto filmico è buono trova da sé le sue uscite, ma con gli attuali circuiti oligopolistici questo non è più possibile e d’altra parte vista la globalizzazione in corso non si può attuare l’autarchia, anche perché i film Usa molto spettacolari impiegano budget milionari per attrarre il pubblico e sfruttano la globalizzazione (l’imperialismo si diceva una volta) per venire distribuiti in tutto il mondo. Oggi il cinema che attrae (soprattutto i giovani) è quello a stelle e strisce e gli attori Usa sono dei divi che possono fare la pubblicità anche in Italia per l’attenzione che creano.
Quindi il finanziamento pubblico è un contentino che lo Stato elargisce alle produzioni indipendenti dicendo: lo so che non avete mercato, vi finanzio qualche progetto così lavorate anche voi, è chiaro che poi non troverete la distriBuzione, ci mancherebbe, semplicemente perché non c’è, altrimenti dovreste affittare per 1 anno 4-5 sale di cinema dislocate in Italia e far proiettare il vs film, ma questi costi chi li paga? I giornali quando parlano di incassi italiani semplificano per l’uomo della strada e cercano un qualche effettaccio, così la gente non capisce niente ma si ricorda l’effettaccio.
gian sart

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