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DOVE VA IL CINEMA ITALIANO

13 Luglio 2015

Dove va il cinema italiano?
In una intervista, rilasciata al Corriere delle sera del 30 novembre 2014, Giuseppe Tornatore dichiarava, parlando dello stato di salute del cinema italiano, quanto segue: E’ stato un anno molto buono. Sono felicissimo del trionfo de “La grande bellezza” di Sorrentino. Ma anche più felice di successi inattesi come il Leopardi di Martone, o il meraviglioso “Torneranno i prati” di Olmi. E “Belluscone” di Maresco, così forte e angoscioso. E “Salvo”, esordio sorprendente. Film “difficili”, guardati con sospetto da produttori e distributori. Apprezzati dal pubblico, più aperto e moderno di quel che si crede. Il 6 maggio 2015, Gloria Satta, sul quotidiano Il Messaggero, intitolava un suo articolo “L’anno nero del cinema italiano”, dove, in particolare si analizzava la condizione economica incerta e precaria del nostro mercato cinematografico. Ora, qual è il vero stato di salute del nostro cinema? Risposta ardua, ma proveremo a individuare alcuni indicatori tali da diradare le nubi e a far sperare in un prossimo futuro migliore. Come “Centro Studi Cinematografici”, già da qualche anno, abbiamo adottato un peculiare punto di osservazione: quello di concentrare la nostra attenzione e analisi sulle opere prime del nostro cinema. Questo lavoro, partito dalla stagione cinematografica 2003-2004 ha avuto sempre come esito finale la pubblicazione di un libro che ha per titolo di “Saranno famosi? – Annuario delle opere prime del cinema italiano”. Ebbene, in questo nostro viaggio ormai ultradecennale (360 film analizzati in tutto), abbiamo visto come nella stagione 2003-2004, le opere prime abbiano rappresentato il 30 per cento dei film italiani usciti in sala e, nella stagione 2013-2014, tale percentuale è salita a 58. Un anno buono, quindi, che non ha riguardato solo film vincitori di Oscar, di altri premi prestigiosi ottenuti ai festival, o di successo al box office, ma, principalmente, l’aspetto qualitativo, marcante la stragrande maggioranza delle opere prime; segno di una preparazione professionale notevole da parte di questi nuovi autori, i quali, pur provenienti da esperienze pregresse differenti, hanno dimostrato di saper maneggiare la macchina cinema con competenza e con una chiarezza di idee esemplari. Probabilmente, il raggiungimento di tale risultato risiede in una dote comune a questi registi; una dote, in parte riscoperta, e che è riemersa con prepotenza: quella della passione, unita alla necessità impellente di raccontare delle storie. Che un cambiamento di atteggiamento sostanziale sia ormai in corso è testimoniato da come i nuovi autori si pongano quando si tratta di partire per un’avventura chiamata film. Di fatto, alla domanda sulle difficoltà che si incontravano nel realizzare un’opera prima, le risposte confluivano, in passato, attorno a un unico, costante tormentone: trovare i finanziamenti, reperire i soldi necessari per dare una forma concreta alle proprie idee. In questa ultima stagione, potremmo dire che il tiro ha subito una sorta di innalzamento qualitativo, visto che i registi esordienti hanno evidenziato come la difficoltà primaria sia quella, invece, di convincere, di creare, in primo luogo, una responsabile e motivata fiducia da parte di un produttore attorno alla bontà del proprio progetto. Anche se, chiaramente, i soldi sono e restano importanti, l’aver posto l’accento sull’elemento fiducia fa una certa differenza, che comporta delle notevoli conseguenze sul piano della realizzazione finale di un film. C’è da aggiungere, infine, come tale aumentata apertura di credito da parte dei produttori nei confronti dei nuovi autori sia stata segnata negativamente – in presenza delle crisi economica che tutti viviamo – da un calo degli investimenti del 27 per cento rispetto all’anno precedente, nonostante il numero delle opere prodotte sia rimasto pressoché invariato. Per quanto riguarda poi i finanziamenti pubblici, vorremmo ricordare che si è passati dai 94 milioni del 2004 ai 19 dell’ultima stagione. Uno dei risultati maggiormente evidenti dell’evoluzione di tale rapporto produttore-regista, al quale abbiamo accennato, si è inverato anche nelle reazioni espresse da parte della critica cinematografica nei confronti degli esordienti. Di fatto, le recensioni che hanno accompagnato l’uscita delle opere prime in sala non hanno, in linea di massima, evidenziato delle brucianti bocciature. Chi si avvicina per la prima volta alla regia cinematografica ha, ormai da tempo, lasciato da parte quel certo autobiografismo presente in molte opere d’esordio di qualche anno fa e che faceva esclamare a Cesare Zavattini quell’invettiva piuttosto severa, provocatoria e senza possibilità d’appello: “Basta con l’opera prima! Facciamogli fare l’opera ultima!”. E veniamo al punto dolente, attoro al quale convergono tutti: la distribuzione; un tema, questo, che si trascina avanti negli anni e che non sembra aver trovato ancora una sua soluzione in positivo. Come uscire da tale situazione? La risposta è difficile, fino a quando gli esercenti avranno in mano il coltello dalla parte del manico. Forse, se si vuole veramente aiutare il cinema italiano, le istituzioni potrebbero intervenire adeguatamente in questo settore, permettendo alle opere prime una pur minima, necessaria conoscenza. In fin dei conti, è anche un diritto degli spettatori vederle, visto che la maggioranza di questi film è prodotta con il denaro pubblico. La risposta all’annoso e irrisolto problema della distribuzione viene, forse, dagli stessi autori. Nelle dichiarazioni, che ci hanno espresso unanimemente: la più grande loro gratificazione sta negli incontri che hanno avuto con il pubblico al termine della proiezione; una verifica diretta e immediata con il destinatario principe del loro lavoro, che dovrebbe, forse, essere istituzionalizzata. Le vie per realizzare questo ci sono; basterebbe praticarle con un minimo di raziocinio. Ci riferiamo, in particolare, alla rete di cineclub, cineforum, cinecircoli, che è presente su tutto il territorio nazionale, anche in zone dove, ormai da anni, non esiste più una sala cinematografica in attività. Gli stessi registi ricordano come gli incontri con il pubblico siano avvenuti, per la maggioranza, all’interno di tali realtà culturali organizzate, particolarmente sensibili e interessate alla diffusione di quanto di nuovo si fa all’interno del nostro cinema. Ma non solo: si è aggiunto, ultimamente, un dato nuovo che è quello della straordinaria e positiva reazione del pubblico di tutto il mondo agli incontri con i nuovi autori del cinema italiano, in occasione della vittoria di numerosi premi internazionali. Forse, anche per loro è ritornato in auge il detto latino “nemo propheta in patria?”, oppure è in atto una sorta di internazionalizzazione del nostro cinema che, proprio attraverso le opere di esordio, si apre con un’ottica rivolta verso un mercato più vasto. Sta di fatto che molti nuovi autori girano direttamente in inglese e la maggior parte di loro guarda con un certo ottimismo alla condizione attuale del cinema italiano, giudicata carica di fermenti e di idee nuove. E’, questo, un dato positivo, indice di una messa al bando del pessimismo presente nelle stagioni passate e di una consapevole speranza per il futuro prossimo. Vorremmo chiudere ancora citando Giuseppe Tornatore che nell’incipit de “La leggenda del pianista sull’oceano”, fa pronunciare al trombettista Max Tooney una frase che ben si adatta per dare conforto e coraggio a tale speranza di crescita e di rinnovamento per il nostro cinema; una frase che unisce inscindibilmente i due termini essenziali – il regista e il pubblico – della comunicazione cinematografica: Non sei fregato veramente, finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.
Carlo Tagliabue
DIARI DI CINECLUB Luglio 2015

Una replica a “DOVE VA IL CINEMA ITALIANO”

  1. Veronica Perugini ha detto:

    Oggi chi passa a girare un opera prima ha già fatto parecchi cortometraggi e quindi rappresenta lo sviluppo di un percorso creativo. Il problema è che le opere prime sono mal distribuite e si vedono poco anche perché manca un circuito distributivo nazionale con capitale in parte pubblico e in parte privato, manca una rivista online che pubblicizzi questi autori, non si fa una multiprogrammazione, una eventizzazione.
    L’autore cerca di aggirare l’ostacolo pensando l’opera prima in inglese e questo è sbagliato per l’identità culturale d’un Paese e purtroppo si è indotti a far così, mi ripeto, perché il cinema indipendente (in cui rientrano le opere prime) NON HA UN CIRCUITO che lo valorizza. I cineclub con le loro sale potrebbero gestire questa distribuzione naturalmente con il sostegno del Mibact.
    I cineclub dovrebbero anche essere coinvolti nella formazione scolastica con l’introduzione di 1 o 2 ore in ogni scuola di ordine e grado con il sostegno del Ministero dell’Istruzione

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