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2 – ECONOMIA E POLITICA

29 Maggio 2015

PENSIERO DEL GIORNO – LEVIAMOCELO DA TORNO
Il rapporto tra politica ed economia con tutte le sue sfumature mi ha sempre attratto, cos’è l’individuo, cos’è la comunità, quali sono i limiti dell’individuo e quali quelli della comunità, le implicazioni sono tantissime.
Mi viene in mente ai tempi dell’università, il pensiero classico di un economista come Adam Smith, il quale affermava, nella versione volgarizzata già alle elementari dalla maestra, che nella società chi fa gli interessi propri e comunque svolge un’attività privata concorre alla ricchezza sociale e quindi fa anche gli interessi generali, ne consegue che l’attività economica umana privata, quella svolta per il tornaconto individuale, è volta al bene comune, o meglio, tanto più l’individuo svolge un’attività propria tanto più concorre alla ricchezza di tutti e quindi la ricchezza di tutti è bene comune. Però se la stragrande maggioranza della popolazione vive in miseria l’attività privata non è indicatrice di bene comune.
Messo in questi termini l’interesse privato è importante, permea ogni azione, riempie di sé la società civile. Ma se la società civile è sede dei rapporti economici e lo Stato è titolare dei rapporti politico-legislativi, non si possono confondere i due piani, ovvero la società con lo stato, l’economia con la politica: perseguire l’interesse privato nella società è normale, perseguirlo nello stato però vuol dire distruggere uno dei suoi fondamenti: lo Stato- Comunità che è retto dal bene pubblico.
Diversamente lo Stato verrebbe retto come se fosse una società magari per azioni, e la parte di amministrazione sarebbe in mano ai privati e non esisterebbe più la collettività, né la garanzia contro una appropriazione indebita da parte di pochi, dei beni pubblici(espropriazione all’incontrario).
Va bene, ma che ci sarebbe di male in tutto questo? Se qualcuno si appropria dello stato e lo facesse comunque funzionare al punto da perseguire la stessa efficienza di un’azienda? E pur mantenendo dei benefici propri perseguisse il bene pubblico? Questo affermano i neoliberisti. E questo succede quando l’economia si appropria della politica.
Il problema in questo caso diventa fondamentale: c’è un contrasto di fondo tra i profitti individuali e il bene collettivo (o questi o quello) nel senso che nessuno – se può guadagnare di più – si limita spontaneamente, tutta l’attività privata deve avere un limite pubblico, altrimenti non c’è più Stato-Comunità, ma azienda privata multinazionale che fa cio’ che vuole in barba al gruppo di riferimento che condivide un popolo una lingua un territorio, una cultura.
Succede per avidità individuale dei suoi padroni o per dominio politico e tutti sarebbero in balia delle speculazioni private, sia ad es. a livello alimentare che sanitario e in pochi anni qualsiasi tipo di comunità esisterebbe solo nominalmente.
Se Il problema della collettività è la sua gestione “antieconomica” delle risorse perché passano attraverso una classe politica corrotta, che si vende alle lobby private, (per loro il bene pubblico non si sa di chi sia, è di tutti e quindi di nessuno) e le truffe, le estorsioni non si contano più, bisogna porvi rimedio, ma come?
Allora se fosse un privato invece che GESTISSE DEGLI UFFICI PUBBLICI ma lo facesse sotto limiti precisi, la sua attività verrebbe “vincolata” e avrebbe una natura più pubblica che privata, se poi lo facesse mettendoci cura come un privato gestisce oculatamente la propria azienda, lo Stato-amministrazione sarebbe avvantaggio e quindi potrebbe mantenere un punto di riferimento costante dell’imprenditore che gestisce “un affare” come se fosse un privato, con la natura di una funzione pubblica.
Se notiamo bene, anche il marxismo non ha saputo trovare soluzioni vere, quando predicò agli operai di appropriarsi dei mezzi di produzione, (la sommatoria degli operai come classe sociale, faceva lo Stato appunto operaio, ma alla fine chi gestiva era pur sempre una burocrazia più o meno amica che aveva però altre logiche di autoriproduzione, alla fine tutto diventava statale e i mezzi di produzione si “arrugginivano” nei magazzini per inefficienza.
Il problema però si pone nello Stato-comunità, il principio del bene pubblico cozza contro l’appropriazione privata. Nel ‘700-‘800 l’aristocratico gestiva un ufficio pubblico per un periodo di tempo ed era obbligato a presentare dei rendiconti sulla sua attività, praticamente lo faceva senza guadagnarci sopra, quindi dobbiamo vedere non tanto chi svolge la funzione pubblica ma qual è la natura e l’organizzazione della funzione pubblica e come riesce a mantenersi tale. L’importante è capire che la funzione pubblica deve preservare il bene pubblico e non deve essere necessariamente gestita da burocrazie e può essere svolta da chiunque, ma con limiti precisi definiti dalla Comunità.

Giancarlo Sartoretto

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