MOSTRA RE.use a Treviso

Interessante la mostra che riguarda l’avanguardia del ‘900 partendo dal dadaismo al surrealismo, proseguendo per tutto il secolo: news dada, action panting, arte povera ecc., sotto il comune denominatore del rifiuto del figurativo. A palazzo Robegan un video di 30 minuti ci fa vedere una catena di montaggio dell’assurdo, in cui si usa l’intelligenza per creare qualcosa di inutile, bisognerebbe dirglielo a Benetton, ma il titolo della mostra non inquadra esattamente la questione, mettere un tamburo in una discarica mi sembra una presa in giro proprio di quell’arte che rifugge dal figurativo, come se non lo fosse, invece bisognerebbe riconsiderare il “corpo glorioso” dell’artista che diventa il centro di qualsiasi percorso creativo, perché la bellezza non è più nei paesaggi o nel ritrarre le persone, nei volti sacri dipinti e quindi in tutto ciò che cade fuori dal corpo dell’artista, ma nell’artista stesso, nella vita che conduce, al punto tale che tutto ciò che espelle il suo corpo anche la merda è arte, e quindi attraverso il rifiuto organico si passa al rifiuto tout court, agli oggetti che lo circondano nel quotidiano, i vestiti che indossa, i meccanismi che si ritrova a manipolare, si passa cioè dal soggetto agli oggetti che una volta esaurita la loro funzione, diventano spazzatura, quegli oggetti ormai consumati e quindi rifiuti, ma è l’artista che li rappresenta e li deforma in quanto oggetti che lo circondano (quelli che utilizza senza dipingerli) ne fa delle sculture delle presenza…Ultimi giorni con 6 euro si va in 3 luoghi: Ca’ Robegan, Ca’ dei Ricchi e Museo di Santa Caterina e se si ha più di 65 anni e in altri casi si ha lo socnto di 2 euro.

 

ALL’ISTRESCO NELLA SEDE, SI E’ TENUTO IL COMITATO SCIENTIFICO ALLARGATO DEDICATO A “MASSE POPOLARI TRA DEMOCRAZIE STANCHE E VECCHI NAZIONALISMI “ con Chiara Sacchet, Amerigo Manesso e Livio Vanzetto, introduzione di Irene Bolzon.

Partiamo dall’uomo massa conformista che viveva dentro ad un potere attrativo delle idelogie , sembra scomparso stanno riemergendo vecchie ideologie nazionalitarie in questo percorso carsico, siamo diventati degli analfabeti funzionali pur con un finanziamento continuo alla scuola, c’è un ritorno di ignoranza e di élite mentre la ricchezza sta ritornando (forse lo è sempre stata) in poche mani, per la maggioranza della gente è finita la ricchezza redistribuita e diventa più difficile la qualità della vita, meno soldi, più insicurezza economica e tutti se la prendono con la democrazia rappresentativa in crisi? Un libro che mi ha deluso dice Vanzetto è quello sul populismo Popolocrazia, dove ci sono tante definizioni di populismo ma non c’è uno sforzo di storicizzare, i populismi sono diversi (Berlusconi e Mussolini), oggi c’è un populismo dal basso, bisogna sviluppare una storia dei ceti popolari, anche la classe dirigente se vuole mantenere tale la credibilità deve acconsentire e sforzarsi di capire gli umori popolari, le élite un tempo erano capaci di sviluppare una pedagogia che insegnasse al popolo, il popolo si sentiva inferiore e delegava, oggi con le nuove tecnologie e con le reti di internet, le forze produttive si stanno sviluppando al punto da voler superare i rapporti di produzione che si basano ancora su competenze della politica, ormai morte, Vanzetto ci dice che bisogna sforzarsi di storicizzare il presente si parla di democrazia imperfetta e di vecchi nazionalismi, ma a mio parere non c’è alcun pericolo di nuovi nazionalismi come reazione al deserto della globalizzazione, bensì di una tendenza sovranista quando il globalismo distrugge le culture e fa girare solo la merce, il sovranismo invece richiede un tipo di identità che sarebbe altrimenti smarrita, viene dal basso come localismo dialettale e si scontra con ordinamenti sovraordinati nei quali fallisce qualsiasi tentativo di federalismo, c’è poi un rifiuto dei nuovi ceti, degli sfigati che non solo sono extracomunitari, ma anche italiani, da parte delle élite al potere, però dice giustamente Vanzetto la sinistra non deve andare al “centro” ma farsi carico di coloro che sono percepiti come sfigati, c’è un ritorno allo stato etico afferma Giampier Nicoletti, con tutta la sua sequela di diritti più liberal, una sinistra liberal che secondo il filosofo Diego Fusaro ha ben poca consistenza perché non è più social, lo stato secondo Nicoletti è un dispensatore di servizi che si “liquefanno”, per cui i giovani “liquidi” riportano a Bauman e ad una nuova teoria politica, c’è pero la comunità e la cittadinanza attiva: prendersi cura dei beni comuni instaurando un conflitto attivo con le burocrazie politiche tradizionali, le masse non sono lampadine spente, cercano una identità, forse questo è il populismo quando le masse si esprimono e i dirigenti si zittiscono, ma non è una degenerazione bensì una crescita se introduce criteri di democrazia diretta e rotazione degli incarichi.

Manesso parla di John Locke, di diritti naturali, di Stato come contratto, mentre Rousseau non ha avuto storicamente molto seguito Jon Locke ha interpretato il liberismo l’ideologia del capitalismo in cui lo Stato era neutrale garantiva dei servizi essenziali dei diritti naturali poi ci pensava la società civile a creare l’economia di classe, il motore di tutto sono i bisogni delle persone tra questi il bisogno di lavoro e grazie al materialismo che questi bisogni vengono soddisfatti, però oggi le democrazie rappresentative non sono in grado di dare delle risposte e quindi in questo contesto quali sono le offerte politiche del pensiero liberal-nazionale far tutto da soli, gestirsi anche le sicurezze, l’illuminismo poteva risolvere razionalmente la situazione, ma oggi?

 

Cit: Marc Lazar-Ilvo Diamanti Popolocrazia Ed Laterza 2018;

John Locke – Due trattati sul governo, 1689;

Zigmunt Bauman – Modernità liquida, Laterza 2002

– Vita liquida

– Amore Liquido

– Paura liquida

PROBLEMI MORALI

Eichmann è stato giustiziato perché colpevole dello sterminio di ebrei, ma anche le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki fecero stragi.

C’è una differenza tra aspetto giuridico e aspetto morale delle due questioni?

Da un punto di vista giuridico c’è un tribunale internazionale e un giudice che sentenzia e un reo che cmq ha ubbidito a degli ordini.

Nulla vieta che ci sia un tribunale giapponese che incolpa quelli che decisero di buttare le bombe sulla popolazione, non erano obiettivi militari, e anche chi premette il bottone stava eseguendo un ordine.

Dov’è la differenza tra i due casi? Il fatto di essere vincitori e vinti, mentre sul terreno morale ci sono delle responsabilità comuni, le crudeltà dei vincitori sono ascrivibile al principio della maggiore forza impiegata, però di fronte alla giustizia, vincitori e vinti sono sullo stesso piano.

Quindi Guai ai vinti il VAE VICTIS, il primato della forza sul diritto sancisce il principio che il diritto è la traduzione della forza, la sua codificazione, quindi il diritto diventa una variabile dipendente che non riesce a limitare l’uso della forza.

Eichmann è stato giudicato da un tribunale internazionale, nella fattispecie si toglieva la vita di un innocente ogni volta che dava l’ordine di eliminare questa o quella persona perché ebrea. Non si può uccidere un innocente, è questo quello che ha fatto Eichmann contro gli ebrei, ognuno ha una sua coscienza anche se era un ordine.

Nel caso della bomba atomica invece non c’è una diretta uccisione dell’innocente, è uno strumento che uccide in maniera indifferenziata civili e militari e rientra nel problema della liceità o meno della guerra e subordinatamente in quello della liceità o meno di certi mezzi di guerra, è ammessa solo se è difensiva, anche i mezzi che servono per la difesa possono diventare un abuso di violenza in danno dei diritti altrui come l’uso di certe armi + o – atomiche, e se per difendermi dall’aggressore mi basta catturarlo (il nemico) non posso ferirlo, se mi basta ferirlo non posso ucciderlo. Le varie convenzioni non potevano prevedere quali nuove armi sarebbero comparse nel corso della guerra e nessuna di queste contemplava il caso specifico della bomba atomica, mancherebbe quindi una base giuridica, ma moralmente il danno recato alle persone e alle cose sembra troppo sproporzionato agli effetti lecitamente conseguibili, si potrebbe aggiungere anche che la democrazia non dovrebbe essere “atomica” ma convenzionale aggiungendo però che i costi di prolungamento di una guerra erano maggiori rispetto alla cessazione della stessa come di fatto avvenne con la bomba atomica, ma la prima bomba sarebbe bastata per conseguire il fine proposto, la seconda sproporzionata, è stata un’inutile strage.

L’ECONOMIA DAL BASSO

Presso l’ISTRESCO l’istituto Storico della Marca Trevigiana, Chiara Scarselletti una giovane studiosa intrattiene i presenti su una ricerca che ha effettuato nel territorio trevigiano e che si può intitolare come un esempio di una forma di economia veneta dal basso.

All’inizio degli anni ‘60 com’è noto, in tutta Italia e nel Veneto abbiamo avuto il boom economico contrassegnato qualche anno prima dall’abbandono dei campi e dalle case coloniche patriarcali, gli ex contadini si trovavano il lavoro in fabbrica dando vita a famiglie mononucleari, quando tornavano a casa coltivavano l’appezzamento creando la figura dell’operaio contadino, in quegli anni l’edilizia si sviluppava in maniera quasi abnorme senza nessun tipo di programmazione di piani edilizi, tante nuove case erano costruite molto spesso aiutate dai parenti, (chi non si ricorda il film di De Sica “Il Tetto” 1956) case che avevano grandi scantinati e così crebbe il lavoro a domicilio: le donne si comprarono a rate la macchina per fare i maglioni sfruttando il nuovo spazio acquisito e in questa nuova attività ci doveva essere qualcuno che faceva il rappresentante piazzando i prodotti altrimenti rimanevano invenduti, buoni solo per l’economia domestica come succedeva spesso nella società patriarcale coll’artigianato invernale.

Oltre alle magliaie quasi ogni famiglia patriarcale aveva una ragazza che faceva la camiciaia (anche un uomo) a cui si rivolgevano tutti i parenti acquistando la pezza di stoffa, era un lavoro a domicilio un altro lavoro molto diffuso era la sartoria: vestiti, abiti e riparazioni in cui in cambio si dava uova e qualche altro prodotto agricolo, ma anche i propri risparmi a fatica accantonati.

Negli anni sessata in Veneto emerse il fenomeno Benetton, anche lui era un rappresentante di commercio mentre la sorella era una magliaia, un classico presente in molte famiglie appunto, bisognava solo organizzare il lavoro semplificare personalizzando meno le ordinazioni e poi fare lavorare a domicilio queste magliaie, ma anche le camiciaie. Insomma l’economia dal basso che aveva i suoi piazzisti si stava strutturando come una rete.

Da questo secondo versante nasce l’impresa di Paolo Pistellato: io so come si fa! Dice all’intervistatrice, nasce come un camiciaio “terzista” di Benetton, Luciano girava per tutta la campagna veneta, organizzando una rete di lavoratori a domicilio, così non occorreva neanche “la fabrichèta” e si risparmiava nei costi senza contare che poi era preponderante l’economia sommersa (nel nero) una formula produttiva artigianale che non prevedeva molte tasse e lo sfruttamento e l’intensificazione del lavoro distribuiva vantaggi un po’ a tutti.

Anche se il sindacato stava attento su tutto il territorio per combattere i fenomeni di sfruttamento, tutta la catena economica non era ancora ben strutturata ed oliata.

Intanto la famiglia Pistellato di Mirano si mette in proprio nel ‘75 sempre con un piccolo laboratorio ricavato dall’abitazione che in poco tempo grazie ad una perfetta razionalizzazione economica arrivava alla bella cifra di 12.000 camicie fabbricate, che non sono poche se poi qualcuno non gliele vendeva, se il mercato non assorbiva il prodotto (quindi con problemi di giacenza), il ritorno economico sarebbe stato rallentato con possibile mancanza di contante che a sua volta poteva mandare in crisi tutto il sistema, intanto l’abitazione non era separata dal laboratorio, e l’economia diventava una forma totalizzante di vita e di amicizia condividendo una situazione in comune tra gli operai, l’imprenditore e rappresentati di commercio, mancava cioè qualsiasi forma di separazione tra attività lavorativa e tempo privato: così non ci si imbroglia anche nel senso di rispetto reciproco, la crescita è continua, i problemi però si esternalizzano fuori dal laboratorio e sono dovuti ai costi di espansione, quando nell’’84 fonda il marchio NARA CAMICIE opera un salto di qualità, ma il marchio di per sé non porta automaticamente al guadagno solo l’aumento del costo di produzione anche risicato può aumentare le difficoltà, non sempre è facile: dipendenti, tasse, affitti, forniture, costi fissi e variabili e magari collocazioni, distribuzione della merce, capannoni, magazzini, affitti negozi, personale, insomma allargandosi (erano partiti da un piccolo laboratorio) i costi si amplificano e se qualcosa non funziona il puzle di tante tessere faticosamente composto si può facilmente sgretolare, i prezzi non sono più competitivi soprattutto con i cinesi che “inquinano” a basso costo.

Poi Pistellato fonda un altro marchio “END” nel ‘93 aprendo in Calmaggiore a Treviso un negozio esclusivo, tutto sembra andare alla grande, ma i cinesi il vero incubo, fanno le stesse cose a prezzi più bassi, cmq la domanda interna in mancanza di crisi è sempre sostenuta e tutto sembra andare per il meglio fino a quando la crisi dell’abbigliamento getta tanti nel disastro, e tra questi sono molti quelli che dipendono ad esempio da Benetton e che hanno investito in macchinari…Crisi, arrabbiature, fallimenti e risentimenti.

Delocalizzazione è la parola chiave che non “ti chiava”, su certe “pratiche” non proprio eroiche la relatrice ci informa che lo stesso imprenditore è reticente, finiscono i legami si sciolgono i rapporti anche con Benetton e la famiglia Pistellato si deve occupare di promozione, collocazione, marketing, di campionario allargato per diversificare, della moda si occupa la figlia e la casa rimane sempre aperta a tutti i rappresentanti, la moglie fa la cuoca come in una trattoria, l’abitazione di stile rustico si rinnova con qualche apertura al kich, però intanto a Mirano 1500 persone con l’indotto,vivono di questa economia, tanti ordini in tutto il mondo, globalizzazione spinta, non manca di autocritica Paolo Pistellato sulla delocalizzazione: “siamo stati dei dilettanti allo sbaraglio” e l’autocritica lo porta verso il difetto tipico di voler imitare gli Usa, senza contare che la delocalizzazione in Romania all’inizio viene effettuata in condizioni pessime, le camicie ritornano macchiate perché l’ambiente non è salubre, va bene risparmiare, però bisogna anche spendere per adeguare la struttura. Pistellato va in Romania e mette a posto le cose tirando fuori il portafoglio e adesso nonostante un periodo di crisi, l’attività è in piena ascesa: 95 punti di vendita.

Certo la ricerca storica ha difettato di qualche silenzio di troppo sulle connessioni tra attività, commercio, manodopera e ambiente sociale, troppi silenzi che la fanno diventare quasi una ricerca che rischia di diventare apologetica, quindi è importante lo scavo per poter capire meglio molte forme di imprenditorialità vigenti e vincenti.

 

BENE COMUNE ANCHE IN COMUNE

Siamo nel Salone dei 300 a Tv, introduce l’assessora Manfio che illustra i nuovi istituti della democrazia partecipata, che trovano fondamento nei vari articoli della Costituzione, siamo cioè alla gestione pubblica dei beni comuni, all’interno della ridistribuzione dei poteri sottratti alla politica istituzionale e sviluppatisi in capo ai cittadini, una democrazia dal basso dunque, il Regolamento comunale approvato recepisce queste forme di democrazia meno “delegate” che creano una rete di “comunità” e anche un modo nuovo di fare politica in cui i cittadini diventano interlocutori dell’Amministrazione alla pari dei soggetti politici istituzionali.

Poi Mariella Carlotti ci introduce al concetto di beni comuni immateriali e tra questi l’educazione alla bellezza, e visto che ci siamo, analizza nel Palazzo Pubblico di Siena in una delle sale che ospitavano i governanti, i celeberrimi affreschi di Ambrogio Lorenzetti databili 1338-1339 intitolati “Allegoria del buono e Cattivo governo e i loro effetti in città e in campagna, in cui si raffigurano i vari magistrati che gestiscono il potere (tra l’altro solo per due mesi) e che perciò non possono lasciare il palazzo cittadino, svolgono questa funzione venendo ben retribuiti e lo scopo del buon governo è (come detto) anche quello di esaltare la bellezza, anzi ci sono addirittura i vigili urbani della bellezza.

Questi sono in verità AFFRESCHI DEL BENE COMUNE, il titolo del buon governo è stato messo successivamente nel 1700, il bene comune si deve basare sulla Giustizia “distributiva” che sa distribuire premi e punizioni e quella commutativa che riguarda le regole del commercio e delle banche, tutte esemplificate da figure allegoriche tra cui la concordia (colei che accorda gli animi) poi abbiamo i 24 cittadini sempre con la corda in pugno che rappresentano il popolo (bene comune che si esprime nel Comune), insomma le virtù sono le solite: fede speranza e carità in cui si aggiunge la virtù propria della politica: amare la città!

Ci sono anche le 4 virtù cardinali (il cardine della comunità) più altre due fuori dall’interesse di bottega, una la magnanimità e l’altra la pace, naturalmente nell’affresco trovano posto anche i delinquenti che vengono legati come salami: tutto è ben bilanciato e i test di una città ben governata si basano sulla sua bellezza, la crescita economica, il lavoro e dove non si lavora, si studia.

Nascono i figli, la progenie, la giusta festa è il segno della ferialità, infine la securitas con un cartiglio e l’impiccato sullo sfondo, poi si prosegue con la degenerazione rappresentata dall’allegoria del bene proprio, quando ognuno tira la corda nel proprio verso e allora subentra la tirannia, (una figura allegorica con attributi luciferini, dallo sguardo strabico).

Il tiranno è un vero cretino insomma, che tende a minare la felicità comune. E’ avaro, vanaglorioso e superbo e poi per altre vie scaturiscono la crudeltà, il tradimento, il furore, la divisione e in ultimo la guerra quando il degrado umano tocca l’apice.

Il bene proprio non sta in piedi da solo, nell’allegoria viene rappresentato sopra un caprone che denota la lussuria, un altro effetto della tirannia è il sospetto di tutti contro tutti, non si lavora più, (solo per fare le armi) aumentano le violenze sulle donne e nella città degradata non entra nessuno, ma escono solo soldati. Si instaura il timor  (la paura) e si ruba ovunque.

Che dire: questo quadro del mal governo è molto realistico e non è distante dall’epoca odierna quando il bene comune viene cacciato in un angolo per effetto di una classe politica corrotta che fa di tutto per mantenersi nel malgoverno, elargendo i soldi dei cittadini ai propri amici, ingrassando quindi le clientele e dove l’eccessivo garantismo fa guadagnare soldi agli avvocati rendendo la pena poco certa e la possibilità di sfuggirla con le prescrizioni, elevata, i troppi diritti che si ascrivono al reo fa si che non ci sia più una giustizia distributiva; nella nostra realtà incide anche il fatto che una giustizia di massa è difficile da applicare e gli uffici sono intasati di carte.

(fine prima parte)

 

GLI ORATORI DA ORATORIO

La realtà ha sempre avuto la sua dose di ambiguità, non è mai stata lineare, ma sempre piena di contrasti di tutti i tipi, vuoi chiamarli contraddizioni, vuoi chiamarli conflitti e l’ambiguità è sempre stata una caratteristica dell’arte quando cercava di arrivare alla verità, al di là delle convenzioni, ma non andiamo troppo lontano rimaniamo invece dentro la politica di sinistra dove si parla di classe operaia sfinendo gli interlocutori, di emarginati, di ricchezza mai distribuita, di accoglienza, senza mai spostare di un “cicin” come direbbe Crozza i problemi. La realtà secondo loro è chiara e bisogna rappresentarla: o bianca o nera, meglio facciamola con una corrente trifasica, bianca nera e rossa e continuiamo a rappresentarla all’infinito attraverso la semplificazione dell’ideologia (molti stanno male se non fanno così) una realtà che però non si lascia per niente intimidire, addomesticare, non solo cambiare, x questo bisogna approcciarsi ad essa con disincanto, ma tanti preferiscono continuare a sostenere gli oratori (o chiusa)  da oratorio (o aperta)  che li tranquillizzano sui meccanismi e sulle analisi, ma che sui problemi mai risolti ci fanno pure la carriera politica, da competenti del nulla. I comici sono molto più bravi dei politici, sentono qualcosa in più.

 

CA’ DA NOAL, PROGETTO DI RESTAURO

Si è tenuto il 19 gennaio 2018 un Convegno all’Auditorium Stefanin di Treviso.

Nicoletta Biondo dell’Associazione Tarvisium Gioiosa ci parla di Ca’ Noal, ex museo di arte applicata, che faceva parte dell’antica Urbis picta e dei restauri che a suo tempo fece Mario Botter.

“Occorre salvaguardare in maniera etica il ns patrimonio, riportare a nuova vita Ca’ da Noal, che ha vissuto un tumultuoso passato e una storia vicino a noi, bisogna conservare ad uso della collettività”.

Alessandro Ervas ci parla di arte applicata, l’espressione di tecniche e linguaggi degli artigiani: “oggetti come materializzazione delle idee e del tempo che li ha espressi, esempi di arte popolare che hanno dato opere pregevoli, i ferri battuti, i vetri, tessuti, mobili che si scontrano con l’incuria e la follia degli uomini” (le guerre) e cita Natalina Botter, la figlia del grande restauratore trevigiano, la quale ci ricorda secondo Ervas,  l’importanza degli appoggi europei su questi restauri anche per creare delle convenzioni quadro.

Adriano De Vita dell’Associazione Culturale “Faro” ci introduce sui passi complessi da percorrere presso il Consiglio d’Europa, i cui uffici si trovano alle Procuratie vecchie, diretto da Luisella Pavan Woolfe e sugli strumenti della cittadinanza da acquisire per occuparsi del proprio patrimonio culturale, previsti dalla convenzione- quadro del Consiglio D’Europa, sul valore del patrimonio culturale, sui cambiamenti  giuridici, sul ruolo della comunità patrimoniale nella partecipazione democratica del cittadino alla cultura, sul principio di responsabilità individuale e collettiva, insomma regolamentando la partecipazione ai processi culturali da parte della cittadinanza attiva, si chiamano gli Stati europei ad emanare una legge vincolante allo scopo di  portare avanti questi intenti.

La ratifica quindi diventa legge dello Stato Italiano,  siccome l’anno scorso è caduto il governo non è stata fatta nei tempi programmati, si pensa entro quest’anno di attuarla,  si parla di alcuni principi fondamentali che cambiano i comportamenti individuali: dell’eredità culturale, dell’identità, del bene di proprietà pubblica o privata, anche se la gestione comune appare un concetto ancora confuso che supera però il concetto presente nelle associazioni, di servizio svolto soltanto ai singoli soci, invece con la nuova Convenzione si può farlo per tutta la Comunità, un lavoro di pubblica utilità non più monopolio ad es. del Comune come sito istituzionale, i cittadini si possono occupare senza chiedere il permesso, non è più una concessione e tutto si incentra sull’Action Plan, che punta sulla raccolta del patrimoni da conservare, sulla gestione del bene comune e sulla partecipazione civica.

La comunità che condivide determinati significati si prende cura di un luogo caro, diventa comunità patrimoniale come diritto di cittadinanza, privilegiando l’aspetto sociale del cittadino interessato ad aderire ad una comunità d’intenti, lo stesso cittadino se svolge un’attività economico-lavorativa non sempre ha tempo di partecipare a queste funzioni sociali, è un’attività di “restituzione” alla comunità valorizzando ad es. competenze tecniche individuali.

Chi “decide” il bene comune deve trovare delle persone che se ne curano, una presa di responsabilità e di fronte ad una minaccia esterna proveniente anche dal Comune o da altri enti pubblici territoriali o nazionali ovvero da privati e da contratti con privati dello stesso ente pubblico, i cittadini reagiscono fondando un comitato di protesta e di proposta che però a volte non trova un canale di ascolto “politico” dentro ai ruoli tradizionali di rappresentanza e di delega, le strutture civiche devono essere ascoltate non perché rappresentino qualcuno, ma perché sono qualcuno, in quanto cittadini che si prendono cura del patrimonio e possono esercitare il diritto di accesso agli atti pubblici come portatori di interessi meritevoli di tutela, possono verificare ad es. i bilanci come quello dell’Arsenale di Venezia e quindi controllare eventuali forme di corruzione,  trovandosi  l’opposizione di personaggi politici che gestiscono la cosa pubblica spesso in maniera da trarne vantaggi privati, i quali vedono una minaccia, a loro volta, alla loro influenza.

Le comunità creano legame tra le persone superando delle solitudini cagionate dalla società individualista, le stesse comunità però possono regredire e diventare clan, mafie, se un leader le condiziona e gestisce  pure posizioni di potere sostituendosi alla influenza del politico.

Ogni individuo nella comunità perde qualcosa di sé stesso in favore del gruppo che può diventare collettività se non si sclerotizza in pratiche subdole e deformanti, più difficili a volte da scoprire e combattere, così come un frate nel monastero perde qualcosa della sua personalità per riaverla più grande nella “spiritualità comunitaria”.

 

LA MEMORIA DELLA RESISTENZA NEL TREVIGIANO/2

C’erano quelli più inquadrati nel PCI ad es. e tanti altri poco alfabetizzati con scarsa cultura e coscienza politica che avevano una ideologia più confusa, genericamente comunista, ma anche ribellistica alla Robin Wood che finirono in qualche caso, a far razzia ai miseri contadini stretti dalla fame, come lo facevano i nazisti.

La cultura borghese invece vedeva la guerra di resistenza come continuazione del risorgimento ottocentesco: Garibaldi, Mazzini ma anche Cavour e Vittorio Emanuele II° (con i liberali e i monarchici) Garibaldi era stato spinto più in là, con la camicia rossa era anche il simbolo del comunismo, ma piano piano anche il PCI nelle sue commemorazioni del dopoguerra si accodò a queste motivazioni risorgimentali con qualche piccola variazione di contorno, relegando la soggettività popolare a qualcosa di anarcoide e irrazionale.

La soggettività popolare era stata ignorata e rimossa con un certo fastidio dalla narrazione storica.

Vanzetto appunto parla di altre motivazioni cancellate, e meno sussidiarie delle motivazioni definite dalla classe dirigente e dalla storiografia ufficiale, quest’ultime sovente consolatorie e discriminanti, inficiate da pregiudizi.

Questo voler disconoscere la soggettività polare al di fuori dell’egemonia borghese che lotta contro certi pregiudizi culturali, può voler dire in definitiva, il bisogno di contrastarla rimuovere delle tesi e dei libri che la contengono (dello stesso Livio Vanzetto) quasi un “mobbing intellettuale” di cui è stato vittima.

Sta di fatto che la storiografia più accreditata non vuole dare altre motivazioni alle vicende storiche di cui si parla, (magari integrarle) ….. una scelta politica o un silenzio strategico?

Più di qualcuno (Girolamo Arnaldi, storico) dice che non è opportuno parlare e riconoscere la soggettività popolare che quindi deve rimanere subalterna alle classi agiate, tra le quali comprendere anche quelle intellettuali di sinistra.

Noi registriamo – dice Vanzetto – una forte partecipazione dei contadini alla Resistenza, ma siamo fermi ancora al saggio di Angelo Ventura del 1975 che oggi appare sconcertante, solo 20 pagine appaiono pertinenti al titolo FAMIGLIA PATRIARCALE e CIVILTA’ CONTADINA.

Giuseppe Gaddi un esponente del PCI fu il più lungimirante, contestò nel ‘75 i storiografi di non aver saputo capire l’apporto dei contadini alla lotta dei partigiani come se avessero avuto dei pregiudizi di classe: “il contadino ignorante… che parla male, da correggere sempre e un po’ umiliare quando si esprime”.

Se vediamo il libro di Elio Fregonese su I CADUTI TREVIGIANI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE 1943-45 scopriamo che il 95% ha appena la quinta elementare, tanti la terza e più di qualcuno analfabeta e oltre ad esserci tanti contadini, curiosamente ci sono anche tanti meccanici che a quell’epoca costituiva una professione poco sviluppata, del futuro.

D’altro canto VENETICA rivista di storia, parla di una chiusura della società contadina verso l’esterno dove la paura della miseria (bastava anche un raccolto per perdere tutto) la costringeva a tutta una serie di atti di difesa, di “patronage” una ricerca in sostanza di protezione sociale, patronage che rappresentava la tutela di quel mondo economicamentei facile, i patroni di 1° e 2° grado costituivano una struttura di controllo del mondo contadino.

Bisognerebbe studiarsi i verbali dei consigli comunali del dopoguerra e capire il consenso alla Dc che ripeteva ciò che era avvenuto negli anni 20 con la Leghe Bianche, ai tempi del Conte Girolamo Marcello e Ottavio Dinale un amico di Mussolini, come lui massimalista.

Tra il ‘43-45 sono i nazisti al governo e le brigate nere, non erano più tutti i fascisti, molti si erano eclissati e ritirati qualcuno però parlava e informava e costituiva il popolo delle spie che rimaneva dietro le quinte per non compromettersi.

Le comunità contadine erano autonome all’inizio del Novecento proprio perché non leggevano la stampa e non sapevano niente di ciò che succedeva, non erano integrati e conservavano comportamenti e riti antichi e una sapienza che non aveva niente a che vedere col nuovo Stato che stava integrando i ceti popolari e l’effigie del re lo vedevano nei francobolli .

In quegli anni tra il ‘43-’45 Il sacrificio dei partigiani e dei patrioti suonava come riscatto rispetto alle colpe del fascismo e anche come alibi per non fare i conti col proprio passato.

La memoria ufficiale della resistenza non “identifica” oltre il 30% dei cittadini, è una memoria appunto ufficiale mentre è presente l’ostilità popolare della resistenza nella società rurale veneta.

I contadini si trovavano speso isolati, avevano paura di tutte le avversità e le miserie della vita sapevano di essere fragili, bastava poco per non mangiare e quindi in loro c’era la ricerca del PATRONAGE, una specie di protezione contro la malasorte anche contro gli eventi negativi.

Le casse rurali parrocchiali, anche se si manifestava rancore verso le Autorità legate alla Chiesa, avevano bisogno di quelle stesse autorità, c’era anche una confusa voglia di rivalsa, di riscatto.

Dopo il ‘43 ben pochi decisero di aderire alla Rsi (Repubblica Sociale Italiana), molti rimasero alla finestra, ma un buon numero scommise sulla resistenza partigiana e i capi partigiani erano i nuovi “patroni” con loro c’era la speranza di vivere meglio e uscire dai lavori più umili.

Primo Visentin (Masaccio) è un partigiano figlio di contadini che però si è laureato e politicamente aderisce al Partito d’Azione, è  un intellettuale e uno dei capi partigiani e come Ermenegildo Pedron avverte il nuovo che avanza, però verso la fine della guerra il clima cambia, i poteri cambiano, lo stesso Masaccio ha la sensazione di essere emarginato, ci sono dei contatti segreti con i fascisti per garantire a loro  l’impunità in cambio di un appoggio nell’azione di stabilizzazione e di controllo sociale, Visentin è contrario: “nessuna transazione con le Brigate Nere” o la Decima Mas accozzaglia di ladri e delinquenti” -afferma –  e come Pedron è intransigente, per questo Visentin viene assassinato nel pomeriggio del 29 aprile ‘45, la stessa sorte era toccata a Toni Adami a Valdobbiadene nel marzo del ‘45, costui cercava di coniugare il cristianesimo col marxismo su posizioni pacifiste, un avvocato che si muoveva in quei luoghi senz’armi,  anche l’avvocato Edoardo De Bortoli (Carducci) fu ucciso a fine aprile in uno scontro con i tedeschi i quali subito dopo si arrendevano alle forze partigiane, Luciano Dal Cero “Paolo” e altri, tutti caduti negli ultimi giorni di resistenza, poco prima che arrivassero gli americani, in circostanze mai pienamente chiarite (Giacomo Chilesarti, Giovanni Carli, Attilio Andreetto, Pietro Maset).

Tutti i veri partigiani quelli puri e intransigenti, finiscono all’estero perché danno fastidio al processo di stabilizzazione del vecchio potere, e proprio per questo tanto malvisti, i puri quando non emigrano e rimangono, se ne devono stare zitti per paura di ritorsioni.

Se dopo il 25 aprile i partigiani gestivano il potere locale in carenza di autorità statale col favore dei parroci, pian piano questi ultimi diventano superpartes e distaccati mentre gli impresentabili riescono a ritornare e prendersi i posti di responsabilità isolando i partigiani, tanto che già alla fine del ‘45 il viceprefetto, l’azionista Gallo denuncia “la deleteria mentalità fascista che intossica tutte le attività” e il cambiamento dura quanto il governo Parri: pochi mesi.

Alla fine anche i più scontenti cercano di integrarsi in quel ritorno di “patronage clericale” e tendono a rimuove le esperienze resistenziali e le velleità di rinnovamento, solo i più compromessi con la lotta antifascista furono costretti ad andarsene in altri luoghi e in altre città.

LA MEMORIA DELLA RESISTENZA NEL TREVIGIANO

FILIPPO FOCARDI – LA GUERRA DELLA MEMORIA: LA RESISTENZA NEL DIBATTITO POLITICO ITALIANO DAL 1945 AD OGGI – Ed. Laterza 2005;

ELIO FREGONESE CADUTI TREVIGIANI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE 1943-1945-Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea della Marca Trevigiana -1997 (efc);

ANTONIO SERENA – I GIORNI DI CAINO – Il dramma dei vinti nei crimini ignorati dalla storia ufficiale – Panda Edizioni, 1990

GIROLAMO ARNALDI – STORIA DELLA CULTURA VENETA (volumi e epoche varie)

ANGELO VENTURA – INTELLETTUALI CULTURA E POLITICA tra fascismo e antifascismo – Ed. Donzelli 2017

LA MEMORIA DELLA RESISTENZA NEL TREVIGIANO

Presso l’Istresco di Fiera, il 2 novembre è avvenuto questo incontro con lo storico Prof. Livio Vanzetto.

Noi sappiamo che la memoria è viva quando sono vivi i soggetti che l’hanno prodotta, ma col passare del tempo anche i ricordi si affievoliscono e l’oralità tende a scemare, solo le parole scritte possono rappresentare ciò che è avvenuto, i fatti, e le tante interpretazioni che hanno prodotto libri, ma ci può essere anche la memoria audiovisiva sulle vicende della Resistenza.

Le memorie sono tante, quelle dirette, quelle indirette, per sentito dire, scorrono nel tempo perdendo il sentimento che le ha prodotte, e intanto si perde il senso della società che ha generato dette vicende, tutto cambia velocemente anche i pensieri della gente che si allontanano e rimuovono fatti e circostanze fino al punto che qualcuno dice che non c’è stato, quel tal avvenimento sarebbe solo il parto di una fantasia “fissata”, allora quando i fatti tremano ci si attacca ai dati, si snocciolano solo freddi dati quasi sempre di morte, che non ci aiutano a capire i perché della rimozione, per fortuna però che parla anche la memoria visiva, (Eisenhower disse ai suoi nei Campi di Sterminio appena liberati, di fotografare tutti quei morti accatastati, perché un domani avrebbero detto che non era vero) solo nei secoli precedenti quando funzionava soprattutto l’oralità tutto si disperdeva salvo per qualche documento scritto, qualche incartamento polveroso a volte di difficile lettura, che veniva alla luce, oggi però nella società massmediologica produciamo tanta di quella memoria, tante immagini, foto, che è impossibile dimenticarci, anzi forse ci ricordiamo troppo.

Quasi tutta la società veneta e trevigiana in particolare nel ‘45 si era schierata con la resistenza, sia l’alta e media borghesia, il popolo e gli operai, anche la campagna o una sua parte preponderante si era schierata con i partigiani, però dal ‘46 cambia tutto, – ci dice Vanzetto – i valori partigiani vengono denigrati, anzi in vaste aree di campagna si registra il rifiuto della stessa Resistenza, cosa era successo, come mai questo ritorno ad un mondo reazionario e clericale?

Nelle stesse aree per il Referendum Costituzionale del 2 giugno ‘46, aveva prevalso la Monarchia (come al sud Italia), anche con altissime percentuali, mentre la Repubblica vinceva nei centri urbani, per cui il vento del Nord aveva al suo interno delle zone in cui non soffiava.

Quaranta anni dopo, ecco il libro di ANTONIO SERENA “I Giorni di Caino” (una revisione di destra) storiograficamente inattendibile, (una memoria viva ma non condivisa) vende migliaia di copie parlando male dei partigiani e della loro violenza, come se le Brigate Nere e la Decima Mas fossero angioletti vittime dell’odio partigiano, e le torture da loro perpetrate (che arrivavano a togliere gli occhi delle vittime) non ci fossero state, quindi un rovesciamento della realtà esistente, con una verità di parte che faceva a pugni con tutta la storiografia presente, c’era una sorta di ostilità-omologazione massmediologica di contenuti “revisionisti” e siamo negli anni ‘90, ma già la classe contadina nel dopoguerra – come abbiamo detto – aveva dimenticato e rimosso la guerra partigiana a cui aveva aderito sin dal principio, promuovendo sul campo certi suoi capi molto vicini a questa classe, anche come origine.

Molti partigiani che volevano il cambiamento, combattevano non solo per la libertà (in sé un ideale borghese) ma anche per un altro tipo di società dove questa libertà si potesse manifestare pienamente, un’altra Italia che potesse avvicinarsi al mito della grande Russia, c’era però tanta confusione e semplificazione e nell’immediato dopoguerra vedendo il ritorno al potere di personaggi compromessi col regime molti partigiani se ne andarono indignati, fuggirono all’estero, emigrarono, mentre il filone filosovietico si svaporava a poco poco, in base al principio del socialismo in un solo paese, e quindi solo quello russo, le armi nascoste, dovevano essere restituite e i membri del PCI cercavano di convincere i più ritrosi che non volevano entrare nella categoria degli ex combattenti, una categoria quest’ultima che nella prima guerra mondiale costituisce la nervatura dell’ideologia fascista, gli ex combattenti partigiani potevano farlo per quella comunista e ci fu anche l’occasione dell’attentato a Togliatti, ma se c’era qualche tentativo di ribellione tra gli operai, i contadini trevigiani secondo Vanzetto costretti com’erano dalle necessità economiche, cercavano già delle “protezioni”, “patronati” per sopravvivere alla atavica miseria, avevano cioè rivolto le spalle alla speranza di un qualche cambiamento.

Anzi dal dopoguerra per oltre 50 anni il Paese pensò allo sviluppo economico mentre la lotta partigiana aveva trovato posto tra i simboli istituzionali, in primis la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948, della continuità col patriottismo risorgimentale dove spesso vinceva la retorica dello “sprezzo del pericolo” alimentata anche da un Partito Comunista che non voleva approfondire la complessità di una Resistenza che aveva tante sfaccettature e motivazioni.

Il rischio era che la stessa Resistenza potesse perfino sfuggire agli schemi della sua prassi politica immediata, antidemocristiana, ma prudentemente occidentale per l’effetto delle sfere di influenza, una linea strettamente di partito che assorbe nella quotidianità le differenze che vengono relegate sempre più in là, a un domani quando si vincerà le elezioni, al di là delle parole ancora rivoluzionarie, la “linea” politica indugia sempre più verso un riformismo radicale che sta al posto di una “rivoluzione proletaria” ormai sbandierata solo alle feste dell’Unità, di fatto accettando la coesistenza pacifica, mentre si tende a rimuovere la storia della resistenza in quanto “presenza di un gran numero di irregolari”, che magari avevano fatto la lotta senza una coscienza politica sviluppata, e premiando invece quei partigiani obbedienti alla linea politica facendoli diventare dirigenti, che avrebbero dato lustro allo stesso partito.

Tutta una serie di problematiche erano rimaste sottotraccia quasi escluse dalla storia, al punto che si parla anche di una guerra della memoria (Focardi) e di lotte intestine tra i partigiani distinguendo quelli più vicini ai partiti come la Dc, liberali e monarchici (di soliti chiamati attendisti) e quelli unitari Azionisti, Socialisti Repubblicani e Pci più “azionisti” e vicini al comunismo garibaldino e altri gruppi chiamati spesso bande, più ribelli e istintivi.

 

LE MURA DI TREVISO – CONVEGNO 14 OTTOBRE 2017 ateneo di Treviso

Treviso è sempre stata cinta da mura, è solo a partire dall’epoca napoleonica che ci sarà il declino: non ci sono più assedi, i cannoni diventano di lunga gittata.

Oggi le mura sopravvivono solo come elemento storico e turistico però secondo qualcuno, non dovrebbero ospitare concerti fracassoni estivi.

Degli studiosi si avvicendano e tengono relazioni, introduce l’avv. Riccardo Mazzariol dell’Ateneo di Treviso: le mura non sono solo un patrimonio storico, ma riguardano anche il nostro futuro, i trevigiani però sanno poco delle mura, dei suoi percorsi sotterranei , delle casamatte ecc, e lo scopo è anche quello di farle conoscere con il libro collettaneo dal titolo: “LE MURA DI TREVISO – Da frà Giocondo ad oggi, un viaggio lungo 500 anni” per i tipi di Chartesia Ed.2017.

Bruno De Donà introduce i vari relatori, inizia il sindaco Giovanni Manildo accennando a Treviso capitale della cultura nel 2020: le mura ci inducono ad alzare lo sguardo in alto e osservare il confine come soglia da oltrepassare, non da dividere, luogo quindi per potersi aprire sempre di più consapevoli della ns identità.

Ferdy Hermes Barbon studioso di simbolismi medievali così come nel Fondaco dei Tedeschi a Venezia ha rilevato alcuni segni, lo stesso è stato fatto per Ponte della Pria (ponte di pietra dove il Botteniga giunge in città superando le mura e dividendosi in tre cagnani). E’ importante osservare il linguaggio delle immagini e gli studi gliptografici.

Frà Giovanni Giocondo l’architetto che avrebbe progettato le nuove mura del ‘500 di Treviso più capaci di difendere la città con l’innalzamento di alcuni bastioni, risulta un personaggio, quasi sconosciuto. Si sa solo che era originario di Verona e comunemente definito “un architetto senza architettura”, dava solo indicazioni, ha lavorato in Italia e in Francia, ci sono documenti che lo riguardano nella Biblioteca Civica di Treviso, lui era stato assoldato dalla Serenissima non solo per la costruzioni di fortificazioni, ma anche perché c’erano problemi nella laguna indotti da un progressivo interramento della stessa causato dal fiume Brenta.

Da subito predispone le difese nell’entroterra veneziano, ma dopo il 1511 scompare dai documenti, si può ipotizzare un suo allontanamento da Treviso a causa delle proteste insorte dalle nuove spianate necessarie alla difesa e fortificazione della città che nella parte est della stessa, nei pressi di Madonna Granda, aveva distrutto monumenti storici e conventi.

La spianata per le nuove mura difensive doveva sacrificare degli immobili troppo a ridosso delle stesse, nel periodo in cui abitava a Treviso il frate era ospite nel complesso connesso alla chiesa di San Francesco.

Non tutti gli storici sono d’accordo su Frà Giocondo, sulle sue precise responsabilità dei lavori di fortificazione, fino ad arrivare a posizioni negazioniste, di chi affermava che il frate in parola non centrava niente.

E’ conservata una mappa di Treviso nella biblioteca di Firenze datata 1549 con le misure dei torrioni e delle porte, altra mappa antica è stata disegnata nel catasto napoleonico, in questa maniera si possono vedere tutti i torrioni della città fortificata, alcuni sono stati successivamente abbattuti

In seguito Frà Giocondo fu chiamato da Giulio II° a Roma per altri incarichi e probabilmente è deceduto nella città eterna, però non si sa dove sia seppellito.

La Gliptografia è lo studio dei segni pratici degli , ad esempio possiamo notare delle targhe a Ponte della Pria, pezzi di queste targhe sono stati abrasi dal tempo, ma si riconosce nella prima targa una scrittura incisa con un chiodo sulla calce fresca: un certo Promo D’Arezzo e la data del 1520 (si presume di fine lavori). Nella seconda targa viene chiamato come “Missère Promo D’Arezzo faecit” e nella sesta targa si cita la fine lavori con la rituale ganzega o zanzega sempre da parte di Promo D’Arezzo da Venetia.

Molti sono i segni dei tagliapietra, ad esempio anche nella porta San Tommaso abbiamo scritte abrase.

La seconda relazione è quella di Andrea Bellieni e si incentra su un programma di restauro – recupero, ci fa sapere che col doge Gritti vengono aggiornate le fortificazioni della Serenissima, apportando delle migliorie, delle innovazioni tecniche, a questo proposito la stessa si avvale di un grosso architetto: Michele Sanmicheli.

L’architettura militare era in continua trasformazione e le stesse mura medievali fortificate da Frà Giocondo ovvero D’Alviano (un generale condottiero) che si dice fosse (secondo alcuni) il vero ristrutturatore delle medesime, in quanto le precedenti erano diventate obsolete contro le nuove armi messe in campo, per cui l’innovazione tecnologica risultava fondamentale per non perdere le guerre.

Il relatore accenna al bastione di San Nicolò sugli anni ‘20 del 500 che era in grado di fermare gli attacchi dall’esterno grazie a tutte le innovazioni messe in campo, intanto Venezia ha recuperato i territori perduti grazie all’alleanza con Francesco 1° di Francia, mentre il doge Gritti tenterà una politica di equilibrio rispetto all’impero turco, anche se qualche anno dopo nel 1538, perderà la Morea (i suoi territori) per l’ambiguo comportamento di un condottiero come Andrea Doria.

Esigenze di “securitas” fanno si che Francesco Maria della Rovere diventi il nuovo governatore generale delle milizie venete, lui è originario d’Urbino.

Michele Sanmicheli era veronese come Fra’ Giocondo e da esperto di architettura militare avrà numerosi incarichi da parte della Serenissima, per la difesa delle postazioni strategiche, si occuperà anche di Treviso cn la costruzione dei bastioni, casematte, piazzaforti, cortine e tutto ciò per la difesa della città dalle incursioni nemiche.

Un’altra opera che pescava nell’antichità era “De Architectura” di Marco Vitruvio Pollione fu una opera in latino, tradotta proprio in quegli anni tra gli altri, da Daniele Barbaro, (precedentemente era stata tradotta anche da Fra’ Giocondo) con aggiunta di vari disegni, e tra questi troviamo un’altra pianta di Treviso dove si individua una cittadella tra i bastioni come punto di difesa per la sedizione interna, fronte sul Sile verso porta Altinia, (la strada per Venezia) era un bastione pentagonale con mura scaligere rivolte verso San Teonisto, la progettazione è del 1538-39 ,il bastione si chiama di Castelvecchio.

E’ la volta di un altro relatore, Simone Piaser architetto, appassionato di archelogia e quindi della cinta sotterranea che si sviluppa anche attraverso una evoluzione della forma cn i bastioni circolari, secondo i dettami di un pittore e architetto del tempo: Francesco Di Giorgio Martini, ci sono a questo proposito esempi di città come Corinaldo (Ancona)col suo bastione poligonale la casamatta, Gradisca col suo torriore d’Angolo, il torrione di San Tomaso col caminamento sotterraneo e sempre a Treviso il bastione poligonale di Santa Sofia a sud-est.

Un trattato importante è quello di Roberto Valturio (1405-1475) dal titolo DE RE MILITARI sull’arte militare.

Le due porte di Tv sono “fuori dal comune” e costruite tra il 1517-1518, quella di San Tomaso purtroppo ha subito lavori per parcheggi sotterranei che hanno distrutto i camminamenti. Piaser si raccomanda: occorre per il futuro la creazione di un piano di tutela integrale delle mura, dicendo nel contempo no ai parcheggi sotterranei del pattinodromo e questo deve essere chiaro! Come a dire: se qualcuno non se lo ricorda, se lo scriva!

La parola poi passa a Steno Zanandrea che ci intrattiene sui progetti ottocenteschi che mirano a demolire le mura in quanto ostacolo al concetto di modernismo, si creano i varchi e barriere tagliando pezzi di mura anche se fino al 1851 tutto era ancora rimasto come nel ‘500, inalterato, con le due porte rinascimentali, dopo nel 1851 vediamo il primo varco per l’accesso alla ferrovia diretto alla stazione, l’attuale via Roma (forse perché grazie al treno si poteva andare a Roma) poi successivamente (1857, 1864, 1906) abbiamo altri varchi e barriere Carlo Alberto a est, ci sono un varco ad ovest, un varco a nord, la barriera Calvi la barriera Fra’ Giocondo – Santa Bona Ex raffineria Zuccheri in città giardino piano regolatore del 1919, varco Manzoni, varco Piave, Santa Margherita, varco Filippini, 1933, Caccianiga, 1934, Bortone Gas, Gazometro.

Porta Altinia già nell’1800 è in uno stato di degrado, viene venduta nel 1869 a certo Lorenzon, a vedere il Comune si poteva pure demolire, eravamo negli anni ‘80 dell’Ottocento, per fortuna c’erano contrasti tra Demanio e lo stesso Comune però i sindaci di allora (come i sindaci di oggi) , stavano facendo grossi danni perché mancavano di prospettiva politica, non vedevano il futuro ed erano invece tutti concentrati nell’immediato e nei soliti problemi di sviluppo economico.

Una figura centrale dell’epoca fu Gian Giacomo Felissent, sindaco di Treviso e parlamentare, si battè per la costruzione della linea ferroviaria militare Treviso-Ostiglia che venne completata solo negli anni quaranta, cmq volle realizzare un ambizioso sistema tramviario, tenterà di dotare la città del primo piano regolatore. Era contro una certa inerzia che voleva combattere da posizioni progressiste, ma la sua attività venne soppiantata da Appiani e si trovò isolato politicamente al punto da andarsene a Milano e morire l’anno successivo non ancora sessantenne.

Nell’800 le due porte rinascimentali con l’influenza avuta dal risorgimento, si chiamavano Porta Cavour oggi Santi Quaranta e Porta Mazzini oggi San Tomaso.

In zona est a ridosso della mura avevamo anche un’attività legata ai bacchi da seta, una stagionatura di bozzoli, esisteva allora un progetto di riqualificazione del versante Nord e un progetto di trasformazione delle mura della città che dovevano essere rase al suolo.

Registriamo ancora un progetto Maglietta in zona San Tomaso e la zona est e un mercato all’ingrosso.

Passiamo a Umberto Zandigiacomo che parla di ambiente, conservazione, patrimonio storico- ambientale: “le mura stanno male ma potevano stare peggio a sentire le opere demolitorie in fieri”. Poi ci dice che sono patrimonio dell’Unesco certe opere di fortificazione del 1500-1600 e parliamo di “spianata, controscarpa, terrapieno, strada interna, fossato”, sia di proprietà pubblica che privata, che si trovano a Bergamo e progettate dall’ingegnere della Serenissima, Missère Cataro (1537-1623), molte altre opere della Laguna Veneziana hanno subito troppe variazioni per potersi fregiare di questo termine, così pure l’Arsenale.

Tra Varco Filippini e Fra Giocondo esisteva un vecchio mercato ortofrutticolo 1934-50, sostituito da un pattinodromo, attualmente parcheggio, è rimasta una casetta in piedi contornata da una ringhiera in ferro di dubbio gusto, infine il relatore auspica un piano graduale di restauro delle strutture storiche e del verde.

E’ la volta di Marina Tazzer assessora del Comune di Treviso nella giunta Manildo a dire la sua, da urbanista, parla del ruolo delle mura nel contesto urbano, dei bastioni a torrione, del castello e dello smantellamento di sue parti ai primi dell’800: milioni di pietre che sono state utilizzate per la costruzione di case e se qualcuno non poneva dei limiti sarebbero state letteralmente “mangiate” da nuove abitazioni, c’è anche una sdemanializzione e conseguente privatizzazione in atto.

Ci parla di vari progetti, all’inizio del ‘900, di ingegneri come Gregori e Carlo Pozza, progetti che avevano tutti in comune la soppressione delle mura come ostacolo allo sviluppo della città, (quindi bastava che ci fosse un pazzo, un Berlusconi di quei tempi per progettare una Treviso 2 con tanti bei condomini in mezzo al verde) ma per fortuna non hanno avuto seguito e poi dobbiamo pensare agli intenti speculativi di un Maglietta che voleva creare altre strutture per la difesa della città, in quanto esperto di fortificazioni e siamo arrivati al presente con un piano regolatore del ‘74 che è durato per 40 anni fino al 2014, (Piano Amati la cui prima stesura è del ’64, dal nome di un ingegnere goriziano morto nel ’77) mentre il PRG (piano regolatore generale) attualmente vigente e il PP (piano particolareggiato) ci parlano di massima tutela con il ricorso al restauro scientifico per gli edifici in corrispondenza del sistema murario.

Il PRG attuale è  quello più avanzato assieme ad un PAT (piano di assetto del territorio)  e un piano di interventi con 14 ctg di conservazione di natura storica, (abbiamo tutta la conservazione auspicabile e immaginabile) recupero delle strutture murarie là dove c’era un tempo  anche la fabbrica del ghiaccio.

Si parla di restauro e recupero delle mura con la bellezza di 1985 proposte operative e progettuali di restauro conservativo e filologico, piste ciclabili e ponti lignei nelle interruzioni del sistema murario per coprire i varchi, (quindi hanno lavorato gratis) per valorizzare una città piena di bastioni quello del Castello, quello degli Spiriti, della Morte vicino al liceo Canova, di San Marco con ripristino delle sorgive, un progetto da 50 milioni di euro che implica anche la ristrutturazione della Cannoniera , visti gli sprechi di soldi pubblici un progetto del genere si deve attuare se non altro per incrementare il turismo….insomma un piano tira l’altro ma è meglio andarci piano.

 

COME SALVAGUARDARE GLI ANTICHI MESTIERI E L’ARTE DELL’ARTIGIANATO VENEZIANO?

Questo è il convegno promosso da una associazione EL FELZE dal nome della “copertura nera” contro la pioggia, delle gondole sempre più in disuso al giorno d’oggi.

Il luogo non poteva che essere l’Arsenale con le sue fucine d’altri tempi “le forge” dove si costruivano le navi della Serenissima, un grande cantiere  da rivalorizzare nella riscoperta degli antichi mestieri.

Il progetto si chiama Athena, dea Greca (Minerva a Roma) che tra le altre cose proteggeva il lavoro artigianale e riguarda la trasmissione di antiche manualità ai giovani come continuità di saperi.

Al centro di tutto il discorso ci sono le botteghe artigianali sempre più ridotte come numero per la concorrenza spietata dei cinesi, dall’altra parte ci sono giovani senza lavoro, in svantaggio sociale che potrebbero essere coinvolti e lo scopo del progetto è quello di sviluppare una rete di economia coooperativa nell’ottica dell’inclusione sociale che sappia anche apportare innovazione e costituire un laboratorio in 3D, tutte cose che richiedono l’impegno delle associazioni ma anche delle istituzioni politiche.

MARTINA TURCHETTO

Si dovranno selezionare 5 allievi motivarli ai lavori manuali di alto artigianato, quello artistico per intenderci, 640 ore da utilizzare in varie sedi e luoghi (Arsenale, Marghera, Venezia – Centro Storico).

Come sarà strutturato questo percorso? Con maestri d’arte che accompagneranno questi cinque allievi insegnando loro a sviluppare un’attività autonoma, ci sarà un workshop finale e l’inserimento produttivo; lo scopo è anche quello di creare un ambiente proficuo intorno alle botteghe, l’augurio è che anche l’Arsenale con la sua grandezza, diventi un centro per le attività artigianali di alto livello.

SAVERIO PASTOR

Quante figure artigianali intorno alla gondole: squerariòli, remèri, fondidori, intagiadori, indoratori, fravi, calegheri, sartori, tutti nomi stampati nei ponti, nelle calli, nei sottoporteghi di Venezia.

Si parla di valorizzazione, di marchi, di marketing endogeno ed esogeno, di costruire una rete del patrimonio materiale, di una filologia del restauro, di un museo delle arti e mestieri tutto intorno all’artigianato d’arte, puntare sulla qualità dei prodotti e non al ribasso quando le Pubbliche Amministrazioni ordinano un lavoro e anzi bisogna chiedere all’Amministrazione pubblica sgravi e deroghe. E’ questo l’ambiente consono dove può svilupparsi un momento virtuoso e un “centro commerciale” in centro e non nelle periferie, tutto questo però si scontra con l’eccessivo moto ondoso causato da un trasporto irrazionale basato su un business di immediato richiamo, no quindi al passaggio delle grandi navi, si alle imbarcazioni tradizionali, bisogna ritornare a fare nell’Isola di San Servolo i corsi di alto artigianato con partecipanti provenienti da tutta l’Europa. Anche il Vetro di Murano è in decadenza, c’è sì una scuola, un museo, un consorzio, un marchio, c’è tutto, però mancano i giovani, comunque bisogna che più artigiani si mettano insieme e trasmettano la loro esperienza, poi c’è ancora il Tessile a Venezia, (Bevilacqua e Rubelli) i telai seicenteschi, il merletto che ha bisogno di sostegno e certificazioni per non perdere la tradizione, i mascherari, i bocalieri.

ALESSANDRO ERVAS

Fabbro d’arte, restauratore di metalli, l’artigiano è come l’albero nell’ambiente, può deperire o crescere, molto spesso l’arte del ferro battuto è sconfitta dai prezzi, cosa vuol dire essere competitivi sul mercato con le fabbriche in China? Cosa vuol dire che il mercato premia i migliori? Venezia è una grande palestra, è la nostra storia più che lo slogan dell’innovazione Venezia ha bisogno di un rigore nel restauro, i palazzi veneziani sono opere corali, necessitano di tanti apporti, se la società non capisce il lavoro artigiano dove anche le cose più minute sono fatte ad arte, dove anche le cose che non si vedono sono curate, l’albero diventerà sempre più rinsecchito. Il restauro è un linguaggio bisogna imparare completamente quel linguaggio, ad es. il restauro della PALLA D’ORO con le tecniche antiche ha dato i suoi frutti ed è l’occhio che si avvantaggia.

La nostra innovazione replica Ervas non è la stampante in 3d ma quella di “aggiungere parole ad un linguaggio che già conosciamo, non vuol dire perdere metà del vocabolario che usiamo” (verrebbe da dire come la lingua italiana ormai inglesizzata). Basta vedere il capitello Corinzio di S. Maria della Salute che testimonia una grande esperienza nel taglio e nella decorazione in pietra e poi l’arte orafa di un altare in oro, il recupero deve nutrirsi della capacità di saper guardare come il lampione con le stelle riprese dall’orologio vicino, (nei pressi delle Mercerie), i rosoni della basilica di San Marco dove troviamo tutto l’ornato possibile e immaginabile, le inferriate di Umberto Bellotto, le chiavi della Scuola Grande di San Rocco con stemma e varie serrature originali, chiavi in possesso di tre persone che per rubare qualcosa dovevano essere d’accordo tutti e tre, ci sono tanti marchi nelle costruzioni artigiane ma anche molto più recenti; alcune righe scritte da due muratori che ci illuminano su quanto vale il loro lavoro e infine Ervas parla delle forge dell’Arsenale: “queste forge alimentate a carbone con la nappa a capello del doge riaperte nel 2004 facendo risuonare le incudini grazie anche alla Marina Militare”, siamo nel campo dell’archeomettalurgia e dei fravi.

I temi sono importanti durante questo corso e percorso:

a) il lavoro: punti critici e vantaggi del lavorare in proprio;

b) l’aggiornamento e la progettazione tra tradizione e nuove tecnologie;

c) le comunità come percepiscono il patrimonio culturale e intangibile, materiale.

d) l’apprendistato il ricambio generazionale e la formazione, dal rubare con l’occhio allo stagismo esperienziale, l’abitudine al gesto.

Più che un supporto visivo a tutta questa attività che sarebbe di scarsa efficacia, ci vuole una narrazione per immagini capace di far entrare in profondità nella gente e quindi come forma di comunicazione, la bellezza che si trasmette nel tempo, attraverso degli artigiani che da persone diventano personaggi di una storia infinita (si spera).

 

LE TRE VIE DELL’UOMO/2

Il verso giusto è anche quando ci si mantiene nella giusta psicologia, si percepiscono gli altri, si capiscono i loro caratteri, si entra in sintonia. Si sviluppa una giusta direzione delle cose, si superano tante questioni senza diventare opportunista e soprattutto non si finisce in qualche trabocchetto da cui non si sa più uscire. Il verso giusto è il verso di chi cerca di capire cosa sta facendo della propria vita, in che direzione sta andando, quali sono i pericoli le deviazioni, gli errori che si possono fare, c’è bisogno sempre di autoriflessione ma anche di conoscenza-coscienza, se non esiste questo bisogno di conoscere si viene risucchiati dalla indifferenza e se attraverso la conoscenza non si sviluppa la coscienza, la prima diventa sterile e accademica, esteriore e poco vissuta perché la cultura e quindi la conoscenza deve essere vissuta e quindi conosciuta. Il verso giusto è un verso diverso che ti permette di accentuare la tua diversità di sviluppare la tua individualità anche contro gli altri anche oltre gli altri.

A mio parere ci sono tre tipologie umane:

  1. a) chi ha sviluppato un proprio ruolo;
  2. b) chi è sempre in movimento
  3. c) il tipo sportivo.

Il primo non ha grandi fantasie, non ha sviluppato grandi dimensioni di sé, è rimasto un pecorone con qualche impeto ogni tanto, ma fondamentalmente non è mai uscito da un binario anche quando questo era morto. Usando un ossimoro e’ un tipo di un grigiore brillante

Chi ha sviluppato un proprio ruolo è una persona viva in continuuo cambiamento che cerca di adeguarsi alle situazioni e imparare dalle cose

Il tipo sportivo invece è un abitudinario degli orari ma ha una grande disciplina dentro di sé, ha un qualcosa di militare non gli interessa molto la complessita sociale.

Ecco l’uomo appiattito è tra il tipo sportivo e quello che ha sviluppato un proprio ruolo

Il percorso del verso giusto appartiene più alla sfera dell’uomo in movimento anche se qualche volta per mancanza di intelligenza il movimentista prende il verso sbagliato.

 

LE TRE VIE DELL’UOMO

Da tutti gli infiniti discorsi orali o scritti di saggezza umana, i tre percorso più frequenti nell’esistenza umana sono:

  1. Il percorso dal verso sbagliato;
  2. Il percorso dell’appiattimento e dell’indifferenza;
  3. Il percorso dal verso giusto.

Cominciamo dal punto 1) il percorso dal verso sbagliato. Succede che la natura umana abbia determinate caratteristiche fisiche, psicologiche funzionali alla propria riproduzione in ambiente ostile, non tener conto da dove si viene, quale sia la realtà che si vive, fa si che molti individui facciano tutto ciò che è sbagliato e che viene disapprovato dall’istinto di sopravvivenza anche quando si dice di voler esaltare il proprio istinto rispetto ad una ”cultura” che lo depriva.

Il verso sbagliato ad es. si prende quando si pensa che la vita nostra sia una continua e grande festa, una carnevalata che non ha mai fine e che tutto sia eccitazione, sentimento e passione. E’ vero che bisogna cavalcare tutto ciò che puo’ farci conoscere meglio la realtà, il mondo, provare le nostre verità per crescere anche dentro di sé e conoscersi meglio e soprattutto per sviluppare il massimo di sé senza “bruciarsi”.

Però sono tanti che percorrono il verso sbagliato pensando che sia quello vero e nei rapporti umani finiscono per fallire quasi tutti, non si accorgono degli altri e rischiano di essere egocentrici, non vedono la direzione delle cose, si intrufolano in situazioni sbagliate e le accentuano e invece di attenuarle, cioè fanno tutto ciò che non dovrebbero fare e finiscono per trovarsi con un pugno di mosche in mano…anche se molti di questi comportamenti sono anticipatori rispetto a ciò che deve avvenire o percorsi artistici che a volte finiscono nell’autodistruzione o nell’emarginazione.

Il secondo percorso in sé è giusto solo che invece di mantenerlo vivo, lo si uccide ogni giorno crescendo in abitudini, conformismi, grigiori. Di per sé la vita non ci esalta nel quotidiano, anche perché è l’infanzia che ha bisogno di stimoli per crescere questo non significa però che non ci debbano essere più stimoli e che ci si annulli sui figli non dando a loro più niente di sé ma accontentandoli su tutto anche perché a volte il dovere diventa tutto sacrificio e dis-piacere.

Per mantenersi vivi e quindi per essere in grado di comunicare qualcosa di vivo ai figli non bisogna rinunciare a vivere o appiattirsi fino al punto di diventare un essere meschino, falso, non autentico, doppio, incapace di un qualcosa che possa essere vero diventando un esempio poco esaltante, non ha coraggio, preferisce il compromesso spesso disonorevole gli manca ogni senso di dignità, prende quello che gli danno e se gli danno meno prende quello, vede gli altri in maniera superficiale tratta tutto rimanendo nell’esteriorità e il fatto di non approfondire può essere letale anche per se stesso, non si accorge dell’ambiente intorno a se, di ciò che mangia, non si interessa alla politica se non per avere un interesse immediato, un favore, uno scambio, tutta la vita la considera uno scambio, una convenienza, non si esce da una certa ristrettezza fino al punto che ogni cosa ha un suo valore economico e fuori da quel valore non esiste niente, è un tipo anafettivo, non riesce a provare grandi emozioni, sentimenti, passioni, e l’unica passione un po’ irrazionale diventa uno sfogatoio, il calcio della domenica, parla per ore di cose che non sanno di niente di un argomento sterile e vuoto, si riempie di parole inutili. E quando diventa vecchio si attacca ai soldi.

Il percorso del verso giusto è quel percorso che ci permette di crescere e di arrivare a dei risultati positivi in cui si ha la percezione di questo sviluppo mentale, di non andare a vuoto, di raccogliere ciò che si semina.

GUSTI REGIONALI E TENDENZE DI COSTUME

Una ricerca di «Link» rivela le preferenze per aree geografiche. E alcune strane antipatie: lo sport per i liguri, i film per i piemontesi, la cultura per i siciliani. Seguendo i tasti del telecomando si può scrivere la storia del costume AUDIENCE Lo studio di 20 anni di rilevamenti che hanno riguardato ogni genere di spettacolo.

In fondo è impossibile negarlo: come sia davvero l’Italia si capisce anche dalla televisione. E no, non è la solita battuta da antiberlusconiani che grondano disprezzo a prescindere. Qui si parla di chi guarda cosa in tv e come ha cambiato gusti negli ultimi vent’anni di programmazione, dall’asservimento al cinema fino
all’esplosione del «factual», ossia il contrario della fiction. Una autentica mappa sociologica. Perciò «Decode or die», la cover story di Link , il periodico di comunicazione televisiva diretto da Marco Paolini che uscirà a maggio, è come il Diario di un viaggio in Italia di Stendhal, insomma la foto appassionata e acuta della situazione di un Paese, regione dopo regione. Solo che lì l’occhio era quello di un romanziere. Qui l’analisi è invece tecnica, frutto di vent’anni di Auditel, script, download e, oltretutto, aiutata all’infografica nel decodificare una quantità sterminata di dati. Ecco qui (e le sorprese non sono poche). DA NORD A SUD. Per dire, in Liguria lo sport in tv piace di meno mentre i friulani ne vanno pazzi, i trentini si tengono alla larga dai film, ai piemontesi «piasu nen» i telefilm, che non esaltano neppure i toscani e generalmente sono in calo anche al sud. Sorpresa: i reality e i talent piacciono al nord (ai veneti più i talent, ai lombardi più i reality) e al centro molto più che al sud, dove miniserie e fiction non fanno prigionieri. I «factual», i programmi informativi basati su sceneggiatura, spuntano qui e là (bene Lombardia, tragedia in Basilicata e Calabria) mentre l’accrocchio di «cultura e documentari» va bene in Liguria, resiste in Valle d’Aosta, Trentino e Umbria mentre affonda in Sicilia e Abruzzo. Nel complesso, come preferenze assolute, i talent show battono geograficamente i reality. E anche questo è un dato che fa riflettere. CORSI E RICORSI. Gli anni Novanta (vent’anni fa, non duecento) consegnano una tv ostaggio dei film prima visione e, ciclicamente, dello sport. I telefilm americani non esistono e la prima serie apparsa nei primi trenta programmi annuali più visti è Il commissario Rex nel 1998 che però è europeo (oggi gli Usa stravincono). All’inizio dei Duemila, addio cinema
e nuovi equilibri: arrivano i reality, i one man show, la pay tv diluisce lo strapotere del calcio e la fiction esplode: da Padre Pio a Perlasca , da Montalbano a Elisa di Rivombrosa . Nella seconda metà, Celentano, Benigni e Fiorello lucidano ancor più gli ascolti e torna quindi il varietà come a inizio Novanta con Fantastico e Scommettiamo che . GLI SHOW CHE FANNO EPOCA… In vent’anni sono decisamente tre: l’arrivo di Striscia la Notizia , che all’inizio durava sette minuti e adesso circa mezzora, la fiction italiana e il Grande Fratello . L’informazione satirica, quella sceneggiata e quella voyeuristica. E queste tre lenti d’ingrandimento portano in rilievo il microcosmo italiano, e talvolta anche il macro, dentificando aspetti che sociologi e psicologi a volte faticano persino a spiegare. E che di sicuro non erano stati in grado di prevedere. … E QUELLI CHE NON CAMBIANO. Se c’era un morto che camminava per i palinsesti italiani a inizio Duemila, almeno in prospettiva, era il Festival di Sanremo che nel 2004 (conduceva Simona Ventura), nel 2006 (edizione di Giorgio Panariello) e 2008 (tredicseima volta di Pippo Baudo) non sono neanche entrati nella top 10 dei programmi più visti dei rispettivi anni. Però il trend si è invertito e, anche grazie all’onda lunga di Amici e X Factor , gli ascolti sono drammaticamente risaliti al punto che oggi sia per appeal comunicativo che come percezione sociale – è tornato ai vecchi tempi. LA POLITICA. Ma lo sapete che i talk show politici sono più seguiti in Val d’Aosta (primato assoluto) che nel Lazio, dove peraltro c’è l’80 per cento dei palazzi di potere? Il sud è quasi sempre il dieci per cento sotto l’ascolto medio, la Calabria il 15, mentre il Friuli gradisce assai, Liguria, Umbria, Emilia Romagna e Marche sono stabili, mentre Lombardia, Piemonte e Sardegna sono svogliati. E quali sono le «politcstar» più seguite in assoluto? Uno dice: Santoro o Floris o Lerner. Invece no: sono Silvio Berlusconi e Romano Prodi, che con il faccia a faccia televisivo del 2006 in vista delle elezioni politiche poi vinte dalla sinistra hanno stracciato tutti i record. LA TV? UNA METROPOLI. Quando è nata, la tv era un piccolo condominio. Adesso è una metropoli di reti gratuite, a pagamento, digitale terrestre e satellite. I grattacieli, si sa, sono ancora Raiuno e Canale 5 e, giù giù fino a Voce o a Hip Hop Tv, sarà facile perdere l’orientamento ma più divertente fare il giro d’orizzonte.
I PROGRAMMI CHIAVE DEGLI ULTIMI QUINDICI ANNI Al «Commissario Montalbano» (prima serie 1999) con Luca Zingaretti si deve il ritorno della fiction made in Italy Il «Grande Fratello» parte nel 2000, con Daria Bignardi: è un fenomeno di costume che segna l’avvento dei reality «Striscia la notizia» debutta nel 1988.
Diventa subito una corazzata, influente e con ascolti costantemente record
PAOLO GIORDANO
la 24/04/2011 Il Giornale – Ed. Nazionale Pag. 25
(diffusione:192677, tiratura:292798)

WEB: SI PARLA O SI SCRIVE

Dice DI CORI MODIGLIANI che il web agli inizio è stata una portentosa e imbattibile rivoluzione , poi a poco a poco il sistema oligarchico che gestisce la cupola mediatica ha capito che doveva garantirsi da questo pericolo e così ha costruito dei binari sui quali far scorrere la cosiddetta informazione e ritornare a riprendersi la manipolazione. Si perché la libertà nel web senza un minimo di gerarchia è pericolosa senza contare che migliaia di persone possono finalmente esprimersi, qualcuno dice abbassando il livello del dibattito, c’è stata una recente polemica con il grande scrittore Umberto Eco, rispetto ad esempio gli esperti dei partiti che sono crollati come opinion leaders.
Innanzitutto il web funziona molto con la chat, con la condivisione di cose personali o cose curiose, meno con citazioni e filosofie, con tanti video che diventano virali ma perché siano tali devono essere curiosi o insoliti
Oggi chi è fuori dal social vive in un mondo appartato fatto di frutta candita dove si mangia ancora con le dita ujnh cibo passatista e il computer appare come uno strumento del diavolo, ma questo modo di fare appartiene quasi esclusivamente agli anziani che al massimo utilizzano il computer per inviare qualche email o leggere qualcosa sulle malattie e su wikipedia mentre i ragazzi passano ore nella vita virtuale in cui il parlare si confonde con lo scrivere. Si chatta in compagnia scrivendo con un linguaggio però più parlato. Cmq tante cose non si possono spiegare sul web, ci vuole il contatto diretto, la grana della voce, il tono l’espressione degli occhi non si possono sostituire, eppoi le battute possono essere fraintese, molte battute non si possono dire su internet, il linguaggio d internet è un linguaggio ridotto, dimidiato non può essere il massimo di espressione, è solo una porte di espressione poi ci vuole l’esperienza diretta altrimenti si rischia grosso.