2 – A PROPOSITO DI CLASSE OPERAIA E NATURA

A proposito di Classe Operaia e Natura –

Se un tempo il marxismo aveva designato la classe operaia come destinataria di un processo di liberazione (teoria e prassi)per cui lo sviluppo economico e sociale avrebbero portato questa classe al massimo sviluppo (e vediamo che questa teoria è diventata realtà: mai come oggi l’operaio consuma come un borghese e ha il figlio dottore), d’altra parte però il processo di emancipazione-egemonia non è ancora diffuso e tutto rimane nel limbo delle previsioni storiche.

Se noi ragioniamo in altri termini e sostituiamo alla Classe Operaia, LA NATURA, vedremo che tutte quelle teorie marxiste si dimostrano valide, ma non più per la classe operaia ma per l’ambiente:

Ecco alcuni spunti di riflessione:

– innanzitutto le teorie liberali nate nel ‘600-‘700 e sviluppate nell”800 erano la coscienza filosofica di un capitalismo in espansione in cui la natura era sconfinata e tutta da sfruttare: parlavano di libera concorrenza dentro a spazi infiniti,oggi non è più così e l’attuale neoliberismo è solo ideologia del mercato in mancanza di mercato;

– tutti quelli che pensano che la storia abbia un senso e una direzione sono confermati dai limiti della natura, la direzione della storia (cultura) non può infrangere le leggi della natura; e questo per dire che la storia ha un senso e anche un dissenso in questo suo procedere verso lo sviluppo dell’umanità dando ragione quindi anche al marxismo e al suo determinismo seppure non così meccanicistico;

-le contraddizioni primarie e secondarie tra sviluppo economico e sfruttamento della natura e i limiti al processo di sviluppo, ma anche vincoli rispetto ad una libertà totale dell’economia e del mercato. Tutte cose che fanno capire come oggi il liberismo sia morto e defunto ma che venga riattivato come ideologia del mercato che è solo in mano a clan o a camorre politiche.

 

 

2 – CINEMA, PROPAGANDA, IMPEGNO, EVASIONE.

Il cinema tra le due guerre è stato “usato” come propaganda politica per il potere, però il cinema è anche impegno politico al di fuori del potere, cosi’ come può essere disimpegno, non   cesso, ma evasione, che non è la stessa cosa ma ma quasi…

Negli anni 30-40 al cinema era demandata anche una funzione di propaganda che significava in ultima analisi manipolare le coscienze, allo scopo di asservirle, però ormai oggi gli studiosi hanno constatato che l’influenza della propaganda non è così “totalizzante” e procede più a livello esteriore tramite comportamenti consumistici di miti meno potenti di quelli tradizionali, ma che si rinnovano continuamente rimanendo solo delle mode passeggere e degli atteggiamenti, un certo divismo, che nutre questi miti.

Qualcuno in passato pensava che bastasse creare un involucro cinematografico dentro il quale mettere tutte le idee per cambiare il mondo, ma questo cinema è stato definito più “reazionario” che “rivoluzionario”; nel contrasto dialettico tra forma e contenuto apparivano più innovativi certi film in cui l’immagine, non servendo un becero realismo politico, cercava forme espressive autonome, anche se poi il popolo aveva bisogno del melodramma strappalacrime per sognare ed evadere dalla realtà spesso connotata di grigiore e conformismo e contemporaneamente anestetizzarsi la mente dai problemi del “quotidiano dei lavoratori”.

La polemica tra realismo politico e astrattismo c’è anche nella pittura e segna un momento di rottura nella cultura politica del Partito Comunista degli anni’50.

Assistiamo poi all’invasione dei fotoromanzi, dei fumetti in cui si esaltano determinati valori piccolo-borghesi, e a qualcuno era venuto in mente di creare fotoromanzi o fumetti “proletari” e di fronte a una televisione “manipolatrice” come quella incentrata sul gossip, la stessa sinistra non ha a suo tempo creato televisioni alternative.

Così il cinema è stato spogliato da queste sue funzioni sociali di cambiamento dell’universo simbolico per svolgere funzioni più contenute, di evasione dal quotidiano lavorativo da una parte, e un cinema più impegnato e d’essai dall’altra. Queste due modalità di fruizione del prodotto attualmente si dividono il mercato: Non è tanto il cinema che crea opinioni ma è al contrario l’opinione della gente che “vuole” un certo cinema.

La gente vuole delle storie – talvolta desidera solo divertirsi anche in maniera grossolana – ma anche delle “geografie” incontaminate, rispetto ad es. agli anni ’70 in cui il cinema rispecchiando un bisogno di cambiamento sociale, almeno giovanile, si nutriva di sperimentazione, spesso incentrato sulla non-storia, sul cinema nel cinema, per tutti c’è un film famoso come “Effetto Notte”. In ultima analisi nel presente funzionano meno i film metaforici, didattici con il loro realismo contaminato dalle idee dell’autore, simbolici. Oggi “la Montagna Sacra” non avrebbe incassato come negli anni ’70 in cui spopolavano i libri di Carlos Castaneda che si incentravao sulla riscoperta dei simboli primigeni.

Oggi siamo ormai nel regno del dominio della pubblicità, è la pubblicità che ti permette di “piazzare una idea” e il budget diventa fondamentale per il lancio d’un prodotto culturale, ci sono alternative come il cinema indipendente, ma per quello americano il basso costo si aggira su 5-6 milioni di euro, come il documentario, però se non si spende in PROMOZIONE si rischia l’invisibilità. L’impegno purtroppo non piace a tanti 

 

2 – CINEMA, NATURA, CULTURA

Dai tempi di Shakespeare l’arte regge lo specchio alla natura, vi riflette, l’immagine ha bisogno della natura per acquisire senso, ma può anche manipolarla, farla apparire quale non è, magari in uno stato molto migliore di quello che è.

L’immagine fa parte dell’arte di manipolare e il cinema è soprattutto immagine, anche la Tv è immagine, ma nettamente più seriale….

La cultura intesa come attività dell’uomo in movimento,  pur affondando le radici nella natura,  riesce a distrugge la stessa natura da cui l’uomo è creato, ha il potere di modificarla, di depotenziarla, di addomesticarla.

Molti anni fa il Berlusconi costruttore diceva che bisognava diffondere l’idea di casa-giardino in tutto il pianeta, mentre i grandi parchi potevano accogliere gli animali selvatici (da vedere) pagando un biglietto. Il modello di “Milano 3” era da esportare nel mondo anche se costituiva il massimo dell’antropizzazione. Questa visione della natura contaminata da fogne, appartiene a un modello economico capitalistico in cui vige il principio secondo il quale occorre distruggere per costruire e alimentare il circuito della valorizzazione. Anche in un film documentario sull’american life di una ventina d’anni fa, un celebre cantante rock, il lieder dei Talkin Heads, il regista di questo documentario, mostrava come per gli americani un prato, un appezzamento, un campo siano inutili, ci vedono sempre qualcosa da costruire sopra.

La tendenza affaristica distruttrice che si nutre culturalmente anche del concetto di progresso considera il territorio come terreno in cui coltivare speculazioni più che un bene pubblico da gestire per il benessere collettivo, in questo caso per poter ripristinare con la nostra cultura un minimo di natura.

Per fortuna c’è della gente considerata “ipersensibile” o “neoromantica” che occupa alberi per non farli tagliare, (è il caso del bosco di sequoia), vuole un maggior rispetto per il paesaggio non solo per la salute, ma anche per la bellezza, considera le costruzioni quadratiche d’oggi, affiancate a quelle vecchie e antiche, brutte di per sé. E questo conflitto di visioni fa parte di una dialettica talvolta negativa sempre più difficile da gestire politicamente.

Il cinema certo non ha la forza né la pretesa di trasformare la realtà, non è soggetto di cambiamento sociale, semplicemente pone all’attenzione attraverso la sensibilità degli autori, problematiche ambientali come nei documentari in cui si riprendono territori ancora intatti, abitati da pinguini o da uccelli migratori, ovvero lo scontro di una persona soprattutto in certi lungometraggi, contro multinazionali senza scrupoli. Aumenta anche l’interesse per l’etologia (Lorenz e la scoperta di vari linguaggi) infine abbiamo avuto anche qualche film in cui la natura viene considerata in termini di utopia ecologista come ad es. IL PIANETA VERDE di Coline Serraut.

Sostanzialmente però l’economia la fa ancora da padrone e tanti sono quelli che considerano legittimi i posti di lavoro prodotti dall’economia inquinante, poiché i problemi della disoccupazione, la sconfitta della penuria, l’antidoto farmacologico contro la solitudine “industriale”che significa aumento della medicalizzazione sociale, sono i problemi dominanti, e poi l’ecologia che appare un po’ sofisticata, snob.

Però negli ultimi 20 anni la questione ambientale cresce, non proprio come coscienza, bensì come necessità: la prima nube tossica a Seveso fino al recente inquinamento del fiume Sacco attraversando inquinamenti chimici come ad es. quelli perpetrati da una multinazionale in India, l’uso dissennato di risorse, fa capire che ci deve essere un limite allo sfruttamento dell’ambiente perché alla lunga genera danni irreversibili difficilmente quantificabili se ad es. non si razionalizzano i consumi (privilegiando non i consumi individuali ma bensì i consumi collettivi) e non si limitano i costi sociali dell’economia privata o neoliberista.

C’è bisogno quindi di una difesa politica e sociale dell’ambiente in una fase storica in cui la natura non è più quella di mille anni fa: negli ultimi 20 – 30 anni sono nate forze politiche, sono cresciute associazioni a difesa della difesa della vita selvaggia (W.W.F., Greenpeace, Legambiente,ecc.)

 

 

2 – LA CULTURA E I MERCENATI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Un neoliberismo culturale. La Cultura non sempre è una merce e la merce non è mai cultura se non una cultura di consumo e quindi un sottoconsumo di cultura. Chi sono i mercenati cosa c’entrano con la cultura?

Vorrei fare alcune riflessioni su un articolo comparso sulla rivista 81/2 dal titolo “Azzeriamo i fondi pubblici per far rinascere la cultura”.

Messa così ha tutta l’aria di una fregatura insieme all’errato pregiudizio dei finanziamenti a pioggia.

In Italia i finanziamenti a progetto (vedendo e analizzando seriamente il progetto) non sono mai avvenuti per meritocrazia ma solo per conoscenze e influenze politiche e questo è sempre successo e sta succedendo in tutte le istituzioni (la Rai, il Mibac, i Comuni, gli assessori alla in-cultura) qualcuno cinicamente ha affermato che se va al potere il M5S, bisognerà raccomandarsi a loro, (cinismo un po’ rozzo e qualunquista perché nega qualsiasi cambiamento), cmq c’è sempre chi decide in base ad una tessera di partito, basta leggere l’intervista sul Fatto Quotidiano (14 aprile 2013)al produttore Donald Ronvand e i commenti successivi e questo succede in Italia dove il produttore deve essere capace di intrallazzi, tant’è che si possono costruire con la politica produttori da un giorno all’altro, se tu conosci ottieni, altrimenti sono – come si dice con un francesismo – cazzi amari, e i partiti ancora oggi la fanno da padroni e padrini, padreterni e tu se non ti adegui sei fuori, il problema però si ripresenta perché sussiste una gerarchia di raccomandazioni e ci sono quelle che valgono (quelle di vero potere che a volte è nascosto) e quelle di persone che stanno nei pressi delle stanze del potere, ma fanno da scendiletto a quelli che valgono, a volte capirlo diventa impresa improba, perché nel mezzo ci sono strani personaggi, mediatori, facilitatori, PER LA MAGGIOR PARTE MILLANTATORI, così se uno è un po’ sprovveduto può scucire qualcosa che non fa mai male.

Quindi – da un certo punto di vista – azzerare i fondi pubblici, si legge, è come azzerare i partiti politici, spuntare la loro arma di offesa di massa e fare in maniera che non passino i progetti dei loro protetti e fin qui siamo d’accordo, però si rischia di buttare con l’acqua sporca (che è legittimo)anche il bambino e alla fine siccome tutto passa per la politica è meglio non fare niente, ma affidarsi agli sponsor privati, i quali lo fanno per immagine, per la loro immagine, non certo per la cultura in sé, non sono come si dice mecenati ma “mercenati”, nati cioè col pallino della merce, della loro merce.

La cultura per sua natura non sempre è una merce e non si riduce a valore di scambio e quindi verrebbe paralizzata una buona parte della sua espressività con notevole impoverimento della società: vogliamo parlare del valore d’uso della cultura che confligge cn il valore di scambio e parliamone! Quel valore d’uso ha una natura collettiva, come bene pubblico che non sempre si presta alla valorizzazione dei mercenati e perché deve morire è come se morisse una parte di società

 

2 – GLI INTELLETTUALI, IL POTERE, I GIORNALI, GLI APPELLI E I CAPPELLI

Sugli intellettuali e il potere sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, anche sugli intellettuali e il Partito Comunista, gli intellettuali e la sinistra.

Ci sono intellettuali di potere che hanno messo la loro conoscenza al servizio di un leader che governa il Paese per un periodo più o meno lungo e gli intellettuali di opposizione che si sono opposti a quel potere per manifestare un contro potere che è diventato a sua volta egemone a livello di rappresentazione mediatica.

Sono stati i giornalisti – alcuni dei quali facevano parte di quel potere – a rappresentare gli intellettuali come coloro che potevano partecipare alle vicende politiche schierandosi da una parte o dall’altra, senza contare poi gli appelli che trasmettevano spesso istanze della società civile, che facevano diventare questi intellettuali degli opinion leaders arricchendo il panorama dell’informazione.

Questi appelli contano proprio perché vengono sottoscritti da persone prestigiose, che hanno già scritto dei libri, che sono professori universitari, la maggioranza dei quali definiti con una venatura di disprezzo, di “sinistra” e che nella gerarchia sociale ancora molto rigida, quasi castale, vengono prima, in senso intellettuale, rispetto alle masse lampadine spente, che capiscono dopo, anzi molto dopo,  le cose importanti da capire, che partecipano ai dibattiti da festa dell’Unità solo come comparse a scomparsa. Sono gli intellettuali che anticipano i movimenti della società, mentre il popolo bue li ringrazia.

Un grande intellettuale di costume fu Pier Paolo Pasolini, ma in quei tempi l’intellettuale era anche un poeta.

Senonchè anche gli intellettuali scoprono gli antidoti al loro potere molto prima che questo avvenga nell’era di internet.

Negli anni ’60 viene pubblicato un libro, un saggio “La realtà come costruzione sociale” dei sociologi-filosofi Luckmann e Berger in cui in sintesi si esprimeva il concetto che gli intellettuali non hanno più il monopolio del pensiero, ma in una “realta” costruita socialmente fanno parte del senso comune e i loro apporti sono pari a quelli che partecipano alla costruzione del senso comune.

Molto prima di internet si era capito che il pensiero deriva da esperienze comuni e nei laboratori si possono solo inventare dei “tecnicismi” che poi sono tradotti in senso comune quando sono volgarizzati nei libri attraverso l’uso della parola.

Perché tutto questo pistolotto, per dire semplicemente che sui temi politici e sociali chiunque dotato di raziocinio può esprimere dei concetti originali come l’intellettuale solo che la gerarchia “reazionaria” di sinistra, impone la sua sottomissione a chi è costruito, montato e smontato, dai media.

E anche in questo il mov di Beppe Grillo è rivoluzionario, non in quanto disprezza gli intellettuali, anche una certa destra bacchettona li ha sempre disprezzati (i danni causati dal libero pensiero) ma in quanto li riconduce a delle entità normali e non i rappresentati di un pensiero “migliore”, che possono dire ad esempio un sacco di stupidaggini come chiunque altro quando parla di cose che non sa e non capisce o non vuole capire dall’alto della sua posizione di potere.

Ecco perché in questo tipo della società della condivisione, sono quelli che vogliono stupire sperando di essere considerati come dei Pasolini e invece non capiscono che tutto è cambiato e che anche loro sono un pezzo di un ingranaggio del sapere simile a tanti altri pezzi, questo l’hanno ormai capito tutti, il senso comune, meno certi personaggi di sinistra che sono ottusamente legati ai media e continuano a sparar cavolate pensando di essere grandi pensatori, e qui citare Gaber diventa doveroso perché ha capito il cambiamento e ha trattato molti temi con ironia.

 

 

 

2 – SIAMO LIMITE CHE TENDE ALL’INFINITO

O AL CONTRARIO SIAMO INFINITO CHE TENDE AL LIMITE?

TUTTI vogliono formarsi e uniformarsi in questa vita, tutti vogliono crescere, però il punto di vista di chi preferisce rimanere “animale” nel senso nobile del termine, perché considera l’uomo con i suoi bisogni per niente diverso da qualsiasi altro animale e non deve farsi soverchie illusioni sulla vita che rimane comunque salda dentro la sua natura di essere finito, in cui il cambiamento diventa un’illusione “religiosa”, un bisogno di evadere dal proprio stato. Questo tipo di uomo-animale l’abbiamo mai analizzato?

lIMITE, LIMITE, TANTI LIMITI…Non ho mai avuto il desiderio di essere migliore di altri mi diceva un carissimo amico, né ho avuto voglia di migliorarmi, ho considerato il mio carattere, la mia formazione professionale e mi sono accontentato di quella che altri chiamano mediocrità: la carriera, l’equilibrio, il buon senso e via dicendo, senza slanci e senza troppo andare oltre, perché noi siamo fatti per essere quello che siamo, cioè prevedibili, ripetitivi, metodici come la notte che si cambia col giorno e il giorno con la notte, è inutile inseguire fantasmi o illusioni di completezza, l’importante è non sbagliare troppo e non cagionare il dolore a qualcuno, bisogna rimanere saldi e fermi nei propri intendimenti, sono contento di quello che sono, di come occupo il mio tempo dei miei hobby che mi appassionano, delle mie mani con cui costruisco tante belle cose, del mio mestiere e vorrei che anche mio figlio facesse quello che faccio io, che si trovasse bene come mi sono trovato io a questo mondo, il segreto di tutte le cose è nel sapersi accontentare senza diventare troppo aridi, bisogna evitare i trabocchetti che la vita ti costruisce senza che noi ce ne accorgiamo, bisogna capire il nostro limite di esseri transeunti, di non perdere i sentimenti diventando troppo aridi, non bisogna neanche essere troppo “movimentisti” con i continui cambiamenti dovuti alla incostanza, ma solidi come pietra e saldi come gli alberi impiantati al suolo, non umorotici: un giorno con slanci e un altro giorno depressi, ma sempre costanti in un entusiasmo moderato che faccia intravedere una gioia anche nel fare sempre le stesse cose come se si facessero non dico per la prima volta, ma quasi, cerchiamo con moderazione il bene, un bene contenuto che soverchi il male al quale tendiamo anche, ecco perché moderato perché il male comunque agisce e dobbiamo imbrigliarlo sotto il nostro controllo, non si può pretendere troppo da noi stessi perché siamo caduchi e soggetti  all’incertezza: non ho mai fatto voli pindarici, mi accontento anche delle chiacchiere, delle poesie facili, dei sentimenti di superficie, non sono un criticone con la puzza sotto il naso, snob, non rimango ai margini delle cose vi partecipo per quanto sciocche queste siano, al punto da sentirmi ridicolo, mi arrabbio solo quando gli altri non mi vedono….

 

2 – IL DEBITO PUBBLICO E IL TASSO DI INDEBITAMENTO

Tutti i Paesi occidentali a capitalismo avanzato hanno il problema dell’indebitamento, come se fossimo arrivati a quel livello di sviluppo economico che per crescere bisogna indebitarsi altrimenti c’è la depressione, la disoccupazione; dicendola in altro modo, il sistema economico si è imballato in sé stesso come un meccanismo arrugginito dalle grosse perdite che funziona con fatica e solo iniettandogli un sacco di olio, ovvero come un motore che parte sparato ma col freno tirato.

PER CAPIRE però in maniera approfondita dobbiamo intendere la differenza tra ciò che si chiama IL LIVELLO FINANZIARIO dei fenomeni economici e ciò che si chiama più propriamente L’ASPETTO ECONOMICO.

Quante volte parliamo di problemi finanziari e problemi economici, confondendoli spesso pur essendo di natura diversa.

Per economia volgarmente intendiamo risparmio, però è proprio il risparmio che sviluppa l’investimento, e quando c’è un investimento c’è una attività economica, quindi l’impiego dei fattori produttivi per la soddisfazione dei bisogni individuali o collettivi, si chiama economia.

Qui siamo nel campo della semplice ragioneria che ci parla di costi o spese che si sostengono al fine di produrre beni o servizi dai quali si può ricavare una certa ricchezza o anche solo il sostentamento alimentare.

L’uomo ha fame, deve mangiare e per mangiare deve sviluppare un’attività economica agricola, fino a quando siamo in una economia di sussistenza non c’è scambio, baratto, di un bene con un altro. Quando c’è il baratto si valuta un bene con un altro, poi con la moneta si valuta il bene in termini di una certa quantità di denaro e qui siamo già nel campo finanziario che è composto da disponibilità liquide (denaro) e da beni materiali che sono gli stessi attrezzi agricoli (patrimonio).

Questi due elementi ECONOMICO E FINANZIARIO sono strettamente connessi perché per produrre c’è bisogno di ricchezza e la produzione genera ricchezza stessa.

Citando dal Blog di Beppe Grillo (15/12/2012), possiamo portare questi concetti nella gestione di uno Stato e abbiamo da una parte il processo produttivo, che per lo Stato è attuare dei servizi pubblici (sanità, scuola, infrastrutture, servizi sociali) A FAVORE DELLA cittadinanza, dall’altro la ricchezza per produrre questi servizi che lo Stato reperisce mediante la tassazione. Quando uno Stato non raccoglie mediante la tassazione la ricchezza sufficiente per la produzione dei servizi ovvero quando questi si espandono in maniera non efficiente, alimentando al suo interno strati parassitari di origine politica, ricerca la ricchezza che gli manca rivolgendosi ai famosi mercati finanziari e quindi da questo passaggio si genera il debito pubblico.

Il debito pubblico si alimenta nel tempo anche grazie a una classe politica che non accetta di ridurre i costi della politica e alimenta una politica clientelare ai danni della Comunità, loro la chiamano POLITICA PER LO SVILUPPO LOCALE, ma quello che si sviluppa sono le dimensioni delle loro tasche e quindi le dimensioni del debito pubblico. Attualmente l’Italia paga 100 miliardi di interessi per pagare questo indebitamento, soldi sottratti al bene pubblico, tagliando altri servizi pubblici ovvero aumentando la tassazione, perché per ovvi motivi di ordine pubblico, non è possibile ridurre le burocrazie generate dalla politica, effettuando dei tagli significativi di personale.

C’è chi dice che il debito pubblico di un Paese sia ricchezza privata, però solo se rimane in Italia, in quanto gli interessi (i 100 milioni di prima) vengono pagati a risparmiatori italiani, se invece è detenuto da altri Stati e da Grandi Banche estere (attualmente il 50% del debito italiano) si crea una suddittanza verso l’estero e una dipendenza psicologica dalla Germania per fragilità economica. Con i debiti dei singoli paesi che devono esere vissuti individualmente da parte degli Stati, va in crisi la Falsa Unione Europea, perché ogni Stato pensa a se stesso e quello che si sente più forte non vuole aiutare quello più debole, insomma rimangono i soliti egoismi tipici di una mancata unità politica.

Il presidente Obama ha DETTO agli Usa: perché non alziamo il tasso di indebitamento? E perché allora, aggiungo io, non lo possiamo fare anche da noi

2 – LA CULTURA OGGI

La cultura OGGI è come la chiesa DI SEMPRE , ognuno ci sta a modo suo perché ognuno ha una propria idea di cultura e l’estrema soggettività che deriva disperde un significato uniforme. Sarebbe interessante invece verificare questo termine e chiederci cosa ci attendiamo dalla cultura, cosa intendiamo per cultura?

Troppo spesso si confonde CULTURA con INTELLIGENZA. Ma la cultura può non essere intelligente? Può essere ottusa? E se l’intelligenza non avesse a che fare con la cultura a cosa servirebbe? Se ponessimo l’intelligenza come criterio per accumulare ricchezza forse scopriremmo con nostra sorpresa essere pochi i ricchi e molti i poveri, per cui la maggior parte di ricchezza sarebbe determinata da altre cause: magari l’istinto predatorio della specie umana che è comune ad altri animali, ma che soprattutto nella nostra specie quando punta al desiderio di accumulazione come bisogno-passione (che per altri è peccato) di avarizia.

Ma torniamo alla cultura, essa può essere utile, ma utile a che?

Essa dovrebbe essere più concreta, meno astratta, meno formale, meno decorativa. La cultura dovrebbe essere più …qualcosa e meno … qualcos’altro in maniera da acquistare un significato ai nostri occhi.

Per noi cultura rappresenta ciò che di nuovo accade alla specie umana nella sua lunga storia di permanenza sulla terra di modo che si possa dire che dopo quel fatto, quell’accadimento, niente è più lo stesso. Cultura quindi inserita nella dinamica sociale che nutre i rapporti sociali, che crea condizionamenti ed imitazioni, ma che può essere rifiutata in quanto “degenerata” e quindi come appartenente ad un generico spirito diabolico che pervade una parte di società.

La cultura come cambiamento combatte l’immobilità del rituale che si riperpetua, la festa religiosa, e si apre a dinamiche inattese che si allontanano dai tradizionali orizzonti: la cultura allora coincide con la storia, ma può essere anche un elenco di dati che si ripetono eternamente, il senso circolare dell’eterno ritorno.

Se la vediamo oggettivamente la cultura è il deposito di ciò che si è accumulato nelle generazioni a livello linguistico, di usanze e di comportamenti.

Ma la cultura può essere anche consolatoria (consola dal dolore)  o serve a suonare il piffero della rivoluzione (immediatamente rivoluzionaria). Questi costituiscono i due poli opposti di ciò che per Vittorini non doveva diventare la cultura.

La cultura che cade vicino ai sensi, al corpo o che invece rivela la mancanza di corpi, che elimina l’istinto, la cultura che scinde l’uomo in tanti pezzi separati ognuno con le sue culture. Le tante culture che individuano vari saperi e specializzazioni, le sottoculture che rappresentano pezzi di società separate che non potranno mai incontrarsie che riflettono la frammentazione, la complessità sociale, le differenze, ma anche il conformismo e l’appiattimento rappresentano una sottocultura, la sottocultura della perdita di senso, di sottrazione e di alienazione.

Il condizionamento culturale può essere un termine oppressivo come adattamento ai ruoli prescritti: il maschile e il femminile insegnato fin dalla nascita.

Si ricerca la droga per decondizionarsi: la cultura racchiude il tutto in schemi di senso, ma una parte del tutto racchiude regole mentre un’altra parte, la cultura della libertà, vorrebbe abbatterle.

Ci può essere infine una cultura rancida, acida, congelata, ossificata, mummificata, morta o una cultura presente, viva, generosa, dinamica, capace di trasferire energia alle cose, di trasformarle secondo un ordine più vicino ai nostri desideri.