2 – A GIUDICARE DAI POST SONO L’UNICO A CUI E’ PIACIUTO LA GRANDE BELLEZZA

Vediamo alcuni commenti sul film premio oscar LA GRANDE BELLEZZA

1999, American Beauty: non narra solo cose brutte, è brutto di per sé. Vincitore di cinque premi Oscar. 2014, La Grande Bellezza: non narra solo cose brutte, è brutto di per sé. Vincitore di un Oscar.Sembra quasi che gli esseri umani, messi di fronte alla visione coatta delle proprie sordide meschinità, non sappiano perdonarsele altrimenti che premiandosele, coccolandosele, tenendosele per buone.La messa a nudo sociale, in questi film, sta solo nel fatto che ambedue citano nel titolo la “bellezza” dove non c’è: nella fattispecie, nella mente dei registi e della gente che andrà a vederli al cinema. Io la chiamo “la sindrome de La vita è bella“, citando il film più orrendo, offensivo e ignobile mai girato da un italiano. Guarda caso, anch’esso nomina nel titolo una bellezza che non c’è, anch’esso ha vinto un casino di Oscar, anch’esso è passato per un capolavoro. E’ il segno dei tempi, ragazzi. Sonia Caporossi

Un film esteticamente affetto da coazione a ripetere (vedi movimenti di macchina ossessivamente dilatati, tesi a mostrare un peri-molto-patetico Jep Gambardella, in tenuta Disney, che osserva straniato e straniante le nefandezze/bassezze umane di una Roma fellinianamente vivisezionata e disumana), un’opera squallidamente ancorata ad una visione del vuoto cosmico, germinante nel sottobosco della pseudocultura, nitidamente superata dai tempi. Un film dunque che di grande bellezza ha soltanto il suo ossimorico, cristallizzato, opposto, essendo popolato da personaggi cristallizzati in un florilegio di citazioni da brivido, smaccatamente ridondanti, stucchevoli, per eccesso di significanza. Una magnifica, grande, perfetta assenza di bellezza domina infatti tutto il cursus del film, il cui mostrare, attraverso gli occhi dello stralunato e assai ripetitivo Servillo, la nullità pulsante e tangibile della classe dirigente diviene un gioco al massacro che lo spettatore abbandona subito al terzo cambio di occhiali e di giacca del protagonista– e alla terza passeggiata notturna alla Mamma Roma del simpatico, occhialuto, Jep Gargamella, non me ne vogliano i Puffi – dopo aver scambiato la Ferilli, incartata in un completino color carne, per un cotechino che occhieggia con accento ciociaro fra il baluginare di una terrazza. Consigliato a tutti i devoti della fotografia da Mulino Bianco edizione Banderas…Antonella Pierangeli

Tornando al film di Sorrentino: il film sarebbe bello, in un’altra storia, in un altro tempo. In questa storia e in questo tempo, sul film si appuntano una serie di meccanismi di proiezione psicologica, per cui: in primo luogo, la classe “dirigente” o “intellettuale” che in esso si rispecchia, vi trova riflessi dei tic sociali e delle meschinità la cui sostanza umana degradata è talmente ovvia da risultare ridondante; il grande pubblico nazional-locale sente il tutto come estraneo, o si lascia abbagliare dallo scenario monumentale, o dalla natura (anche dalla natura femminile, convenientemente esposta e sempre consegnata per tempo alla morte senza realizzarsi, e dunque esorcizzata: vedi il personaggio della Ferilli, teso fra una giovinezza-memoria e un non futuro). Il film in sé racconta di un’umanità mediocre, che esorcizza la bellezza perché incapace di sopportarla: ne è portavoce ovvio lo stesso protagonista, una cristallizzazione del vecchio personaggio pirandelliano dello scrittore che sdegna di scrivere, incrociata con la versione anziana del seduttore alla Kierkegaard. Un film perfetto per l’estero -non a caso vince l’oscar. La ricezione che se ne ha qui, in questa periferia d’Occidente che è questo nostro centro scentrato, è l’ironico destino di un’opera la cui risonanza mediatica, fatta di apprezzamento che non comprende e di nausea proiettiva, si traduce in un ulteriore atto di esorcismo, fra rimbombo dei media -fin nella pubblicità FIAT (industria non a caso finita all’estero)- e saturazione intellettuale. In questo momento storico, in Italia, questo film ha la stessa forza pragmatica di un pugno sferrato nello stomaco di un’ameba. Daniele Ventre

Non ho guardato La Grande Bellezza su Canale 5, sebbene Sorrentino sia senza dubbio il mio regista contemporaneo preferito. Non l’ho guardato per il paradosso intrinseco di un canale di proprietà di un Gambardella in carne, ossa e cerone che lucra (non solo economicamente, ma, ciò che è peggio, ideologicamente) mandando in onda un film che di tal Gambardella stigmatizza le miserie e le meschinità. Non avvertire lo stridore dell’operazione, o peggio, avvertirlo ma soprassedervi, è una sconfitta cocente del pensiero critico: il messaggio profondamente politico del film è svilito, pervertito, ricacciato in una retorica estetica, per meglio dire cosmetica, del tutto innocua e inefficace. E così vedi i bersagli critici del film lodarlo nei salotti televisivi, non sai se con tristezza consapevole, con cieca idiozia, programmatica negazione della realtà, o un misto sconcertante di tutte e tre. Andy Violet

Sì ok, ma basta mettere “la grande bellezza” come didascalia a tutto. Ci sono anche dei sinonimi, che ne so, l’ampia gradevolezza, la vasta eleganza, l’estesa avvenenza, ecc. Claudia Boscolo

 

A giudicare dai post qui sono l’unico in Italia a cui è piaciuto La Grande Bellezza. Mi devo preoccupare. Alessandro Raveggi

La grande bellezza: un video clip barocco, ma con le luci fiamminghe, in una roma monumentale (e barocca) dove il tempo della ripetizione ha mangiato il tempo della novità e l’inettitudine novecentesca ritrova il suo nido. Grande allegoria dell’Italia parassitaria contemporanea, senza speranza. Molto bello. Stefano Guglielmin

Per me la “Grande Bellezza” è ascoltare l’assolo di Starway to Heaven di Jimmy Page. Marco Saya

L’ho trovato sconvolgente, inverosimile e reale. non mi è piaciuto, ma solo nel senso che sarebbe grave farsi piacere la visione di una triste caduta dell’Impero Romano con le sue mummie gozzoviglianti. quello che non piace è la verità del film, il contrasto tra le rovine di una ormai perduta tradizione di bellezza e la degenerazione intellettuale e sociale di una nazione che crolla, appunto, insieme alle rovine della sua vetusta memoria. Natalia Castaldi

 

Paolo Sorrentino dice di essersi ispirato a Maradona. Poi Equitalia gli pignora l’Oscar. Spinoza.it

Direi che tra adulatori e detrattori de La Grande Bellezza, il rigonfiamento testicolare è indicibile. Bei tempi quando a vincere l’Oscar era quell’ignobile e insulso polpettone de La vita è bella e tutti s’era d’accordo. Heman Zed

Se Vecchioni avesse vinto il Nobel per la letteratura, ci sarebbe stata la terza guerra mondiale, che dire? Avete tutti la pancia piena. Marco Saya

Un paese di allenatori con la vocazione di critici cinematografici in cui mi riconosco benissimo. Fabio Milazzo

Improvvisamente gli Italiani sono tutti esperti di cinema, fotografia, sceneggiatura e regia. Che popolo meraviglioso! Raimondo Santiprosperi

True detective, la grande bellezza ma che roba di lusso, dio cristo, pure senza Roma dentro. Alessandro Zannoni

Ciao ho scritto una brutta poesia e volevo condividerla con voi. Ho guardato La grande bellezza per vedere quanto sto indietro a livello di arte. Ciò che posso dire è che mi ha ispirato questa brutta poesia, anzi, forse me l’ha ispirata la prima mezz’ora di Must be the place, a non ne sono sicuro (poi ho spento, troppa TV e troppo Sorrentino tutto insieme no).

Certe notti di sole anticipato
ti rincorre un mostro di pensiero
mentre la grande scala svanisce.
Invece contiene come uno specchio
l’indietro della tua ombra altre uscite
che non hai saputo vedere, ma che ora
tutte insieme riesci ad attraversare.
Come fai, ti sei chiesto, ma la risposta
è sempre un gesto ormai tradito,
la riposta è il corpo lasciato nell’infanzia,
trasmesso dall’inerzia di un troppo tardi
al futuro che non sposta come il tempo.
Tu rimani solo la tua entrata, con te stesso
dentro un ciclo inopportuno. Mentre il mondo
quello spesso alternativo – entra in fondo
certe notti, quasi fosse un credo ben più vivo.

Antonio Bux

 

Mi dispiace ma siete tutti parenti di Jep Gambardella. Criticate, criticate, fate dell’ironia.. ma siete imprigionati dentro il film, ahahah.Renzo Paris

Renzo lo sa per esperienza, che una critica è sempre un invischiamento. Sonia Caporossi

Con tutto il bene che voglio al cinema italiano e scontando una stanchezza giornaliera, devo dire che il film LA GRANDE BELLEZZA mi ha mandato a mia insaputa per due volte in dormiveglia, probabilmente questa voce di fondo del Jep era uno stimolante pur con la sua filosofia cinica, allo stesso modo mi è venuta una intuizione nel dormiveglia: questo film è stato fatto per accontentare gli americani perché loro ci vedono ancora cosi, ed è anche una operazione produttiva per cercare soldi in Usa, niente da dire qui la produzione dimostra grande scaltrezza, a me il film sembra francamente datato, ma mi posso sbagliare. E’ giusto rivederlo fuori dai clamori.

Commenti da Facebook

Due parole su La grande bellezza. Un merito comunque, quello di aver una volta tanto rimesso il cinema al centro dei discorsi, un film fa parlare di sé: per l’Italia attuale è già un evento. Ho tuttavia molti conoscenti, “amici” e persino amici che lo detestano. Lo trovano finto, senza un punto di vista, esagerato, scontato, reticente, un panettone d’autore e quant’altro mai. Togliamo qualche etto di scontata invidia e un paio di chili dell’altrettanto scontato disamore che caratterizza il nostro comune detestarsi. Siamo da tempo un paese che non si ama e questo si riflette non solo sulla politica a prescindere, ma anche sui nostri prodotti culturali. Tuttavia su Sorrentino, al di là dei limiti di questo come di qualunque film, si addensa un astio più pesante del solito. Bè, prima di tutto Paolo e Contarello (lo sceneggiatore ndr)puntano in alto, ambiscono, osano e questo è intollerabile per i cultori della regola che sembra affliggere il nostro climax culturale, “Né troppo, né troppo poco”. Chi prova a violare la sobrietà, qui rischia la fucilazione. Poi, si permettono addirittura di confrontarsi con La Dolce vita, di ibridarla con Roma e con il Satyricon (Jep Gambardella è più Petronio di Petronio stesso…), insomma siamo dalle parti della lesa maestà. Infine, non solo miscelano cultura alta e bassa in tutto il film ma fanno altrettanto con il cast, mettendo uno accanto all’altro attori “colti” come Villoresi e Ranzi e attori “popolari” come Verdone e Ferilli. Troppe trasgressioni, troppe bizzarrie, troppe ambizioni per l’aria che tira. Certo, questo vagabondaggio notturno che sembra sempre sul punto di concludersi e che sempre ricomincia, questa macchina da presa che carrella senza sosta e a volte senza apparente obiettivo, questa ripresa di temi e situazioni già viste, questa oscillazione perenne tra suggestioni colte e trucchi del mestiere un po’ scontati (come la back story con la Fidanzatina/Ciangottini) non appartengono forse alla perfezione. Ma, sinceramente, chissenefrega. Finalmente in un paese incanaglito e forse proprio per questo assai imbruttito, si pone al centro di un film la Bellezza. E, sempre in un paese che si trascina da troppo tempo una pesante catena al piede su cui è incisa la frase “piccolo è bello”, si vagheggia per una volta una qualche Grandezza. Abbastanza per parlarne di questo film, e per essere vicini a chi l’ha concepito ed ha avuto il coraggio (tutt’altro che scontato) di realizzarlo. Claudio Sestieri

 

Cosa dicono le istituzioni del Cinema

IL PRESIDENTE ANICA SULL’ASCOLTO DE “LA GRANDE BELLEZZA” SU CANALE 5

È la prova che il film giusto programmato al momento giusto può dare risultati straordinari”. È questo il commento del Presidente dell’ANICA Riccardo Tozzi alla notizia del boom di ascolti che ha ottenuto la trasmissione del film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino ieri sera su Canale 5. “I nove milioni circa di spettatori che hanno visto il film ieri sera si sommano al milione e duecentomila che l’hanno finora visto nelle sale cinematografiche, cifra quest’ultima che ovviamente speriamo sia destinata a crescere ancora”, ha continuato Tozzi. “Quello del film vincitore dell’Oscar è un exploit, ma molti risultati recenti, soprattutto di Canale 5, stanno a confermarlo”, ha sottolineato il presidente dell’ANICA. In effetti negli ultimi mesi si sono segnalati i buoni ascolti di film trasmessi in prima serata, come “Quasi amici”, “Il peggior Natale della mia vita”, “Anche se è amore non si vede”, “Benvenuti al nord”, tutti con ascolti superiori ai 5 milioni di spettatori. Conclude Tozzi: “tutto ciò fa sperare che sia smentita la teoria secondo cui i film in tv non funzionano. È probabile infatti che in tv, come ovunque, funzioni tutto quello che è fatto con competenza e programmato con intelligenza”.

UFFICIO STAMPA ANICA
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Il film giusto programmato nel momento giusto ha fatto andare a letto un sacco di gente prima del tempo, ma questo non appare nei dati, il film non avrebbe dovuto essere programmato in tv, è stata una furbata delle reti mediaset, ma di solito si assiste prima ad una ripresa in sala, per cui Riccardo Tozzi non sa bene cosa sta dicendo, o forse sta dicendo quello che non sa bene. Tant’è…ma anch’io Tozzi, dico: forza e coraggio che col cinema divento più saggio…

 

 

2 – SIAMO UOMINI O ANIMALI

IO DISTINGUO gli uomini in evolutivi ed animalidi, i primi sono quelli che sviluppano una parte del cervello, la neocorteccia cerebrale e seguono l’evoluzione della specie anche se viene da chiedersi che specie di evoluzione c’è in certi momenti storici, comunque sono di solito progressisti se non altro come atteggiamento di comprensione, in cui il progresso diventa anche necessità storica,in vista del raggiungimento degli obiettivi minimi di sopravvivenza.

Gli altri invece rimangono animalidi perché deprivati di elementi progressivi , anzi nella loro vita tendono a regredire non confermando i livello di sviluppo mentale delle generazioni precedenti. Una società che dà la possibilità a questi esseri di moltiplicarsi è destinata a ripiegarsi su se stessa al punto tale di essere a rischio di estinzione piuttosto che di distinzione.

Ci deve venire in mente a questo proposito, di esseri animali che sono scomparsi, non sono sopravvissuti all’evoluzione della specie. Come i dinosauri, gli pterodattili e altri esseri e visto che l’uomo ha percorso uno sviluppo tale da modificare gli elementi della natura – ricordiamo che è l’unico animale a farlo – è logico che se NON continua questo sviluppo, questa evoluzione, distruggerà inevitabilmente la terra madre, senza nessuna alternativa di trovare altre terre, altri mondi possibili.

La maledizione umana è quella di aver intrapreso questo percorso di superamento della natura, l’uomo poteva rimanere animale e quindi subalterno alla natura, una scimmia come altre e non avrebbe mai dovuto superare culturalmente la sua dimensione istintuale, ma si dà il caso che invece abbia trovato un meccanismo di superamento della sua condizione animale pur rimanendo legato all’animalità , nella dialettica della natura è l’unico essere che possa distruggere il pianeta – ed è qui il punto – la sua maledizione, per poter sopravvivere non può’ più’ tirarsi indietro e tornare a fare l’animale annullando secoli di evoluzione, è invece obbligato ad evolversi percorrendo fino alla fine un tunnel che lo porterà alla luce secondo i dettami della sapienza alchemica, deve cioè continuare ad andare avanti imboccando giuste direzioni di marcia affidandosi anche all’istinto di sopravvivenza, quindi dovrà superare dei percorsi autodistruttivi, sviando da possibili pericoli.
Per non scomparire deve comprendere il suo percorso di salvezza e attraverso la sua intelligenza, capire in tempo i suoi errori di valutazione.

Basta una regressione diffusa perché le guerre “industriali” diventino una minaccia del futuro e lo sterminio un male assoluto.

 

2 – LA CULTURA E I MERCEnati

Contro un neoliberismo culturale La cultura non sempre è una merce e la merce non è mai cultura se non una cultura di consumo e quindi un. sottoconsumo di cultura, ma i mercenati chi sono?

Vorrei fare alcune riflessioni su un articolo comparso sulla rivista 8 1/2 dal titolo “Azzeriamo i fondi pubblici per far rinascere la cultura”.

Messa così sembra una provocazione, ha tutta l’aria di una fregatura insieme all’errato pregiudizio dei finanziamenti a pioggia. In Italia i finanziamenti a progetto (vedendo e analizzando seriamente il progetto) non sono mai avvenuti per meritocrazia ma solo per conoscenze e influenze politiche e questo è sempre successo e sta succedendo in tutte le istituzioni (la Rai, il Mibac, i Comuni, gli assessori alla in-cultura) qualcuno cinicamente ha affermato che se va al potere il M5S, bisognerà raccomandarsi a loro, (cinismo un po’ rozzo e qualunquista perché nega qualsiasi cambiamento), cmq c’è sempre chi decide in base ad una tessera di partito e tessere dopo tessera la cultura diventa un mosaico, meglio un museo – mausoleo dove si ossifica e si incartapecorisce, basta leggere l’intervista sul Fatto Quotidiano (14 aprile 2013) al produttore cinematografico Donald Ronvand e i commenti successivi e questo succede in Italia dove il produttore deve essere capace di intrallazzi, tant’è che si possono costruire con la politica produttori da un giorno all’altro, se tu conosci ottieni, altrimenti sono – come si dice con un francesismo – cazzi amari, e i partiti ancora oggi la fanno da padroni e padrini, padreterni e tu se non ti adegui sei fuori. Allora infine anche tu cedi, e fai come gli altri, ti senti una merda ma non ci puoi fare niente perché non serva a combattere contro i mulini a vento. Il problema però si ripresenta perché sussiste una gerarchia di raccomandazioni e ci sono quelle che valgono (quelle di vero potere che a volte è nascosto) e quelle di persone che stanno nei pressi delle stanze del potere, ma fanno da scendiletto a quelli che valgono, a volte capirlo diventa impresa improba, perché nel mezzo ci sono strani personaggi, mediatori, facilitatori, PER LA MAGGIOR PARTE MILLANTATORI, così se uno si presenta ed è un po’ sprovveduto, può scucire qualcosa che non fa mai male.

Quindi – da un certo punto di vista – azzerare i fondi pubblici, si legge, è come azzerare i partiti politici, spuntare la loro arma di offesa di massa e fare in maniera che non passino i progetti dei loro protetti e fin qui siamo d’accordo, però si rischia di buttare con l’acqua sporca (che è legittimo) anche il bambino e alla fine siccome tutto passa per la politica è meglio non fare niente, ma affidarsi agli sponsor privati, i quali lo fanno per immagine, per la loro immagine, non certo per la cultura in sé, non sono come si dice mecenati ma “mercenati”, nati cioè col pallino della merce, della loro merce da rappresentare fino a svilire il concetto di autonomia della cultura. Se un tempo era uno strumento di propaganda politica adesso diventa uno strumento per la diffusione della MERCE GLOBALE

La cultura per sua natura non è una merce e non si riduce a valore di scambio e quindi verrebbe paralizzata una buona parte della sua espressività con notevole impoverimento della società: vogliamo parlare del valore d’uso della cultura che confligge cn il valore di scambio e parliamone! Quel valore d’uso ha una natura collettiva, come bene pubblico che non sempre si presta alla valorizzazione dei mercenati e se deve morire è come se morisse una parte di società

ciankazzo da fare?

 

 

 

2 – STATO, MERCATO E PROFITTO

Caduta tendenziale del saggio di profitto o crescita esponenziale del saggio me ne approfitto: cosa è stato?

“Ti sottoscrivo la seconda” E’ vero che la disoccupazione aumenta di pari passo con la caduta d’occasioni di investimento e il capitale produttivo lascia il posto a quello finanziario, il quale ha il dono di moltiplicarsi senza creare lavoro e quindi il profitto finanziario surclassa quello produttivo, ma il grande capitale “comune”, disperato, cerca di trovare soluzioni anche e soprattutto sfruttando la domanda pubblica, e quindi da anni si assiste all’aumento verticale del saggio del “me ne approfitto”, (i soldi ormai li cerco facendo finta di interessarmi di bene pubblico).

Tutto è cominciato dai lamenti per la scarsa produttività del sistema pubblico perché c’è spreco e inefficienza nell’allocazione delle risorse, allora qualcuno ha avuto l’idea di far gestire le cose pubbliche in maniera privatistica, alla fine settori della pubblica amministrazione sono stati smantellati e dati in gestione ai privati, ma non è che è cambiato molto, perché l’attività di natura pubblica essendo “vincolata” crea problemi spesso difficile da risolvere.

L’unica cosa che è successa effettivamente è che gli stipendi sono aumentati del doppio e del quintuplo per quanto riguarda i managers, che però ora si chiameranno managers pubblici, è vero che il lavoro è stato distribuito tra meno persone, ma è anche vero che le procedure sono rimaste complicate e inserire dei pezzi di privato in situazioni in cui permane il pubblico può portare ad una maggiore confusione e inefficienza come si è dimostrato.

O si cambia radicalmente tutto o le mezze misure non risolvono niente, anzi aggravano i problemi. Però intanto si è detto basta STATO ci vuole più MERCATO!

Il neoliberismo impazza, ha stravinto, ma l’aumento delle spese dello Stato non è diminuito, adesso sono i privati che cercano di fare delle speculazioni utilizzando beni pubblici non pagandoli o pagandoli cifre irrisorie e dando servizi a cifre alte per rispettare il tasso del “me ne approfitto”.

E abbiamo visto il problema dell’acqua pubblica, le società di gestione svolgono un’attività di natura pubblica con criteri privati, si chiamavano spa e possono fare profitti quando invece la natura pubblica del bene non deve permettere di guadagnare, ma di chiudere il bilancio in parità.

E’ vero che le occasioni d’investimento stanno nettamente diminuendo in vari settori per i privati, ma puntare sullo Stato, sulla Collettività fa comodo a tanti (perché è denaro sicuro) anche se lento,  però ultimamente lo Stato è mezzo fallito e non paga più, per cui i tempi lunghi danneggiano finanziariamente queste imprese.

Senza contare che buttarsi sulla spesa pubblica  per stimolare un minimo di crescita produttiva,  nel lungo periodo fa aumentare le tasse a dismisura,vuol dire creare problemi di altra natura e soprattutto quindi dalle tasse dei cittadini che aumentano enormemente, se poi i privati si accodano con i loro capitali, si capisce allora che siamo in un regime di capitalismo di stato o statale. Cosa cambia: che il mercato non è poi così importante per tirar su l’economia che essendo ormai drogata ha bisogno di effetti tossici e chi glieli può procurare? Chi è lo spacciatore?

Col liberismo è proprio così, e si impatta così meravigliosamente con la globalizzazione che paiono fratelli al punto che la integrazione delle varie economie si scontra con i differenziali di cambio, il problema futuro è riuscire ad avere uno scambio uguale per creare quindi quel coefficiente di “indifferenza” fondamentale per l’allocazione ottimale delle risorse economiche e quindi fare in modo che non ci sia più la fuga della forza lavoro che tende verso i differenziali di scambio più vantaggiosi.

Ha ragione chi ha detto che il liberismo è finito nel ’29, quella di oggi invece è “l’ideologia” del liberismo. Prima è lo Stato che predispone la necessaria impalcatura produttiva poi si aggregano i privati, si fa una speculazione qua una la con un consorzio di imprese, si smantellano funzioni pubbliche, che vengono gestite con criteri privati, si allentono i controlli facendoli passare per burocratici, vengono  rotti gli  schemi abitudinari, antiche consuetudini,  aumentano i costi a dismisura – tanto chi paga siamo noi – e molto spesso la cementificazione diffusa appare senza che ce ne accorgiamo e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi.

La globalizzazione quindi si fa sotto il segno di un neoliberismo sfrenato nel tentativo di avere delle chances che non arrivano mai, mentre i singoli Stati si indebitano sempre di più, la globalizzazione mette insieme paesi con differenziali di sviluppo e con scambi diseguali che determinano l’invasione della forza lavoro dei paesi poveri che si scontra con il livello locale dell’economia, che a sua volta diventa più frammentata nel territorio: le due economie, quella globale e quella locale attualmente si spartiscono le risorse, però la convivenza diventa sempre più difficile, prevale la bibbia del basso costo che può smantellare la qualità della vita.

 

 

2 – LA FILOSOFIA DEL PARACULO

Parliamo di filosofia spicciola da bar dello Sport.  Rappresenta una regressione semplificatoria che è presente in tutta Italia, isole comprese che però (forse) è più diffusa al Sud e cmq in quei luoghi dove la furbizia regna sovrana e diventa un punto di non ritorno.

E’ una filosofia piuttosto semplice, terra terra, una filosofia spicciola con connotazioni piuttosto volgari, però è molto creduta presso il popolo e quindi dal punto di vista della costruzione sociale, e’ importante come qualsiasi altra sofisticata teoria sociale che riflette un pensiero più eccelso di alta classe magari cn citazioni di termini, francesi, tedeschi, inglesi e con lettura di testi originali e non tradotti.

Cos’è in breve sostanza la filosofia del paraculo?

E’ semplice, il mondo si divide in due categorie piuttosto diffuse:

a) chi nella vita se lo prende in culo, (i pigliainculo) nel senso METAFORICO del termine, nel senso che non riesce a dominare gli eventi, a conquistare delle mete, degli obiettivi e che finisce sempre nel dover sopportare ogni tipo di angherie, di umiliazioni, di sottomissioni che cioè dimostra di vivere una situazione passiva e quindi una vita senza vita,

b) chi invece lo mette a tutti quelli che trova, dimostrando di essere molto attivo in questa attività di dominio e di conquista, riesce a far in maniera che le cose si sviluppino secondo i suoi desideri, ha la sensazione di saper dominare gli altri e di aver successo in quello che fa, nessuno può dirgli di no perché ha l’arte magica di saper conquistare.

Siccome occorre  essere capaci nella psicologia e scaltri, bisogna saper vincere e trovare la giusta soluzione per sé.

Queste due situazioni psicologiche sono rappresentate da immagini volgari e sessuali ( o lo si mette o lo si riceve) non c’è una terza via, la vita di ognuno si sviluppa lungo due direzioni, o sei da una parte o sei da una altra, o… o… , però come si sa le circostanze comportano situazioni non sempre chiare e facili da snocciolare e qualche volta bisogna anche saper essere passivi per continuare con successo nella propria attività, qualche fregatura si può prendere con bonomia, ma nell’insieme le fregature bisogna darle e quindi il paraculo si inscrive a questa seconda modalità d’azione, cioè riesce a non farsi fregare non dico sempre, però nella sostanza e contemporaneamente nelle sue interazioni a evitare quelle che si chiamano con linguaggio crudo “inculate”, cioè bisogna pararsi il culo, da qui il sofisticato termine, e aver la capacità di uscire vincente da situazioni che potrebbero essere negative o peggio disastrose.

Quindi il paraculo cerca la giusta furbizia per (ri)pararsi il sedere dagli attacchi esterni, in questa filosofia elementare non ci sono sottigliezze, declinazioni complesse, tutto è ridotto ai minimi termini, anche la psicologia appartiene alla natura animale piuttosto che a quella umana, (anche se la stessa umanità procede per evoluzioni animali) eppure funziona ancora come paradigma per tanti, al punto che l’altro da sè viene visto con sospetto non con amicizia o amore perché potrebbe anche confidando nei meccanismi più amichevoli o sentimentali, mettertela in culo doucement, (almeno usiamo un francesismo per compensare).

E’ questa ossessione di una lotta per la sopravvivenza in cui l’esterno viene vissuto come un pericolo costante a dare un senso a una vita senza senso, a creare un cinismo rivoltante che denota una mancanza di qualsiasi qualità…Questo è ovvio.

 

 

 

2 – INTOLLERANZA E RAZZISMO

Per chi volesse ORGANIZZARE UN CINEFORUM SULL’INTOLLERANZA, SUGLI STEREOTIPI E SUL RAZZISMO non si può prescindere da questi titoli, ce ne sono tanti altri da aggiungere basta solo condividere in rete l’iniziativa.

 Andiamo dal classico del cinema muto del 1916, INTOLERANCE di David Wark Griffith,  suddiviso in 4 episodi storici, al cinema civile degli anni 60, INDOVINA CHI VIENE A CENA di Stanley Kramer, 1967, con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier, sull’intolleranza verso i neri; MISSISIPI BURNING di Alan Parker, 1988 con Gene Hackman e William Dafoe, contro i neri e la presenza del Ku Klux Klan, LA LUNGA STRADA VERSO CASA di Richard Pearce, 1990, con Whoopi Goldeberg e Sissy Spacek, sempre contro i neri, MY BEAUTIFUL LAUNDRETTE del 1986, di Steven Frears, che descrive una Londra dell’emarginazione: VIVRE AU PARADIS di Bourlem Guerdjou,1998, un giovane Algerino inmigrato in Francia; LA PROMESSE di Pierre e Luc Dardenne, 1996, sullo sfruttamento della manodopera immigrata, LA BAS MON PAYS di Alexandre Arcady,2000, integrazione o ritorno verso la terra d’origine? LONTANO DAL PARADISO di Todd Haynes, 2002, l’intolleranza nella società Usa degli anni ‘50; PERIFERIA di Vinko Moderndorfer una realtà dell’est; E gli italiani?  Oltre al collettivo film INTOLERANCE di Registi Vari, di qualche anno fa prodotto dall’Assoc. degli Autori, (Anac), possiamo tra gli altri vedere: 12) SACCO E VANZETTI di G. Montaldo, 1971, un classico sull’intolleranza dell’America razzista e reazionaria; L’AMORE DI MARJA di Anne Riitta Ciccone, 2004, sul rispetto del diverso; 14) PRENDIMI E PORTAMI VIA di Tonino Zangardi, 2003, l’intolleranza verso gli zingari. Non dimentichiamo i classici come: EASY RIDER di Dennis Hopper, 1969, sull’intolleranza verso il diverso; SCIUSCIA’ di Vittorio De Sica,1946 un capolavoro del neorealismo; due più recenti come: 17)GANGS OF NEWYORK di Martin Scorsese, 2002, guerre tra bande e intolleranza reciproca, LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA di Joe Dante, 1997, sull’immigrazione sull’integrazione. Questi sono solo alcuni titoli, noti e notissimi,altri da festival.

 

2 – MERITOCRAZIA O BUROCRAZIA?

Fondamentalmente la ricchezza privata non ha mai avuto una legittimazione sociale anzi essa rende più difficile la stessa stabilità sociale, secondo Talcott Parsons (un sociologo americano), si giustifica come effetto della meritocrazia, efficace strumento di promozione sociale, la Classe Media ha puntato sulle qualità individuali, sulle capacità degli affari, sui talenti, però allora come giustificare l’ereditarietà della proprietà e della permanenza di oligarchie, fattori che complicano a dismisura le cose.

Meritocrazia ed ereditarietà fanno a cazzotti.

Secondo Talcott Parsons, l’ereditarietà non è in contrasto col principio del successo e dei risultati individuali essendo soltanto una TRADIZIONE RESIDUA.

Una società sempre nuova che parta da zero, non esiste sulla carta, è nel suo sviluppo naturale il fatto che si creino rapporti familiari economici oltre la morte del singolo individuo e si stratifichi quindi un potere permanente è nell’ordine della natura delle cose, per cui alcuni soggetti hanno il diritto di avere qualcosa in cambio di nulla, contraddicendo però il mito dell’Universalistico Successo Individuale.

Difatti la classe media ha dentro di sé una contraddizione fondamentale che indebolisce il sistema morale universale, al punto che esso vale sempre per gli altri e invece per sé c’è sempre un’eccezione giustificata da circostanze impreviste e imprevedibili che costringono a delle scelte compromissorie, per cui mentre si pretende dagli altri IL MASSIMO DELLA CORRETTEZZA si è auto assolutori verso se stessi (c’è sempre l’eccezione che conferma la regola).

Ci si dimentica della moralità perché il fatto non è preponderante per noi, niente a che vedere con altri fatti analoghi capitati ad altri. L’importante in definitiva, è che quel di più che alcuni hanno per diritto familiare, come opportunità aggiuntiva, sia usato nel modo più efficiente possibile all’interno dei valori importanti del sistema, per la realizzazione dei suoi fini, non siano cioè elementi parassitari di spreco delle risorse, (in sostanza devono essere coinvolte produttivamente) cmq in ogni società ci saranno sempre delle differenze nella distribuzione di opportunità e questi però sono per Parsons fattori secondari che non inficiano il funzionamento ottimale di una società.

Platone sostiene che la stabilità del sistema dipende dal principio per cui ciascuno viene retribuito in proporzione ai suoi “meriti”, però la ricchezza ereditata continua ad essere retribuita senza che i beneficiari abbiano dei meriti, chi non si ricorda una delle poche riforme di Berlusconi, quella di ridurre sensibilmente le aliquote fiscali sul passaggio ereditario per renderlo meno costoso e quindi più facile: una società liberale o neo liberale esalta la proprietà e vuole sempre diminuire queste aliquote, una società progressista le critica e vuole aumentarle per le ragioni contrarie.

Quindi ne consegue che la società degli “affari” che è in toto liberale o liberista non rispetta i requisiti di stabilità del sistema, lo stesso sistema familiare nel capitalismo molto spesso regredisce a sistema familistico ed è incompatibile con l’uguaglianza di opportunità perché c’è il figlio ereditiero e quello non, il sistema contraddice le pari opportunità, se poi inseriamo in mezzo la persistenza delle oligarchie financo politiche oltre che finanziarie, il patatrac è vicino, la società si congela in gerarchie e tende a difendere con opportune leggi le rendite di posizione, che inficiano l’efficienza del sistema che può crollare per assenza di competizione.

Stiamo parlando   d’un capitalismo parassitario che genera malcontento diffuso, immobilismo e non soddisfa più i requisiti della stessa stabilità sociale, soprattutto per la permanenza di strati privilegiati e la consistenza di caste in tutti i settori che soffocano l’innovazione e il cambiamento, quindi dobbiamo ricordarci che la proprietà è una delle fonti endemiche di conflitto nella società perché la distribuzione della ricchezza è il centro di conflitti di interessi diversi nella società, oltre al conflitto classico tra operaio e capitalista si affianca la questione nord-sud e quella giovanile: quelli del nord si lamentano che la ricchezza gli venga sottratta dalla politica per motivi elettoralistici creando sprechi e andando poi finire (non si sa come) al sud, i giovani dicono che in Italia non hanno nessuna opportunità di crescita economica perché c’è troppo nepotismo.

La società si blocca e si deprime anche per la presenza di sterili ideologie che coprono l’immobilismo di fondo, e quella che oggi è più forte e più falsa è l’ideologia neoliberista che nasce come reazione alla burocratizzazione della società per colpa dello Stato, ma che esprime un nuovo e più pericoloso processo di burocratizzazione delle caste, per cui il capitalismo diventa più burocratico dello Stato.

 

 

2 – COMMENTI TEORIA COMUNICAZIONALE

Dopo l’articolo comparso su IL FATTO QUOTIDIANO sulla teoria comunicazionale a cura di Barbara Collevecchio adesso vediamo i commenti dei lettori

COMMENTI

Ma nella lingua italiana le parole di origine straniera sono invariabili, non usano il plurale né secondo la lingua d’origine, né secondo le “regole” dell’italiano.

Avere questo potere nel web non é così diverso dall’averlo in Tv. La differenza sta, forse, nel numero di persone raggiunte con la Tv (pensiamo agli anziani che non usano internet) e nella passivitá innegabile del telespettatore rispetto all’utente di internet che, almeno in teoria, può intervenire in una discussione, dire la sua, cercare altre informazioni. Credo comunque che proprio questa maggiore possibilitá di essere attivi possa dare l’illusione di poter tenere sotto controllo la rete, mentre non é proprio così: i meccanismi propagandistici sono anche piú sottili e meno evidenti di quelli della Tv. E, se ci pensiamo, dal punto di vista della propaganda, non é che ci siano grandi differenze tra B. e Grillo. Certo sono diversi i contenuti, il target di riferimento e il mezzo utilizzato ma per il resto, fateci caso, molte coincidenze.

No, il web è molto peggio! Infatti almeno in TV ci andavano persone con una certa competenza e quando erano palesemente false o faziose venivano sistematicamente derise (vedi Minzolini o Emilio Fede). Invece nel web è pieno di “signor nessuno” che non riescono a risolvere un’equazione e vogliono spiegare il sistema bancario internazionale, oppure che non sanno nemmeno qual è il 5o canto della Divina Commedia e pretendono di ergersi difensori della cultura.
Il web non sta portando democrazia, nè informazione. Sta portando confusione, sta dando spazio a voci antidemocratiche e fomenta la caccia alle streghe. Rendiamocene conto.

Hobbes 5 ora fa

Mi sembra eccessivo tirare in ballo misteriose tecniche di persuasione occulta, reti di influencer addestrati da un Grande Burattinaio. Le “tecniche” di cui si parla nell’articolo sono una formulazione in “psicologese” di aspetti dell’animo umano che tutti i leader della storia conoscevano benissimo, da Giulio Cesare a Napoleone, da Hitler a Silviuccio nostro. Conoscevano e hanno sfruttato, aggiungerei. Rassegnamoci: l’essere umano è fatto così.

Riot+- 8 ora fa

Già. E comunque il plurale per il tizio lì proprio non esiste; nel video non solo dice: “gli influencer”, “sono influencer”, dice persino: “i social network”. Poi voglio un servizio sui “morbilloncer”, i “rosoliencer” e i “varicellencer”.

P.S.
Questo voleva essere un commento a Giroma.

Blitz 9 ora fa

Chiunque abbia delle convinzioni e parli con qualcuno e’ un “influencer”. Quello che fa venire i brividi e’ apprendere che un individuo (Casaleggio) recluti altre persone e le addestri ad utilizzare tecniche neurologiche con il solo scopo di fornire al proprio cliente pagante (Grillo) un servizio migliore. Non riesco ad immaginare nulla di piu’ lontano dalla purezza e trasparenza tanto sventolata dai grillini

stress57 15 ora fa

Cacchio il nano altro che Casaleggio guarda quanti ne ha fottuti

Se sia diverso non lo so, e in fondo non sono nemmeno tanto interessato,
il punto che vorrei chiarire, fondamentalmente é:
Ma il suo barbiere é lo stesso che aveva De Michelis.
capillum omen dicevano

MABVLOX 15 ora fa

Non c’è dubbio che queste parole pronunciate e scritte in inglese “suonano” diversaMente.

Ma: “Influencer, persuader, opinion leader … escort” … c’erano anche una volta e li chiamavamo con altri nomi, sobillatore, persuasore, promotore … mignotta dal francese mignon graziosa …. rubacuori.

Arianna70 15 ora fa

Se vuoi nascondere MOSTRA.

Danchou 17 ora fa

Se Casaleggio fosse una persona così oscura come spesso viene descritta non credo rilascerebbe informazioni del genere ..

Marco Antoniotti 17 ora fa

ubertus Bigend e la Blue Ant 🙂

Bacco11 17 ora fa

Solo un suggerimento
Che gli influencer abbiano un minimo di cultura riguardo l’argomento trattato, un mimino per non fare continue figure barbine

Gli infuencers in genere devono spargere falsità ed ignoranza. In particolar modo quelli di Casaleggio…Quindi al grillino non importa che l’influencer dica una cosa palesemente infondata purché sia in sintonia con il Verbo del guru…Se qualcuno tenta di aprirgli gli occhi dimostrandogli con i fatti che quella dell’influencers è una balla, quel qualcuno diventa automaticamente un troll agli occhi del grillino che vuole vedere solo quello che lo hanno condizionato a vedere!

Bacco11 18 ora fa

Aggiornamento degli idola di Bacone?

L’influencer ha un posto di rilievo la dove non ci sono idee precise, dove con le parole è in grado di mettere in contraddizione le, forse, certezze che chi ascolta ha. Lo stesso Casaleggio, nel video, spiega come per tipologia di prodotto questo personaggio fa e disfa il prodotto stesso. Contrariamente a quanto ho letto in interventi precedenti, in politica queste figure riescono nel loro intento esclusivamente nei momenti di confusione, di poca chiarezza e nei momenti in cui, quelle che si chiamavano ideologie, non hanno piu’ il valore di indirizzo . Questi ultimi 20-30 anni, sono stati segnati dalla perdita delle dottrine di riferimento e la riconquista delle idee stenta a riprendere il sopravvento. Oggi, a mio parere, una buona campagna pubblicitaria della idea del momento, riesce, o è riuscita, a imporsi proprio grazie a questa nuova ( mica tanto, i piazzisti esistono da una vita) professione

parsiphal 20 ora fa

Gentile Barbara Collevecchio,

Lei dimentica una cosa: nessuna mente è isolata, ma vive in un contesto di altre menti. Difficilmente si prendono le decisioni in perfetta solitudine, com’è dimostrato anche nella più paralizzante indecisione, prima o poi qualcuno pende da una parte, e molti si conformano alla scelta.
Così nel considerare le influenze in rete, omette una parte importante del processo (ed è la caratura di chi davvero influenza le opinioni altrui), che oggi passa per i social media. Quell’apprezzamento dell’amico su una cosa di cui mai ci saremmo sognati d’occuparci, richiama la nostra attenzione e, a meno di non avere un sussulto viscerale, ci viene veicolata e talvolta inoculata anche come semplice dubbio. La direzione presa da una comunità nella quale ci riconosciamo può arrivare, se non subentrano contesti emotivi o conflitti con l’eredità morale di altre figure affettive o di riferimento, a sciogliere la nostra indecisione.
La razionalità è una scelta, si possono fare molte cose per difenderla, specie se si ha la fortuna di poter discutere con altre persone e testare così la logica sottesa e la coerenza strutturale.
Farsi influenzare non è poi così sbagliato: sono sempre idee e pensieri a volte inaspettati sui quali operare valutazioni, ma si può andare oltre, modificarli o cassarli.
Si può fare esperienza di un processo decisionale molto diverso da quello ben descritto da lei se anziché prendere una decisione la si matura, in tempo diurno e notturno, sapendo come la sintesi dell’irrazionale sia insuperabile e l’analisi razionale sia la più affilata, e applicando poi semplicemente una logica temperata nei confronti di merito e di sistema. Certo non si può fare se la scelta dev’essere subitanea, in emergenza si prova davvero la condizione di una psiche isolata e volubile (per questo la gestione delle emergenze si affida a protocolli che forniscano un riferimento per le decisioni), ma non stiamo parlando di questo ed altri casi nei quali tutto ciò che ho scritto è del tutto inapplicabile.
La differenza tra il web e le televisioni, me lo insegnerà certamente lei, è l’approccio verticale delle prime ed orizzontale delle seconde. Certo lei ora vede Grillo come un fenomeno verticale, pazientemente costruito in lunghi anni di provata affidabilità ed autorevolezza: ma se conosce la rete sa come fenomeni più importanti di Grillo si siano sgonfiati improvvisamente dopo aver commesso al più un paio d’errori. La credibilità in rete si costruisce negli…

harry_stack 20 ora fa

Questo post mi piace, almeno dà delle informazioni degne di tal nome, tuttavia è troppo accademico… sembra (e probabilmente è così) che lei abbia semplicemente copiato uno schemino presente sui tanti di libri di testo sulla comunicazione politica… dottoressa sembra che scriva questi post tanto per scriverli piuttosto che mettere passione in ciò che dice…

Beh, se permetti,anche fosse come dici, sarà ben meglio chi ci mette tante informazioni e poca passione rispetto alla maggior parte dei blogger, che ci metteranno anche tanta passione, ma finiscono per produrre post di un’inutilità assoluta tanto sono vuoti.

leggo i blog per la passione che ci mettono, sperando che la condiscano anche con ottime informazioni… se volessi solo informazioni attendibili e (più o meno) oggettive leggerei un libro…

Diversi punti di vista: io affronto libri e blog con mentalità simile. Con la differenza che i libri devono trattare qualche argomento che mi interessa molto per giustificare il tempo che gli si deve dedicare, mentre i tre minuti per un blog li tiro fuori anche per argomenti che non vanno oltre la curiosità.
Ma in entrambi i casi finita la lettura desidero sapere qualcosa di più rispetto a quando l’avevo iniziata.

Il problema è se quel qualcosa in più è falso? Almeno per i libri c’è il controllo della casa editrice, che se pubblica scemenze perde di credibilità

Beh, è fuor di dubbio che si debba stare attentissimi con le informazioni dei blog (più in generale di internet). Tra l’altro proprio qui sul fatto è pieno di blogger che fanno assoluta disinformazione.
Ma anche con i libri hai ben poche certezze: basta ad esempio che conti quanti ne sono stati scritti sui complotti undicisettembrini..
In tutti i casi sta al buon senso del lettore affrontare la lettura con un po’ di intelligenza, se possibile verificare l’attendibilità delle informazioni con altre fonti, nonché le competenze del blogger stesso, ed essere coscienti che meno si sa di un determinato argomento più è difficile valutare la qualità di tali informazioni.
Però i blog hanno un valore aggiunto: i commenti, che spesso, oltre a smascherare eventuali stupidate, permettono di integrare ed approfondire gli argomenti trattati.

Sia l’articolo che il video sono interessanti, ma parlano di cose completamente diverse. Casaleggio dice che solo una minoranza degli internauti si esprime, scrive blogs, commenta messaggi come me adesso, diciamo il 10%, mentre tutti gli altri che semplicemente leggono sono influenzati da chi scrive. Quindi, dato che molti di noi attingono la maggior parte delle informazioni da internet (news, cosa compare, etc), questa minoranza che si esprime decide i trend per tutti, che prodotti funzionano e quali no, etc. Devo dire che era cosi’ anche prima di internet. Alcuni nella cerchia delle conoscenze si sono sempre espressi con piu’ convinzione e semplicemente parlano di piu’ di altri, e influenzano di piu’ gli altri.

L’articolo invece parla piu’ in generale di pochissimi (molto meno del 10%) leader per lo piu’ politici che hanno la possibilita’ di parlare in pubblico di fronte ad una grande platea e hanno un particolare prestigio. Leader politici, scienziati, etc. Loro possono far cambiare opinione a delle masse usando i trucchi descritti nel testo.

Quindi gli influencer di Casaleggio sono troppi per essere influenzabili da qualcuno. Forse l’articolista voleva insinuare che Casaleggio controlla migliaia di influencer, che sarebbero i grillini, io quali controllano noi. Ma io non lo credo. I grillini ci sono perche’ la nostra classe politica fa schifo, e tutti la vogliono mandare a casa. Se poi i grillini, una volta mandati a casa questi qui, fara’ meglio o sfascera’ tutto, be’, e’ una domanda che si pongono in molti. Io una risposta non ce l’ho, ma so che siamo tutti ben consapevoli di quello che sta accadendo… nessuno ci ipnotizza. Al massimo non siamo informati di tante porcate sotterranee che accadono in politica!

Non hai capito niente! Casaleggio non controlla gli influencers, ma li stipendia per far portare acqua ai suoi prodotti commerciali! I grillini sono il gregge acritico “influenzato” dagli influencers i quali sono trattati come merce essi stessi…

Esempio…quando IDV era cliente di Casaleggio (per milioni di euro) i grillini erano spinti a votare Idv dagli influencers di Casaleggio (Grillo elogiava Di Pietro e lo chiamava kriptonite in quanto unico, a suo dire, capace di blandire berlusconi)

Quando Di Pietro ha rotto il contratto Grillo&Casaleggio si sono rimangiati le proprie intenzioni di non entrare in politica, hanno fondato un partito-azienda e fanno dichiarazioni ondivaghe su tutti i temi di rilievo per accalappiare quante più persone possibili…

Tanto ondivaghe che, altro esempio, hanno fatto inversione ad U sull’anticlericalismo (tornando ad essere servi dei preti) ed i grillini nemmeno se ne sono accorti!

Ti faccio adesso una domanda, ti sei accorto che il M5s riconoscerà tutti i privilegi alla chiesa come da NON statuto e NON programma? Secondo te perché? Perchè Grillo& Casaleggio hanno fatturato alla chiesa “l’influenza” che avevano sui grillini per farli tornare “buoni cristiani” e (cit. dello stesso beppe grillo al teatro smeraldo il giorno della nascita del m5s) “andare a messa dal prete paolo farinella!

Ma che stupidaggini dici…. Farinella è uno dei preti più lontani dal vaticano, bastava andare a dare uno scorsa a quello che dice e scrive da sempre per evitare queste figure da idiota. Dai di “pecore” agli altri e non ti accorgi di quanto sei tu che ti sei fatto influenzare da quello che i giornali, le tv, i partiti con i loro apparati formati da decine di agenzie e spin stanno facendo circolare. Tutti che fanno l’ analisi del messaggio e dell’ azione di grillo ma nessuno che invece analizzi la reazione mediatica del “sistema”, del regimetto. I fatti sono quelli del consigliere del Lazio che si “beve” i nostri soldi, analizzami quello se ce la fai….

beh, sono accuse gravi, addirittura Casaleggio stipendierebbe degli influencers per usarli a favore o contro questo o quel partito politico a seconda che lo paghino per i suoi lui o no… qualche prova? o almeno indizio? qualche inchiesta giornalistica a riguardo?

Non riesco a trovar riferimenti alla chiesa nel programma o nel non statuto….

Giroma 21 ora fa

Nella “” Rete oltre agli Influencer devono seguire i “”Fattisss Realisss !

Margo32 21 ora fa

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.
Goebbels

(Modificato dall’autore 21 ora fa)

“Goebbels è vivo e vegeto” è una bugia; quante volte va ripetuta perché Goebbels risorga? 🙂

E’ sempre tra noi. Solo che usa altri nomi.

Giusto ma vale per tutti, non solo per “noi”.

Le parole del nazi riassumono implicitamente una conseguenza della teoria della verità come relazione di coerenza tra un insieme di credenze, in quanto la “ripetizione” della bugia è una specie di “segno” per la sua verità. “La verità per essere verità, deve essere vera di qualcosa, e questo qualcosa non è la verità” (Bradley, 1914). Quindi se le parole di Goebbels vogliono essere usate in modo strumentale per i propri fini, tali “nomi” devono sapere che non funzionano né con la teoria della verità come corrispondenza ai fatti (secondo Russell, la coerenza non è in grado di distinguere la verità da un racconto di fate) né soddisfano il criterio di adeguatezza materiale della teoria semantica di Tarski, né, al limite, rispondono alla domanda dei pragmatisti su quale sia in termini di utilità la differenza tra accettare una bugia per verità oppure no. Così poi s’inventano situazioni che fanno la felicità del cosiddetto “teorico del complotto”…

Kenny Craig 23 ora fa

Secondo me l’autrice del pezzo si e’ lasciata influenzare da Herbert Alexander Simon… 🙂

– Riot+- 23 ora fa

Succede che l’apparente contraddizione tra il punto 1) della parte riguardante le ricerche delle neuroscienze sul nostro cervello con il punto 1) delle ricerche di Simon, almeno per quanto concerne la teoria dell’informazione, getta luce su come operano gli “influencers”. Poiché il teorema di Shannon dice che più un messaggio è meno ridondante, cioè è più stringato, più la comunicazione arriva in modo non prevedibile, nessun messaggio stringato in cui non si perda informazione rispetto a quello che vuole comunicare può semplificare tutti i messaggi. Dunque non si capisce quale sarebbe il senso di complicare i messaggi ai fini del consenso o dell'”influenza” se poi il cervello non è in grado di elaborare tutti quei dati. In conclusione gli “influencers” li rendono ridondandi proprio per farli capire, altrimenti come si aspetterebbero che la gente capisca che ci sono leaders su cui puntare?

HO SOLO UNA RISPOSTA: “NUOVO?!?!”

zabriski 1 giorno fa

La cosa veramente interessante è che, tra le righe, si legge un preciso retropensiero, sarebbe a dire: ” Se con la tv, che pure sembrava all’inizio un’espansione della conoscenza collettiva, un mezzo per favorire un”informazione più universale etc.., se con la tv, ripeto, ci hanno fottuti, quanto ci metteranno a fotterci anche con internet? E non dico chi lo farà e non so come, ma senza sognarsi sette e grandi fratelli, semplicemente perché il potere c’è e tende a preservarsi esso stesso così com’è. Se poi pensiamo che il potere è spesso corrotto e mafioso in molte sue parti e anche parecchio egoista significa solo che di informers, o delle loro caricature, si riempirà il web, non so con quali risultati. Per ora c’è di nuovo che il web non appartiene a un tycon qualunque, ma ha di suo una base interattiva, cioè ad azione corrisponde reazione uguale e contraria.

Quando uno è costretto agli straordinari per pagare la connessione Internet, il canone TV e la parabola, quello è già fottuto. Quindi l’idea di spengere tutte queste cose va messa in preventivo per non dargli troppa importanza.

tiberiob 1 giorno fa

quando si fanno dei ragionamenti bisogna partire da premesse certe, è vero che i partiti hanno sprecato milioni di soldi pubblici, che non vogliono rinunciare al vitalizio, che si oppongono alla riduzione del compenso parlamentare, che sono corrotti, mi sembra che questi casi abbiano avuto un andamento esponenziale, allora da queste premesse è corretto dedurre che vanno sostituiti con qualcos’altro e che questo qualcosa di nuovo oggi in Italia è il movimento di Grillo; se non si accettano le precedenti premesse considerate vere allora è anche possibile dedurre che è meglio votare i partiti tradizionali con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, la Bancarotta

2 – TEORIA COMUNICAZIONALE

Qui sotto riportiamo un articolo comparso sul FATTO QUOTIDIANO qualche tempo fa nel quale si parla degli influencer e del condizionamento indotto dalla Tv, e da Internet, in cui qui si dice, che non c’è poi così tanta differenza tra i due, ecco l’articolo.

Casaleggio, gli influencer e il nuovo potere di Barbara Collevecchio

Come prendiamo le nostre decisioni? Davvero sono potenti gli influencer di cui tanto parla Casaleggio?

Herbert Alexander Simon è stato un illustre economista, psicologo e informatico che ha contraddetto la visione della razionalità di tipo neoclassico, che nel momento decisionale considera soltanto i vincoli esterni all’azione umana cioè quei vincoli di risorse e di informazione disponibili per il soggetto.

Simon nella sua teoria decisionale comprende anche gli aspetti psicologici del processo decisionale. La sua teoria della razionalità considera anche i vincoli interni all’individuo:

Gli esseri umani possiedono una razionalità limitata a causa della loro

– stupidity (limitate capacità di calcolo)

– ignorance (impossibilità di conoscere tutte le alternative possibili)

– passion (emozioni).

Teniamo bene a mente questi limiti quando qualcuno afferma di non essere influenzabile: ognuno di noi è condizionato dai propri limiti cognitivi ed emotivi quanto dalla complessità dell’ambiente in cui si trova ad operare.

Come agisce un leader influencer con un grosso potere comunicativo? Ovviamente gioca su questi handicap cognitivi propri di ognuno :
a) limiti attenzionali e di memoria : non riusciamo a seguire nel contempo più eventi e non possiamo riflettere consapevolmente che su un numero limitato di informazioni. Il leader lo sa e manipola le informazioni per renderle rindondanti.
b) limiti nella coerenza delle conoscenze: è impossibile confrontare tutte le nostre credenze in modo da poterle rendere coerenti. Il leader ripete all’infinito gli stessi concetti rendendoli coerenti al posto nostro.

Se la mente umana difficilmente riesce a considerare più di 6 o 7 variabili alla volta è evidente che non siamo esseri completamente razionali e che sia comodo per la nostra psiche che qualcuno scelga per noi, anche se non ce ne rendiamo conto. Grazie alle neuroscienze sappiamo che per il nostro cervello:
1) le decisioni diventano problematiche se si hanno troppe informazioni ( Per questo un esperto di comunicazione politica ripete sempre lo stesso concetto di base declinandolo in forme diverse )
2) se le informazioni sono troppe prendiamo decisioni peggiori e comunque insoddisfacenti ( Per questo spesso la migliore strategia è semplificare, dare soluzioni semplici a problemi complessi con naturalezza, che poi siano soluzioni infattibili gli elettori lo scopriranno troppo tardi )
3) la vigilanza e l’attenzione calano con il numero di elementi da considerare ( Più che dare informazioni e scendere nella complessità meglio che il leader parli in modo semplicistico, infarcendo il tutto di battute o invettive)
4) le prestazioni peggiorano se le informazioni ci arrivano ravvicinate nel tempo, pesano maggiormente le ultime informazioni arrivate ( Per questo è strategico dosare le interviste e le apparizioni in pubblico e i confronti diretti )
5) alcune delle decisioni migliori sono emotive o inconsce ( per questo il leader deve incarnare l’uomo comune e la sua immagine deve permettere all’elettore un identificazione)

Cosa succede se applichiamo tutto questo al web e alla propaganda politica?Siamo convinti che avere questo potere nel web sia poi così diverso da chi ne ha possedendo delle televisioni?

Dico la mia:

C’è molta diffidenza nei confronti di Casaleggio definito il personaggio occulto simile al Berlusconi delle Tv e ciò costituisce la semplificazione di tanti commenti in rete, al di là dell’analisi dell’influencer o dell’opinion leader, uno che lavora nella comunicazione però può essere – non sempre – dalla parte della gente comune, dal popolo, delle masse, in quanto riesce a rintuzzare meglio i meccanismi della comunicazione istituzionale governata dalle regole dei giornali e dai centri di potere mediatico che coincidono con i centri di potere economico, da ciò ne consegue che bisogna imparare a decifrare i meccanismi della manipolazione che ci fa vedere come importanti e di cui discutere, solo alcuni problemi magari secondari e non altri più fattualmene pregnanti, che costringono la gente a misurarsi su determinati discorsi, sviandola da quelli veri. Ci si può difendere in maniera ideologica (la tv la butto dalla finestra) ma non ci permette di capire il meccanismo della persuasione occulta (Packard). Quindi ben venga uno come Casaleggio dove la rete senz’altro più democratica può creare tanti elementi di manipolazione anzi moltiplicarli, ma anche scovarli attraverso diffusioni virali e antidoti.

I commenti degli internauti sono molto variegati, vanno da semplificazioni abbastanza rozze a sofisticate teorie socio-filosofiche interagendo col il pensiero pragmatico, qualche commento non si fa capire, qualche altro è ostico, ma nell’insieme dimostra una certa pregnanza in quanto si mischiano linguaggi quotidiani e quelli intellettuali-scientifici. I commenti danno una profondità anche all’articolo, e li metteremo nel prossimo post.

 

 

 

2 – IL COLLE DELLE FELCI

Una poesia dell’infanzia in cui si camminava nel COLLE della gioia

Ora io giovane e

semplice sotto i rami del melo

presso la casa sonora e felice come l’erba era verde,

la notte sulla vallata

radiosa di stelle,

il tempo mi faceva

esultare

e arrampicare d’oro

nel rigoglio dei suoi

occhi,

e venerato tra i carri ero principe delle città di mele

e cera una volta io, il signore, che alberi e foglie

faceva scendere con orzo e margherite

giù per i fiumi di luce donati dal vento.

E com’ero verde e spensierato, famoso nei granai,

nell’aia felice, cantando ché la fattoria era casa,

nel sole che è solo una volta giovane,

il tempo mi faceva giocare

e essere d’oro nella grazia dei suoi mezzi,

e io ero verde e d’oro, cacciatore e pastore, i vitelli

cantavano al mio corno, le volpi sui colli latravano nitide e fredde,

e il sabba risuonava lentamente

sui sassi dei sacri torrenti.

E per tutto il sole erano corse, era bello, e i

campi

di fieno alti come la casa, i canti dei camini, era

aria

e un gioco bello e acqueo

e fuoco verde come l’erba.

E a notte, sotto le semplici stelle

mentre cavalcavo nel sonno le civette portavano via la casa,

e per tutta la luna sentivo, felice tra le stalle, i

caprimulghi

che volavano coi mucchi di fieno, e i cavalli

che balenavano nel buio.

E poi svegliarsi, e la fattoria, come un viandante bianco

di rugiada, tornava col gallo in spalla: tutto era

splendente, era Adamo e vergine,

il cielo si componeva ancora

e il sole cresceva tondo proprio quel giorno.

così dev’’essere stato dopo la nascita della luce

semplice

nel primo spazio roteante, gli incantati cavalli

caldi al passo

fuori dalla verde stalla nitrente

sopra i campi della lode.

E venerato fra le volpi e i fagiani presso la casa

felice

sotto le nuove nuvole e gioioso per tutto il tempo del cuore,

nel sole che sorge in eterno,

percorsi le mie strade spensierate,

i miei desideri correvano per il fieno alto come

la casa

e nulla m’importava, nei miei traffici azzurro-cielo, che il tempo permette

in tutte le sue sonore svolte solo poche canzoni

del mattino

prima che i bimbi verdi e d’oro

lo seguano senza più grazia.

Non m’importava, nei giorni bianco-agnello,

che il tempo

m’avrebbe condotto su nel solaio fitto di rondini per l’ombra della mia mano,

nella luna che sempre sta sorgendo,

né che cavalcando nel sonno

l’avrei udito volare insieme ai campi alti

e mi sarei svegliato nella fattoria scomparsa

per sempre dalla terra senza bimbi.

Oh quando ero giovane e semplice nella grazia

dei suoi mezzi,

verde e morente mi trattenne il tempo

benché cantassi nelle mie catene, come il mare.

il colle delle felci

Dylan Thomas

 

2 – UN CINEMA DI REGIA

UN CINEMA DI REGIA E’ possibile che anche in Italia ci siano film di regia, in cui c’è l’impronta di un regista o invece per le commedie basta una regia di ordinario mestiere?

Un cinema di regia non deve essere necessariamente un cinema d’autore, ma il famoso mercato tanto esaltato dai neoliberisti de IL GIORNALE, non può premiare sceneggiature sbrigative scritte col lapis e filmetti di mestiere senza un minimo di regia, perché allora a questo punto un film deve essere considerato per il suo valore intrinseco e quindi se vale ma non incassa potrebbe essere migliore di un film che incassa ma che è una puttanata pazzesca.

Capito il concetto? NON HA VALORE, COME PER DIRE che tutta quella critica fatta al Mibac da parte dei neoliberisti del Cinema perché finanziava film che non incassavano diventa spuntata, cioè non è importante per la cultura i film che incassano, ma i film di valore intrinseco. Però se non c’è il mercato chi li definisce film di valore intrinseco? I critici, la gente, siamo in un binario morto. I festival, i cineclub?

Per questo ci deve essere un circuito per la valorizzazione di questo altro cinema di regia, altrimenti si rischia che sparisca il cinema di qualità e ritornino i “telefoni bianchi” in versione comica con aggiornamenti di costume, magari da bagno per esaltare le belle gnocche e una filosofia edonista di “destra”, che naturalmente si oppone al cinema d’autore (più sfigato fintamente poetico) ostico nel suo linguaggio realistico, che rappresenta gli ultimi o i penultimi della classe.

La critica purtroppo è asservita al potere, al mito dell’incasso e parla bene solo di ciò di cui si parla, altro che funzione culturale, il critico sa che se parla di un film che è all’attenzione dei media magari anche facendo il bastian contrario, può farsi una pubblicità, se invece recensisce un film sfigato ma di valore, che non vede quasi nessuno, ha la sensazione di aver perso del tempo, è proprio così? Certo se un film non ha neanche i soldi dell’ Uff. Stampa è meglio che non venga neanche girato, perché in una società come la nostra sarebbe un suicidio e una follia.

Cmq è importante anche la critica di Gianni Canova, sui ragazzi che rischiano l’ignoranza ICONICA, anche se non è così importante come la decrescita felice, però insomma si rischia la subordinazione culturale, l’assuefazione ai miti di carta del cinema spettacolare di matrice Usa fatto con larghi mezzi, quindi se diciamo a un ragazzo che è un “ignorante iconico” non vogliamo vietargli di vedere il cinema spettacolare, ma vogliamo che capisca un po’ di più dell’immagine cinematografica. E se ci risponde che non gliene frega niente e che è incline a vedere e seguire la De filppi, uno schiaffone terapeutico con retrogusto iconico, non glielo leva nessuno, però non possiamo costringerlo a vedere la Corazzata Potemkin perchè lui la ridurrà, con grave sgarbo semantico a la “C..azzata Potemkin”.

In effetti diventa arduo a livello di scuola media per giunta inferiore, far capire cos’è un film di regia e cosa vuol dire l’immagine cinematografica, in quanto forma di alfabetizzazione “secondaria” non indispensabile a tutti, anzi tanti ne fanno a meno e sono contenti, ciò che è indispensabile (la base) per i genitori non lo è per i figli.

Ritornando al mercato cinematografico, si dice che Il cinema è in calo, ma in Italia ci sono tanti film non valorizzati, fuori mercato, perché non vengono valorizzati anche quelli, che potrebbero compensare il calo di altri tipi di film? Cosi potremmo constatare se c’è un’ignoranza iconica diffusa dall’ideologia edonistica che attraversa anche le masse o se è rimasta circoscritta nel mondo giovanile.

Proprio perché questo è un investimento culturale e non di secondo livello, ne va del futuro di un paese che si chiama Italia e quindi non può che essere un “investimento” di natura pubblica con soldi pubblici, che che ne dicano i neoliberisti de IL GIORNALE.

Si, ma le masse ti rispondono con tutti i problemi di disoccupazione che abbiamo oggi, stiamo a pensare all’ ignoranza iconica del cinema. Ma chi se ne frega non ce lo metti! Che gli rispondiamo? La gente ha difficoltà a mangiare e quindi chiede un aiuto allo Stato e voi chiedete soldi per coltivare lo spirito o cibo per la mente? Siete pazzi?

Gli rispondiamo cn una facile assonanza: e sti cazzi !

Senza accorgerci…siamo già dentro un film di Pannofino, qual è?

Chi indovina può vincere un buono pasto alla Caritas

 

 

 

2 – LA TERZA VIA

Tornatore ci dice che c’è una terza via tra il cinema d’autore e le commedie italiane: VIA DALL’ITALIA! Cercare di andare in un altro Paese anche per fare cinema.

A parte gli scherzi una terza via potrebbe essere costituita da un cinema di “regia”. Lo stesso Tornatore ne IL MESSAGGERO di Roma del 17/6/2013 (articolo di Gloria Satta) ci dice: “una volta si giravano 300 pellicole all’anno oggi una sessantina, solo producendo di più possiamo imporci “

Neanche lui conosce bene le cose, oggi non si producono 60, bensì 120 film solo che la metà appunto 60, non guadagnano, che vuoi fare più film se il mercato non li assorbe? Ampliare il mercato? Ma se non c’è espansione, in quanto la sommatoria è uguale zero per forza di cose o incasseranno meno i film Usa e le commedie italiane o altrimenti risulta uno spreco di risorse molte delle quali anche private che non riescono ad essere valorizzate. Come mai ci si chiede, i film drammatici non hanno successo in Italia? I Polizieschi? I film Horror? Sono fatti male, non li sappiamo fare? Eppure qui c’erano grandi maestri che si sono cimentati con i generi, possibile che non ci siano più degli allievi degni.

Io penso che la terzia via sia quella del cinema indipendente, veramente libero, veramente nuovo che non sia però troppo autoriale o autobiografico e dia sfogo alla fantasia più sfrenata e soprattutto ogni volta sia diverso.

Si dovrebbe costruire una rete di cinema indipendente capace di attrarre un pubblico più esigente, dove metà del budget deve essere consumato in promozione e dove ci siano film che vanno incontro anche ai gusti del pubblico medio esigente.

Torniamo a Tornatore: il successo di “La Migliore Offerta” venduto in tutto il mondo, smantella una certezza ben radicata nel cinema italiano: il fatto che ci sia spazio solo per le commedie medie, è una convinzione inesatta ci dice il maestro: il pubblico richiede un’offerta articolata, non vuole solo ridere, ma anche riflettere e commuoversi, invece quel che resta della nostra industria si dirige verso la commedia e la “riserva” indiana del cinema d’autore, ma gli spettatori hanno fame di altro, la colpa è dei produttori dice Tornatore che non rischiano per mancanza di coraggio

 

 

2 – QUERELLES INTELLETTUALI – LA CULTURA E’ UN VALORE DI MERCATO?

Che il mercato rappresenti la cultura della merce lo sappiamo tutti, ma il mercato più che cultura è profitto, diciamo che non occorre tirare fuori la parola cultura  per ogni dove,  ma non occorre essere intellettuali per capire certe cose: e cioè che la cultura può essere svilita dal profitto perché tutto diventa cultura per il profitto  e la cultura non è più niente.

La cultura è il deposito storico di un Paese, è la sua lingua le sue espressioni dialettali, i suoi usi, i suoi costumi come si dice alle elementari, ma la cultura è anche esercizio intellettuale alla ricerca del nuovo, di idee originali che aumentino questo deposito storico, è arte, il problema nel cinema è che non si è mai esplicitato a livello di Mibac, cos’è l’interesse culturale, cosa vuol dire cultura, o meglio cultura cinematografica, lasciando lo spazio a qualsiasi espressione generica per cui si può “aiutare” (o forse meglio, decidere) qualsiasi tipo di film da quello con temi complessi, con personaggi difficili che osservano la realtà, dai documentari a quelli leggeri come commediole d’evasione che riproducono cmq una certa cultura cinematografica.

E’ questo il fatto negativo per cui si è finanziato di tutto e di più senza dare nessun tipo di impronta veramente “culturale” se invece il Mibac avesse definito qual è la cultura da premiare, probabilmente un sacco di sceneggiature si sarebbero indirizzate verso quei problemi e quei temi cari al Mibac al punto di giustificare un finanziamento, ma questo avrebbe comportato una notevole restrizione “politica”negli interventi e invece si è preferito dopo gli attacchi dei giornali, in primis IL GIORNALE E LIBERO ad indirizzarsi verso dei film più commerciali o autoriali di successo CHE PARADOSSALMENTE NON HANNO BISOGNO DI FINANZIAMENTI.

Attualmente siamo arrivati al punto che si danno pochi soldi a tanti soprattutto per le opere prime e seconde e ai soliti noti per le opere terze.

A mio parere il Mibac avrebbe dovuto non solo finanziare certi film culturali ma creare le condizioni di una loro promozione tramite una agenzia con capitale pubblico e privato e di una loro valorizzazione attraverso un circuito pubblico-privato di distribuzione, tutto questo comportava una certa meritocrazia dei progetti che non sempre c’è stata, puntando effettivamente sul meglio e allora solo allora riesci a tirar su una fetta aggiuntiva di mercato che si giustappone a quella delle commedie e riduce l’impatto dei film Usa.

Era questo in definitiva che chiedeva la legge 1213, incrementare il mercato cinematografico “culturale” che poteva non solo dare posti di lavoro aggiuntivi ma aumentare il peso della cultura cinematografica italiana, questo progetto non è riuscito altrimenti il mercato italiano poteva essere al 50% con quello americano come negli anni 60-70, si è allargato un po’ per effetto delle commedie ma adesso è ritornato sempre a quel 20% di prodotti italiani che dà, a noi indipendenti, poche speranze di poter sopravvivere quando fai dei prodotti che non circolano, non essendo noi un istituto di beneficenza e non essendo figli di capitalisti, risulta sempre più difficile guadagnarci con un film che molti ormai fanno o per scaricarsi delle tasse o per riciclare… un po’ di spazzatura.

 

 

 

2 – FELIPE DELGADO di Jaime Saenz

FELIPE DELGADO di Jaime Saenz Un giovane uomo corre per la città piovosa di La Paz. Suo padre dottore è in fin di vita. Incontra un vecchio, un tipo misterioso, il quale fa la cacca proprio davanti alla porta del dottore pulendosi le dita nel muro bianco con noncuranza e in sua presenza.

E’ un incontro gravido di conseguenze, il padre muore e la stessa famiglia si dissolve in poco tempo.

Era già morta la madre quando lui era nato, ora la zia voleva chiudersi in convento mentre lo zio fratello di sua madre – un tipo eccentrico – si ritirerà sull’altopiano non prima però di avergli presentato una specie di stregone indios di cultura aymara che diventerà suo amico e lo accompagnerà per il resto della sua vita, predicendogli anche quando questa cesserà.

Felipe, il nome del giovane, aveva nel frattempo ereditato tutto, liquida l’attività del padre e in poco tempo dissipa tutto ciò che questi aveva accumulato, rivede ancora il vecchio che per lui è diventato una specie di visione, di fantasma, la cui comparsa è foriera di qualche accadimento speciale nel bene e nel male.

Fa conoscenza di personaggi un po’ strampalati, un po’ ubriaconi, un po’ poeti che frequentano una vecchia cantina di La Paz regno degli “aparapita”- manovali, portatori di pesi secondo una tradizione autoctona e che vivono ai margini della società – in un giorno in cui al padrone della cantina era morta la nipotina, la cui bara giaceva in loco sopra un catafalco.

Una bevuta “lugubre” con i migliori liquori offerti da Felipe, fece da funerale.

Poi si susseguono altre situazioni surreali, spia un tipo folle come Prudencio, s’innamora di sua moglie Ramona, con lei ha un rapporto tempestoso, lei lo punge in certe sue debolezze, forse che lui non la ama a sufficienza? Ma l’improvviso epilogo di una grave malattia la porterà prematuramente alla morte provocando in Felipe un dolore duraturo.

Non bisogna solo parlare della morte….la morte viene…e sconvolge. La realtà distrugge ogni pensiero. La storia ambientata negli anni ’30 è infarcita di discorsi filosofici sottoforma di pensieri del protagonista, sulla vita e sulla morte e come fece dire Ugo Foscolo a Jacopo Ortis: “non avremo salute mai? Ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero si vilmente” così Felipe incarna il mito romantico: la passione che trabocca dalla vita, che porta a sua volta al delirio e alla follia.

Le azioni sono poche, la morte del padre, la scomparsa della famiglia, i ricordi dell’infanzia e poi la cantina con tutti gli eccessi, l’incontro con Ramona, il mare, le visioni, le scorribande notturne e infine ….in una notte di luna piena.

L’autore boliviano JAIME SAENZ

L’autore boliviano JAIME SAENZ DECEDUTO NELL’86 è considerato un grande scrittore in patria, da noi è pressoché sconosciuto e pubblicato da un piccolo editore come CROCETTI, molti suoi libri famosi non sono stati tradotti.

FELIPE DELGADO di Jaime Saenz , Crocetti Ed.

 

2 – ANTONELLA ROSSO – FIABE POPOLARI TREVIGIANE

FIABE – Le ho trovate interessanti perché si ripercorre in forma di documento le antiche tradizioni della cultura popolare e contadina trevigiana che sta sparendo per effetto della diffusione della televisione, mentre prima esisteva e resisteva una cultura orale tramandata da tantissime generazioni che si esprimeva soprattutto in quei momenti di condivisione che risultavano essere i filò.

Si tenevano nella stalla e mentre gli uomini riparavano gli attrezzi e le donne filavano e cucivano c’erano anche momenti di gioco a carte e di racconti orali di storie di streghe, di fiabe, novelle comiche, barzellette, scioglilingua.

Però il libro avrebbe dovuto essere rivisto per il pubblico e magari anche eliminare qualche errore marchiano: Baco Imbriagon dovrebbe avere l’accento di Bacò un vino molto diffuso nell’epoca, poi si ha una certa difficoltà di lettura dei termini con la lettera S che non è distinta dalla x di raixe e mancante di doppie per cui certi passaggi del racconto orale trascritto senza modifiche risultano difficoltosi, bisognava fare delle modifiche per renderli più leggibili aggiungendo magari delle note, anche la traduzione in italiano è piuttosto elementare piena di anacoluti e di frasi involute con traduzione troppo alla lettera, ci sono incongruenze, insomma dovevano essere rivisti meglio i racconti per rendere più piacevole la lettura, mentre gli accenti aiutano bene la lettura delle parole. Difatti ho scoperto poi che era una tesi di laurea che doveva essere adattata per la lettura.

Antonella Rosso – Fiabe Popolari Trevigiane Ed. Cierre 2007