Appunti e Disappunti
1) Con le maschere che coprono il mio volto posso finalmente vedere il nulla che c’è in me …è un paradosso, ma se il mio essere è a strati e la mia autenticità è ricoperta da tante sovrastrutture artificiose, le maschere mi facilitano i rapporti con gli altri e indossandole mi trovo felicemente a mio agio e se non abbiamo un contatto con noi stessi esse misurano il nulla che c’è in noi, se invece abbiamo attivato un qualche collegamento con la nostra essenza ultima o penultima esse funzionano a dispersione. Sappiamo chi siamo ma vogliamo confonderci e confondere gli altri.
2) La maschera dura e misura la tua andatura come ti porti con gli altri e come sei con te stesso
3) La maschera buttala nel cesso…Ma cosa resta fuori dalla maschera? L’io nudo, la nostra fragilità, la maschera sarebbe il ns carattere o come dice Reich la corrazza che indossiamo come forma di adattamento all’ambiente.
4 )Oscar Wilde dice che l’uomo è tanto meno se stesso quanto più parla in persona propria, dategli una maschera e vi dirà la verità, a Oscar Wilde piace il paradosso, con le maschere posso provare l’autenticità…E vivere in pace con me stesso e gli altri.
5) All’inizio la maschera permetteva di recitare una commedia, era una rappresentazione di altri esseri, avvenimenti circostanze, faceva parte della condizione umana, del fato, della presenza degli dei.
6) La maschera nasconde fa vedere ciò che non c’è e quindi sviluppa il nulla che viene ripristinato come fantasia, potenzialità, l’essere completo indossa una maschera che aggiunge a ciò che è il proprio essere, tutta una parte di ciò che manca e quindi maschera, quando l’uomo nasconde se stesso, si nasconde per sé e per gli altri e questo maschera al punto tale se stesso che attraverso questo meccanismo si apre, ecco perché con la maschera attiviamo la nostra conoscenza-coscienza.
Essere + maschera + maschera = personalità?!
REGRESSUS AD UTERUM CONTRA ITINERARUM MENTIS IN DEUM
E’ meglio il REGRESSUS AD UTERUM o L’ITINERARIUM MENTIS IN DEUM.
Tutti e due sono percorsi che si scontrano con una realtà che non ci piace e alla quale non sappiamo adattarci.
Molto spesso tendiamo nella nostra vita consapevolmente o inconsapevolmente verso forme di autodistruzione talvolta accentuata da atti di autolesionismo (nel senso proprio di automobili) che comportano la ricerca del NULLA, un nichilismo totale che ci porta ad un desiderio di finitudine e consunzione fisica a completare l’opera anticipata a volte da un gesto plateale, come il passare per un incrocio all’alba con gli occhi chiusi e attendere una specie di responso divino, se si passa indenni vuol dire che bisogna continuare a vivere e trovare una ragione, se no portiamo con noi nel disastro gente innocente che non c’entra proprio niente: il destino incommensurabile che viene così sfidato, tornare da dove si è nati quando niente era ancora cosciente, in quel magma indifferenziato di vuoto e ombre. Ma Il regno oscuro delle ombre e dei mostri è un ritorno simbolico ad un particolare stato primordiale dell’essere che accomuna ogni uomo nell’inconscio collettivo. Nel profondo risiedono i Moventi delle nostre azioni per entrare nella zona di morte illuminata dalla luna e sperimentare la rinascita. L’archetipo della Grande Madre può svolgere un ruolo ambivalente, ossia il ritorno al grembo materno che significa sia LA MORTE CHE LA RIGENERAZIONE DELL’INDIVUDUO da un punto di vista alchemico, il voler annullare o modificare (VITRIOLUM) una personalità che ci crea disagi, il regressus ad uterum ci dice che dobbiamo attraversare un percorso di totale “rifacimento” di noi stessi in cui si può rischiare la perdizione ma anche un nuovo parto, più consapevole di sé, un nuovo porto direbbe il poeta, mentre invece non vorrei citare ma lo faccio, la luce alchemica, L’ALBEDO che subentra alla NIGREDO, più prosaicamente la luce in fondo al tunnel di MONTIANA memoria. Ma questo è un percorso con la morte a fianco, che ci può avvolgere da un momento all’altro (come nei film i percorsi di pazzi, “drogati” o quelli che hanno assassinato) e che può trascinarci verso lo sprofondamento e l’oblio (l’inferno) oppure la risalita magari come percorso spirituale (dal piombo all’oro) verso l’itinerarium mentis in deum (il percorso non è speculare) ma sarebbe completo, dal basso, la melma il fango, l’istinto, all’alto, all’altro, la leggerezza, la luce celestiale una spiritualità che tutto permea e ci fa vivere nella gioia del divino….
IL PARADIGMA SCIENTIFICO E IL LINGUAGGIO COMUNE
Se per parlare bisogna essere esperti allora non dovrebbe parlare nessuno e invece ci hanno insegnato dalla seconda elementare che le conclusioni di uno studio sono patrimonio comune e chiunque può citarlo, sui criteri seguito lo può spiegare chi l’ha fatto, cioè lo specialista. L’insieme di studi crea una letteratura di settore derivante da una ulteriore astrazione di più concetti, che a volte non sono provati ma che costituiscoscono probabili sviluppi date le premesse scientifiche. E’ quindi assurdo non parlarne, altrimenti non posso essere ad es. contro il nucleare perché non essendo specialista non riesco a capire il problema, ma d’altra parte non devo rischiare di essere costretto a parlare “scientificamente” perché ci sono valutazioni politiche a prescindere.
Quando tutti diventiamo “scientifisti” per poter fare un discorso politico siamo beccati dai veri esperti e considerati cialtroni o peggio ciarlatani, invece possiamo benissimo citare le teorie scientifiche di uno scienziato o le sue conclusioni a riprova di una certa tesi politica, questo riguarda il nucleare, c’è un dato incontrovertibile in termini di scorie, ma per quanto riguarda le antenne ci sono dei contrasti teoretici notevoli, sugli effetti alle persone, sulle misurazioni, sulle relazioni sulle malattie, altri contrasti riguardano il trattamento dei rifiuti l’anaerobico l’aerobico, le biomasse, il biocombustibile e avanti misurando tant ‘ è vero che un bravo amministratore per scegliere non essendo “scientifico” per tipi di scuole frequentate o scientifista riguardo la memoria di diverse teorie, dovrebbe sentire tutte e due le campane e in base a quello che dicono gli esperti in un confronto tra di loro, sciegliere la cosa giusta.
Però c’è anche una componente ideologica in ognuno di noi più o meno marcata, più o meno nascosta che a volte ti fa intervenire in un senso o in un altro. L’interazine tra volgarizzazione di teorie scientifiche, valutazioni politiche e componenti ideologiche determinano la scelta di una opzione, tenendo presente anche la letteratura nota, del tuo gruppo di riferimento
IL NON LUOGO A PROCEDERE VERSO IL SENSO O IL DISSENSO
Quando ci si trova in uno spazio ancorato al nulla, quando lo spazio è silenzio assoluto, quando si è e non si è sospesi, si percepisce solo il proprio respiro, quando ogni cosa mi porta via allora vuol dire che io sono sul confine dove tutto passa in direzioni diverse, dove i percorsi sono caotici, ma non essere in un luogo o essere in tutti i luoghi fa parte di un certo misticismo, anche l’utopia non abita i luoghi, ma governa i sentimenti dei luoghi, l’utopia è sempre fuori luogo, ancorata in uno spazio ideale nutrito da un pensiero desideroso di combinazioni eccitanti, un pensiero incontaminato, mai esistito se non personalizzato nella nostra mente e oggettivato nei nostri discorsi, nei nostri scritti, un luogo ti fa appartenere, quando appartieni ad uno spazio puoi errare, non appartenendo puoi solo riferirti al nulla e immaginare … un grande mare e un Ulisse che naviga, ma di solito l’uomo si lega ad uno spazio determinato e lo percorre per tutta la vita, a volte lo spazio è limitato come i pochi metri quadri di un negozio, un ufficio e per questo sogna di errare nel mondo, ma lo spazio dà identità, perché il mondo non è volatile e tu non sei sempre in giro da qualche parte, la comunità ti vede, in quello spazio che percorri in bicicletta o meglio più facilmente in auto, quelle strade quotidiane e ripetitive …
Ogni individuo occupa uno spazio nel pianeta lo percorre per piccole distanze, ogni tanto decide di allontanarsi per andare in ferie in uno spazio attiguo o in uno molto lontano, sconosciuto per attivare il suo senso di avventura o meno sconosciuto dove svilupparsi nelle relazioni anche se temporanee, ma certe seppure limitate…
LA MEMORIA E LA STORIA
La memoria è una cosa seria, non si esaurisce in un “vuoto celebrare” dei passaggi del tempo, così come la stessa cultura si svuoterebbe di senso se si limitasse agli anniversari. Occorre costruire il sentimento della memoria in maniera tale che ci sia il supporto dell’immagine, del film, del documento, delle foto, perché se muore chi ha visto quei tempi o quelle situazioni, se i testimoni oculari di determinate circostanze non sono più in vita, si perde tutto ciò che ha a che fare con le emozioni, senza contare che il dolore può essere rimosso così pure la memoria dei momenti politici, degli accadimenti mostruosi… tutto viene gettato in un angolo di muffa..
L’allora generale Eisenhower venuto in contatto con i campi di concentramento nazisti e con i milioni di cadaveri in scheletriti, la prima cosa che disse ai suoi militari, era quello di fotografare il più possibile perché un domani il fatto non sarebbe stato creduto…
Quindi anche i fatti, ciò che è successo veramente, possono essere messi in discussione quanto passa tanto tempo e non rimangono che vaghi ricordi.
Ecco allora la funzione del documento che fino al 1800 non poteva essere prodotto, la testimonianza era solo orale finché permanevano in vita le persone, quando moriva l’ultimo testimone diretto di una vicenda, dall’oralità si passava al documento scritto vergato magari da un notaio, come da secoli si faceva per la memoria familiare, ma lo scritto di per sé ha sempre un elemento di soggettività in chi scrive che può allontanare da una verità oggettiva e quindi può diventare facilmente incredibile, anche se fosse sottoscritto da centinaia di persone partecipanti all’evento, perché si può sempre pensare ad una forma di “follia collettiva”, invece quando si passa dapprima alla fotografia e poi alle immagini in movimento cambia tutto…c’è una rappresentazione fotografica delle cose che nessuna parola può contrastare.
2 – AXEO
Mi ricordo tanti anni fa quando presentammo dei film indipendenti al festival del cinema di Venezia, la sala Perla strapiena per la curiosità sopravvenuta a questo Salon Des Refuseès, una chicca inventata da degli autori indipendenti che volevano polemizzare contro la loro esclusione (e tra quelli figuravo anch’io e Veronica con il film IL TEPPISTA). Allora a dirigere Venezia era Pontecorvo… Piu’ che una sala era un’arena dove un sacco di gente fischiava o applaudiva, c’erano dei ragazzotti che gridavano commenti sarcastici e dicevano AXEO, AXEO che tradotto dal veneto significa aceto, aceto. Mi ero chiesto (io che sono veneto) cosa volesse significare perché queste battute sottolineavano dei passi del film che non piacevano o per i personaggi o per i dialoghi e quindi il film diventava difficile da digerire…e questo può capitare in ogni racconto…in cui ci sono momenti di bassa digeribilità e ci si distrae…
Un’altra cosa interessante nella metafora è che l’aceto sviluppa un’ “anima”. Presente quell’ammasso gelatinoso che galleggia in mezzo alla bottiglia? Viene chiamato anche “madre dell’aceto” e ha la possibilità di generare all’infinito, basta solo dargli da bere del buon vino quando l’aceto sta per finire. In tempi brevissimi quel vino sarà trasformato in aceto e al contempo l’anima si ingrosserà sempre di più. Insomma, la cosa ha valenze alchemiche e si ricollega a quelle “moltiplicazioni” di cui tanto si parla. Quest’anima è viva, “tinge” il vino all’infinito e al contempo assorbe da lui il nutrimento per crescere sempre di più (arriva un momento che bisogna buttarne almeno la metà perché arriva a riempire da sola quasi tutta la bottiglia..)
Senza di essa comunque i tempi perché il vino si trasformi in aceto sarebbero di gran lunga superiori.
Un altro spunto interessante… Sulla croce, Cristo ebbe sete, e gli fu dato da bere dell’aceto… Questa è in assoluto l’ultima azione che compì. Dopo aver bevuto infatti disse “Tutto è compiuto”, e chinato il caso, reso lo spirito…
In senso figurato è sinonimo di mordacità, ironia corrosiva: l’aceto della satira.
In una commedia goldoniana IL BUGIARDO Cesco Baseggio, il grande interprete morto nel 1971, accenna alla parola Axeo con valenza positiva
2 – ECONOMIA E POLITICA
PENSIERO DEL GIORNO – LEVIAMOCELO DA TORNO
Il rapporto tra politica ed economia con tutte le sue sfumature mi ha sempre attratto, cos’è l’individuo, cos’è la comunità, quali sono i limiti dell’individuo e quali quelli della comunità, le implicazioni sono tantissime.
Mi viene in mente ai tempi dell’università, il pensiero classico di un economista come Adam Smith, il quale affermava, nella versione volgarizzata già alle elementari dalla maestra, che nella società chi fa gli interessi propri e comunque svolge un’attività privata concorre alla ricchezza sociale e quindi fa anche gli interessi generali, ne consegue che l’attività economica umana privata, quella svolta per il tornaconto individuale, è volta al bene comune, o meglio, tanto più l’individuo svolge un’attività propria tanto più concorre alla ricchezza di tutti e quindi la ricchezza di tutti è bene comune. Però se la stragrande maggioranza della popolazione vive in miseria l’attività privata non è indicatrice di bene comune.
Messo in questi termini l’interesse privato è importante, permea ogni azione, riempie di sé la società civile. Ma se la società civile è sede dei rapporti economici e lo Stato è titolare dei rapporti politico-legislativi, non si possono confondere i due piani, ovvero la società con lo stato, l’economia con la politica: perseguire l’interesse privato nella società è normale, perseguirlo nello stato però vuol dire distruggere uno dei suoi fondamenti: lo Stato- Comunità che è retto dal bene pubblico.
Diversamente lo Stato verrebbe retto come se fosse una società magari per azioni, e la parte di amministrazione sarebbe in mano ai privati e non esisterebbe più la collettività, né la garanzia contro una appropriazione indebita da parte di pochi, dei beni pubblici(espropriazione all’incontrario).
Va bene, ma che ci sarebbe di male in tutto questo? Se qualcuno si appropria dello stato e lo facesse comunque funzionare al punto da perseguire la stessa efficienza di un’azienda? E pur mantenendo dei benefici propri perseguisse il bene pubblico? Questo affermano i neoliberisti. E questo succede quando l’economia si appropria della politica.
Il problema in questo caso diventa fondamentale: c’è un contrasto di fondo tra i profitti individuali e il bene collettivo (o questi o quello) nel senso che nessuno – se può guadagnare di più – si limita spontaneamente, tutta l’attività privata deve avere un limite pubblico, altrimenti non c’è più Stato-Comunità, ma azienda privata multinazionale che fa cio’ che vuole in barba al gruppo di riferimento che condivide un popolo una lingua un territorio, una cultura.
Succede per avidità individuale dei suoi padroni o per dominio politico e tutti sarebbero in balia delle speculazioni private, sia ad es. a livello alimentare che sanitario e in pochi anni qualsiasi tipo di comunità esisterebbe solo nominalmente.
Se Il problema della collettività è la sua gestione “antieconomica” delle risorse perché passano attraverso una classe politica corrotta, che si vende alle lobby private, (per loro il bene pubblico non si sa di chi sia, è di tutti e quindi di nessuno) e le truffe, le estorsioni non si contano più, bisogna porvi rimedio, ma come?
Allora se fosse un privato invece che GESTISSE DEGLI UFFICI PUBBLICI ma lo facesse sotto limiti precisi, la sua attività verrebbe “vincolata” e avrebbe una natura più pubblica che privata, se poi lo facesse mettendoci cura come un privato gestisce oculatamente la propria azienda, lo Stato-amministrazione sarebbe avvantaggio e quindi potrebbe mantenere un punto di riferimento costante dell’imprenditore che gestisce “un affare” come se fosse un privato, con la natura di una funzione pubblica.
Se notiamo bene, anche il marxismo non ha saputo trovare soluzioni vere, quando predicò agli operai di appropriarsi dei mezzi di produzione, (la sommatoria degli operai come classe sociale, faceva lo Stato appunto operaio, ma alla fine chi gestiva era pur sempre una burocrazia più o meno amica che aveva però altre logiche di autoriproduzione, alla fine tutto diventava statale e i mezzi di produzione si “arrugginivano” nei magazzini per inefficienza.
Il problema però si pone nello Stato-comunità, il principio del bene pubblico cozza contro l’appropriazione privata. Nel ‘700-‘800 l’aristocratico gestiva un ufficio pubblico per un periodo di tempo ed era obbligato a presentare dei rendiconti sulla sua attività, praticamente lo faceva senza guadagnarci sopra, quindi dobbiamo vedere non tanto chi svolge la funzione pubblica ma qual è la natura e l’organizzazione della funzione pubblica e come riesce a mantenersi tale. L’importante è capire che la funzione pubblica deve preservare il bene pubblico e non deve essere necessariamente gestita da burocrazie e può essere svolta da chiunque, ma con limiti precisi definiti dalla Comunità.
2 – SI RUBA DAPPERTUTTO
LA CORRUZIONE – Morale e potere a Firenze nel XVII e XVIII secolo, di Jean-Claude Waquet. Pagg 260, Mondadori
La corruzione è utile? Detto meglio, e dando per scontato che è utile a corrotti e corruttori: la corruzione è utile anche al corpo sociale, allo Stato, contro il quale apparentemente si rivolge? La sorprendente risposta di questo libro è “si” e il meno sorprendente destino di questo saggio sarà di diventare un best-seller in ambienti carcerari e livre de chevet di molti che forse e purtroppo carcerati non saranno mai.
Nessuno se n’abbia a male se per il suo studio Waquet ha scelto come esempio la Firenze del Sei-Settecento: gli archivi dei Medici e dei Lorena sono straordinariamente ricchi e ben conservati, e del resto ecco cosa scrisse il neo-ministro conte di Richecourt al suo sovrano Francesco Stefano di Lorena nel 1738:”si ruba dappertutto, nel settore militare, nel settore civile, nelle finanze, non si può citare alcuna magistratura, alcuna ricevitoria in cui il principe non sia ingannato e il popolo vessato”. Del resto “i fiorentini sono vili, bassi e striscianti, l’onore li tocca poco; non vi è una via per convincerli; due sole cose sono capaci di farli agire, l’interesse e il timore”.
…L’affascinante conclusione di Waquet è che la corruzione del funzionario aveva una precisa funzione sociale: ridistribuire denaro liquido e potere a quella classe di piccola nobiltà decaduta di cui era costituita l’ossatura dello Stato e della quale lo Stato non poteva fare a meno. Assolveva quindi a una funzione riequilibratrice di avvenimenti politici e sociali non ancora assorbiti.
Dal 700 ad oggi la deprecabile pratica è diminuita in Occidente (sembra incredibile, ma è cosi). …L’ipotesi di Waquet è che si tratti di una metamorfosi in cui la colpevolizzazione religiosa del peccato “si sarebbe finalmente estesa ai rapporti tra il cittadino e lo Stato”. E quindi che l’”onestà dei dipendenti pubblici deriva in gran parte, da una sorta di sacralizzazione delle istituzioni:
Troppo facile dire che Waquet dovrebbe venire a studiare la Roma del novecento prima di azzardare simili ipotesi, o più banalmente che anche le misure di polizia si sono evolute. L’ipotesi va ottimisticamente considerata, il concetto e la pratica di Stato hanno trionfato su tutto negli ultimi secoli, perché non dovrebbero farcela anche sulla corruzione?
Questo è un articolo di PANORAMA del 13/4/1986 di Giordano Bruno Guerri
2 – CINEMA E LETTERATURA – L’interazione artistica
Interessante l’art. di Davide Rondoni su AVVENIRE del 27/8/2014 sul rapporto tra CINEMA E LETTERATURA E LA SUA INTERAZIONE ARTISTICA.
Il cinema deve essere arte o intrattenimento? L’eterna questione CHE SI PONE OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI CINEMA INCASSI ECC. ECC. Giornali come “Libero” portatori di un neoliberismo culturale da anni criticano il MIBACT perché ha finanziato dei film che non hanno incassato ed è notorio in Italia che per incassare soldi i film devono avere determinate caratteristiche, perché la gente vuole solo evadere dall’angoscioso “quotidiano dei lavoratori” e divertirsi e ridere, per cui secondo loro il cinema è solo spettacolo e quindi ENTERTEIMENT.
Ma torniamo alla letteratura, noi sappiamo che il cinema in varie riprese iniziando dal muto ha sempre saccheggiato opere letterarie, certo riprendere motivi e storie dalla letteratura dà più sicurezza, perché il nome dell’autore è già conosciuto magari celebre, e può suscitare curiosità, interesse. Però molte di queste appunto “riduzioni” vengono fatte con arte, ma altre badano solo all’intrattenimento grossolano, soprattutto se c’è qualcosa da “prelevare” dall’opera letteraria a beneficio degli spettatori, che susciti MORBOSITA’. DICIAMOLO, ERA UN FENOMENO MOLTO DIFFUSO 30 ANNI FA, il film deve suscitare una bassa GUARDONERIA come ad es. il film dal titolo SEDICENNI di Tiziano Longo e dove nella cultura cattolica nella quale siamo cresciuti, i film esprimono il gusto del proibito. Molte sono le opere letterarie scandalose che esprimono dei bisogni profondi di libertà del loro autore che vengono prontamente realizzati mediante la trasposizione cinematografica anche per motivi pubblicitari e quindi diventa già di successo un film che ancora non è nato.
Ad es. il film di TONINO VALERII tratto dal romanzo che fece a suo tempo scandalo LA RAGAZZA DI NOME GIULIO , è un esempio di questo cinema, sta di fatto che il ciema ha tratto occasioni di immagini osè su libri di successo, anche in Usa si usa per l’appunto la leva de libro di successo perchè con molta ovvietà si dice che ha appunto avuto successo e può avere quindi successo anche il film.
Ci dice Davide Rondoni che la letteratura provoca immaginazione il cinema crea immagini che non sempre sono conformi all’opera letteraria, eppoi perché la letteratura rappresenta un archivio di storie e personaggi che superano le fantasie un po’ rachitiche degli sceneggiatori.
Oggi il cinema di sala si divide oramai tra i film per i giovani e i film per adulti, e tra quest’ultimi tra film di puro intrattenimento come sono le commedie comiche e film d’arte (o quasi) con un linguaggio e delle immagini più complicate e Rondoni auspica di fare del cinema una forma di narrazione “artistica” del reale intesa come invenzione di forme, di immagini e di ritmo e perciò di storie (Tarkovskij).
L’arte deriva dal rapporto tra l’artista e il mondo e il suo segreto aggiunge Rondoni e allora ha un senso prendere a oggetto figure o temi della letteratura. Bisogna credere ancora nell’immagine che può portare mistero nell’avvenimento e nell’ncontro.
Il cinema può essere un’arte dell’immagine che racconta il mondo attraverso un lavoro metaforico e artistico oppure più ordinariamente inseguire il successo nel campo dell’ENTERTEIMENT. Però si sa che i soldi..prendono ed è difficile resistere ad un giusto compromesso.
2 – IL CINEMA ITALIANO HA BISOGNO DI FOLLIA
Questo è un articolo dell’huffintonpost.it a proposito del mezzo disastro di Paolo Ruffini conduttore della premiazione dei David di Donatello, è inutile infierire però anche se la vis dissacratoria dei toscani a volte non si differenzia dalla semplice volgarità, ma il punto centrale è che la peggiore delle conduzioni passa in secondo piano se l’oggetto di una premiazione crea pathos in sé, ma di per se è la premiazione che interessante non è, sembra una conventicola che si auto celebra, gente di cinema che premia altra gente di cinema, è un’auto celebrazione, quello che sfugge oggi ci dice l’articolista che il cinema nella sua essenza è un luogo del Mito dove c’è il precipitato di una cultura estremamente più vasta e poliedrica, mentre invece il cinema italiano si gongola in una piattezza ragioneristica dove c’è un marketing già nel retro pensiero e nel grigiore quasi impiegatizio di certi attori.
Cosa ci dice l’Anica: l’Anica e l’Agis reiterano vecchie lamentele su tipo di quanto è bello il sistema Francia e Pirateria che fare? i vari ministri della cultura continuano a dire che la cultura non è un costo, ma un investimento e tutto finisce a guerre interne per la corsa a qualche poltrona. Se ai tempi di Chaplin la follia si impossessava del cinema, il ns articolista ci dice che i ragionieri del cinema italiano hanno convinto i pazzi ad essere normali, “ed è questa forse l’unica vera blasfemia”.
La follia per redimersi dalla quale ci vuole ben altro che un Paolo Ruffini qualsiasi.
Ripetiamo un po’ di concetti: il cinema è mito, in un firmamento abitato da star ma in italia gli attori sono antidivi proprio per il loro grigiore ragionieristico o nel contesto di attrici che al massimo sono considerate delle “bone” della porta accanto. Sulla volgarità però bisogna fare un ragionamento non da ragioniere un po’ più ampio, oggi il linguaggio è diventato più vicino alla gente forse più spontaneo e quindi se noi vediamo un film come Pane, Amore e Gelosia di 60 anni fa e vediamo l’apertura del film di Boris incentrato su sti cazzi, capiamo anche quando è cambiato questo nostro mondo, e questo vale anche per i libri di letteratura di oggi a cominciare dagli anni 90, e lo stesso Crozza quando si esprime li usa, ci fa capire anche che il linguaggio si è di molto modificato, pure a livello politico: è quello più vicino alla gente infarcito di cazzi e culi e chi non ascolta quanto liberatorio è mandare (non a quel paese) ma a fanculo un sacco di gente, è volgare? Era volgare anche l’italiano al posto del latino, il linguaggio si avvicina di più alla spontaneità e a volte dimostra dei limiti, ma oggi abbiamo tanti linguaggi diversi: da quello ampolloso, a quello burocratico, da quello colto e preciso a quello retorico, confusionario e gergale e questo insieme di linguaggi ci fa capire l’uomo, è bene metterli insieme e farli diventare più interattivi. E’ una stronzata, mi direte, oh scusate parbleu, è una stupidaggine….
3 – LOTTA DI TASSE O LOTTA DI CLASSE
La “doppiezza” italica è una caratteristica nota: tengo famiglia magari cristiana, è la risposta più diffusa; agitarsi sempre, agire mai e questo si vede tante volte che c’è un disservizio.
Non passa l’autobus, tirano giù il mondo poi arriva e ci si dimentica tutto. In questo atteggiamento c’è una buona dose di gregarismo sociale che giustifica il principio che le rivoluzioni sono fatte da minoranze, élites che poi si trasformano in cricche di potere, ho letto perfino un commento grottesco di uno, in questo blog (di Beppe Grillo): se mi assicurate mille euro al mese faccio la rivoluzione…(a vostre spese)il medico ospedaliero, l’impiegato statale, il vigile urbano… metterei anche la casalinga di Voghera stanno bene in questo sistema…”basta che se magna”.
Fino adesso le uniche rivoluzioni sono quelle per fame.
Negli anni 60 quanti sono stati i contadini proprietari terrieri che si sono buttati in politica per condizionare lo sviluppo dei piani urbanistici verso i loro terreni? Berlusconi non è nato ieri, viene da lontano e sono molti quelli che lo difendono a spada tratta. C’è un’altra Italia che non gli interessa niente del cambiamento…e vive in una sorta di schizofrenia: si incazza tutto l’anno contro il governo e poi vota i soliti candidati. A parole l’italiano sbraita quasi come se fosse un terrorista: “gli metterei una bomba in parlamento” dicono gridando da ossessi , nei fatti rimangono molto conformisti….per quanto riguarda poi il default è da trent’anni che c’è la crisi fiscale degli stati, eppure non è successo ancora niente, tutti gli Usa (i singoli stati) hanno deficit spaventosi, debito pubblico – ricchezza privata diceva un’economista di Reggio Emilia.
La lotta di classe si è trasformata in lotta di tasse, uno stato sempre più dispendioso che fa crescere ceti parassitari legati alla politica e alla finanza, contro i produttori che sono quelli che tengono in piedi – in ultima analisi l’economia – e che si trovano a vivere da tartassati. Chi si ricorda del film con Totò e Fabrizi si ricorda la morale che c’è dietro, esemplificata dai lori rispettivi figli che si uniscono in matrimonio a simboleggiare dei valori portanti di ogni sistema democratico, che cementano l’istituzione Stato, ma quell’equilibrio nel nostro tempo sembra essersi rotto…oggi lo Stato divora l’economia e in cambio non dà niente perché mantiene solo privilegi di casta ricca e incapace di creare sviluppo.
La rivolta fiscale dei ceti medio-alti in Usa negli anni 80-90 contro l’ipertrofia dello stato sociale il cosiddetto welfare state fu dovuta all’opposizione serrata contro i burocrati e i funzionari che in nome dello stato sociale più che a risolvere il problema dei poveri, creava un vasto apparato famelico che sottraeva le risorse per lo sviluppo creando burocrazie spaventose che si reggevano sulla moltiplicazione dei problemi. Fin che ci sono i tossici ci siamo noi e quindi è meglio non eliminare i drogati, altrimenti dobbiamo cambiare mestiere. Fu promossa una rivolta dei ceti medio alti e dell’alta finanza, basta tasse che ci strozzano.
Anche Berlusconi si fece promotore in Italia di questo tipo di rivolta in nome del liberismo classico contribuendo a smantellare lo stato sociale che è ancora quello che l’Europa ci chiede ancora di fare, in nome della competitività che si ridurrebbe con l’ipertrofia dello stato sociale.
Ma la seconda ondata di rivolta fiscale investe anche i ceti medio-bassi, piccola impresa, negozio artigianale, quindi i ceti produttivi, che attaccano un sistema politico basato sui partiti politici, gli unici che riescono ad accedere al credito bancario essendo protetti da grandi finanziamenti statali, a dispetto dei piccoli imprenditori che se lo vedono negato pur svolgendo un’attività produttiva a differenza dei partiti che aumentano i costi della politica senza che questa riesca a risolvere nessun problema socio-economico. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno ti rispondono, ma intanto loro vivono alla grande, sontuosamente e quelli che lavorano vengono perseguitati da equitalia.
In questo contesto il M5S ha saputo intercettare questa protesta diffusa, dal basso che ha coinvolto anche i lavoratori sempre più bistrattati da un mercato globale dominato dai bassisimi costi di manodopera dei cinesi e dall’est europeo. Che ha fatto pensare al ritorno di dazi protettivi per non distruggere completamente l’economia nazionale. E il dibattito di questi giorni ma anche quello di tutto l’anno si focalizza sull’Europa, sui mercati, sui capitali, sull’alta finanza, sulle banche e sul fatto che l’Europa non è così vantaggiosa per la globalizzazione e c’è anche una voglia di ritornare al local e alla salvaguardia della produzione biologica, tutti argomenti che depongono a favore di un cambiamento profondo della politica che deve abbandonare certi privilegi di casta per mettersi al servizio dei ceti produttivi e lasciando perdere l’alta finanza che distrugge l’economia.
2 – LA MISTICA DEL CAMBIAMENTO 2
2° parte.
Possiamo dire in generale che le società degli uomini è in continuo cambiamento, mutano perfino i costumi – ogni secolo si riconosce per il suo modo di vestire – ma non è detto – come fanno testo le teorie storiche , che le istituzioni siano eterne, cioè a dire che uno stato o una comunità attraversano stadi diversi di sviluppo, crescita ed estinzione, di coesione (forse più potente davanti al nemico) e di disgregazione sociale, per cui anche le istituzioni “ degenerano”, tant’è vero che conosciamo la famosa teoria di Aristotele in cui la democrazia, tra l’altro, costituisce la degenerazione della politeia , così come l’oligarchia è la degenerazione dell’aristocrazia, quindi il potere corrompendosi deforma il retto agire.
La storia ci insegna che le Comunità devono costruire sempre nuove motivazioni per saldarsi e solidificarsi e stare assieme, e anche le stesse istituzioni hanno bisogno di mantenere una loro dinamicità, altrimenti si generano grosse turbative e qui la legge svolge una funzione primaria: “se la legge del padre non viene rispettata, i figli si fanno guerra tra di loro”.
Sembra comunque che un cambiamento non avvenga mai per pura “razionalità” come moto preventivo di “stabilizzazione” sociale ogni volta che c’è un certo squilibrio da colmare, e ciò fa dire che il cambiamento sociale diventa una sorta di “mistica” a cui credere indefessamente in quanto riflette un bisogno individuale che diventa la proiezione di un desiderio soggettivo di instabilità anche emotiva e quindi il manifestarsi di una forma di disadattamento verso un mondo che ci è estraneo; questo desiderio individuale difficilmente si trasforma in coscienza collettiva e patrimonio comune o quanto meno maggioritario che genera sommovimenti sociali e rivoluzioni, se non in certi momenti storici che in passato sono sempre stati a ridosso di guerre catastrofiche, d’altra parte invece il cambiamento costituisce l’hybris destabilizzante pieno di paurosi presagi.
Fuori da questi casi espressi – e qualcuno è sempre lì che li aspetta – come l’attesa religiosa della manifestazione del divino – Il cambiamento in questo senso rappresenta una illusione, e il mondo istituzionale retto dalla stragrande maggioranza, una conferma di stabilità, immobilità, immarcescibilità , conformismo , dove l’unico movimento è quello delle mode passeggere e se anche le istituzioni dovessero diventare “decadenti” non crollano facilmente, se non per effetto di una spinta, dovuta a una modifica dei rapporti sociali che rendono quelle stesse istituzioni superate.
Ciò sembra confermare un fatto incontrovertibile: lo stesso disagio sociale che in certi momenti impera viene ricompattato di fronte alle guerre che agiscono come collante nazionale dove molti contrasti anche politici sono assorbiti dalla nuova impresa , in cui si distrugge per poi un domani ricostruire facendo rinascere l’economia, in questo senso assomiglia al rituale dei popoli primitivi dentro una modalità psichica profonda.
Questa è stata per secoli la psicologia imperante, adesso ci chiediamo di cosa possiamo fare per evitare questi processi? Visto che la guerra è stata bandita (per fortuna) come si può cambiare la classe dirigente in tempo di pace ed evitare il nepotismo?
2 – L’UOMO E’ UN ANIMALE SPIRITUALE
L’uomo ha due componenti: è fatto in due pezzi, la componente bestiale e la componente, diciamo “spirituale”.
Nella personalità di ogni individuo può dominare o l’una o l’altra o trovarsi in un equilibrio magari precario, la razionalità sta sempre nel mezzo e costituisce un collegamento tra la parte Spirituale e quella Animale.
Se domina la componente bestiale tout court l’uomo è un predatore e quindi diventa un uomo d’affari, se domina la componente spirituale l’uomo può essere uno studioso e non solo un religioso.
Nei rapporti umani l’uomo se può cerca di essere gentile non ferire, ma non sempre gli riesce a causa della sua aggressività inconsapevole.
Tutte le componenti + rimosse appaiono nell’arte mentre il politico ideale rimane nella sfera spirituale, quello di potere è una sintesi delle due componenti.
Il corrotto invece è colui che ha cercato la spiritualità ma si è fermato subito, e dove le belle parole diventano di facciata.
Veramente si possono semplificare in questo modo le cose? Mah anch’io dubito, però è vero che l’uomo è cmq un animale che può tendere verso l’alto, verso l’altro, verso il meglio, non sempre ci riesce.
Peché invece ha una componente così alta di distruttività che lo porta sovente alla guerra come una fraintesa necessità addirittura spirituale?
Secondo Freud era una questione di Eros o Thanatos, la razionalità suggerisce di sviluppare la politica come una forma sostitutiva della guerra, ma i continui fuochi per nulla fatui del mediooriente ci dice che gli interessi e i soldi creano le guerre se non ci fosse il petrolio probabilmente non ci sarebbero le guerre, ma è anchevero che la religione che dovrebbe essere un percorso di spiritualità per secoli ha generato odi e questa risulta essere una contraddizione in seno allo stesso uomo religioso, o la religiosità non ha niente a che vedere cn la spiritualità e innesca forze animali che si nutrono di intolleranza? Le domande sono tante e forse paradossali ma è bene indagare perché lo spirito umano è un qualcosa di veramente complesso e bipolare incui anche la razionalità fa fatica a dominare nonostante l’uomo oggi l’abbia sviluppata più di tutti gli uomini dei precedenti secoli
2 – LA RISATA ABBONDA…
Perché AL CINEMA incassano solo le commedie comiche? Perchè la Risata abbonda….
Stiamo parlando del cinema italiano e tutti gli altri tipi di film passano in secondo piano? Non vedo un film drammatico italiano che incassi, né un film horror, è vero che c’è il cinema d’autore che supera il milione di incasso e riesce con Moretti ad arrivare a 5-6 milioni, ma li si arresta. Perché lo spettatore oggi come oggi vuole solo e sempre divertirsi? Qual è la molla che fa scattare questa scelta?
Nietzsche nel suo aforisma dal titolo ORIGINE DEL COMICO afferma che l’uomo era un animale estremamente esposto alla paura e che ogni fatto improvviso e inatteso gli imponeva di esser pronto alla lotta e forse alla morte e quindi la ricerca della sicurezza si basava su tutto ciò che era atteso e tradizionale, però se l’inatteso e l’improvviso sopraggiunge senza pericolo e danno l’uomo passa dalla paura al riso, diventa baldanzoso.
La risata è un modo per esorcizzare l’insicurezza, la paura e l’angoscia, l’uomo baldanzoso però è una merce rara, l’angoscia è molto più presente, proprio per questo si ricerca ossessivamente il comico più che il tragico, il quale invece fa passare da una situazione di baldanza ad una situazione di grande paura. Nel cinema non abbiamo il tragico ma il film horror che fa paura, ma solo i prodotti americani incassano forse perché la paura viene indotta in maniera più sofisticata.
Si potrebbe dire che l’uomo oggi non vive più in condizioni animali, raramente ci può essere una bestia feroce che l’aggredisce mentre sta facendo legna nel bosco, eppure ci portiamo dietro queste tracce ataviche che rimangono presenti nella nostra profondità psichica. Pur vivendo in condizioni più rassicuranti, anzi più noiosamente rassicuranti, è facile ridere per frasi anche sciocche e non è raro nei convegni di gruppo che scoppi la ridarella molto spesso a seguito di battute cretine, eppure talvolta ci vuole poco a urtare la suscettibilità altrui come succede spesso nelle prese in giro da bar , in cui ci si diverte pesantemente sulle disgrazie di amici, parenti e conoscenti.
L’antifona che la comicità ha un limite nel buongusto e nella sensibilità altrui viene quasi sempre smentita nella realtà, anzi al cinema si ride “penosamente” proprio sulla rappresentazione delle stesse disgrazie , ma li si sa è finzione, li le persone sono programmate a ridere anche per cazzate mostruose, perché tira su l’umore della gente in tempi di crisi e depressione.
A me personalmente piace ridere e fare battute stando attento a non fare gaffes (non sempre mi riesce) però andare al cinema per ridere mi sembra una boiata pazzesca, come direbbe il grande Paolo Villaggio anche lui vittima di una battutaccia che ha fatto inorridire l’intera Sardegna: i sardi fanno pochi figli perché preferiscono farsi le pecore. Molto spesso il comico cinematografico mi fa tristezza e i film di natale mi rattristano ancora di più, ma probabilmente sono io che sono strano.
2 – LA MISTICA DEL CAMBIAMENTO
Quando parliamo di cambiamento parliamo di tante cose spesso anche confuse, l’umanità stessa è in continuo cambiamento, che per tanti si chiama “evoluzione”, progresso, miglioramento della specie.
Il tempo scorre come un fiume (panta rei) e dai tempi delle società primitive succedono costantemente fatti nuovi, novità, che fanno dire che non si può tornare indietro, che c’è stata una svolta, che niente è più come prima.
A questo cambiamento delle società dai tempi dei clan parentali hanno concorso le numerose guerre successe tra le comunità patrilineari, guerre tra clan, tra popoli, tra nazioni, che hanno modificato i rapporti sociali e innescato momenti di instabilità sociale, di insicurezza collettiva e di cambiamento.
La dinamica dei movimenti sociali si incrocia con quella dei soggetti ,appunto soggetti al tempo che li cambia fisicamente e mentalmente, li fa crescere e morire.
Ma noi vogliamo mettere a fuoco partendo dall’alto e man mano avvicinandoci, il comportamento, l’atteggiamento e il movimento del singolo in rapporto ai movimenti collettivi dei nostri giorni.
Oggi più che in passato in cui le società erano statiche e la vita procedeva con i suoi rituali immodificabili sotto il comune denominatore della tradizione, oggi dicevo, condizionata dai modelli di sviluppo produttivo del capitalismo globale, vige la “mistica“ del cambiamento sia individuale (la possibilità di sottrarsi ad una vita lineare e prevedibile) che sociale, come rigenerazione degli impulsi vitali, come proiezione verso una mobilità esistenziale, come viaggio e ricerca di energia, ma il sistema politico nonostante che parli di politiche di cambiamento è invece racchiuso in un alveo istituzionale in cui i riti della “democrazia” proseguono sempre uguali e i voti elettorali agiscono dentro un mercato immarcescibile, immodificabile, tant’è vero che uno studioso come Norberto Bobbio tanti anni fa si chiedeva come mai in un sistema democratico non c’era mai stata una transizione al socialismo così come in un sistema socialista non c’è mai stata una transizione pacifica alla democrazia.
Si parla quindi di crolli di regime dovuti a sanguinose guerre come è successo per il fascismo in Italia. In democrazia quando non vige il centro (la moderazione) almeno fino al momento in cui non si corrompe, c’è l’alternanza: il fronte popolare in Francia contro i radicali di desta , i conservatori inglesi contro i laburisti e ogni politica – più che a costruire disfa ciò che fa l’altra.
Quello che possiamo constatare con l’esperienza è che il cambiamento sociale avviene più facilmente come conseguenza di una guerra e in misura maggiore se questa guerra rappresenta una disfatta.
Prima c’è stata una guerra di conquista e poi se non sopraggiunge il dominio imperiale, la reazione di forze contrarie che porta al cambiamento anche radicale; Il radicalismo politico quindi trova spazio dopo una guerra disastrosa, in condizioni di pace è quasi sempre emarginato in quanto non compatibile con l’equilibrio istituzionale, sembra che in condizioni di pace si affievolisca l’impulso al cambiamento sociale e le democrazie consentono solo l’alternanza di gruppi di potere che degenerano in cricche, quando le istituzioni sono degradate.
L’esempio piuttosto recente delle elezioni dimostra l’antica schizofrenia della gente che parla sempre contro e poi vota sempre a favore di coloro che hanno fatto della politica oltreché il loro mestiere anche un mezzo per arricchirsi alle spalle dei cittadini, e così entrare nell’oligarchia che conta, c’è solo una netta minoranza di elettori sensibili e instabili, la maggioranza è “immobile” ed è forse proprio per questo che parla tanto contro tutti per poi essere sostanzialmente gregaria.
