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2 – LA MISTICA DEL CAMBIAMENTO 2

5 Maggio 2014

2° parte.

Possiamo dire in generale che le società degli uomini è in continuo cambiamento, mutano perfino i costumi – ogni secolo si riconosce per il suo modo di vestire – ma non è detto – come fanno testo le teorie storiche , che le istituzioni siano eterne, cioè a dire che uno stato o una comunità attraversano stadi diversi di sviluppo, crescita ed estinzione, di coesione (forse più potente davanti al nemico) e di disgregazione sociale, per cui anche le istituzioni “ degenerano”, tant’è vero che conosciamo la famosa teoria di Aristotele in cui la democrazia, tra l’altro, costituisce la degenerazione della politeia , così come l’oligarchia è la degenerazione dell’aristocrazia, quindi il potere corrompendosi deforma il retto agire.

La storia ci insegna che le Comunità devono costruire sempre nuove motivazioni per saldarsi e solidificarsi e stare assieme, e anche le stesse istituzioni hanno bisogno di mantenere una loro dinamicità, altrimenti si generano grosse turbative e qui la legge svolge una funzione primaria: “se la legge del padre non viene rispettata, i figli si fanno guerra tra di loro”.

Sembra comunque che un cambiamento non avvenga mai per pura “razionalità” come moto preventivo di “stabilizzazione” sociale ogni volta che c’è un certo squilibrio da colmare, e ciò fa dire che il cambiamento sociale diventa una sorta di “mistica” a cui credere indefessamente in quanto riflette un bisogno individuale che diventa la proiezione di un desiderio soggettivo di instabilità anche emotiva e quindi il manifestarsi di una forma di disadattamento verso un mondo che ci è estraneo; questo desiderio individuale difficilmente si trasforma in coscienza collettiva e patrimonio comune o quanto meno maggioritario che genera sommovimenti sociali e rivoluzioni, se non in certi momenti storici che in passato sono sempre stati a ridosso di guerre catastrofiche, d’altra parte invece il cambiamento costituisce l’hybris destabilizzante pieno di paurosi presagi.

Fuori da questi casi espressi – e qualcuno è sempre lì che li aspetta – come l’attesa religiosa della manifestazione del divino – Il cambiamento in questo senso rappresenta una illusione, e il mondo istituzionale retto dalla stragrande maggioranza, una conferma di stabilità, immobilità, immarcescibilità , conformismo , dove l’unico movimento è quello delle mode passeggere e se anche le istituzioni dovessero diventare “decadenti” non crollano facilmente, se non per effetto di una spinta, dovuta a una modifica dei rapporti sociali che rendono quelle stesse istituzioni superate.

Ciò sembra confermare un fatto incontrovertibile: lo stesso disagio sociale che in certi momenti impera viene ricompattato di fronte alle guerre che agiscono come collante nazionale dove molti contrasti anche politici sono assorbiti dalla nuova impresa , in cui si distrugge per poi un domani ricostruire facendo rinascere l’economia, in questo senso assomiglia al rituale dei popoli primitivi dentro una modalità psichica profonda.

Questa è stata per secoli la psicologia imperante, adesso ci chiediamo di cosa possiamo fare per evitare questi processi? Visto che la guerra è stata bandita (per fortuna) come si può cambiare la classe dirigente in tempo di pace ed evitare il nepotismo?

giancarlo sartoretto

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