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2 – STATO, MERCATO E PROFITTO

13 Novembre 2013

Caduta tendenziale del saggio di profitto o crescita esponenziale del saggio me ne approfitto: cosa è stato?

“Ti sottoscrivo la seconda” E’ vero che la disoccupazione aumenta di pari passo con la caduta d’occasioni di investimento e il capitale produttivo lascia il posto a quello finanziario, il quale ha il dono di moltiplicarsi senza creare lavoro e quindi il profitto finanziario surclassa quello produttivo, ma il grande capitale “comune”, disperato, cerca di trovare soluzioni anche e soprattutto sfruttando la domanda pubblica, e quindi da anni si assiste all’aumento verticale del saggio del “me ne approfitto”, (i soldi ormai li cerco facendo finta di interessarmi di bene pubblico).

Tutto è cominciato dai lamenti per la scarsa produttività del sistema pubblico perché c’è spreco e inefficienza nell’allocazione delle risorse, allora qualcuno ha avuto l’idea di far gestire le cose pubbliche in maniera privatistica, alla fine settori della pubblica amministrazione sono stati smantellati e dati in gestione ai privati, ma non è che è cambiato molto, perché l’attività di natura pubblica essendo “vincolata” crea problemi spesso difficile da risolvere.

L’unica cosa che è successa effettivamente è che gli stipendi sono aumentati del doppio e del quintuplo per quanto riguarda i managers, che però ora si chiameranno managers pubblici, è vero che il lavoro è stato distribuito tra meno persone, ma è anche vero che le procedure sono rimaste complicate e inserire dei pezzi di privato in situazioni in cui permane il pubblico può portare ad una maggiore confusione e inefficienza come si è dimostrato.

O si cambia radicalmente tutto o le mezze misure non risolvono niente, anzi aggravano i problemi. Però intanto si è detto basta STATO ci vuole più MERCATO!

Il neoliberismo impazza, ha stravinto, ma l’aumento delle spese dello Stato non è diminuito, adesso sono i privati che cercano di fare delle speculazioni utilizzando beni pubblici non pagandoli o pagandoli cifre irrisorie e dando servizi a cifre alte per rispettare il tasso del “me ne approfitto”.

E abbiamo visto il problema dell’acqua pubblica, le società di gestione svolgono un’attività di natura pubblica con criteri privati, si chiamavano spa e possono fare profitti quando invece la natura pubblica del bene non deve permettere di guadagnare, ma di chiudere il bilancio in parità.

E’ vero che le occasioni d’investimento stanno nettamente diminuendo in vari settori per i privati, ma puntare sullo Stato, sulla Collettività fa comodo a tanti (perché è denaro sicuro) anche se lento,  però ultimamente lo Stato è mezzo fallito e non paga più, per cui i tempi lunghi danneggiano finanziariamente queste imprese.

Senza contare che buttarsi sulla spesa pubblica  per stimolare un minimo di crescita produttiva,  nel lungo periodo fa aumentare le tasse a dismisura,vuol dire creare problemi di altra natura e soprattutto quindi dalle tasse dei cittadini che aumentano enormemente, se poi i privati si accodano con i loro capitali, si capisce allora che siamo in un regime di capitalismo di stato o statale. Cosa cambia: che il mercato non è poi così importante per tirar su l’economia che essendo ormai drogata ha bisogno di effetti tossici e chi glieli può procurare? Chi è lo spacciatore?

Col liberismo è proprio così, e si impatta così meravigliosamente con la globalizzazione che paiono fratelli al punto che la integrazione delle varie economie si scontra con i differenziali di cambio, il problema futuro è riuscire ad avere uno scambio uguale per creare quindi quel coefficiente di “indifferenza” fondamentale per l’allocazione ottimale delle risorse economiche e quindi fare in modo che non ci sia più la fuga della forza lavoro che tende verso i differenziali di scambio più vantaggiosi.

Ha ragione chi ha detto che il liberismo è finito nel ’29, quella di oggi invece è “l’ideologia” del liberismo. Prima è lo Stato che predispone la necessaria impalcatura produttiva poi si aggregano i privati, si fa una speculazione qua una la con un consorzio di imprese, si smantellano funzioni pubbliche, che vengono gestite con criteri privati, si allentono i controlli facendoli passare per burocratici, vengono  rotti gli  schemi abitudinari, antiche consuetudini,  aumentano i costi a dismisura – tanto chi paga siamo noi – e molto spesso la cementificazione diffusa appare senza che ce ne accorgiamo e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi.

La globalizzazione quindi si fa sotto il segno di un neoliberismo sfrenato nel tentativo di avere delle chances che non arrivano mai, mentre i singoli Stati si indebitano sempre di più, la globalizzazione mette insieme paesi con differenziali di sviluppo e con scambi diseguali che determinano l’invasione della forza lavoro dei paesi poveri che si scontra con il livello locale dell’economia, che a sua volta diventa più frammentata nel territorio: le due economie, quella globale e quella locale attualmente si spartiscono le risorse, però la convivenza diventa sempre più difficile, prevale la bibbia del basso costo che può smantellare la qualità della vita.

giancarlo sartoretto

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