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1 – MOVIMENTI PROGRESSIVI VERSO UN SETTORE PERENNEMENTE IN CRISI

7 Ottobre 2013

Ecco un intervento che ho letto in un convegno sul cinema un po’ di anni fa, i problemi sono sempre gli stessi perché non si risolvono mai, SEMPRE GLI STESSI MOVIMENTI ESPRESSIVI IFNTAMENTE PREOCCUPATI  per cui la politica di settore diventa la perenne rappresentazione dell’impotenza.

l’importante è crearsi un nome come attore principale di questa rappresentazione per potersi poi sedere nel banchetto del potere e parlare di problemi che non si ha nessuna voglia di risolvere, però intanto aumenta la propria influenza, e alla prima occasione arriva un finanziamento.

Perfino Michele Anselmi CI DICE sempre le stesse cose, questo articolo l’avevo completamente rimosso e praticamente ripeto come un ossesso le stesse cose di oggi e sono passati parecchi anni, Sono uno sclerotico multiplo o all’incontrario TUTTO RIMANE FERMO ovvero gattopardescamente, tutto deve cambiare perché non cambi nulla? Eravamo nel 2004, e il settore era come sempre, perennemente  in crisi…crisi…crisi…crisi…crisi…crisi…crisi

PROBLEMATICHE DI SETTORE, PICCOLI MOVIMENTI VERSO LO SFINIMENTO

Vorrei intervenire come piccolo produttore indipendente che non ha avuto nessun tipo di finanziamento pubblico in questi ultimi dieci anni che pur tuttavia tre anni fa è riuscito a mettere in piedi un film con soldi totalmente privati, che non ha avuto distribuzione. Attualmente lo abbiamo inserito su Internet e si può vedere interamente senza scaricarlo sul sito www.neche.it all’interno d’un progetto di distribuzione di film indipendenti sul web. Abbiamo cercato in tutti i modi di trovare un’uscita nelle sale ma non c’è stato verso, poteva avere un suo pubblico, probabilmente non lo sapremo mai.

La globalizzazione in atto nel cinema comporta come è noto il dominio hollywoodiano sull’80% del mercato italiano, per cui nello stesso c’è spazio per almeno altre 25-30 pellicole italiane ed europee, tutto il resto è a rischio invisibilità e il grande pubblico italiano sa ben poco di tutta una serie di film nazionali molto belli. Col reference-system la produzione italiana crollerebbe dagli attuali 100 film annui, a max 50 film con una riduzione verticale di creatività, attori, idee, culture anche regionali, con una diminuzione di capitale intellettuale (Ciampi) del 50%, è facile fare i calcoli perché in Italia vengono prodotti mediamente 100 film all’anno. Molti di noi saranno spazzati via, cambieranno mestiere o saranno assunti alle dipendenze di qualche grossa produzione nazionale – riuscirci però – visto che nelle grosse produzioni a Roma permane una mentalità familistica più che manageriale, in cui nessuno si fida di nessuno, giusto dei parenti (se c’è qualche sociologo del cinema potrà constatare l’infinità di cognati, fratelli e sorelle che ci sono nell’ambito delle società cinematografiche).

E qui ha ragione l’Anac che vive però in una sorta di immobilismo gerontocratico, non più in grado ormai di fare qualsiasi tipo di politica, mentre mi sembra legittimo non premiare solo la sceneggiatura, ma seguire il progetto fino alla fine. E’ un modo sia di misurare le scelte della commissione (se è stata capace di vedere le potenzialità della sceneggiatura) e sia – parliamoci chiaro – per evitare certe deformazioni o parassitismi produttivi di persone che non gliene frega niente del buon fine del prodotto-progetto.

Però quando Michele Anselmi dice a proposito di film italiani finanziati pubblicamente: “sapendo benissimo che il mercato non li avrebbe mai potuti assorbire” pone un problema molto delicato. Può un produttore italiano fare concorrenza a un film di 100 milioni di $ che ha un budget pubblicitario superiore a qualsiasi prodotto italiano? Si, dice il ministro Urbani, magari facendo un film italiano da 50 milioni di euro, (creando un consorzio di più società e prendendo qualche grosso attore hollywoodiano?!). E’ questa la strada, fare solo qualche progetto grosso o sarebbe invece augurabile il contrario: che anche il mastodonte Hollywood diventasse più piccolo in maniera da democratizzare la distribuzione mondiale facendo vedere anche altre produzioni asiatiche, africane oggi fortemente penalizzate? Basterebbe solo sottotitolare i film americani che sarebbe una forma di crescita “visiva” per il pubblico in sintonia tra l’altro con le nuove tecnologie, e poi finalmente si potrebbe capire se un attore pagato 20-30 milioni di euro è bravo o è un cane. Ma qui si entra in un vespaio con la lobby dei doppiatori che per la maggior parte sono attori italiani in esubero.

Puntare sul grande vuol dire distruggere il piccolo, cioè il cinema indipendente. Qualcuno dice giustamente. Ma a che serve il cinema indipendente italiano se non lo vede quasi nessuno?

Questo per me è un buon punto di partenza per trovargli delle sale, per incentivare l’esercizio, per farlo conoscere all’estero. Così invece si distruggerano molte professionalità e si ridurranno la libertà di idee e di progetti. Il problema non è tanto nella produzione, ma nella distribuzione che non permette a questi progetti di farsi conoscere. Gli esercenti pensano giustamente all’incasso e vogliono film pubblicizzati,  quindi preferiscono i prodotti americani, da noi non si è mai pensato ad es. facilitare una certa promozione di questi film italiani in modo che tanti prodotti di casa nostra possano apparire sui giornali e sulle televisioni come i mostri americani? In una società stracolma d’immagini e di informazioni di basso profilo non dovrebbero essere sprecate immagini qualitative (quando lo sono).

Per concludere questa legge sul cinema i inscrive più come “ideologica di mercato” che di mercato. 

giancarlo sartoretto

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