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1 – POLITICA CINEMATOGRAFICA

2 Novembre 2013

Conferenza  Nazionale del Cinema 5.11.13 Centro Sperimentale di Cinematografia ore10.00 – Per una nuova politica del fare cinema

La mia è solo una incursione in questo campo, non sono un tecnico, ma semplicemente un responsabile dello sviluppo progetti per una piccola produzione che si è trovata a gestire problemi spesso di difficile soluzione finanziaria, come si dice quando si vuole quadrare il cerchio.

Perché il cinema italiano è un’industria debole? Perché il suo capitale investito non viene remunerato per il 50% dei prodotti. Io parlo dei tanti film di autori indipendenti a piccolo budget che hanno un livello tecnico buono e un buon cast di attori promettenti o cmq capaci, bravi e meno fortunati.

Se vogliamo difendere il cinema degli autori indipendenti da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dobbiamo con urgenza sviluppare dei punti da portare all’attenzione istituzionale e mediatica per salvare il salvabile, altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. Partiamo dal fatto che più del 50% dei film prodotti non vengono distribuiti per cui qualcuno tra i critici dice perché li fate? Appunto! Cioè ci sono dei capitali investiti che non vengono remunerati, quindi manca un ritorno economico, altrimenti come diceva il critico questi film sono inutili.

Ecco i miei 4 suggerimenti dovuti all’azione sul campo fuori dalle aule accademiche della politica cinematografica:

1) REFERENCE SYSTEM Abolire il Reference System è fondamentale per l’accesso democratico al cinema. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film dei soliti noti, dalla produzione, dal regista, agli attori fino alla troupe, anche perché si considera il fatto d’aver vinto solo pochi festival importanti e non tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo, creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Il rischio è che si formi una gerarchia immobile discriminando la creatività e l’accesso ai fondi. Il Reference System è nato dalla riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i “senatori” della pellicola, i quali volevano che si rispettasse una gerarchia della visibilità. Questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero d’allora aveva, di finanziare totalmente con grosse cifre, perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, per cui ci sono state le critiche anche feroci dei neoliberisti de IL GIORNALE, perché si davano soldi a pochi e magari raccomandati, creando dei produttori privilegiati. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, (come adesso sta facendo giustamente il Mibac) davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità senza che il cinema avesse a guadagnarci.

2) CIRCUITO DISTRIBUTIVO LOW BUDGET Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e Privati) che sia remunerativo per il cinema a low budget e d’autore, per quei progetti in cui non ci sia Rai o Medusa, anche perché non si può fare un film da festival e pensare di guadagnarci, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film piccoli e di nicchia non vengono visti e così Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. Ci sono tanti festival piccoli anche in Italia che cercano di premiare un cinema di qualità, ma poi ci deve essere anche un circuito di sale che sostengono i film italiani da festival, altrimenti come fanno i piccoli produttori a guadagnarci? La loro valorizzazione può passare attraverso una agenzia pubblicitaria, una rivista online che promuova questi autori e un interesse mediatico che ponga all’attenzione questi prodotti, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente e vendere un film di questo tipo altrimenti si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate pregiudizialmente dal mercato. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari, diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento dispersivo. Si dovrebbe potenziare una rete insomma! Infine ci dovrebbe essere un accesso gratuito a tutti i programmi della Rai (anche regionale) a fini promozionali. Il sistema distributivo sarebbe a menu, come quello del circuito cinema veneziano, non un unico film in cartellone, ma più film nella stessa giornata a un costo di 5 euro in maniera tale da fidelizzare un pubblico che vedrà tutti i giorni film diversi e quindi i film potranno circuitare da un cinema all’altro di città della stessa regione o di gruppi di regione e in ambiti geografici specifici, nord, centro, isole.

3) TETTO A FILM USA E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa .Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in America ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE che conserva una linea editoriale contro il cinema italiano: Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari il film di Sorrentino girato in America del Nord. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro e quindi bisognerebbe mettere un tetto annuale – ma non eccessivo – ai film Usa max 250 in maniera che 50 film italiani possano incassare.

4) CINEMA TERRITORIALE per dare una identità anche locale al cinema. IL Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero così delle sinergie. Commissioni pagate a letture di progetti presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Bari, formate magari da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità tra le varie commissioni (che dovranno essere scelte in alternativa) da chi fa il progetto e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori dove potranno accedere anche al credito regionale, mentre il tax credit esterno per questi film dovrebbe essere aumentato dal 40% al 60% se si vuole invogliare possibili finanziatori ad investire in piccole produzioni e applicare il tax credit anche ai piccoli, perche’ fino ad ora sono state soprattutto le grosse imprese a beneficiarne. Se poi un circuito distributivo efficiente remunerasse questi capitali investiti si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per un cinema piu’ libero e vario tale da assicurare un pluralismo produttivo.

Giancarlo Sartoretto

 

 

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