PRIMI PUNTI PER UNA LEGGE SUL CINEMA

Ieri 11 gennaio una delegazione di Cinema In Movimento ha avuto un incontro con il senatore Alberto Airola del Movimento 5 Stelle.

Si è parlato di varie questioni che riguardano il cinema (Alberto Airola prima di diventare Senatore della Repubblica ha fatto cinema e video lavorando a Torino e Roma e capisce bene i problemi del settore.

Difatti è stato un incontro proficuo in cui abbiamo parlato di Rai, della concessione in scadenza della scarsa trasparenza e del fatto che lavorano sempre le stesse società di produzione.

Poi ci siamo intrattenuti su alcuni aspetti del disegno di legge a firma Di Giorgi del Pd sul cinema.

Abbiamo fatto pervenire i primi 4 punti che abbiamo affrontato nel gruppo di discussione di Cinema in Movimento.

Eccoli:

DISCUSSIONE PUNTI ALL’ATTENZIONE PER UNA LEGGE SUL CINEMA E AUDIOVISIVO

 

1) Nuova definizione di film indipendenti:

sono film indipendenti tutti i film considerati difficili per il low budget, fino ad un massimo di € 1.500.000,00 che non siano stati cooprodotti dalle televisioni nazionali ed equiparabili secondo il Mibact a film difficili.

 

2) Cinema Territoriale sul principio del local-global (storie locali per una distribuzione internazionale) attraverso:

  1. a) il decentramento delle commissioni del Mibact in macro regioni

TORINO x Piemonte, Vald’aosta, Liguria, Sardegna;

MILANO x Lombardia e Emilia Romagna;

VENEZIA x Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia;

FIRENZE x Toscana, Umbria, Marche;

ROMA    x Lazio, Abruzzi;

NAPOLI x Campania e Molise;

BARI      x Puglia e Basilicata;

PALERMO x Sicilia e Calabria.

 

  1. b) decentramento Rai per sfuggire all’influenza politica dei progetti;

qui immagino le sedi Rai decentrate che possono decidere anche di preacquistare il diritto di antenna oltre che ad offrire dei servizi legati alle loro potenzialità produttive, per intenderci la Rai di Udine non è la Rai di Torino.

 

  1. c) Film Commission funzionanti che si coordino tra di loro e burocraticamente (modelli e procedure uniformi) con il Mibact;

il ruolo delle Film Comm. diventa fondamentale oltre che per i servizi che già conosciamo, nel sostegno al produttore per aiutarlo ad interagire  con sponsor del territorio, crowdfunding locale, amministrazioni comunali, promoz. del turismo (cineturismo) e finanziatori esterni grazie alla tax credit.

Le commissioni nelle macro regioni possono convivere IN MANIERA PARITETICA anche con una COMMISSIONE UNICA NAZIONALE.

Nella fase istruttoria l’essenziale è la sceneggiatura.

 

3) abolizione del reference system:

– sistema di punteggio automatico che favorisce il finanziamento dei film dei soliti noti, dalla produzione, dal regista, agli attori fino alla troupe, bloccando di fatto il cambio generazionale.

4) Riforma del Mibact, Direzione Generale del Cinema

  1. a) Abolizione dell’attuale sistema sviluppo progetti e al suo posto un concorso nazionale in cui si presenta solo un soggetto lungo e la relazione artistica dell’autore. La Commissione Unica Nazionale valuterà con meritocrazia i progetti di sviluppo.
  2. b) tasse istanza in rapporto al budget del progetto;

Fino a € 1.500.000,00  la tassa è di € 200 per i lungometraggi, € 100 per i documentari e € 50 per i corti e sviluppo.

Fino a € 2.000.000,00  la tassa  è di € 600;

Fino a € 3.000.000,00 la tassa  è di €1.500,00 (importo progressivo)

Fino a € 5.000.000,00 la tassa è di € 3.000,00

Oltre €4.000,00.

  1. c)Le società che presentano progetti fino a € 1.500.000,00 possono avere un capitale sociale di 20.000 euro, 10.000 per chi presenta cortometraggi
  2. d) Semplificazione Burocratica.

Il film deve partire entro 12 mesi altrimenti scatta la revoca del finanziamento.

 

(continua)

 

 

CINEMA IN MOVIMENTO A ROMA

Un altro incontro “fisico” nel meetup CINEMA IN MOVIMENTO in via Acciaroli e abbiamo parlato di:

1) progetto di Marco Bartoccioni

La Premessa

Che Roma sia storicamente la Capitale del Cinema Italiano è cosa nota a tutti, Qui hanno sede gli studi di Cinecittà (ormai praticamente privatizzati ), il Centro Nazionale di Cinematografia, l’Archivio Nazionale, il Ministero, la RAI… Qui nei decenni sono venuti in pellegrinaggio e spesso si sono fermati a vivere i Creativi Del Cinema così come le Maestranze.

La Fotografia

Cosa resta oggi di tutto questo? Migliaia di professionisti del settore e di maestranze a spasso, piccole e medie produzioni fallite o alla canna del gas e un’atmosfera da catastrofe post-atomica che deprimerebbe anche il più spensierato ottimista.
Eppure, anche se c’è stata nell’ultimo decennio una certa tendenza a de-centralizzare Roma resta a tutt’oggi la Città con il maggior numero di case di Produzione Cinematografica, il posto dove c’è la stanza dei bottoni dei finanziamenti pubblici e il luogo dove le grandi Major internazionali hanno i loro uffici di rappresentanza. Il posto insomma dove se vuoi “fare Cinema” in qualche modo devi vivere o capitare.
Scuole di Regia, Sceneggiatura, Produzione, Fotografia, Montaggio, Recitazione, Dizione, Scenografia, Animazione, Musica, Sound Design, Computer Grafica, Post Produzione… C’è di tutto! Col piccolo dettaglio che sono quasi tutte in mano a privati!

L’Idea

L’idea è quella di promuovere Roma come Capitale dell’audiovisivo Europeo.
L’avvento di internet e di nuove tecnologie in continua evoluzione stanno cambiando drasticamente in tutto il mondo le forme e i tempi della narrazione. I vecchi schemi sono ormai desueti e non si intravvede all’orizzonte nulla di preciso che lo possa sostituire. Come in tutti momenti di crisi, nel senso greco della parola, questo è un momento di cambiamento storico nel campo degli audiovisivi, nel quale idee, intuizioni e sperimentazione sono determinanti per realizzare prodotti fruibili da quel “Villaggio Globale” di cui tutti facciamo parte.
La proposta è quella di creare un centro unico della cinematografia dotato di Studios adeguati alle esigenze tecnologiche del momento e all’avanguardia rispetto all’offerta europea dove far convergere tutti quegli specializzati del settore che hanno dovuto emigrare per poter lavorare e dotarli di tecnologie all’avanguardia rispetto al resto dell’Europa.
I costi delle tecnologie sono oggi assolutamente abbordabili ed è il fattore umano quello che fa la differenza!
Gusto del bello, inventiva, genialità… sono queste le virtù che ci riconoscono in tutto il mondo e per le quali siamo ricercati!
Cinecittà purtroppo è stata ormai irresponsabilmente venduta a privati che la stanno trasformando in un parco giochi tematico per cinefili. Quello di cui Roma ha bisogno è dunque di una “Nuova Cinecittà”! Uno spazio di lavoro ma anche uno spazio aperto alla sperimentazione e alla ricerca di nuovi linguaggi.
Se intelligentemente organizzato e onestamente gestito, questo spazio è sicura fonte di entrate economiche per la collettività nonché fonte di occupazione e di reddito per tutti i creativi e gli specializzati del settore nonché per l’indotto!
A supporto di questa Macrostruttura sono da immaginare tante piccole realtà nell’ambito di ciascuna Circoscrizione che si occupino in primo luogo di formazione del gusto e della tecnica dell’audiovisivo e di conseguenza si occupino anch’esse di sperimentazione e di ricerca di nuovi linguaggi, con particolare attenzione al mondo di Internet e dei Nativi Digitali.
In queste realtà i professionisti del settore dovranno essere coinvolti a dare corsi di formazione professionale sulle varie discipline e arti del mondo dell’audiovisivo.
Le varie realtà create in ciascuna Circoscrizione produrranno così lavoro e reddito per gli specializzati del settore e formeranno nuovi professionisti da impiegare nella Macrostruttura che abbiamo chiamato per convenzione la “Nuova Cinecittà”.
Queste realtà dovranno inoltre dotarsi di spazi di coworking per permettere alle piccole realtà produttive di realizzare i propri progetti audiovisivi a costi competitivi anche utilizzando con contratti flessibili le professionalità che si andranno via via formando.
L’effetto di queste iniziative sarà quello di maggior offerta di lavoro specializzato, maggiore produzione di audiovisivi e la creazione di un polo d’attrazione internazionale per il settore cinematografico a Roma.
Gli spazi deputati a tali iniziative andranno ricercati fra gli immobili dismessi da riqualificare di proprietà del Comune di Roma.
I fondi per realizzare tali progetti dovranno essere finanziati attraverso l’utilizzo dei Finanziamenti Europei per la Formazione, per l’Animazione, per la Cultura… (L’Italia versa al fondo Europeo più di quanto non riesce a ricevere!). Dal Fondo Nazionale per la Cultura (Renzi ha ipotizzato 1 miliardo). Dai Fondi Regionali. E dai finanziamenti per Roma Capitale.
Se gestita in modo Onesto, Trasparente e Pluralistico l’intero progetto nel suo insieme potrà realisticamente andare a regime nel giro di 3 / 4 anni e potrà cominciare a produrre utili per la cittadinanza.
E’ Ora di ridare ossigeno e speranza al mondo dell’audiovisivo in quanto mezzo espressivo e arte dell’immagine in movimento!
Quale città meglio di Roma potrebbe simboleggiarne il rinascimento del Cinema Italiano?
Roma 30/11/2015

 

RAI- LA VOCE DEL PADRONE

“Non esiste nessuna riforma della Rai. Quella approvata ieri al Senato è una Gasparri 2.0. È la peggiore legge che si potesse congegnare per il servizio pubblico. Renzi vuole una Rai legata a doppio filo al potere esecutivo con la nomina dell’amministratore delegato da parte dello stesso governo.
In qualunque democrazia sarebbe impensabile.
Una Rai fortemente lottizzata dai partiti che avranno ancora voce in capitolo nella scelta dei vertici e continueranno a spartirsi incarichi e poltrone.
L’indipendenza dell’azienda dalla politica sarà, così, sempre più fragile. Una Rai guidata da un uomo solo al comando. Un sistema molto caro al presidente del consiglio, che riflette una concezione del potere che respingiamo totalmente. Tutto questo significa non volere il meglio per il futuro dell’azienda e del Paese, ma considerare la televisione pubblica, finanziata dai cittadini, come una proprietà di cui disporre a proprio uso e consumo per accentrare e consolidare potere.
In pericolo ci sono il pluralismo e la libertà di informazione con gravi conseguenze per gli equilibri democratici. Quando al governo ci sarà il Movimento 5 Stelle, e succederà presto, smantelleremo questo sistema punto per punto. E lo sostituiremo con procedure pubbliche e trasparenti, cristalline, con selezioni fatte per merito, competenza, indiscutibile indipendenza; con una vera riforma della governance che permetta alla Rai di offrire il servizio pubblico che il nostro Paese merita e che spezzi in modo definitivo il rapporto malsano che finora l’ha legata alla politica.
Una Rai, finalmente, al servizio dei cittadini.Roberto Fico, portavoce M5S Camera

MERCATO O STATO? STATO DEL MERCATO

Il target è il pubblico che normalmente va al cinema, è risaputo che il 50% di popolazione non entra mai in una sala cinematografica e si accontenta di altri strumenti di diffusione come le fiction tv, dvd (acquisto e noleggio) e ultimamente internet con una alta percentuale di film piratati.

Poi c’è un pubblico infantile che traina i genitori per il cinema di animazione e quello giovanile per i film d’azione soprattutto, ovvero quasi esclusivamente, americani: film ad alto budget,  molto spettacolari, poi c’è la fascia del pubblico di nicchia che vede soprattutto film europei particolari, quelli dei festival grandi e piccoli che ci sono in Italia ma anche nel resto del mondo.

La fascia principale di consumo si situa tra un pubblico di varie generazioni che privilegia la commedia italiana piu’ o meno leggera e i grandi film Usa ed europei d’autore, che molto spesso provengono dai principali festival mondiali (Venezia, Cannes, Berlino) e si avvale delle migliori distribuzioni che operano nel nostro mercato, distribuzioni che generano confezioni filmiche di grande attenzione mediatica.

Ultimamente si è verificata una flessione nella vendita dei Dvd, però a compensazione si è inserito anche il mercato del 3D con prezzi più alti del biglietto normale, mentre la preferenza verso il prodotto italiano che in certi periodi riesce a  conquistare il 30 per cento del mercato riguarda quasi esclusivamente le commedie nelle varie gradazioni, che stanno diventando un traino per la produzione italiana, mentre è in calo il cinema d’autore che si avvale dei soliti dieci autori da ormai tanti anni.

Quindi la situazione è abbastanza statica e prevedibile,  il pubblico risponde puntualmente a delle sollecitazioni programmate e non ci sono + sorprese, soprattutto se la confezione è forte.

E’ una specie di conformismo mercantile dove tutto deve andare come deve andare.

Il cinema di genere italiano è rimasto fermo agli anni 60-70 in cui  poteva essere prodotto a low budget, oggi il cinema di genere è quasi esclusivamente americano ed è costoso.

Ad es. i  film horror italiani non riescono ad incassare cifre significative in quanto non sorretti da importanti distribuzioni come per l’analogo prodotto Usa.

Quindi lo sviluppo verso la produzione italiana è dovuto quasi esclusivamente all’aumento delle commedie nel loro versante sociale e di costume e ai film d’autore come quelli di Sorrentino,  Moretti, Garrone, e da cinquant’anni Bellocchio e noi prevediamo che ci sia una crescita a sommatoria zero perché il pubblico sempre più spesso preferisce il salotto alla sala.

Bisogna quindi puntare su un prodotto ben confezionato e ben distribuito in cui la strategia di marketing e vendita viene affidata ad esperti di settore e  ormai collaudata da altri prodotti simili che hanno ottenuto successo di pubblico.

Infine bisogna dire che il cinema indipendente incassa ancora troppo poco per poter investire dei soldi su progetti originali e quando si spenda meno di 100.000 euro non si riesce a trovare una distribuzione decente, è il caso di dire che uno su 10 ce la fa, è troppo poco…e gli altri nove stanno a cantare la canzone di Gianni Morandi, che è ancora peggio.

 

NOI E GLI ALTRI/2

NOI E GLI ALTRI/2

Vediamo un po’ l’associazione dei Giovani Produttori Indipendenti di Martha Capello che ha subito anche una scissione al suo interno, alcuni punti di un post che è stato condiviso  in questo gruppo qualche tempo fa:

1) Chi viene considerato produttore indipendente per la legge? La reale definizione di Produzione Indipendente: Non si può considerare Indipendente un’azienda / produzione che generi oltre il 60% del proprio volume d’affari per conto di un singolo committente o Broadcaster, (sia esso pubblico o privato – Rai Cinema, Sky, Rai Fiction etc…).  Questo criterio, adottato in molti regolamenti e decreti attuativi, secondo l’Associazione dei Giovani Produttori,  crea una notevole distorsione di mercato e impedisce un vero e proprio sviluppo dell’imprenditorialità tra le produzioni italiane. Questo riportato in neretto lo dice Martha Capello, io aggiungerei che con questo criterio del 60 % diventano tutti indipendenti anche i più grossi produttori. Eppoi la misura è astratta, diventa anche difficile quantificare il 60% di volume d’affari.

2) Un altro punto è costituito dai giovani come ctg PANDA, questo non mi trova consenziente, invece bisognerebbe fare in maniera che i cortometraggi siano fatti vedere nelle reti Rai, almeno un’ora di trasmissione giornaliera e che quindi abbiano un minimo di mercato.

3) Un errore che fa questa associazione è considerare il Cinema come un settore industriale di fronte a + del 50% di produzione che non ha i criteri della “costanza produttiva” e che mette in crisi anche il principio del business plan;

4) Siamo invece d’accordo sull’abolizione del reference system;

5) I distretti industriali mi sembrano strutture abbastanza astratte e quindi burocratiche con stipendi che assorbono magari tutto il budget, come in certe film commission che non funzionano dando la possibilità a tanti funzionari inetti di girare il mondo a gratis;

6) Non un cenno a RAI SERVIZIO PUBBLICO che secondo noi dovrebbe istituire on line un registro dei diritti acquistati e le società beneficiarie, un rendiconto dei film finanziati, quanto è stato speso per ogni anno, quanti dei progetti finanziati sono diventati film, i diritti di antenna le cooproduzioni gli acquisti anche di film di microimprese e piccole imprese, e tutto questo è importante per la trasparenza. Tutte informazioni che il Sen Airola chiedeva in Commissione di Vigilanza. E’ significativo che questi punti sulla Rai non compaiono nell’Associazione dei Giovani Produttori , punti che sono fondamentali per facilitare l’attività di quelli che stanno iniziando e quindi anche i giovani (non raccomandati).

7) Positivo il coordinamento tra MIbact e Film Commissioni per adottare gli stessi moduli e le stesse procedure allo scopo di  facilitare le domande senza perdersi nei meandri della burocrazia;

8) Per quanto riguarda invece il Tax Credit bisognerebbe portarlo fino all’80% per film difficili anche da un puto di vista distributivo.

Quindi anche questa Associazione “Capello – Marzotto” dimentica o omette colpevolmente punti troppo importanti, altri sono di difficile realizzazione e piuttosto astratti, su qualcuno invece siamo d’accordo senza contare che quando si mettono dei vincoli o dei controlli bisogna avere la capacità poi di imporre un comportamento pubblico che il più delle volte viene disatteso rendendo inefficaci moltissimi provvedimenti che finiscono quindi dentro ad un buco vuoto della burocrazia.

 

PAPALE PAPALE

Ieri sera il gruppo Cinema in Movimento si è incontrato al meetup di via degli acciaioli, 13.

L’incontro è stato interessante, pieno di idee che è senz’altro un punto di partenza per chi vuole parlare di cinema, di fare cinema, in un contesto difficile come è la situazione italiana dove il 50 % dei film è invisibile.

Abbiamo parlato di tante cose, del progetto di Roma capitale europea dell’audiovisivo, ma anche del problema  della distribuzione del cinema indipendente.

Ritengo da un parte che tutto il progetto di Marco Bartoccioni che riguarda appunto Roma capitale Europea del Cinema sia importante e da promuovere all’interno del TAVOLO CULTURA per il programma elettorale del M5S per le prossime elezioni del Comune di Roma e che invece le altre problematiche emerse come il problema delle quote e della programmazione obbligatoria insieme ad un circuito delle sale cinematografiche gestite anche dalle Film Commission come promuovevano Massimo Spano, Alessandro Verdecchi e Veronica Bilbao La Vieja, riguardino più una problematica nazionale da aggiungere ai punti precedenti da noi formulati a seguito di discussione corale, da inviare ai nostri rappresentanti in seno al parlamento perché possano emendare proficuamente il disegno di legge Di Giorgi sul cinema o presentarne uno alternativo  che risponda alle esigenze di quel cinema che ha difficoltà strutturali.

Sul più bello abbiamo parlato di un regista molto indipendente e di un film del “cazzo”, mi riferisco a Gionata Zarantonello che qualche hanno fa fece un film tutto incentrato sul pene maschile dal titolo UNCUT – MEMBER ONLY .

Secondo me si tratta finalmente di superare le due politiche che fino adesso hanno riguardato il Cinema:

  1. a) da una parte le politiche assistenziali fatte dal Pd come quelle di Veltroni in cui lavoravano solo gli amici degli amici come “filosofia politica del cazzo” e che ha determinato solo vantaggi per pochi;
  2. b) dall’altra perfettamente speculare, quella neoliberista in cui per fare soldi si fanno film di pancia e di flatulenze varie, inneggiando al “cazzo” come espressione virile.

Infine, come inizio, ci siamo noi che vogliamo dare voce a chiunque abbia un’idea senza veder di che area politica è, nessuno escluso, ma mentre per la Rai NESSUNO ESCLUSO è solo uno slogan di copertura per farsi i “cazzi propri”, per noi invece è l’essenza stessa di fare cinema .

 

NOI E GLI ALTRI

Vediamo un po’ anche gli altri quando parlano di politica cinematografica cosa dicono:

– Ugo Baistrocchi tecnico c/o il MIBACT nel n° di dic. Diari di Cineclub.

I dibattiti sono premesse indispensabili ad una riforma del cinema e dell’audiovisivo (cfr. “Quale riforma per il cinema italiano” di Stefania Brai pubblicato sul n. 33 – Novembre 2015 di Diari di Cineclub) Ringrazio Stefania Brai le cui critiche ad alcune mie considerazioni mi permettono di ancor meglio chiarire quelle che ritengo debbano essere, oggi, le premesse necessarie per una legge di riforma del cinema e dell’audiovisivo.

Una visione sistemica.

Un bambino di cinque anni, nato nel 2010, che ha imparato a leggere da solo, utilizzando una delle tante app gratuite disponibili per ipad, e che ha, probabilmente, già letto un centinaio di libri digitali e realizzato e montato un centinaio di corti, documentaristici e di finzione, se gli fosse capitato di leggere il mio contributo “Per una legge con cinquant’anni di meno” su Diari di Cineclub di settembre – cosa possibile ma altamente improbabile – avrebbe capito che la mia affermazione sulla capacità di un bambino di due anni si riferiva alla capacità di astrazione e di visione, mancante a chi finora ha deciso i destini del cinema italiano, di unificare cinema, televisione, videogrammi, videogiochi, ecc. sotto il concetto di “immagini in movimento”, rimanendo perfettamente consapevole delle differenze.

Astrarre non vuol dire appiattire né tantomeno negare le differenze che, invece, per un pensiero di tipo feudale sono essenziali, naturali, se non sacre, e devono essere mantenute e rispettate per garantire l’attuale ordine audiovisivo costituito, così ben descritto da Stefania Brai, e cioè:

  1. una proposta culturale largamente unificata il cui senso profondo è quello di un’accettazione totale dell’esistente, quasi della sua ineluttabilità, senza l’idea stessa di possibilità di cambiamento;
  2. un’offerta culturale sostanzialmente univoca (che) induce e genera una domanda omologa. Dove chiedi (e concepisci) cioè il solo modello che conosci e sul quale ti sei formato.

Solo una visione sistemica e consapevole dell’ecosistema culturale esistente può concepire una riforma del Cinema e dell’audiovisivo che invece di favorire e mantenere in piedi – come ben descritto nei due punti sopra riportati – un pensiero unico e un modello monopolizzato da politici apparenti, burocrati legislatori, produttori riproduttori e autori autoreferenziali, prenda atto delle molteplicità e diversità delle proposte culturali, elimini ogni superflua intermediazione e ogni inutile barriera alla produzione e diffusione culturale e, soprattutto, ogni ingiustificata limitazione all’accesso al bene

  1. Partecipazione di tutti all’organizzazione culturale Se Diderot e D’Alambert potessero visitare il mondo del 2015 rimarrebbero stupiti non tanto (non solo) per le conquiste tecnologiche ma nello scoprire che la Germania è un repubblica governata da una chimica eletta a suffragio universale, che gli USA sono il paese leader del Mondo e hanno un presidente nero, ma soprattutto che “(quasi) tutti sanno leggere e scrivere” e l’Encyclopédie del XXI secolo (Wikipedia) è compilata non da una élite di famosi esperti ma da una massa di sconosciuti intellettuali, che la mettono gratuitamente a disposizione di tutti gli esseri umani (e non) in 280 lingue “senza bisogno di alcuna autorizzazione”. Grazie all’intellettuatizzazione di massa stiamo passando dall’era industriale all’era della partecipazione, dove l’economia del dono e della condivisione, sempre esistita, sta modificando gradualmente e dall’interno i modelli capitalistico e socialista che governano le nostre economie.

Ma Stefania Brai dice che “tener conto in una legge “degli interessi, delle esigenze, delle aspirazioni… dei cittadini” non solo non è utile né moderno ma completamente sbagliato”. La ringrazio perché descrive in modo chiaro e preciso qual è stata, finora, l’ideologia che ha ispirato i legislatori e politici italiani, non solo nel campo cinematografico o culturale. Prigionieri dell’immagine del mondo in cui si sono formati credono veramente che la maggioranza dei cittadini abbia il livello intellettuale di un dodicenne e che debbano essere tutelati e guidati, oggi, da persone che vivono ancora nel secolo scorso e credono di poter fermare il tempo con inutili leggi, fatte nel proprio interesse non certo in quello dei cittadini. I sondaggi? Ma oggi i cittadini già manifestano i loro interessi, le loro esigenze e aspirazioni non tramite sondaggi ma con le loro idee, attività ed opere, promosse, pubblicate e diffuse senza bisogno di essere iscritti all’Anica o all’Anac, né del nulla osta di un qualunque Ministero.

I mezzi di produzione culturale non sono una conquista futura del “Sol dell’avvenire” ma sono già nelle mani delle masse intellettuali che non hanno bisogno dell’intermediazione di una casta di intellettuali-interpreti perché possono e fanno da soli, condividendo la conoscenza e le opere. E Gramsci, che scriveva in un’epoca in cui i suoi principi erano storicamente validi, avrebbe adattato le sue idee alla contemporaneità. Zavattini, che negli anni ‘50 voleva dare una cinepresa in mano ad ogni scolaro, oggi potrebbe vedere la realizzazione del suo sogno “sbagliato” e si batterebbe per estenderlo a tutti. Gli operai genovesi che finanziavano, “sbagliando”, i primi film di Lizzani con la “Cooperativa spettatori produttori cinematografici” – fallita grazie alla ostilità della Direzione cinema e all’indifferenza del Partito comunista di Togliatti – oggi potrebbero fare da soli i propri documentari e farseli finanziare con il crowdfunding da sconosciuti che condividono le loro idee.

Ma perché i sogni di Zavattini e degli operai genovesi divengano sempre più realtà quotidiana è necessario che una nuova legge sul cinema e l’audiovisivo tenga finalmente conto soprattutto delle loro aspirazioni, delle loro esigenze, dei loro interessi, e favorisca l’effettiva partecipazione di tutti in tutte le forme, e con ogni mezzo di diffusione, all’organizzazione culturale del paese ed elimini ogni superflua limitazione allo sviluppo della persona umana tramite la produzione e la fruizione di beni culturali audiovisivi.

Ugo Baistrocchi

UN MEETUP PER DISCUTERE DI CINEMA

Ieri abbiamo tenuto a Roma una riunione “fisica” dove abbiamo parlato di parecchi aspetti del cinema anche con visioni diverse che possono arricchire il confronto.
Ecco i punti secono me da considerare per una legge alternativa a quella presentata dal Pd, la proposta di legge Di Giorgi:
1) abolizione del referce system;

2) circuito distributivo basato su un certo numero di sale da individuare che distribuiscono prevalentemente i film a low budget attraverso la multiprogrammazione;

3) tetto a film Usa o quote di distribuzione;

4) cinema territoriale sul principio del local-global (storie locali per una distribuzione internazionale) attraverso:
a) il decentramento delle commissioni del Mibact in macro regioni;
b) decentramento Rai per sfuggire all’influenza politica dei progetti;
c) film commissioni funzionanti che si coordino tra di loro;
d) sponsor del territorio;
e) tax credit locale;
f) promoz. del turismo (cineturismo) con ulteriore finanziamento misto.

5) Tax credit esterno fino all’80% per film considerati difficili, 25% interno;

6) Nuova definizione di film indipendenti;

7) Rai Servizio Pubblico.
a) Quote di acquisto di film a low budget, documentari cortometraggi;
b) deve fornire on line l’elenco dei diritti acquisiti anno per anno;
c) un registro on line dei film finanziati a tutti i livelli spec le società;

8) Fiction, accesso democratico anche per i “piccoli” non raccomandati;

9) Mibact, le tasse da pagare anche in rapporto al budget del progetto;

10)Insegnamento in tutte le scuole di ogni ordine e grado della materia cinema (educ. all’immagine) formazione dei giovani con finanziamenti europei, recupero di luoghi abbandonati, Roma capitale europea dell’audiovisivo;

11)Defiscalizzazione della cultura in generale e delle sale cinematografiche;

12)Garanze per Maestranze, tecnici e generici sui pagamenti con segnalazione di quelle società che pur ricevendo finanziamenti pubblici pagano il personale in nero.

Questi punti possono essere invertiti o convertiti

DOCUMENTO PER UNA LEGGE CINEMA

 

Questo è il documento su cui discutere tra di noi (con tagli e integrazioni che verranno proposte) da portare al Senatore Airola da parte di Cinema in Movimento.

Sono Sartoretto Giancarlo già iscritto all’Anac 1994-98, con Nico Cirasola e altri abbiamo dato vita al Salon des Refusés al Festival di Venezia dove abbiamo fatto vedere i ns film alla sala Perla in polemica cn la gestione della mostra di Gillo Pontecorvo, ho partecipato all’associazione politica C.I.A.C.– Coordinamento Italiano Audiovisivi Cinema (2006) promossa da Confartigianato assieme a Rean Mazzone (il produttore dell’ultimo film di Cipri) e Amedeo Fago, in cui si parla di cinema come artigianato a difesa di quello che è realmente il cinema indipendente.

Dal 2013 ho aperto un blog nel sito CARO FILM-CAROFOUND di politica cinematografica e ho partecipato alla CONFERENZA NAZIONALE DEL CINEMA del 5.11.13 presso il Centro Sperimentale di Cinematografia in cui nel mio intervento ho individuato 4 punti centrali per risollevare le sorti del cinema indipendente, adesso ne aggiungo altri sperando di completare l’opera previa discussione con tutto il gruppo.

CAPPELLO

Noi, come autori, registi, sceneggiatori, piccoli produttori indipendenti, maestranze, lavoratori del settore siamo preoccupati del fatto che molti dei nostri film non riescono ad uscire in sala o se escono non riescono ad incassare quel minimo che e’ fondamentale per poter continuare ad investire nel settore. In parole povere se facciamo un film ci vogliono altri sette anni per farne un altro perché ci troviamo a confrontarci ogni giorno con una industria (sarebbe meglio parlare di artigianato) SEMPRE PIU’ DEBOLE che si trova spesso a gestire problemi di difficile soluzione finanziaria perché il 50% dei nostri prodotti diventa facilmente invisibile, ma non per demeriti, semplicemente perché non esiste un mercato, una distribuzione remunerativa di questi film, per cui alla fine si va a sbattere contro una realta’ fatta di sterminati mulini a vento.

Quindi una politica cinematografica può caldeggiare una legge di sistema per il cinema che vada quanto meno a potenziare questo settore e mantenere un livello di visibilità di tutti i film, anche quelli più difficili.

Solo 20-30 film incassano quasi tutte commedie, gli altri fanno la fame, tanti attori giovani non vengono visti, c’è lo spreco dell’immagine che è l’evidenza di una immagine dello spreco capitalistico…la situazione è veramente drammatica, perché vorremo che ci fosse anche un rientro… si esce e si rientra e invece qui e lo dico come piccolo produttore indipendente, c’è solo una uscita senza speranza.

Ecco i punti che secondo noi possono risollevare le sorti del settore se vogliamo difendere il cinema degli autori indipendenti da un possibile e quasi sistematico fallimento economico e quindi dobbiamo con urgenza portare all’attenzione istituzionale e mediatica per salvare il salvabile, altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati

9 punti dovuti all’azione sul campo fuori dalle aule accademiche della politica cinematografica autoreferenziale:

1) REFERENCE SYSTEM

  1. a) Abolire il Reference System è fondamentale per l’accesso democratico al cinema. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film dei soliti noti, dalla produzione, dal regista, agli attori fino alla troupe, anche perché si considera il fatto d’aver vinto solo pochi festival importanti e non tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo, creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Il rischio è che si formi una gerarchia immobile discriminando la creatività e l’accesso ai fondi.
  2. b) Il Reference System è nato dalla riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i “senatori” della pellicola, i quali volevano che si rispettasse una gerarchia della visibilità. Questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero d’allora aveva, di finanziare totalmente con grosse cifre, perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, per cui ci sono state le critiche anche feroci dei neoliberisti de IL GIORNALE, perché si davano soldi a pochi e magari raccomandati, creando dei produttori privilegiati. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, (come adesso sta facendo giustamente il Mibac) davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità senza che il cinema avesse a guadagnarci.

2) CIRCUITO DISTRIBUTIVO LOW BUDGET

  1. a) Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e Privati) che sia remunerativo per il cinema a low budget e d’autore, per quei progetti in cui non ci sia Rai o Medusa, anche perché non si può fare un film da festival e pensare di guadagnarci, puntando sulle mono sale del centro storico.

b)Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film piccoli e di nicchia non vengono visti e così Rai o Mediaset non li comprano e il piccolo o micro- produttore che ha anticipato INCORAGGIATO, in certi casi dal finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per importi risibili, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena.

  1. c) Ci deve essere un circuito di sale che sostengono i film italiani “diversi”, altrimenti come fanno i piccoli produttori a guadagnarci? La loro valorizzazione può passare attraverso una agenzia pubblicitaria, una rivista online che promuova questi autori e un interesse mediatico che ponga all’attenzione questi prodotti, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente e vendere un film di questo tipo.
  2. d) Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari, diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento dispersivo.
  3. e) Si dovrebbe potenziare una rete insomma! Infine ci dovrebbe essere un accesso gratuito a tutti i programmi della Rai (anche regionale) a fini promozionali.
  4. f) Il sistema distributivo sarebbe a menu, come quello del circuito cinema veneziano, non un unico film in cartellone, ma più film nella stessa giornata a un costo di 5 euro in maniera tale da fidelizzare un pubblico che vedrà tutti i giorni film diversi e quindi i film potranno circuitare da un cinema all’altro di città della stessa regione o di gruppi di regione e in ambiti geografici specifici, nord, centro, isole.

3) TETTO A FILM USA

  1. a) E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa .
  2. b) Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in America ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove: “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” diceva Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE che in passato conservava una linea editoriale contro il cinema italiano. Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari il film di Sorrentino girato in America del Nord.
  3. c) E diciamola sta cosa: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico.
  4. d) Se non incassano in Italia i ns film dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro e quindi bisognerebbe mettere un tetto annuale – ma non eccessivo – ai film Usa max 250 in maniera che 50 film italiani possano sperare di essere visti.

4) CINEMA TERRITORIALE per dare una identità anche locale al cinema.

  1. a) IL Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero così delle sinergie.
  2. b) Commissioni pagate a letture di progetti presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Bari, formate magari da autori di cinema in stand by.
  3. c) Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità tra le varie commissioni (che dovranno essere scelte in alternativa) da chi redige il progetto e la Commissione che lavora meglio (che giudica con professionalità) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori dove potranno accedere anche al credito regionale, alle sponsorizzazioni varie territoriali, al coinvolgimento delle persone che può aumentare il pubblico locale.

5) TAX CREDIT ESTERNO ALL’80% e interno al 25%

  1. a) Avendo molta difficoltà ad accedere ai finanziamenti privati, questo strumento fiscale finisce per premiare i film commerciali che non hanno bisogno (paradossalmente) del TAX CREDIT perché posso guadagnare anche da soli. Quindi il Tax credit ha un senso solo se va a finanziare i film difficili e sono film difficili non solo per il contenuto della sceneggiatura, per la rappresentazione di storie, ma anche per la difficoltà ad uscire ed essere distribuiti e quindi devono beneficiare di un credito di imposta fino all’80% da parte di finanziatori esterni e almeno il 25% di finanziatori interni.
  2. b) Se poi un circuito distributivo efficiente remunerasse questi capitali investiti si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per un cinema più libero e vario tale da assicurare un “pluralismo” produttivo.

6) FILM INDIPENDENTI

  1. a) Sono da considerare indipendenti tutti quei film che non vengono preacquistati dalle Tv attraverso un diritto di antenna o da altro e che cmq non vengono finanziati dalle Tv cn l’eccezione della vendita postuma. E comprende piccole e microproduzioni che trattano soprattutto documentari e cortometraggi.

7) RAI SERVIZIO PUBBLICO

  1. a) Una parte di quote obbligatorie d’acquisto deve riguardare film indipendenti nel senso del punto 6) pari al 40%.
  2. b) Rai cinema deve rendere pubblico on line l’elenco dei diritti acquisiti e in particolare il diritto d’antenna dei singoli film e il nome delle società contrattate durante l’anno.
  3. c) Un Registro on line dei film finanziati a tutti i livelli: sviluppo, pre-produzione, produzione, post-produzione specificando il tipo di finanziamento che ha beneficiato la società e se si tratta di lungometraggio o cortometraggio, anno per anno.
  4. d) la messa in onda dei progetti finanziati e lo share ottenuto per vedere anche i risultati delle scelte.

8)FICTION

  1. a) Accesso democratico con progetti presentati da micro, piccoli, medio e grandi produttori che verranno cmq discussi in sede Rai.
  2. b) Sempre in rete Rai Fiction farà vedere i progetti promossi e i criteri adottati e discussi.

9) MIBACT

  1. a) Per quanto riguarda le tasse da pagare all’atto dell’iscrizione dei progetti per il riconoscimento dell’interesse culturale, occorre differenziare l’importo anche per budget, inferiore a 1 milione di euro, fino a 1.500.000. oltre.
  2. b) Il Mibact continua ad attivare una commissione di interesse culturale per i progetti che sono da considerare a rilevanza nazionale.
  3. c) Lo sviluppo delle sceneggiature sarà svincolato dall’obbligo di fare un film e diventerà un concorso. Le sceneggiature finanziate verranno messe on line a cura del MIbact per il reperimento di eventuali finanziamenti esterni.

CINEMA IN MOVIMENTO

 

LE QUOTE, I PIRATI, LA DISTRIBUZIONE

Il D.M 22/2/2013 reca la normativa sulle quote obbligatorie di investimento per le reti televisive al netto di tgi, giochi, intrattenimento, pubblicità, ecc..

Può essere senz’altro un’occasione ghiotta per le sorti del cinema indipendente (da ridefinire il termine cinema indipendente) a due condizioni:

  1. che la normativa non sia troppo complicata e di difficile attuazione e quindi sostanzialmente burocratica e di conseguenza facilmente eludibile; ciò dipende anche dalle difficoltà di alterare conteggi o di applicare sofismi di comodo che ne alterino gli scopi;
  2. che ci sia veramente la meritocrazia, cioè che la scelta delle opere cosiddette “originarie” non venga effettuata per amicizia e quindi sarebbero sempre i 3-4 produttori detti indipendenti a usufruire di tuta la torta, ma sia una scelta che si basa sull’originalità del film medesimo- a prescindere dal produttore – nelle sue 4 fasi: produzione, finanziamento, pre-acquisto e acquisto e quindi con L’ISTITUZIONE DI UNA SPECIE DI CONCORSO.

Solo in questa maniera potrebbero usufruirne anche i piccoli e microproduttori che oggi si trovano in difficoltà sul lato distributivo perché i film indipendenti incassano poco, in quanto – come sappiamo -non entrano nei circuiti distributivi più importanti.

Per accedere ai circuiti distributivi che contano bisogna essere superraccomandati ( è meglio un prodotto sicuro tipo commedia con i soliti attori collaudati) piuttosto di un film che richiede una promozione + rischiosa e sono gestiti in maniera da non dare spazio agli INDIPENDENTI VERI, che perciò devono accontentarsi delle briciole.

Molti di costoro, sono ormai convinti che non serva più farsi distribuire e puntano direttamente sul circuito dei festival internazionali per tentare una vendita estera che diventa però sempre molto problematica.

Se si punta solo sui festival non c’è nessun ritorno economico se non d’immagine, per l’autore, mentre la distribuzione on line che poteva presentare un’utile alternativa al mercato theatrical, nella sua versione STREAMING, NON RIESCE ASSOLUTAMENTE A DECOLLARE, per la presenza di troppi prodotti piratati.

Per inciso sul versante della pirateria, Beppe Grillo, non ha mai dato il via libera alla Pirateria come ha affermato su “La Stampa” il presidente dell’ANICA (Assoc. dei Produttori) Riccardo Tozzi, che definisce l’Italia il “Paese dove il sostegno culturale alla pirateria è più marcato”. Beppe Grillo ha solo detto che bisogna ridurre i tempi dei diritti in sintonia con una dinamica sociale molto più veloce rispetto al passato, ma la socializzazione o meglio la condivisione di contenuti, se riguardano dei film in cui ci sono dei produttori e detentori di diritti viene tutelata a livello di sfruttamento, quindi condivisione si, ma non gratuita.

Sostanzialmente la forma-merce si applica a tutti i film professionali mentre i video “non commerciali” quelli dilettanteschi, possono essere socializzati dal web. Ricordiamoci che in streaming (sarebbe come se fosse un noleggio) non si paga più di € 3 per 24-36 ore, meno quindi dell’affitto fisico di un DVD.

Il problema però è + indiretto nel senso che la rete è piena di film gratis e quindi se non c’è un bisogno specifico di noleggiare quel film la gente preferisce vederne un altro senza pagare, per cui internet sta diventando il luogo del “gratuito” ecco perché l’alternativa sono le tv o le piattaforme tipo Netflix e le quote diventano strategiche per la produzione indipendente-indipendente.

 

 

LE QUOTE TV E IL CINEMA INDIPENDENTE

La produzione cinematografica italiana è stata emarginata a partire dagli anni ’80, i blockbuster Usa hanno ammazzato il mercato mondiale, basta cinema di genere italiano, solo commedie in una specie di suddivisione mondiale della produzione, ecco perché il cinema italiano se vuole sopravvivere deve rivolgersi alle tv e chiedere per prima cosa il rispetto delle QUOTE

Che vuol dire? Che le televisioni devono acquistare obbligatoriamente dei film italiani da trasmettere nei propri canali.

Il cinema italiano rappresenta il Made in Italy che è poca cosa rispetto al made in Usa, ma anche una delle componenti della cultura italiana nel mondo.

Era molto più potente negli anni 60-70 quando manteneva una influenza e una considerazione notevoli, ma poi ha dovuto subire una decadenza con un netto calo di mercato a partire dagli anni 80 dove abbiamo assistito, dopo una ristrutturazione del mercato internazionale, al dominio assoluto del colosso americano.

Negli anni 60-70 invece molti dei film italiani di genere, giravano il mondo non solo quelli western, chi non si ricorda il filone dei Tre Superman di Italo Martinenghi, era un prodotto artigianale a basso costo, oggi è impossibile, il mercato si è specializzato sulle grandi produzioni miliardarie made in Usa.

A quei tempi anche i produttori italiani facevano un sacco di soldi.

Attualmente più tristemente siamo di fronte a politiche tipo panda, in quanto si rischia quello che i sociologi chiamano colonizzazione culturale, ovvero sudditanza culturale nei confronti di un potere imperialistico, dove i contenuti e le storie appartengono ad un mercato globale che parla inglese e si imitano i modelli di comportamento dettati dalle mode consumistiche, modelli importati dall’industria dell’entertainment e ciò non vale solo per il cinema ma anche per la letteratura, lo standard degli autori USA diventa l’unica “forma che i lettori riescono ad apprezzare.

Gli attori americani sono gli unici divi dell’immaginario collettivo.

Allora si parla di quote minime di sopravvivenza del cinema italiano, quote malviste in Tv perché SE PROIETTANO TROPPI FILM rubano soldi ad altre attività soprattutto giornalistiche, insomma quote che fanno venire il latte alle ginocchia.

E’ vero che nella specializzazione mondiale dei mercati l’italia domina con la moda, ma la cultura non è una merce qualunque e se non viene preservata è destinata a morire vinta dal consumo “mercificato”. Siccome qualcuno ha detto che dalla cultura deriva l’identità d’un popolo, come fare per preservarla?

E’ impossibile modificare l’attuale mercato dei film se non con un intervento politico/autoritario anti Usa imponendo ad es. un limite alla distribuzione di film Usa, cosa che è semplicemente improponibile, a favore di quelli italiani, però è indubbio che gli esercenti hanno a disposizione troppi film che possono smontare uno appresso all’altro, c’è troppa abbondanza di materia che non viene valorizzata e quindi si verifica che troppi film vengono bruciati, perpetuando uno spreco, un potlach, difatti la tenitura è ridotta ai minimi termini, quindi ci sono dei film che guadagnano e tanti altri no ( il sistema ha anche tante perdite e fa acqua da tutte le parti).

 

 

DOPPIAGGIO

DOPPIAGGIO

Nell’ultimo numero di Diari di Cineclub (n°33) Giuseppe Ferrara un importante regista intervista Mario Paolinelli esperto di doppiaggio il quale ci intrattiene sull’arte del doppiaggio, ma anche sulle sue rivendicazioni.

L’esplosione della rete ha aumentato i canali di trasmissione, però le imprese di doppiaggio si sono scannate tra di loro x cui il valore del comparto è diminuito in termini di guadagno.

La rete offre troppi prodotti molto spesso piratati in lingua originale che sta disabituando il pubblico al doppiaggio, senza contare che gli apparecchi televisivi di oggi che superano spesso i 42 pollici (il cinema in casa) permettono i sottotitoli.

Le sale perdono pubblico anche perché i giovani si possono scaricare il film gratis dalla rete e vederlo comodamente a casa con un maxischermo e con i sottotioli, solo i blockbuster, i film campioni di’incasso possono permettersi il doppiaggio e anche i film x bambini che ancora non sono in grado i leggere i sottotioli, così i film di Hollywood non avranno  + nessuna concorrenza.

Diverso invece doppiare i film italiani in inglese, potrebbe svilupparsi in futuro anche questo mercato mentre è un errore far recitare gli attori italiani in inglese, perché cmq si renderebbe necessario il doppiaggio e anche rifare tutti i dialoghi e poi il film dovrà essere ridoppiato per il pubblico italiano, quindi è meglio GIRARE IN TALIANO e doppiare i ns film nelle altre lingue. Conviene molto di più sviluppare il doppiaggio italiano all’estero se vogliamo che i film italiani ad es. abbiano un mercato cinese. Per questo esiste un progetto dell’AIDAC. www.itmovies.it; si deve solo sacrificare qualcosa nella recitazione originale ma conquistando in cambio una grande possibilità di comunicazione in un mercato gigantesco come ad es. quello cinese

ESTRATTO

 

 

LA FABBRICA DEI PROTOTIPI

LA FABBRICA DEI PROTOTIPI

Perché il cinema è un’industria debole?

Rispondiamo dicendo perché ci sono confezioni e confezioni: è un vestito che il film indossa e che gli permette di fare la sua strada.

C’è il cinema con una confezione di serie A, che significa tante copie del film, forte distribuzione, imposizione del prodotto filmico tramite una pubblicità nei principali canali, gadget ecc..

Stiamo parlando di molto o quasi tutto il cinema Americano e delle Commedie Italiane + qualche autoriale italiano e tra i film europei, qualche francese.

In sostanza la confezione di serie A per gli investimenti effettuati DEVE superare almeno il milione di euro di incassi altrimenti è una delusione.

Poi abbiamo la confezione di serie B con tutti (meno) rispetto a quella di serie A: meno pubblicità, meno gadget, meno canali pubblicitari, meno promozione, è una confezione che vede molti prodotti da festival, film autoriali e risulta essere un successo se si arriva a incassare 800.000 euro, naturalmente parlo di Theatrical, solo sala.

La confezione di serie C invece riguarda la maggior parte del cinema indipendente italiano, piccoli distributori, poca pubblicità, 30-40 copie e si arriva ad incassi fino a 200-300 mila euro.

La 4 confezione invece è quella dei film sfigati , molti senza uffici stampa che è come dire è meglio non distribuirlo: poche copie in cinema particolari molti d’essai, nessuna pubblicità e così tutto passa sotto silenzio nell’indifferenza + totale e nonostante gli sforzi della produzione e del regista TUTTO SEMBRA GIA’ SCRITTO.

Molti di questi film alimentano festival minori, anzi escono in occasione di questi festival che però non portano a nessun guadagno.

E su queste confezioni che noi dobbiamo puntare i fari. Da ciò ne deriva l’esigenza di una attenzione maggiore di questi che possiamo chiamare prodotti che stanno più ai margini del mercato theatrical.

Una vera politica cinematografica li deve valorizzare in maniera che possa crescere tutto il sistema cinema e questa politica deve essere  recepita in qualche disposizione di legge che riesca a dare delle risposte anche al cinema indipendente,  una politica quindi semplicemente che vada all’incasso di questi film.

In soldoni ma anche in soldini si può dire (anche se occorre verificare) che il 50% del cinema prodotto spesso con enormi sacrifici personali è costretto all’invisibilità assieme ai suoi attori e quindi non viene remunerato a sufficienza anche economicamente, perché se incassi poco non lo puoi vendere in altri canali televisivi soprattutto alla Rai, a meno che tu non abbia delle conoscenze e relazioni particolari.

Peccato xchè la maggior parte di questi film a piccolo budget hanno un buon livello tecnico e un buon cast, si tratta di promuoverli tramite un “circuito alternativo” con delle modalità che abbiamo già definito nei precedenti post.

 

IL CINEMA CHE VOGLIAMO

Posso dire che in questi 25 anni le nuove leggi sul cinema si sono dimostrate tutte fallimentari, incapaci di rilanciare il cinema italiano, pur armate talvolta di buona volontà e di voler superare la dipendenza dalla tv.

Prima c’erano le categorie professionali che presiedevano le commissioni di cinema, poi è venuto Veltroni col suo braccio destro di cui mi ricordo il nome risorgimentale Oberdan Forlenza, che ha praticamente tolto potere alle stesse commissioni, dandolo non si sa bene a chi? Al Ministero?

Il processo di ventotizzazione (art28 della legge del ’65 n° 1213) è stato incrementato con l’aiuto di Veltroni, invece di piccole quote a tanti com’era auspicabile (era poi la produzione che doveva chiudere se era capace o era a posto con le banche) grandi quote a pochi, a quelli + raccomandati che si sono beccati i miliardi facendo finta di fare i produttori e approfittando delle amicizie altolocate. Tanto è vero che si diceva all’epoca che il produttore poteva essere creato dalla politica e dalla Rai sempre in sede politica.

Poi è venuto un periodo di incertezza in cui lo stesso Mibact è arrivato al grottesco di considerare d’essai i cinepanettoni, infine finanziando, un poco, quei progetti che avevano l’interesse culturale + alto (le opere terze dei famosi) e le opere prime e seconde (degli sconosciuti o semisconosciuti).

Ma di precisare – almeno all’inizio – cosa fosse sto interesse culturale (solo negli ultimi decreti quelli del luglio 2015, si dice qualcosa) neanche a pensarlo, ci poteva stare di tutto e quindi anche la raccomandazione  di ritorno.

Cosa vuol dire cultura e in specie quella cinematografica? Non stiamo parlando di salami o di pomodori o olive quella si chiama coltura, perché il Mibact non ha definito un campo in cui si potevano indirizzare  poi le sceneggiature, non so, faccio un es.: difesa della cultura identitaria vista anche come deposito storico di tante generazioni precedenti.

Quindi se il Mibact definiva cosa era l’interesse culturale e quindi implicitamente cosa voleva come committenza,  probabilmente ci sarebbero stati molti progetti interessanti.

Poi c’è un’altra questione come può un commissario che sceglie i progetti,  leggersi 200 sceneggiature all’anno, dovrebbe essere a tempo pieno dipendente del ministero, la domanda da farsi è: chi giudica o pregiudica scegliendo dei progetti, con l’ausilio di qualche aiutante di campo magari inesperto che ancora non ha capito cos’è il cinema?

Ritengo cmq che questo tipo di cinema debba essere a basso costo, con idee originali, storie forti che possono competere col cinema spettacolare.

Ma per non finire nella trappola della burocratizzazione ovvero diventare un  semplice prodotto d’intrattenimento bisogna che ci siano + POLI PRODUTTIVI  sia pubblici che privati attraverso il decentramento e la defiscalizzazione, si evita così un controllo CENTRALISTICO e si crea una CONCORRENZIALITA’ tra gli stessi poli produttivi perché i migliori, i + affidabili saranno quelli + considerati e in grado di partorire  film di interesse popolare ma anche della critica che attualmente è costretta a sputtanarsi per cercare qualche senso alto nei film di intrattenimento che solo un senso c’hanno….e che sappiamo tutti qual è, assecondando la pancia dello spettatore.

Ci vuole un circuito di sale gestite dai cineclub che devono assumere un ruolo decisivo per la distribuzione di un prodotto indipendente.

IL CINEMA INUTILE SENZA UNA SUA NECESSITA’ CULTURALE è quello che viene scelto con pressioni e condizionamenti di vario tipo rischiando di promuovere storie o non storie ANEMICHE, ANOMICHE, FLEBILI, BUONISTE con morale socialdemocratica incorporata e in cui sovente il culturale rischia di diventare una sfumatura di copertura.

Quindi terminiamo dicendo: POLICENTRISMO e COMMISSIONI di esperti che sappiano valutare la potenzialità della storia e anche la Rai dovrebbe decentrarsi per sottrarsi ad una certa pressione e influenza “Vaticana”.

IL DISEGNO DI LEGGE DI GIORGI

 

Vediamo più da vicino il disegno di legge DI GIORGI del PD che ha per scopo il rilancio e lo sviluppo dell’intera filiera cinematografica con sostegno di una iniziativa pubblica, il tutto allo scopo di conciliare la qualità del prodotto con le esigenze del mercato, il quale a sua volta  può garantire il pluralismo dell’offerta cinematografica ed audiovisiva. (Però in Italia a parte Sollima, solo le commedie incassano).

Il disegno si articola in 42 articoli.

Mentre all’art. 1 si parla di sostegno pubblico al cinema e audiovisivo che sono mezzi di espressione artistica, di formazione culturale e comunicazione sociale che contribuiscono alla definizione dell’identità nazionale e un fattore di attrazione di interventi industriali, di occupazione e turismo, all’art 2 lo Stato vuole garantire il pluralismo dell’offerta cinematografica, il consolidarsi dell’industria, la circolazione, la conservazione del patrimonio filmico, l’educazione all’immagine.

Per opera cinematografica si definisce quella destinata PRIORITARIAMENTE allo sfruttamento nelle sale cinematografiche, per opera audiovisiva quella di un sistema di diffusione diverso dalla sala cinematografica.

Il lungometraggio è superiore ai 75 minuti e si distingue dal cortometraggio perché è inferiore, comprendendo quindi al suo interno anche il  mediometraggio e per film d’essai s’intende l’opera filmica riconosciuta di particolare valore artistico, culturale e tecnico.

Poi per un po’ di artt. si parla del CENTRO NAZIONALE DEL CINEMA E DELL’ESPRESSIONI AUDIOVISIVE (vogliono che il cinema sia sempre più centralizzato rispetto a noi che preferiamo le periferie) in cui convergano le competenze del MIBACT  con un presidente, il consiglio d’amministrazione, il direttore, il comitato direttivo e i revisori (art.5)

All’art 8 si considerano le Commissioni per il cinema e l’audiovisivo che valutano e classificano i progetti e sono formate da 7 componenti che restano in carica per 12 mesi e nel periodo non possono esercitare le attività di impresa nel  settore.

Poi si considerano le risorse per finanziare il Centro (art9) e l’art. 10 che disciplina il PRELIEVO   DI SCOPO sul prezzo d’ingresso delle  proiezione nelle sale cinematografiche, soldi  che sono versati al CENTRO:  l’importo è  calcolato con una aliquota del 10%, allargato anche all’EDITORE di Servizi Televisivi, pari al  3% sul fatturato annuale, poi si disciplina il Registro del Cinema e dell’Audiovisivo, (art14) che garantisce la pubblicità e l’opponibilità a terzi di tutti gli atti delle opere cinematografiche.  A mio parere questo articolo aumenta dismisura la burocrazia. Con l’art 18 si vuole evitare la concentrazione d’impresa, l’art 19 autorizza l’esercizio della professione di gestore di sale cinematografiche, poi si parla dei  controllo dei ricavi di sfruttamento cinematografico (art23)  e i rapporti tra i gestori e i distributori, il Contratto di Noleggio e via producendo.

All’art 26 si disciplinano i supporti video, all’art 27 (poi anche l’art 29) obbligano le emittenti televisive alle quote cioè al 10% delle risorse proprie per la produzione e l’acquisto di opere filmiche di produzione italiana riservando una percentuale del 50% alla produzione indipendente (che è una cosa difficile da controllare e anche capire giuridicamente cosa vuol  dire produzione indipendente, perché se ha dietro la Rai è indipendente nella stessa misura .

L’art 30 disciplina l’Educazione all’Immagine, i docenti son formati con specifici corsi professionali presso le Scuole di Cinema.

I contributi automatici sono calcolati in percentuale sulla base degli incassi in sala, mentre i CONTRIBUTI SELETTIVI sono attribuiti previa valutazione da parte della commissione di cui all’art. 8.

I crediti d’imposta sno regolati dall’art. 33 che si applicano anche alle imprese nazionali di creazione e programmazione di videogiochi, tax credit al 25% per le sale che proiettano film d’essai.

C’è poi questa figura dei FUNZIONARI DI CONTROLLO che raddoppiano quelli della Siae, hanno libero accesso alle sale di proiezione cinematografica e possono (art34) redigere verbali,  sono tenuti al segreto professionale, c’è anche una commissione di controllo (art 37) che irroga sanzioni a piene mani alle persone fisiche e giuridiche che sono venute meno agli obblighi relativi al versamento del prelievo di scopo, o chi non ha l’autorizzazione a gestire un esercizio cinematografico ecc ecc.

Le sanzioni amministrative implicano: all’inizio il richiamo, poi una sanzione pecuniaria in rapporto al fatturato,  infine  la chiusura dell’impresa per un anno,   mentre a livello penale per chi ostacola le operazioni di controllo è prevista una ammenda da 750 euro a 7.500 euro, da 2.000 a 20.000 per chi non è autorizzato a proiettare film in pubblico,  con il sequestro dei supporti a stampa e con l’interdizione di esercitare l’attività cinematografica anche dei propri figli.

Questo il il disegno di legge a sommi capi, si cerca di controllare di più, aumenta però anche i livello burocratico delle carte.

Se devo dare un giudizio per me questo disegno di legge è assolutamente irrealistico e insufficiente, non descrive questo mondo e i 37 registi in quel momento stavano pensando ai cavoli loro….