1 – QUOTE CINEMA – PARTE SECONDA

A proposito di quote, perchè la Rai continuava a comprare film americani piattamente televisivi (lì probabilmente c’e qualche strano giro finanziario ) INVECE che comprare i prodotti italiani?

Già -come sappiamo – il cinema italiano è escluso dalla grossa distribuzione che privilegia il molto più costoso prodotto americano, poi viene escluso una seconda volta perché la Rai (e anche Mediaset)privilegiano pacchetti di film americani (dove ci sono ripeto, strani giri finanziari) con la scusa-paraculata che i film italiani non avendo incassato non possono venire distribuiti in Tv.

Quindi a “mangiare” devono essere solo gli americani, e chi fa questi strani giri finanziari (Rai o Mediaset) o meglio gli amici e gli amici degli amici.

Oltre a ciò non vogliono neanche rispettare le quote, il che ci fa venire il latte alle ginocchia.

In passato i produttori indipendenti avevano due possibilità:

a) o conoscevano politicamente tramite i partiti e le amicizie e quindi riuscivano a livello clientelare;

b) o cercavano altre forme di distribuzione alternative, sia al theatrical che alle antenne televisive. Si pensava – per quanto riguarda la distribuzione, al possibile mercato di internet.

Però Internet almeno in Italia è fallita miseramente (anche se qualcuno come il patron della Cattleya continua a sperarci almeno come discorsi da propinare al pubblico) per effetto della devastante pirateria. Come facevano gli utenti a noleggiarti in videostreaming il film quando nella rete viaggiavano migliaia di film piratati, molto più famosi dei prodotti indipendenti? Solo un fesso della rete poteva pagare. E difatti erano talmente pochi che non ci si remunerava la banda larga, senza contare che sono molti che si vantano di non pagare e vedere gratis per farsi belli col gruppo (VEDI L’ART. DELL’INTERVISTA DEL PIRATA INFORMATICO)

Naturalmente qui purtroppo è mancata una campagna mediatica da parte delle associazioni di autori che chiacchierano chiacchierano e non combinano niente, così è per la un po’ troppo storica Anac ma anche i 100 autori non scherzano a fare i carini come certi intellettuali di centrosinistra pronti a vendere il c… pur di farsi notare a parlare di cose di cui manco capiscono il significato.

E’ vero che è una tecnologia molto avanzata e che potrebbe prefigurare il superamento del valore della merce, la socializzazione dei mezzi di produzione ecc. ecc., ma è anche vero che il capitalismo (anche se genera tanti debiti) funziona ancora, e cosi come si paga in ristorante e non si fa l’esproprio proletario, lo stesso dovrebbe essere per un prodotto cinematografico, ma qualche pseudo intellettuale istericamente, parla di condivisione che deve essere assoluta: allora perché caro Intellettuale da strapazzo non condividiamo anche tua moglie.

Ai tempi antichi in Grecia lo facevano o lo teorizzavano con la filosofia. Bisognerebbe parlare anche di queste associazioni di autori che non sono riusciti a combinare niente anche rispetto al cinema d’autore e i cui rappresentanti si sono fatti solo gli affari loro strappando contratti di antenna per influenza politica, questo per far capire il degrado anche della politica di settore.

 

 

1 – QUOTE CINEMA – CON LATTE ALLE GINOCCHIA parte prima

La produzione cinematografica italiana è stata emarginata a partire dagli anni ’80, i blockbuster Usa hanno ammazzato il mercato mondiale, basta cinema di genere italiano, solo commedie in una specie della suddivisione mondiale della produzione, ecco perché il cinema italiano se vuole sopravvivere deve rivolgersi alle tv e chiedere per prima cosa il rispetto delle QUOTE-CON LATTE ALLE GINOCCHIA- parte prima

Che sarebbe sto rispetto delle quote? Che le televisioni devono acquistare obbligatoriamente dei film italiani da trasmettere nei propri canali.

Il cinema italiano rappresenta il Made in Italy che è poca cosa rispetto al made in Usa, ma anche una delle componenti della cultura italiana nel mondo.

Era molto più potente negli anni 60-70 quando manteneva una influenza e una considerazione notevoli, ma poi ha dovuto subire una decadenza con un netto calo di mercato a partire dagli anni 80 dove abbiamo assistito, dopo una ristrutturazione del mercato internazionale, al dominio assoluto del colosso americano.

Negli anni 60-70 invece molti dei film italiani di genere, giravano il mondo non solo quelli western, chi non si ricorda il filone dei Tre Superman di Italo Martinenghi, era un prodotto artigianale a basso costo, oggi è impossibile, il mercato si è specializzato sulle grandi produzioni miliardarie.

A quei tempi anche i produttori italiani facevano un sacco di soldi.

Attualmente più tristemente siamo di fronte a politiche tipo panda, in quanto si rischia quello che i sociologi chiamano colonizzazione culturale, ovvero sudditanza culturale nei confronti di un potere imperialistico, dove i contenuti e le storie appartengono ad un mercato globale che parla inglese e si imitano i modelli di comportamento dettati dalle mode consumistiche, modelli importati dall’industria dell’entertainment e ciò non vale solo per il cinema ma anche per la letteratura, lo standard degli autori USA diventa l’unica “forma che i lettori riescono ad apprezzare.

Gli attori americani sono gli unici divi dell’immaginario collettivo.

Allora si parla di quote minime di sopravvivenza del cinema italiano, quote malviste in Tv perchè rubano soldi ad altre attività soprattutto giornalistiche.

E’ vero che nella specializzazione mondiale dei mercati l’italia domina con la moda, ma la cultura non è una merce qualunque (anche la moda però fa cultura) e se non viene preservata è destinata a morire vinta dal consumo “mercificato”. Siccome qualcuno ha detto che dalla cultura deriva l’identità d’un popolo. Come fare per preservarla?

E’ impossibile modificare l’attuale mercato dei film se non con un intervento politico/autoritario anti Usa imponendo ad es. un limite alla distribuzione di film Usa, cosa che è semplicemente improponibile, a favore di quelli italiani, però è indubbio che gli esercenti hanno a disposizione troppi film che possono smontare uno appresso all’altro, c’è troppa abbondanza di materia che non viene valorizzata e quindi si verifica che troppi film vengono bruciati, perpetuando uno spreco, un potlach, difatti la tenitura è ridotta ai minimi termini, quindi ci sono dei film che guadagnano e tanti altri no ( il sistema ha anche tante perdite e fa acqua da tutte le parti). continua.

 

 

 

1 – CINEMA TRA SOGNI E REALTA’

Il cinema è fatto di sogni-bisogni che non muiono mai, ma si assopiscono facilmente.

In n tempo ormai remoto non c’erano i soldi e si prendevano gli attori dalla strada e nacque il neorealismo,

poi coi soldi si presero attori noti al grande pubblico e nacque la commedia all’italiana,

ora i soldi ci sono, gli attori non si estinguono anzi si moltiplicano,  ma la realtà è stata tolta di torno

e l’unico bisogno che impera è il divertimento a tutti i costi, nasce lo spettacolo evasione fine a se stesso,

così il cinema si confonde con la Tv e muore.

Per salvarci il culo (parbleu) dai risultati catastrofici del ns cinema (sono di ieri gli articoli catastrofici  dei giornali)

bisogna  puntare alla coproduzione europea o internazionale,

se si fa un film locale il produttore incassa solo rabbia,

a parte le commedie presentate da Medusa.

Ma la produzione indipendente ha la forza di poter costruire un progetto internazionale

quando non riesce nemmeno a vendere il proprio film alla Rai perchè ha incassaato troppo poco sul mercato theatrical?

Il problema è la distribuzione theatrical per prodotti italiani indipendenti diversi dalla commedia, ma anche per le commedie non confezionate medusa o 01 Rai.

Il cinema indipendente italiano risce ad uscire per farsi qualche giro in qualche sala italiana o è destinato all’oblio?

 

 

1 – LA PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA SPIEGATA ALL’INGROSSO

Analizziamo ALL’INGROSSO  la produzione cinematografica in rapporto al mercato italiano di sala.

Il mercato italiano di sala, theatrical, chi premia come film? Quasi esclusivamente i film spettacolari americani distribuiti dalle Majors e le Commedie – Commediette – Commediacce italiane che  quest’anno si siano distribuite tra loro “democraticamente”  gli introiti  grazie anche ad una “confezione” distributiva forte.

E il resto? Diciamo che il cinema d’autore fa molta più fatica di un tempo ad incassare, arriva al massimo a 5 milioni di euro. Se circa  la metà va all’esercente e l’altra metà viene divisa tra il distributore (30% della metà) e il produttore (70% della metà) vediamo che  se un film è costato 5 milioni di euro, alla produzione vanno circa 2.000.000,00 CON I RISTORNI GOVERNATIVI. Se il film è costato 4 milioni, sulla sala la produzione ha perso 2 milioni.

Ma ecco che entrano le altre diciamo “finestre” commerciali:

1) la prevendita estera in sala o in Tv, il cinema d’autore ha più possibilità e dipende dalla notorietà dell’autore, uno non famoso riesce a strappare poche migliaia di euro;

2) l’antenna Tv RAI o MEDIASET che può valere cifre variabili dipende sempre dalla notorietà dell’autore ovvero della produzione, che di solito va da mezzo milione a 1 milione;

3) Home video che vale però meno di centomila euro;

4) Internet che non vale niente;

5) sponsor gratuiti circa 200.000 euro, massimo;

6) la Tax Credit esterna che gode del 40% di agevolazione fiscale per i finanziamenti al cinema da parte dei privati ai quali deve essere cmq restituito il 60% della cifra investita.

Queste sono le possibilità economiche dei film, ecco perchè il cinema italiano non può permettersi di fare film troppo costosi perchè il circuito mondiale è dominato da film USA e il circuito europeo ha una forte concorrenza.

Se tu fai spendere a Medusa Produzioni 30 milioni di € e Medusa ne riscuote 7 su 10 di incasso nel solo mercato italiano, puoi arrivare a 10 milioni con tutte le “finestre che ridono” , ma gli altri 20 milioni sono andati nel paese del nulla. Certo c’è la possibilità di distribuirlo in tanti paesi del mondo ma il regista deve essere di fama mondiale.

In questo clima non sorprende quindi che un capolavoro come AMOUR arrivi a fatica a 1 milione di incasso nelle sale italiane. Siamo cioè arrivati a un punto di “alienazione” del mercato theatrical percui i film veramente belli sono dentro ad una curva negativa del grafico, mentre dominano i film costosamente spettacolari e le commedie medie, ma anche mediocri per non dire brutte. Quindi il mercato non favorisce il grande cinema. Però bisogna andare incontro al gusto della gente,  ma se non si ha una confezione distributiva forte predomina chi sta già sul mercato con le sue confezioni collaudate.

Ecco perchè in queste condizioni il cinema indipendente italiano non ha nessuna speranza di riprendersi i soldi che ha investito se non interviene l’antenna “riparatrice” della RAI  ma qui si entra nella detestabile influenza politica. Quindi non è che il cinema in sè è morto, che quello italiano  è morto, però il cinema indipendete sta male.

 

 

 

1 – L’ATTESA- ASPETTANDO GO DO (T)… BAE

Una sorta di romanzo-bistecca dove si macera una situazione fino all’esasperazione per l’attesa

L’ATTESA spasmodica dell’evento, il finanziamento di un film, si può protrarre anche per molti anni.

Chi vuole fare un film, l’autore,  non vive la vita ordinaria e ordinata basate sulle piccole gioie del quotidiano in attesa – al massimo – delle ferie, o di altri eventi prevedibili, che fanno una vita piena di rituali abbastanza ripetitivi. Lui no, vive in un altro mondo, in un’altra sfera.

Chi vuole fare un film appartiene ad un’altra categoria: vive  l’attesa perenne di un evento celestiale. Più di un tossico il suo cervello è inquinato  da quella situazione psicologica legata ad un evento che prima o poi succederà e gli cambierà la vita.

Fare un film costituisce un’avventura intensa piena di imprevisti che dà un senso e un significato profondo alla propria esistenza:

– ho uno scopo più grande dell’ordinario, aspetto di realizzare il mio progetto” si dice

E’  su questa base che si può parlare sovente di una vena di follia che domina il “cinematografaro“, anche quando appare freddo e razionale,  come viene chiamato con un certo disprezzo l’autore-regista che è sia un intellettuale di solito umanista, che un tecnico, a volte prevale l’intellettuale, a volte il tecnico, il cinematografaro dicevamo, che non può più ritornare nella normalità perché è preso da questa malattia della realizzazione:

facciamo una cosa io e te un giorno si dicono due cinematografari che si incontrano in un bar  mentre parlano tra di loro dei loro progetti presenti futuri passati cn una sorta però  di svogliatezza perché nessuno di loro vuole svelare certi contatti, certi segreti, perché ognuno fa sistema a sè stante  e il collega può essere un concorrente, si scusano ma tutte e due devono sempre telefonare a qualcuno, appuntamenti telefonici, si riscusano e intanto si estraniano, poi sospirano sperando di ricevere  una telefonata da qualcuno in diretta , che la allungheranno a dovere, così da far vedere che stanno operando e far sentire ad alta voce certe cose da far capire e non far capire.

Quando poi il regista incontra qualche personaggio (attore) che gli chiede informazioni sui progetti, cerca di sottrarsi, di rimanere generico, essendo questi progetti cosi vulnerabili  che possono sfumare facilmente, allora si crea una sorta di superstizione, ogni volta che compare quel personaggio sfuma il progetto e può quindi pregiudicare il rapporto cn l’attore troppo invadente.

Diventa una vera e propria  malattia la  speranza di fare un altro film, l’ultimo, prima di defungere.

Ho visto autori registi quasi novantenni con problemi evidenti di prostata e di altre malattie sgradevoli con cattivi odori di prossimità, rimanere attaccati al telefono per ore:

– noi abbiamo tutto pronto dice il regista, aspettiamo novità da voi, ah si deve sbloccare quel finanziamento svizzero, va bene speriamo presto..

Chissà perché in questi casi c’è sempre l’impedimento di una banca svizzera.

 

1 – IL CINEMA E LA REALTA’ STANDARDIZZATA

Diceva lo sceneggiatore-regista Antonio Racioppi che un tempo ormai remoto, durante la seconda guerra mondiale, non c’erano soldi e si prendevano gli attori dalla strada e nacque il neorealismo, poi con i soldi venuti dalla ricostruzione del dopoguerra e dal boom economico si presero dei veri attori e nacque la commedia all’italiana.Oggi la realtà è molto più standardizzata.

Ora i soldi ci sono, anche se in una situazione di crisi, gli attori anche ma quella realtà sociale da cui trarre ispirazione non serve più e l’unico bisogno impellente data la crisi è il divertimento immediato di grana grossa, il cinema è solo spettacolo-evasione fine a se stesso, al punto che il cinema si confondo con la Tv e muore.

E invece no, non è così, i film italiani di successo hanno a che fare con la Tv e assomigliano a quei Bmovie degli anni ’60-70.

Il cinema spettacolare di grande impatto visivo prodotto dagli Usa (e solo loro potrebbero farlo perchè hanno un mercato mondiale) e le commedie-commediette-commediacce italiane sostengono il mercato della sala (theatrical), ma gli americani oltre allo spettacolo ci mettono anche trame sofisticate, hanno idee, le commedie  italiane sono per lo più provinciali cn personaggi RIPETITIVI  che guardano più alle mode e all’effimero con una  realtà standardizzata.

Quelle italiane funzionano perché hanno una distribuzione potente alle spalle che conosce i gusti di chi paga il biglietto o perché hanno dei meriti intrinseci? Qualcuno dice che noi siamo commedianti e dobbiamo fare solo parti in commedia, però può essere anche un pregiudizio. Sta di fatto che il fil di genere non è più un nostro forte, anzi se lo facciamo manco viene distribuito come mai? Che è successo al cinema italiano? Non ha più i professionisti d’un tempo, il pubblico è cambiato, vuole ridere e basta? Troppe domande che esigono pronte risposte, è il motivo di questo blog.

 

 

 

1 – CINECITTA’, LA LOTTA DELLE MAESTRANZE HA PAGATO

Le maestranze hanno capito da subito dove i privati volevano andare a parare, ma se loro non facevano quelle dimostrazioni pubbliche   non avrebbero  sortito alcun effetto e tutto sarebbe andato avanti verso i nuovi resort, per fortuna c’è stata una resistenza che ha fatto capire che la lotta dura non è un’avventura e la paura non c’è mai stata.

Leggendo con ritardo l’articolo su L’Unità del 30/12/2012 dall’Ufficio Stampa dell’Anica dal titolo Noi di Cinecittà in piazza per i diritti e per il cinema, abbiamo provato una bella soddisfazione che il progetto speculativo di Abete sia stato sconfitto politicamente dai lavoratori in lotta, perchè quello che volevano fare a Cinecittà non aveva nessun scopo cinematografico, ma semplicemente edilizio.

Si è messo su una speculazione da parte di privati – come succede troppo spesso – verso beni dello Stato. E su questa operazione c’era già un accordo sotto traccia delle istituzioni pubbliche, ma giustamente la grande critica che è emersa nel dibattito  in seguito all’occupazione degli stabilimenti  ha costretto il Mibac a uscire dalla sua posizione ambigua e di stallo per esercitare il suo ruolo pubblico di controllore. Questo ci fa capire che la privatizzazione quasi sempre è fatta per depredare risorse pubbliche. Tutto sembrava deciso…ma per fortuna si sono messi in mezzo i lavoratori..le maestranze.

Quindi forza e coraggio che anche a Cinecittà il cinema non diventerà un miraggio!

 

1 – SCHIAFFO AL CINEMA ITALIANO CON TREND NEGATIVO

Per non andare a fondo con i film italiani – afferma l’autrice cinematografica Roberta Torre – bisogna rappresentare il desiderio di andare a fondo nello sguardo, manca il coraggio: è un cinema codardo, piccolo e borghese, che denuncia con retorica, non è cattivo e gli manca la pietas o la lucidità profetica. Gli diamo uno schiaffo a questo cinema?

E’ un cinema “disorientato” che non sa che pesci pigliare, rispondo io. Oggi ci sono commediette di 4 battute conformiste che incassano milioni di euro e c’è chi approfondisce lo sguardo fino ai meandri più nascosti della psiche umana e non incassa un casso.

Secondo me bisognerebbe produrre tutto ciò CHE NON E’ TELEVISIONE. Negli anni ’60 esisteva il B Movie che si proiettava nelle sale dei “pidocchietti”, poi la tv ha assorbito questo tipo di cinema e in effetti a parte rare e lodevoli eccezioni, il cinema in tv non va oltre certi temi più o meno istituzionali, storie di preti, di uomini in divisa, di personaggi famosi, di mafie, ma tutto dentro i limiti del politicamente corretto, visto che la produzione è tutta di ispirazione politica o partitica.

Il cinema invece deve percorrere altre strade però e qui c’è il disorientamento, vincono come incassi quelle commediette come se lo spettatore si muovesse al cinema per vedere quello che vede a casa, con personaggi che conosce bene in Tv, non vuole staccarsi da quella dimensione e preferisce le conferme.

La pubblicità oggi è fondamentale per presentare il prodotto filmico e costa forse di più del film stesso, a Natale abbiamo sentito o visto la pubblicità assordante di quei cinque o sei film che hanno incassato, come se fosse tutto previsto.

Non bisogna dimenticare cmq che non c’è più quel clima culturale degli anni ’70 e che c’era un mercato molto più spazioso per il cinema italiano (il 50% rispetto al 25 di oggi) e che la gente cercava ALTRO anche attraverso i cineclub. Era un altro mondo.

C’è chi dice che il cinema italiano è troppo provinciale, non ha tematiche che vanno bene per tutti i paesi del mondo: il film SIGNORE E SIGNORI di Pietro Germi parlava della provincia italiana e descriveva una cittadina cattolica come Treviso. Quindi i problemi sono altri, mentre lo schiaffo viene dato al vero cinema