1 – IL CONVEGNO DI BOX OFFICE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Il moderatore era il direttore di Box Office, Autieri che faceva domande standard agli ospiti: il punto di forza, il punto di debolezza e una proposta per il cinema italiano .

E’ intervenuto Paolo Del Brocco di Rai Cinema il quale citando I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO ha detto che su 130 film italiani prodotti solo 28 hanno superato il milione di euro di incasso, tutti gli altri stanno molto indietro e una buona parte non supera neanche i centomila euro, siamo alle solite, aggiungo io, il mercato può assorbire solo un 25% di prodotto filmico, per cui se applichiamo il principio neoliberista tutte le altre pellicole non dovrebbero essere prodotte, però grazie al principio keynesiano dell’economia che vuole mantenere la piena occupazione del settore anche con la domanda pubblica, si fanno altri 90 film a rischio di fallimento economico con registi a rischio di non riuscire a fare un secondo film.

Paolo del Brocco ha parlato della mission della Rai che svolge anche una funzione pubblica, quindi oltre alle solite commedie che possono andare bene per far cassa, la Rai è aperta ad altri tipi di commedie e al cinema d’autore, anche di opere prime se si crede che l’autore possa avere talento. Ragazzi delle opere prime andate tutti da Del Brocco a proporre il vostro progetto, lui vi dirà se avete talento o no.

La Pirateria è sempre più devastante e secondo Del Brocco il pirata-tipo ha all’incirca 37 anni e proviene dal nord,  (ma Del Brocco che cavolo di bruxxelles dici ) ci sono dati che affermano  invece che è più diffusa al centro-sud soprattutto negli uffici pubblici e nei ministeri in cui c’è Internet, tant’è vero che sono piratati soprattutto i cartoni animati; poi l’amico nostro parla di un prelievo di scopo per un consumo illegale di cinema senza specificare oltre, com’è il meccanismo, chi sono i beneficiari. In Italia attualmente di commercialmente rilevante c’è la commedia media che però sta perdendo colpi al botteghino, invece bisogna allargare la base produttiva, più volume di investimenti anche se i film non incassano per evitare l’impatto negativo sull’occupazione.

La parola passa a Letta (un cognome impegnativo) Amministratore Delegato di Medusa che conferma la crisi di produzione anche se si è proceduto a qualche innesto esclusivamente italiano, principalmente incentrato sulle commedie non tralasciando il cinema d’autore. Secondo Letta si fanno troppi film (a basso costo) disperdendo energie e risorse che vuol dire in altri termini, lasciateci fare a noi il cinema, (però si sa- dico io- che le aspirazioni umane non possono essere racchiuse in un mercato e quindi ci sarà sempre chi farà un film, anche con poche speranze di essere distribuito).

La Pirateria è una tragedia pubblica, continua Letta, bisogna mobilitarsi, lo Stato è danneggiato da una perdita di gettito fiscale mentre blocca i rimborso dovuti alle imprese cinematografiche, il punto di debolezza è la scarsa esportabilità del film italiano,il punto di forza invece è quello della centralità della sala, c’è una sintonia col pubblico seppure a corrente alternata. Bisogna puntare assolutamente sulla scrittura come si fa in Usa, la sceneggiatura deve essere maturata al punto giusto, il film in Tv è ancora forte, ma dobbiamo guardare all’estero, confrontarci, mettiamoci insieme e facciamo (riprendendo i due Letta politici, aggiungo io) eine grosse koalition contro la Pirateria che i soldi ci porta via.

E passiamo a Barbagallo: non ci sono così tante carenze creative nel cinema italiano perché tutto sommato l’ offerta è diversificata, la debolezza però è riconducibile alla mancanza di risorse, metà dei film costano meno di 800 mila euro, possono essere belli e tecnicamente perfetti, riferendosi alla recente polemica dei piccoli produttori indipendenti che hanno rivendicato l’assioma di piccolo è bello, però non esistono industrialmente e quindi non valgono nulla (in sostanza). Insomma ha confermato che ci sono film che hanno il dna della sfiga incorporato e che non potranno mai essere distribuiti pur essendo di valore, con buona pace di chi li fa. Neanche a lui è venuto in mente che ci potrebbe essere un circuito distributivo centrato sulle sale di città e su quelle appoggiate ai cineclub. Purtroppo, dice il nostro Angelo, c’è una situazione depressiva a livello psicologico per cui la gente non esce più di casa, il cinema ha successo quando si è cittadini attivi, manca poi una politica culturale, c’è l’analfabetismo funzionale o iconico dei giovani (iconico è il termine di Gianni Canova sulla rivista 8 ½) poi per i film diversi dalla commedia le Tv pagano poco (si riferisce al diritto di antenna) conferma quindi, in questa anticamera del suicidio, che la cinematografia italiana naviga sulla nota di max 30 titoli se non ci fosse il FUS, che appartiene al principio keynesiano della economia aggiunta, e che fa fare tanti altri film, il problema però è che siano visti e adeguatamente valorizzanti. Si prosegue domani con gli interventi autorial- artistici di Castellitto, Brizzi, Bonifacci, Angiolini.

CINEMA MODERNO ROMA

6 maggio 2013

 

 

1 – UN CIRCUITO DISTRIBUTIVO PER IL CINEMA INDIPENDENTE

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Ci vuole un circuito distributivo che si appoggi ad almeno 200-300 sale.

Quelle dei cinema del centro storico, poi quelle sale associate ai cineclub, che devono avere un marchio inequivocabile: qui si distribuisce solo prodotto italiano e qualche film africano.

Si può ripetere l’esperienza delle sale veneziane, il film sta solo un giorno in un cinema e poi circola nelle altre 300 sale ritornando alla prima sala con una rotazione continua e per un periodo, però ci vuole un supporto mediatico di attenzione, una rivista on line che parla di tutti questi autori che vengono presentati con interviste e altro e una agenzia che sappia valorizzare l’evento.

Come vengono scelti i film da distribuire?

Questo è un problema, l’automatismo puo’ essere pericoloso, una scelta può essere arbitraria e castrante, però ci deve essere un responsabile che si assume il problema di valorizzare delle pellicole anche economicamente, e quindi deve avere oltre all’intuito delle qualità manageriali, insomma bisogna far in maniera che i film compaiano su un circuito alternativo che copra tutte le zone dell’Italia e che incassino un pubblico il quale  deve rimanere entusiasta dell’offerta, un pubblico disponibile a un cinema di regia, impegnato ma non appesantito da una estetica accademica.

Il problema dei critici è che loro fanno del cinema e della critica, un lavoro, mentre il pubblico al cinema ci va fuori dagli orari di lavoro, e questa differenza è fondamentale perché mentre il critico, il cinema lo studia, lo spettatore lo consuma e paga per questo almeno 4-5 euro, non si può pagare di meno ma neanche di più e non essere soddisfatti.  Misurare il grado di soddisfazione su che cosa?

Divertimento, impegno, approfondimento? Ricordiamoci che lo spettatore cmq è sempre un soggetto passivo che sceglie di farsi invadere da una storia e quando non c’è storia da delle immagini

 

1 – UN CINEMA DI REGIA

UN CINEMA DI REGIA

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E’ possibile che anche in Italia ci siano film di regia, in cui c’è l’impronta di un regista o invece per le commedie basta una regia di ordinario mestiere?

Un cinema di regia non deve essere necessariamente un cinema d’autore, ma il famoso mercato tanto esaltato dai neoliberisti de IL GIORNALE non può premiare sceneggiature sbrigative scritte col lapis e filmetti di mestiere senza un minimo di regia, perché allora a questo punto un film deve essere considerato per il suo valore intrinseco e quindi se vale ma non incassa potrebbe essere migliore di un film che incassa ma che è una puttanata.

Capito il concetto? NON HA VALORE, COME PER DIRE che tutta quella critica a suo tempo fatta al Mibac da parte dei neoliberisti del Cinema perché finanziava film che non incassavano diventa spuntata, cioè non è importante per la cultura i film che incassano ma i film di valore intrinseco.

Però se non c’è il mercato, chi li definisce film di valore intrinseco? I critici, la gente, siamo in un binario morto. I festival, i cineclub? Per questo ci deve essere un circuito per la valorizzazione di questo altro cinema di regia, altrimenti si rischia che sparisca il cinema di qualità e ritornino i “telefoni bianchi” in versione comica con aggiornamenti di costume.

La critica purtroppo è asservita al potere, al mito dell’incasso e parla bene solo di ciò di cui si parla, altro che funzione culturale, il critico sa che se parla di un film che è all’attenzione dei media magari anche facendo il bastian contrario, può farsi una pubblicità, se invece recensisce un film sfigato ma di valore, che non vede quasi nessuno, ha la sensazione di aver perso del tempo, è proprio così?

Certo se un film non ha neanche i soldi dell’ Uff. Stampa è meglio che non venga neanche girato, perché in una società come la nostra sarebbe un suicidio e una follia.

Cmq è importante anche il concetto di Gianni Canova sui ragazzi che rischiano l’ignoranza ICONICA, anche se non è così importante come la decrescita felice, però insomma si rischia la subordinazione culturale, già diventa arduo alle scuole medie far capire cos’è un film di regia e cosa vuol dire l’immagine cinematografica, perché è una forma di alfabetizzazione “secondaria” ma indispensabili a tutti.

Il cinema è in calo si dice, ma in Italia ci sono tanti film non valorizzati, fuori mercato, perché non si valorizzano anche quelli, che potrebbero compensare il calo di altri tipi di film? E’ l’ennesima volta che finisco un articolo con un punto di domanda.

 

1 – QUEL CHE RESTA DEL CINEMA INDIPENDENTE

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Purtroppo la situazione è pessima rivedendo i dati del recente convegno riguardante TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO e possiamo fare queste considerazioni su quel che resta del cinema indipedente

1 – il mercato italiano di cinema, quello delle sale, può assorbire attualmente una sessantina di film tra commedie (diette) e Cinema d’Autore (che è in calo di incassi);

2 – gli altri 60-70 film italiani non incassano che delle miserie in termini di cifre compresi i documentari e molti di questi sono proprio prodotti indipendenti fatti da piccoli produttori, autori non molto conosciuti e registi che sono fuori dalle “risonanze” mediatiche;

3 – ogni hanno in Italia si distribuiscono circa 300 film Usa, se ci fosse un tetto a 240 ad es. troverebbe spazio la distribuzione di altri 60 film italiani diversi da commedie e film d’autore, di genere, drammatici (come c’erano una volta). Sono consapevole che protesterebbe la potente lobby dei doppiatori, ma ci guadagnerebbero gli attori meno noti che il più delle volte per campare devono fare i doppiatori;

4 – i film americani sono già (quasi sempre) usciti in Usa quindi già pubblicizzati per cui le filiali italiane delle grandi distribuzioni Usa fanno quasi gli impiegati, preparano la solita confezione, il solito vestito pubblicitario, le sorprese sono poche più che altro derivanti da argomenti e soggetti poco consoni al pubblico europeo;

5 – L’altro ieri sera ho visto Mystic River in Tv per la sapiente regia di Clint Eastwood, perché in Italia non si vedono film di questo tipo? Qualcuno risponderà che non abbiamo un regista come Clint, ma anche lui è cresciuto alla scuola di un grande regista italiano che era tale perché un tempo si poteva fare tutto il cinema, invece adesso in Italia c’è la specializzazione in questi due tipi di film (commedia e d’autore) lasciando fare agli Usa tutto il resto (quindi nessuna concorrenza nel mercato che si è ormai specializzato) anche perché gli americani detengono grandi capitali e una distribuzione mondiale e noi invece siamo relegati nella versione comica dei telefoni bianchi dell’epoca fascista e nel cinema d’autore di “sinistra” (beato pluralismo) ma i film di genere italiani dove c’era tanta regia, non si fanno più ormai da decenni e se li fai con pochi soldi, nessuno li vede;

6 – per evitare il tetto o la regolamentazione tanto odiata dai poteri forti del cinema, non ci rimane che creare in Italia con capitale pubblico e privato (misto) un circuito di almeno 300 sale, anche (mantenendo la pellicola) e quindi coinvolgendo tutte quelle sale che non hanno i soldi per digitalizzarsi, in cui proiettare tutta una serie di film italiani indipendenti, adatti per il pubblico e con una grande promozione, creando una rivista online e un circuito sull’esempio di quello veneziano (che i film stanno solo un giorno e poi girano in altre sale) o anche sale a menu dove ogni giorno si proiettano 3 film diversi con lo stesso biglietto d’entrata. Idee ce ne sarebbero, mancano i capitali, e non è poco…cosa resta del cinema indipendente?

 

 

5 – SIAMO CIRCONDATI-PROGETTO DI FILM INDIE

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ABBIAMO IN CANTIERE UN PROGETTO dal titolo Siamo Circondati scritto da Gianni Cavina con la regia di Veronica Bilbao La Vieja

E’ una commedia scritta e interpretata da Gianni Cavina nel ruolo di Gianni, il capitalista non vedente. Sceneggiatore del film “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati e “L’ispettore Sarti” successo televisivo, di cui è anche protagonista come in “Regalo di Natale” “La rivincita di Natale”, “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio e quest’anno in “Una grande famiglia” di Riccardo Milani, fiction.

NOTE DI REGIA

Quando ho letto questa sceneggiatura mi sono subito innamorata del testo che rinvia a quella tradizione di commedia all’italiana che tanta fortuna ha avuto nel cinema, appunto perché esprime il nostro carattere di italiani (veramente io sono anche un po’ spagnola), che è a tratti estremistico nel suo egoismo e a tratti opportunistico nei sui comportamenti, ma che ha anche quei momenti di forza che sfiora l’eroismo, in una miscela di contrapposizioni e contraddizioni che ci fanno apparire agli occhi degli europei come un popolo inaffidabile, fatto di persone da non prendere troppo sul serio.

E’una storia che racconta senza vergogna, con cinica verità, con ironia feroce e un po’ di coraggiosa presunzione, la storia di noi abitanti felici, maligni e disperati di questo pazzo Paese che ha sprecato i suoi talenti e cammina confuso verso il caos. La stanchezza di vedere film che raccontano le stesse storie d’amore viste e riviste, che hanno assunto i foruncoli degli adolescenti come porta-parola dei problemi mondiali, che fanno degli effetti speciali l’unico motore narrativo, che barano spudoratamente con lo spettatore, mi spinge a realizzare questa commedia che parte dalla realtà di oggi, che si serve del grottesco intrecciato col ridicolo, con il cinismo, con l’ironia, con il dramma, che può fare esplodere la vita se la miccia è fatta di fantasia e di quotidianità.

 

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO/3

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Continua Tutti i numeri….

Interviene Sciarra dei 100 Autori (associazione sindacale dei registi famosi) e con linguaggio “misterico” da adepti, dice che bisogna criticare il colosso Usa come se non lo sapessimo, si raccomanda un reintegro del Fus, (grazie al cavolo chi non lo vorrebbe) il rinnovo del Tax Credit (auspicabile da chiunque) e un sistema di incentivi per le sale rispettando le quote europee. Il cinema italiano ha meno soldi rispetto a quelli che servono, bisogna trovare i soldi con la vendita delle frequenze televisive, ma una parte di quei soldi devono andare agli autori (non si capisce come, (della serie ci dividiamo il gruzzolo). Per finire dice che mancano al tavolo delle trattative chi sta facendo attualmente un grosso business (Chi è?).

Un altro intervento difende il cinema d’essai: è importante lavorare sui giovani anche per effetto delle nuove tecnologie.

Un giornalista chiede come mai l’uscita di 7 film italiani tutti insieme, non costituisce  un  massacro?

Risponde Barbagallo dicendo cripticamente che siccome non li vuole nessuno, mettendo insieme pubblico, sale, distributori, è meglio levarceli come il mal di denti anche perché una ragione c’è: concorrere al David di Donatello, che per i film è senz’altro più bello. Barbagallo: “col mio film (di Lo Cascio ndr) giriamo nei vari festival, secondo gli esercenti il film ha qualcosa di troppo complicato per la sala cinematografica, io replico leggermente  indignato, ma se lo capisce anche mio figlio piccolo che non frequenta le sale cinematografiche?!” Della serie: Il pubblico ci manca e sul ponte sventola bandiera bianca. Che dire?  Si parla sempre dei propri film in evidente conflitto di interessi, così non si fa politica cinematografica, ma tant’è l’Italia costuma così.

Risponde De Laurentiis: la restrizione del mercato è dovuta alla Pirateria, ci vuole un mercato più protetto e Lucisano il capo della IIF, inveisce: ma dove sta il Ministero, manda i suoi funzionari in vacanza in giro per il mondo ai vari festival col pretesto di interessarsi di cinema? Qui interviene quasi sdegnata per l’accusa, la Pasqua Recchia. Noi non andiamo in vacanza, siete voi che volete sempre soldi da noi (e allora lasciateceli godere in qualche viaggio). Altro problema è che la Rai non programma i suoi film italiani con un orario certo. Interviene dal pubblico Mario Mele, critico cinematografico, che appunto critica arrabbiandosi che c’è troppa pirateria, assistiamo ad un crollo dell’84% del guadagno, bisogna passare alle sanzioni, il video demand è ridotto del 20% mentre si registra un analfabetismo cronico di ritorno del cinema in pieno declino del Paese. Che disastro!

Tozzi gli dice di non agitarsi troppo, perché per tanti la pirateria non è poi così grave in quanto manifesta – secondo certi intellettuali (e registi che si nascondono – aggiungo io) – la libertà di espressione in rete. La proprietà non è più un furto.

Anche Barbagallo sempre più affranto, quasi piangente,come un salice,  parla di un calo del 30%.

Poi è la volta di un giovane emigrato in Francia che esalta gli aiuti francesi (noi sembriamo una colonia) li si parla di 800 milioni di investimenti ed esistono vari aiuti, sia per lo sviluppo delle sceneggiature, che per lo sviluppo dei film, ma le commissioni sono di professionisti dello spettacolo statali e non governative, un modo edulcorato per dire che non sono in mano ai partiti come in Italia. Difatti è stato subito tacciato come provocatore dalla Pasqua Recchia che deve salvaguardare le logiche partitiche.

Un giornalista chiede a Tozzi di una piattaforma online di cinema via internet, organizzata dall’Anica che può reperire facilmente i film dei vari produttori, ma Tozzi nicchia, sembra che non ne sappia proprio nulla.

Per quanto riguarda le sale, 3150 sono già digitalizzate e 1449 no, di cui 356 monoschermi (sale a rischio) 156 2 schermi, altri centoecc. 3 schermi, 102 a quattro schermi, 221 a 5-7 schermi e 219 più di 7 schermi.

Interviene la Pasqua Recchia per una doverosa difesa d’ufficio circa l’attività del Mibac, aggiungendo poi alcune considerazioni prettamente ministeriali:

  1. C’è la paura di accantonamenti sui capitoli di spesa operati dal Sicoge del Mef (Sistema di contabilità telematica del Tesoro) che vuol dire tagli improvvisi (si sta sul chi va là);
  2. bisogna onorare gli impegni fuori bilancio, cosa vuol dire? Gli impegni dovrebbbero essere sempre previsti nel bilancio, è che non c’è la cassa per pagarli, cmq si tratta di prestazioni e forniture fatte al di fuori degli impegni di bilancio (per motivi non programmabili) debiti che dovranno essere riconosciuti (da estendere eventualmente anche ai contributi);
  3. i talk-show sono tossici, si invitano tra di loro (i politici) a spese nostre;
  4. gradimento del pubblico (manipolato) fino a che punto è veramente tale?
  5. occorre ribadire la linea culturale, il monitoraggio delle opere prime, no alla distribuzione dei fondi a pioggia;
  6. no alle spese improduttive del Mibac per la presenza di fastidiose lobbys;
  7. l’ innovazione tecnologica è indispensabile;
  8. sale di prossimità come luoghi di aggregazione, le multisale ormai crescono nei centri commerciali (le monosale dovrebbero crescere dentro ai centri sociali, non è una cattiva idea, aggiungo io) ma dove sono i centri sociali?;
  9. per la Pirateria bisogna passare alle sanzioni attraverso un impegno politico trasversale e sconfiggendo la demagogia;
  10. promozione del cinema italiano all’estero con gli Istituti di Cultura, (ma quelli dicono che non hanno soldi e allora che ci stanno a fare funzionari pagati 10.000 euro al mese? (E’ meglio chiuderli)

Quindi diamo credito a questi dieci punti, considerati dal Segretario Generale del Ministero, ma se vogliano far rinascere il cinema italiano secondo me bisogna puntare, (come ho detto in un altro articolo) sul decentramento del finanziamento). Altrimenti i pochi, la casta del cinema, fanno come gli pare e mangiano solo loro.

 

 

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO/2

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Continua con  tutti i numeri…

Interviene ancora Tozzi: Medusa ha ridotto del 75% il suo investimento nel cinema, tutto si è spostato verso la Rai che sviluppa di più progetti commerciali abolendo il cinema d’autore (i crossover) il quale non è compensato dal FUS (Fondo Unico Spettacolo), una seconda patologia è derivata dal fatto che la Tv italiana non trasmette film italiani. Ad es. la Rai tv generalista ha diffuso nel 2012 in prima serata solo 5 film su Rai 1, 2 su Rai2 e 36 su Rai3 mentre Mediaset, 35 su Canale 5, 36 su Rete 4 e 4 su Italia 1, così possono pagare di meno il diritto di antenna, il danno è anche per gli attori di cinema che vengono visti meno rispetto ad es. agli attori di fiction e molto spesso un progetto vincente si fa attorno ai personaggi che hanno spopolato in Tv (aggiungiamo noi) e poi si critica la troppa informazione giornalistica, i troppi talk show,  che sono solo spettacolo, quindi si assiste ad un aumento dell’offerta giornalistica  rispetto alla trasmissione di film italiani  ci vorrebbe il controllo dell’Agcom se la Tv viene meno ai suoi obblighi, ma l’Agcom è in mano ai politici, i quali compaiono continuamente nei talk- show quindi…rimane a Cesare quel che è suo.

Borg in qualità di distributore ha affermato che il prodotto italiano l’anno scorso si era affermato con punte del 40%, attualmente siamo al 29% però non è un dato stabile e dipende dai singoli film, in Europa è la Francia più attenta al prodotto nazionale, l’unica è aumentare lo spazio estivo, mentre la rivoluzione tecnologica della sala, l’avvio nei prossimi mesi del digitale in tutte le sale cambia il modus operandi e darà un nuovo impulso al prodotto medio-piccolo per una maggiore flessibilità della nuova tecnologia (si spera), le monosale invece sono in crisi e forse verranno spazzate via se non interviene un finanziamento pubblico per adeguarle (5 milioni di euro) mentre per quanto riguarda la pirateria non si sa per quanti euro influisca sul mercato. Bisogna fare una legge, Tozzi interviene dicendo che i peggiori “scaricatori” sono gli adulti e parla di offerta legale e finestre, Tozzi insiste dicendo che bisogna digitalizzare le sale o morire, ci sono ancora 800-1000 sale di profondità da trasformare, (ha detto profondità, voleva dire prossimità, o forse pensava agli schermi di pixel che stanno sotto il livello del mare e buoni per una visione subacquea dei documentari marini ).

A questo proposito Barbagallo parla di segnale preoccupante del Box office (Barbagallo è preoccupato e angosciato di tutto quel che sta succedendo nel mondo del cinema), 11.600 milioni incassati nel 2011 contro 8700 del 2012: i film incassano di meno, è un dato: “non so se la soluzione del problema ha a che fare con il tipo di film o nel modo di vederli”, dice.

Poi interviene in maniera spettacolare il produttore dei produttori, ultimamente traviato dal calcio, De Laurentiis che declama: “il Fus esiste dall’85, vi sento parlare poco del mercato, i Francesi si che hanno una cultura dell’”esercizio” a differenza di noi italiani che siamo più improvvisati, con i Multiplex fatti un po’ a “capocchia“, chi aveva interesse a costruire per fare una speculazione e un centro commerciale li inseriva, fuori da una vera programmazione. Sale costruite senza logica (che si mangiano tra di loro) che fanno perdere almeno un 15% di incasso come potenzialità distributiva. Per quanto riguarda la pirateria sostiene De Laurentis sono stati fatti solo interventi -toppa, (con due p) bisogna fare una class- action contro lo Stato..

Il Mibac non conta niente, prosegue il nostro, in passato sono stati parcheggiati al suo interno, dei personaggi della politica, scartati dalla Rai.

De Laurentiis si rende conto di essere andato oltre, arretra dando una sviolinata al  burocrate di turno, affermando che ciò non vale per i presenti (sic) che c’è il solito potere dei vecchi (tono da oratore incallito) bisogna applicare il metodo francese per la pirateria (ma per  applicarlo bisogna essere  Francesi – dico io), e prosegue nel suo accorato discorso prendendosela con l’ Angelo: caro Barbagallo, facciamo discorsi sul nulla, se non vediamo che  vengono date 15 milioni alle opere terze (ai registi acclamati) e ben 9 milioni alle opere prime e seconde (è uno scandalo – applausi convinti dalla sala). Che sti giovani che hanno rotto il caxxo si formino nel web e facciano prodotti a basso costo, (si tolgano dai coglioni – questo lo aggiungo io dall’enfasi delle parole) e invece di pretendere finanziamenti che spettano a noi, imparino i nuovi linguaggi…che capiscono poco.  No ai film di questi presuntuosi da nove settimane e mezzo (si parla del piano di lavorazione) , ma al massimo da nove ore (applausi dalla sala scroscianti con urla e gridolini di assenso, lui si che è il migliore …a farsi i caxxi suoi) che facciano solo corti. E’ bravo il nostro De Laurentiis, vuole che lo Stato gli finanzi i film commerciali così lui risparmia e investe nel calcio.

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO

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Si è svolta ieri  nella biblioteca “Crociera” presso il Mibac di via del Collegio Romano, il convegno annuale a cui hanno partecipato Riccardo Tozzi, presidente delle imprese cinematografiche (Anica), Angelo Barbagallo presidente dei produttori, Richard Borg, presidente distributori, Nicola Borrelli Direttore Generale per il Cinema (Mibac) e Antonia Pasqua Recchia, come segretario generale del Mibac. Insieme hanno dato tutti i numeri del cinema italiano

Ecco i numeri: i film italiani prodotti nel 2012 – compresi i documentari – sono 166, di cui 36 coprodotti con altri Paesi esteri, 16 in stato minoritario e 20 maggioritario. La produzione è pari ad un investimento di 500 milioni di euro, 350 a capitale italiano e 150 straniero  (pari a 5 film di successo americani). 36 di questi 166 film hanno un costo massimo di 200.000 euro e qui una gaffe spaventosa di Borrelli e Barbagallo, il primo ha detto che sono poco culturali e il secondo che non valgono praticamente niente da un punto di vista  tecnico,  e che sono prodotti indipendenti di scarsa qualità.

Tiè cinema indipendente che ti autoncensi perché pendi poco. E i documentari dove li mettiamo? Probabilmente sono quasi tutti documentari per i quali si spende una cifra molto inferiore rispetto ai film di fiction, possibile che non lo sappiano! In secondo luogo se questo è il pregiudizio verso film a basso costo che hanno la stessa dignità di ogni altro film, non conviene più dire (parlo dei loro autori) che costano poco (magari con orgoglio) altrimenti le loro idee non varranno niente: costano poco!) Quindi per loro sarà sempre chiuso il mercato e potranno essere utilizzati solo in rete (e li non si fa un euro neanche per sbaglio).

25 film costano tra i 200.000 euro e gli 800.000, quindi sono a low budget, insieme agli altri 36, fanno 61 film, mentre quelli che superano 800.000 fino a 3.500.000 sono 44, maggiore di € 3.500.000 sono 24 per cui alla fine dei 129 film completamente prodotti in Italia, 68 sono quelli validi secondo i nostri due e gli altri non contano niente, non hanno detto questo ma l’hanno pensato, per far capire come l’Anica e il Mibac giudicano il cinema indipendente a basso budget, ma poi interviene Tozzi a confermare che si fanno i film sempre più a meno soldi, che tristezza per il cinema italiano, ma dico io, se la distribuzione praticamente non esiste, come si fa a spendere un sacco di soldi e pensare di recuperarli? Chi ce li dà, lo Stato a sfondo perduto.

Mentre sempre più significativo è l’apporto del Tax Credit esterno, (79 film finanziati) con la possibilità per gli investitori non di cinema, di finanziare dei film avendo in cambio le agevolazioni fiscali pari al 40% del capitale apportato, che  è in scadenza al dicembre 2013 e non si sa se verrà rinnovato. Se non lo fosse, creerebbe ulteriori problemi al settore e tutti vorrebbero invece che fosse un provvedimento stabilizzato.

Di questi 166 film, 56 sono stati finanziati con un contributo per interesse culturale, se vediamo le cifre corrispondono ai film prodotti in Italia e ritenuti validi cioè 68, esclusi i film autoprodotti che non hanno ricevuto una lira: 19 finanziati come opere terze e 37 come opere prime e seconde, 7 film hanno avuto un sostegno europeo di Euroimages (coproduzioni). Se vediamo invece le delibere del 2012 per film che verranno conteggiati nel 2013 o 2014 ci sono stati 35 film per opere terze e 51 film per opere prime e seconde.

Secondo i produttori, vengono spesi troppi soldi per le opere prime e seconde e pochi per le opere terze, in particolare Tozzi afferma che i diritti di antenna (il finanziamento delle televisioni dei film) di Rai e Mediaset, sono diminuiti del 50% (comme apporti individuali) e questo comporta un budget molto più basso e problemi di reperimento di altre risorse.

Si assiste così ad una frammentazione di risorse, film fatti male destinati al fallimento. Borelli del Ministero difende il finanziamento delle opere prime e seconde che devono far emergere nuovi talenti, però poi Tozzi controbatte che la maggior parte di questi non arriva alla opera terza, (forse qualcuno non sceglie bene chi e cosa finanziare) quindi lanciare tanti giovani  significa anche illuderli per un mercato che non c’è (questa si che è tristezza!).

Barbagallo che non è dammeno in fatto di tristezza, nel suo intervento manifesta la paura dei tagli (qui non si mangia più) per fortuna ci sono le quote (l’obbligo delle tv a investire appunto con quote annuali sul cinema) qualcuno vorrebbe anche sulle fiction, ma se siamo sommersi dalle fiction! Mentre auspica che i contributi arretrati come fondi che lo Stato deve ritornare ai singoli produttori per effetto degli incassi che hanno fatto, vengano riconosciuti all’interno dei debiti pregressi della P.A., quindi non solo prestazioni o forniture ma anche contributi che cmq sempre crediti sono e che lo Stato deve onorare.

Borrelli constata che mentre un tempo il Mibac finanziava film che non erano visti, oggi invece finanzia film che vengono visti (ma aggiungiamo noi, anzi io, quando sono commediette, non dovrebbero essere finanziati – dov’è l’apporto culturale?). Cioè il Ministero si è più indirizzato verso il mercato anche per effetto delle campagne di stampa come quelle de IL GIORNALE di qualche anno fa in cui si diceva che vengono finanziati film amici degli amici, che non incassano una lira. Di questa acqua qua come direbbe Bersani, Veltroni ne sa qualcosa. (Continua)

 

 

1 – POLITICA CINEMATOGRAFICA IN 4 PUNTI

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4 PUNTI PER IL CINEMA INDIPENDENTE

Se vogliamo difendere il cinema italiano indipendente da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dei suoi produttori, dobbiamo con urgenza sviluppare 4 PUNTI da portare all’attenzione mediatica per salvare il salvabile.

Altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. Ecco una politica di raddrizzamento:

  1. Abolire il Reference System. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film solo dei soliti noti, anche perché si considera l’aver vinto solo pochi festival importanti e non in tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Ecco che si crea una gerarchia burocratica della peggio specie. Il Reference System è nato dalla Riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i senatori della pellicola che volevano che si rispettasse una gerachia della visibilità (chi è più noto, chi è meno noto, chi non è noto o visto per niente) questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero aveva di finanziare con grosse cifre perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, perché a quell’epoca si finanziavano totalmente pochi progetti e chi più conoscenze politiche e di varia natura, aveva, più riusciva, a questo proposito un gruppo di produttori (chiamiamoli così) grazie a queste conoscenze senza rischiare niente sono riusciti a fare un sacco di soldi alla faccia del bicarbonato di sodio, si davano miliardi senza vedere le potenzialità distributive di un progetto, mentre tanti altri progetti magari migliori, rimanevano fuori. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità.
  2. Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e privati) che sia remunerativo per il cinema indipendente, i festival non fanno guadagnare un euro, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film indipendenti non vengono visti e così la Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato anche grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. La loro valorizzazione può passare anche attraverso una agenzia pubbblicitaria, una rivista online che promuova questi autori e un interesse mediatico, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente per vendere un prodotto di questo tipo altrimenti, si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate anche pregiudizialmente dal pubblico. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga anche da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento creativo. Si dovrebbe potenziare una rete insomma!
  3. E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa (della serie o mangiano solo loro o mangiamo anche noi). Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in Usa ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE. Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari per il film di Sorrentino girato in Usa. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro.
  4. Il Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero delle sinergie. Commissioni a gettone presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Bari formate da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori. Questi finanziamenti diretti non devono superare la metà del budget, l’altra metà può essere procacciata dal produttore con i suoi giri finanziari, ma anche dalla Tax Credit esterna perché cmq sno sempre dei privati che vengono coinvolti. Se poi un circuito distributivo efficiente remunera questi capitali si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per il cinema piu’ libero e impegnato socialmente.

 

 

1 – LA PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA ITALIANA NON SFONDA

Questa è una intervista di  un esperto italiano di incassi, contenuta in RED CINEMATORE, in cui afferma che in Italia non si sfonda, che i produttori forti, manco leggono le sceneggiature, tutto si basa sulla confezione che deve essere una storiella tipo, che faccia ridere con attori affidabili.

E’  il nostro cinema di provincia che non sfonda, anzi tante volte affonda nei soliti luoghi comuni triti e ritriti, non entusiasma e non è esportabile che ci fa dire  che la produzione italiana RIMANE AL POLO, volevo dire al palo.

Altro che il cinema dei grandi autori del passato, insomma romanzetti popolari d’appendice, altro che settima arte: OTTAVO NANO!

A sto punto c’è da vergognarsi ad incassare. Anche Michele Anselmi su IL SECOLO XIX parlando del fenomeno Bonifacci sceneggiatore di troppo successo, ci dice che IL LATO POSITIVO nel cinema italiano non c’è, c’è un film Usa che è incomparabile rispetto ai nostri filmetti che fanno un sacco di soldi.

E allora che facciamo, dove andiamo? Non è che il nostro pubblico è abbastanza ignorante di cinema come azzarda il critico Gianni Canova su 8 1/2, al punto che bisognerebbe fare corsi obbligatori a scuola di storia del cinema per elevare il livello piuttosto basso del pubblico?

Resta il fatto che in Italia piace sempre la stessa storia con infinite variabili, che rimanda un po’ alla commedia all’italiana ma rivissuta con stereotipi, abbandonando la realtà e inserendo il carinismo diffuso, l’importante è non annoiarsi con qualche film in cui il personaggio guarda per dieci minuti fuori dalla finestra senza capire cosa sta guardando e noi guardiamo lui per dieci minuti nella speranza che si muova qualcosa.

All’opposto però l’Italia non sa uscire dalla gabbia dei film solo macchietta che non emozionano, dialoghi che si dimenticano subito, insomma due opposti estremismi: quello “estetico” e quello “facile-facile”, non ci dovrebbe essere un giusto mezzo in cui si dispieghi la regia e la conoscenza iconica?


ECCO PERCHE' IL CINEMA ITALIANO NON DECOLLA CE LO SPIEGA L'UNICO CHE
LO HA CAPITO...

Nostro amico....Espertissimo di marketing da un anno ha azzeccato
tutti i dati al box office da Denzel Washington (aveva detto poco
più di 3 e 3.4 ha fatto)  a Siani (aveva detto 14 e 14 ha fatto)
e cosìcon tutti i film...non è un mago ma riesce ad indovinare sempre
irisultati incredibilmente....

Non potendo svelare il suo nome nonostante sia molto noto ci ha detto
cosa non funziona e soprattutto gli errori nel lancio dei nostri
film...
LO ABBIAMO INTERVISTATO...

domanda Ma il calo di incassi del cinema italiano (solo 2 film italiani
tra i primi 10 di stagione e il primo incasso italiano è  il sesto tra
i totali)  è dovuto alla crisi?

risposta La crisi del prodotto italiano parte dal nostro sistema NON
industriale.  Se le cose infatti fossero gestite come in un'industria
sana la sequenza logica degli eventi dovrebbe essere la seguente:
1) individuo una storia giusta
2) individuo un regista giusto per quella storia
3) il regista individua gli attori giusti per quel film.

domanda Noi facciamo il contrario...

risposta Esatto. Da noi si parte dagli attori e intorno a loro si costruisce
un progetto. Così succede che il primo punto e cioè la storia, diventa
invece l'ultimo ed anche il più trascurato...altre volte si prende spunto
da un libro sbagliando sempre il cast.... perché a volte l'anima del libro
viene venduta al diavolo del marketing...sbagliato...non si cerca l'attore
giusto tra i nomi del cinema italiano, ma quello giusto tra i nomi in agenda
del produttore o regista...per non parlare degli attori-registi che vogliono
mettere il loro volto sul manifesto...cosa sbagliatissima se non per personaggi
già amatissimi. 
domanda E i produttori?

risposta Sono troppo presi ad accaparrarsi quello che per loro sono i
talenti da mettere sotto contratto (talenti che poi non garantiscono
mai gli stessi risultati e gli stessi numeri, perché la gente cambia o
si abitua al loro stile) che non controllano la storia e non hanno
quasi mai coraggio di mettere  il naso sulla sceneggiatura e si fidano
.....quando negli Usa la sceneggiatura che sia commedia, horror,
action, drama, viene letta e approvata ogni volta dai vari produttori
step by step....da noi la revisione è letta e approvata solo dalla
testa del regista...negli Usa anche il montaggio viene monitorato con
le proiezioni prova....

domanda Non controllando però vengono fuori veri fenomeni da baraccone o
storielle infantili ...assolutamente non esportabili ma film che non
rimarranno mai....

risposta Infatti questo comportamento  oltre a dare vita a storie che nella
migliore delle ipotesi sono scritte male  impedisce di fatto di
scoprire nuovi attori ma solo fenomeni da baraccone, con il risultato
che ormai i nostri attori invece famosi più "giovani" hanno più di 40
anni.

domanda Sempre gli stessi....anche se bravi..non sempre ovunque mi vuoi dire?

risposta I nomi del cinema italiano che si fanno in fase di casting per gli
uomini sono esattamente gli stessi che una quindicina d'anni fa
vennero fuori come generazione dei trentenni e che formarono appunto
una vera e propria generazione...oggi P.FAVINO ha 43 anni, A.GASSMAN
48 anni, C.SANTAMARIA 38 anni, F.TIMI  39anni,  A.PREZIOSI 39 anni,
V.MASTANDREA 41 anni....e altri  15 nomi tutti veri talenti...ma non
tutti i nomi sono giusti per tutte le storie...

domanda Tutti 40enni...quindi per te meglio puntare sui 30enni?

risposta Certo, qualora ci fossero e non si rovinassero con la fiction e la
tv, la differenza fondamentale è che mentre un trentenne in sala è in
grado di intercettare i giovani i quarantenni lo sono molto meno. Le
storie dei trentenni, collocandosi a metà tra il mondo degli
adolescenti e quello degli adulti, riescono a parlare a entrambi i
pubblici diventando così, quando sono scritte bene, di fatto delle
storie per tutti. Lo stesso non può dirsi di una storia ambientata nel
mondo dei quarantenni che per forza di cose è più stretta. Senza contare
che per un quarantenne è molto più difficile andare al cinema: logisticamente,
di solito un quarantenne ha uno o più figli piccoli ed è nel periodo
della sua vita in cui esce di meno.

domanda Manca però il divismo....e poi nella recitazione molti attori si
ripetono...

risposta I nostri attori non hanno nel loro dna la cultura del trasformismo
che invece è tipico della scuola americana. I nostri attori:
bravissimi, talentuosi,  non si trasformano.  Tutto questo per dire
che, a maggior ragione, i nostri attori tendono a logorarsi prima di
quanto succeda ad un'attore come ad esempio Sean Penn che in quasi
ogni film mi propone una maschera completamente nuova. Ecco perché
anche nei trailer inizia a darti fastidio ad ascoltare sempre la stessa voce
con la stessa faccia. Ciò aggrava ancor più la situazione: non solo non ci
sono delle buone storie (perché non è da lì che si parte per fare un film),
non solo gli attori sono sempre gli stessi (perché un film si monta solo se ci
sono determinati nomi), ma in più quegli attori recitano sempre nello
stesso modo. E ancora ci chiediamo perché il nostro cinema è in
crisi????

domanda Ma perché vanno di moda i filmetti usa e getta ?

risposta Sta accadendo la stessa cosa dei giornali scandalistici, negli
ultimi 5 anni sono aumentate le vendite dei giornali quelli che
parlano non di divi ma di tronisti, di gente  che neanche è mai
arrivata a fare nulla di importante o è scomparsa dopo un film....in
Italia ci sono molti non comunitari ..sembra quasi che si facciano
film italiani per un pubblico da centro commerciale e per non
comunitari...incassano ma dopo 1 mese ti vergogni pure di aver speso
quei soldi  spinto e in cerca di quelle due risate senza che ti sia
rimasto nulla dentro...

domanda Ma quali sono gli errori dei lanci dei film?

risposta La promozione dei film meriterebbe un capitolo a parte. E' chiaro
che anche lì siamo molto indietro. Basti pensare che tutti i film
hanno pressoché lo stesso tipo di promozione. Una promozione nel
migliore dei casi obsoleta, che paradossalmente costa moltissimo e
produce pochissimo. A spendere la quasi totalità del budget sono due
voci: spot televisivi e manifesti stradali. E allora ti chiedo:
ma chi ci sta più davanti alla televisione? Chi li guarda più i manifesti stradali?
Basta guardarsi in giro per capire che i giovani (e cioè ripetiamolo
quelli che escono e vanno di più al cinema) non guardano nè la tv e nè
per aria. La tv poi è concepita dai giovani come fastidio mentre navigano.
I giovani guardano il loro telefonino rigorosamente smartphone e il
loro ipad, etc.. Ergo, la campagna giusta sarebbe quella. Ma
incredibilmente nessuno ci pensa. Che ci vorrebbe a creare ad esempio
un app per lanciare un film??? Costerebbe certo molto meno di dieci
passaggi televisivi da 15" (con i quali per niente hai bruciato un
centinaio di migliaia di euro) e sarebbe molto più incisiva. l'unico
problema  è che ti deve venire in mente. Sbagliato fare poi siti dei
film.....meglio far girare su facebook o su Twitter foto e curiosità

domanda E la critica?

risposta Sembra scomparsa, nel senso che alcuni critici a volte
scompaiono...misteriosamente..... non si ha lo stesso giorno il
giudizio della stampa su un film...alcuni critici non parlano di tutti
i film.....escono critiche ognuna in giorni diversi e la tv viene
usate come telegiornali..pilotata per far apparire un film piacevole
in programmi imbarazzanti...cosa che non è. Alcuni  critici, non tutti
naturalmente, sempre più spesso basano le loro critiche sui propri gusti
difficilmente azzerandosi, per gli attori ogni volta è un esame e anche i
critici ogni volta dovrebbero giudicare un film partendo da zero....
senza preconcetti. e soprattutto senza mai paragonare un film a
qualcosa che hanno visto.... sempre più spesso i critici (ma sempre
alcuni naturalmente) sono prevedibili e questo non è un bene....poi
la critica in tv è imbarazzante da radiazione.

domanda E la promozione ai festival?

risposta Se non è Cannes che ha un mercato e una vetrina veramente valida è
inutile.... dieci giorni a parlare di Venezia su tutti i giornali e le
tv, milioni di euro investiti, milioni di parole spese e alla fine?
Magari vince un film che esce in venti copie e incassa 30 mila euro.
Questo all'industria non serve. Apriamo i Festival a tutti i generi
anche la commedia e non solo compresi i premi....i film rappresentano
emozioni e le emozioni non hanno limiti di genere..

domanda Cosa proporresti come iniziativa?

risposta  I produttori invece di guardarsi in giro vedono cosa fanno gli
altri e cercando di seguire l'onda affogando... perché ogni film ha
una vita unica che sopravvive solo con un sequel al massimo. Un'idea
sarebbe quella di mettere dietro un tavolo i 10 distributori
più importanti (e coloro che leggono per loro) e far sfilare 50 idee
in tre giorni. Ogni idea ha 15 minuti per essere raccontata attraverso
le parole di chi l'ha scritta, o attraverso delle immagini. Come si
vuole: 15 minuti di pitching sulle idee. 15 minuti per convincere chi
deve mettere i soldi in un progetto a farlo. Ma alla fine però si deve
fare!!! E si deve fare come dovrebbe essere fatto ogni progetto: 1) la
storia 2) il regista 3) gli attori ..altrimenti il cinema italiano
crollerà ancora...e si continueranno a fare i film che continuiamo a
dimenticare dopo un'ora dall'uscita della sala...


1 – DISTRIBUTION OR NOT DISTRIBUTION this is the problem?

 

Distribution or not. Non esistono più DA QUALCHE TEMPO, le mezze distribuzioni, soverchiate dai grandi circuiti, crollano subito; basta andarsi a vedere gli “incazzi” pardon incassi su Cinema d’oggi, ci sono distribuzioni che incassano in un anno 4-5000 euro, neanche i soldi per comprarsi un panino quotidiano: che dire?

I cortometraggi non hanno mercato, non se li filano neanche le tv, i documentari idem con patate fritte, a parte qualche argomento che suscita la morbosità popolare.

Il 50% dei lungometraggi prodotti in Italia è fuori mercato, si punta sui festival, ma con i festival on si mangia -dicono i toscani- le tv che spendono un sacco di soldi per servizi giornalistici spesso inutili non spendono un euro (staremo a vere con le quote) non voglio essere pessimista, pero’ si produce tanto per niente e quindi niente per tanti che ci rimettono i soldi, le grandi distribuzioni hollywoodiane dicono per farsi immagine, che distribuiscono film italiani DICONO bisogna vedere se poi lo fanno, il più delle volte fanno finta, e nonostante questo, con grandi sacrifici, piccole produzioni continuano a fare dei film, microproduzioni continuano a fare cortometraggi a josa, che possono essere distribuiti solo in qualche festival e in cui non si fa un euro perché i festival come piu’ volte ripetuto, non pagano.

Anzi devi pure pagare per farli iscrivere sti film. Anche facendo uno sciopero della produzione per 1 anno non si accorgerebbe nessuno, anzi gli fai pure un piacere, talmente sono prodotti di nicchia per pochi appassionati e familiari, il cinema invisibile è quasi sempre inesistente, anche se ognuno nel suo intimo ha la segreta speranza di essere lui il grande prescelto, che potrà camminare nei grandi pascoli del successo, che farà l’opera immortale e ci prova, intanto però tutti ci rimettono…dai poveri produttori che dopo due o tre film di questo tipo vengono guardati in cagnesco dalla banca, ai registi e attori promettenti non cagati da nessuno.

Che fare? Come diceva il grande Lenin? Una rivoluzione distributiva? Ma a chi gliene frega qualcosa? Ci sono alcuni autori come il Moroni che cercano di effettuare una distribuzione alternativa ad es. attraverso la pre-vendita dei biglietti, ma la maggior parte di queste iniziative sono solo idee pubblicitarie, non hanno nessun peso economico.E allora? E allora dai, le cose giuste tu le sai, diceva una vecchia e mitica canzone di Remo Germani dimmi perchè non le fai?

Ma noi che possiamo fare se non guardare lungo il fiume il cadavere che passa e se ne va.

 

 

 

1 – LE QUOTE, I PIRATI, LA DISTRIBUZIONE

Il D.M 22/2/2013 reca la normativa sulle quote obbligatorie di investimento per le reti televisive al netto di tgi, giochi, intrattenimento, pubblicità, ecc..Può essere una soluzione contro la rete dei pirati

Può essere senz’altro un’occasione ghiotta per le sorti del cinema indipendente a due condizioni:

  1. che la normativa non sia troppo complicata e di difficile attuazione e quindi sostanzialmente burocratica e di conseguenza facilmente eludibile; ciò dipende anche dalle difficoltà di alterare conteggi o di applicare sofismi di comodo che ne alterino gli scopi;
  2. che ci sia veramente la meritocrazia, cioè che la scelta delle opere cosiddette “originarie” non venga effettuata per amicizia e quindi sarebbero sempre i 3-4 produttori detti indipendenti a usufruire di tuta la torta, ma sia una scelta che si basa sull’originalità del film medesimo- a prescindere dal produttore – nelle sue 4 fasi: produzione, finanziamento, pre-acquisto e acquisto e quindi con L’ISTITUZIONE DI UNA SPECIE DI CONCORSO.

Solo in questa maniera potrebbero usufruirne anche quei produttori indipendenti che oggi si trovano in difficoltà sul lato distributivo perché i film indipendenti incassano poco, in quanto – come sappiamo -non entrano nei circuiti distributivi più importanti i quali sono gestiti in maniera da non dare spazio agli INDIPENDENTI VERI, che perciò devono accontentarsi delle briciole.

Molti di costoro, sono ormai convinti che non serva più farsi distribuire e puntano direttamente sul circuito dei festival internazionali per tentare una vendita estera che diventa però sempre molto problematica. Se si punta solo sui festival non c’è nessun ritorno economico se non d’immagine, per l’autore, mentre la distribuzione on line che poteva presentare un’utile alternativa al mercato theatrical, nella sua versione STREAMING, NON RIESCE ASSOLUTAMENTE A DECOLLARE, per la presenza di troppi prodotti piratati.

Sul versante della pirateria, Grillo, non ha mai dato il via libera alla Pirateria come afferma su “La Stampa” il presidente dell’ANICA (Assoc. dei Produttori) Riccardo Tozzi, che definisce l’Italia il “Paese dove il sostegno culturale alla pirateria è più marcato”. Grillo ha solo detto che bisogna ridurre i tempi dei diritti in sintonia con una dinamica sociale molto più veloce rispetto al passato, ma la socializzazione o meglio la condivisione di contenuti, se riguardano dei film in cui ci sono dei produttori e detentori di diritti viene tutelata a livello di sfruttamento, quindi condivisione si, ma non gratuita. Sostanzialmente la forma-merce si applica a tutti i film professionali mentre i video “non commerciali” quelli dilettanteschi, possono essere socializzati dal web. Ricordiamoci che in streaming (sarebbe come se fosse un noleggio) non si paga più di € 3 per 24-36 ore, meno quindi dell’affitto fisico di un DVD.

 

 

1 – UNA DISTRIBUZIONE REMUNERATIVA PER IL CINEMA INDIE

Lo constatiamo ogni giorno con i nostro occhi quanto sia prolifico il cinema indiE ITAliano, ce ne siamo accorti anche ai vari festival, ce lo dicono gli autori di documentari, che vengano premiati a più riprese, eppure questi film spesso autoprodotti, più spesso finanziati almeno in parte dal Mibac, vivono una realtà separata come è quella dei festival, non riescono cioè ad essere distribuiti come meriterebbero se non in qualche sparuta sala d’essai.

Tanto s’è detto da parte di tutti gli organismi istituzionali, sindacali ecc, tanto poco s’è fatto, come parole gettate al vento perché poi la politica dell’inedia prevale sempre…e allora diciamolo senza pretendere di dire verità ultime o penultime, anzi scoprendo l’acqua calda vicino ad una fonte termale: se vogliamo, come pensiamo, far uscire questi prodotti in sala bisogna mettere in piedi con urgenza un circuito alternativo di distribuzione che sia nello stesso tempo anche remunerativo, che non venga lasciato alla fantasia di qualche autore quando deve distribuire il suo film (inventandosi, per creare un po’ di pubblicità, un presunto circuito nato col suo film e che morirà presto col lo stesso), ma che possa invece veramente attecchire .

Ora noi abbiamo un sacco di monosale ubicate nei centri storici delle città che si trovano in difficoltà e quindi sono costrette a chiudere per il “cannibalismo” esercitato da tutte quelle multisale di periferia che invece di attirare nuovo pubblico (magari di periferia) l’hanno sottratto ai cinema dei centri storici, probabilmente perché fuori c’è più parcheggio e servizi.

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

 

E’ proprio con queste sale del centro storico che invece si potrebbe ricominciare a sviluppare una logica del discorso che abbia un senso condiviso, naturalmente queste sale per far uscire i film indipendenti avrebbero bisogno anche di un qualche ausilio statale, una certa promozione, una sinergia fra i vari soggetti che operano nell’istituzione cinema, pensiamo al Mibac che finanzia dei film e poi non si cura della loro distribuzione (se non in maniera marginale) e pensiamo nella stessa logica del discorso, ai vari festival italiani come Santa Marinella Film Festival, Il Cinema Indipendente di Foggia, Il Gallio Film Festival, quello di Lodi e di Busto Arsizio, Imaginaria, Amidei, Clorofilla, Mantova Film Festival, Est Montefiascone che premiano le opere prime e seconde e il cinema invisibile, trovandosi a svolgere un’attività utile e culturalmente necessaria di scoperta di una cinematografia considerata a torto marginale, come se il cinema indipendente fosse in effetti un luogo distaccato del cinema italiano e assimilabile ai film africani e dei paesi dell’est che si scoprono solo nelle varie rassegne.

Questi festival possono avere una funzione trainante e importante per la valorizzazione del cinema indipendente e un trampolino di lancio mediatico per quei film che riscuotono l’interesse del pubblico, se questa sinergia tra i festival, le sale cinematografiche dei centri storici e il Mibac con l’aiuto di altri soggetti come le associazioni di categoria, potrebbe partorire non un topolino, ma mille topolini e così far distribuire almeno quei film segnalati o vincitori di premi, si avrebbe la possibilità di garantire una uscita almeno di questi film, e quindi il pubblico potrebbe vederli, allora si che ci sarebbe più attenzione verso il cinema indipendente italiano e l’investimento fatto servirebbe a rilanciare il cinema nazionale, lasciamo le multisale di periferia al cinema Usa o a quello con grande promozione, mi riferisco soprattutto alle commedie italiane e lanciamo il made in italy nei centri storici, tutte quelle opere autoriali documentari, cortometraggi, sperimentali segnalate dal circuito di festival dando uno sfogo necessario all’autoproduzione.

Provare questa strada vorrebbe dire sviluppare finalmente un percorso completo e mantenere la diversità dei linguaggi nel cinema arricchendola al punto tale che anche il cinema d’essai potrebbe trovare un suo spazio di pubblico, si tratta di mettere insieme un’attività che molti svolgono in maniera separata

 

 

1 – QUOTE O QUOTICINE CINEMA

Si era parlato qualche giorno fa che le quote-QUOTICINE  del cinema italiano nelle televisioni a rilevanza nazionale e quindi non solo Rai, avrebbero risollevato le sorti del cinema nostrano a patto che il cinema dei poteri forti lasciasse un minimo di spazio anche al cinema indipendente che ha molto spesso una capacità di “verità” superiore rispetto ad un cinema di successo, però ci si mette di mezzo il PDL che cura gli interessi di Mediaset a proporre una gradualità di queste quote e un’ulteriore riduzione della percentuale, già di per sé minima (il3%).

Vincenzo Vita senatore del Pd parla di colpo di mano da parte della commissione cultura del Senato, a maggioranza PDL dello schema di decreto ministeriale sulla riserva di quote nella produzione e nella programmazione delle emittenti televisive, di opere cinematografiche di espressione originale italiana, da sempre al servizio del suo padrone e alla difesa di Mediaset.

Per ossequiare il suo padrone Mediaset che non vuole nessun tipo di vincolo, ecco che il PDL è contrario ad aiutare la cultura italiana, quella che Tozzi chiama una politica industriale per la cultura: “ un ventennio di degrado di tutti gli aspetti della vita sociale ha condotto l’Italia alla depressione economica e psicologica: La cultura è la principale risorsa potenziale per risollevare le energie del Paese. La sola in grado di generare al tempo stesso crescita economica e civile

Della cultura a Mediaset (diciamocela tutta) gliene può fregar di meno, certo vuole fare quello che vuole senza vincoli, in quanto la sua natura non è quella di TV PUBBLICA ma commerciale, però non la si può considerare solo quando fa comodo TV DI RILEVANZA NAZIONALE  perché esprime anche degli interessi pubblici, eppoi dovrebbe essere un discorso di buon senso dare la possibilità di produrre dei film indipendenti e non solo quelli di grande successo internazionale e questo per aiutare anche l’economia nazionale e aumentare i posti di lavoro nel settore della cultura.

Parole al vento perché a Mediaset non importa proprio niente di noi, visto che ha sempre esaltato il cinema americano esterofilo, preferisce piuttosto comprare i film Usa in pacchetti per poi fare certi giochetti che sappiamo tutti per i quali Berlusconi è finito sotto processo, anche se lui a sua discolpa ha detto che era un comportamento diffuso e che le stesse pratiche le faceva la Rai, quando comprava i film in America.

Ecco perché, sottolineo, non bisogna votare chi non ci considera, se non vogliamo darci una zappa elettrica sui piedi. Molti ci criticano che così siamo reazionari perché puntiamo ad una cultura identitaria, ma se l’alternativa è la cultura della pubblicità ovvero di contenuti tutti uguali in tutti i paesi del mondo che esaltano la mercificazione dei nostri sensi, tutto ciò rappresenta il fallimento della cultura è l’esaltazione della volgarità e della regressione, ma loro ti ridicono che la tv è commerciale e possono mettere i contenuti che vogliono, o cmq quelli che vanno per la maggiore, potrebbe essere però che anche il cinema indipendente può attrarre interesse se esprime dei problemi intorno ai quali c’è il rispecchiamento del pubblico.

Noi diciamo: proprio perché le tv di Berlusconi sono di rilevanza nazionale devono soggiacere a delle regole di concorrenza verso la Rai, forse è troppo difficile capirlo.

 

 

1 – QUOTE “CINEMA CON LATTE ALLE GINOCCHIA” parte terza

Ai piccoli produttori indipendenti stanno venendo il latte alle ginocchia perché le quote cinema sono in mano ai pochi mentre le tv non le vogliono

 

Però bisogna stare attenti adesso perché i poteri forti del cinema quelli che già si procurano tutte le antenne di sto mondo vorrebbero mangiare solo loro e a te caro  indipendente non lasciarti niente, neanche le briciole, ANZI DICONO CHE LORO SONO gli  INDIPENDENTI, così si prendono tutte le quote cinema e a noi ci fanno venire il latte alle ginocchia, hai capito sti furbacchioni.

Una preghiera quindi anche alla Rai, cercate  di trattare tutti i progetti con pari dignità e non invece mandare avanti solo quelli raccomandati, questo è fondamentale anche per il rinnovamento dei linguaggi e perchè la Rai non diventi decrepita, quindi “faccia” vivere non solo i grossi, ma pure i piccoli indipendenti se presentano dei progetti interessanti, anche se non sono raccomandati dal politico di turno (pari dignità).

Naturalmente presupposto di tutto è che i progetti vengano letti dentro una struttura organizzativa che funziona e ci sia una scelta professionale e non di altra natura.

Ci sono tanti che sono stati messi dentro dai politici e non fanno niente dalla mattina alla sera, possono essere coinvolti in lavori socialmente utili anche all’interno della Rai.

E dare almeno un servizio di lettura efficace (parlo dei progetti che vengono ammassati senza essere letti per mancanza di personale (che lavora).

Caro Tozzi non dobbiamo metterci in ginocchio e chiederti solo le briciole, cerca di essere magnanimo e lasciare un po’ di spazio nella tavola anche agli indipendenti, perché come diceva un napoletano criticando la politica dei leghisti, tutti hanno diritto a “mangiare”.

Qualche giorno fa il giornale “Libero”, da impegni di natura culturale, che mantiene una linea aggressiva e quindi spara un sacco di c…avolate, a cura di Francesco Borgonovo, ha scritto un articolo sarcastico contro i “cinematografari”

In sintesi diceva con un tono molto sottile: “ma volete i soldi!? Così gli italiani devono finanziare pure i vostri cinepacchi”: Caro Borgonovo finanziare i giornalisti è opera buona e giusta per fare quegli inutili e tutti uguali talk show per propinare una pseudo informazione spettacolare? Insomma siete un po’ egoisti eh! Volete tutto voi e poter quindi guadagnare begli stipendi, bravi si vede che siete magnanimi.

E invece di questa torta che vi mangiate avidamente, bisogna dare una fettina anche agli indipendenti e non solo far vivere i grossi cinematografari e i grossi giornalisti, non conviene con me? E SE NON CONVIENE A LEI FORSE CONVIENE A ME.