1 – FILM COMMISSION, CINETURISMO, DECENTRAMENTO

IL CINEMA TERRITORIALE PUNTA SUL CINETURISMO E IL DECENTRAMENTO DELLE RISORSE

Il cinema hollywoodiano parte dal centro del mondo per penetrare in tutti i territori di fruizione del prodotto filmico, quindi  per andare anche verso i multiplex italiani di periferia, in effetti il cinema Usa miete successi soprattutto nelle periferie, vuoi per la sua spettacolarità, vuoi per la maggiore facilità di impatto visivo, vuoi per la ricchezza delle scenografie e delle inquadrature, vuoi per le storie che creano miti ed eroi, il pubblico vede molto di più il cinema americano che quello italiano, i film italiani annoiano dice qualche spettatore filoamericano: c’hanno questo modo di raccontare un po’ intellettualistico che la gente si addormenta facilmente.

Sarà vero? Ma nelle periferie DEL CINEMA NAZIONALE esistono anche  le film Commission REGIONALI  che dovrebbero valorizzare il cinema nostrano, cinema che rimane lontano dalla stragrande maggioranza dei  giovani quasi tutti filoamericani. Le Film Commission finanziano anche  le fiction che vengono trasmesse in Tv .

A mio parere  dovrebbero essere al centro di un disegno strategico di promozione di un cinema territoriale dove il Mibac non finanzia più i singoli progetti (peraltro dando pochi soldi) ma al suo posto dovrebbero prendere forma delle commissioni estese nelle mega regioni.

Una tesi che ho già sviluppato in altri articoli, cioè il Mibac dovrebbe svolgere solo funzioni relative alla richiesta di interesse culturale, al visto censura e a tutto lo sviluppo burocratico di un film mentre per i finanziamenti dovrebbero esserci delle commissioni delocalizzate: Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo improntate al principio della concorrenzialità tra loro:  chi lavora meglio attrae più progetti in quel territorio,  cioè se i progetti vengono selezionati in base al principio della meritocrazia e non per protezioni politiche faranno si che alcune commissioni siano considerate migliori di altre e attirino più domande e poi se fossero in sinergia appunto con le Film Commission e i finanziamenti  locali grazie anche al tax credit esterno, che assume una grande importanza per chiudere i cosiddetti “pacchetti”, si creerebbero dei film che quantomeno potrebbero cmq avere un loro pubblico locale e soprattutto la possibilità di far vedere luoghi turistici, il fenomeno del cineturismo, da lanciare, sarebbero film a low budget di carattere indipendente che però sono il frutto di un investimento sul territorio di  risorse private e risorse pubbliche, un mix fruttuoso in grado di svolgere anche una funzione di traino culturale valorizzando luoghi e linguaggi che altrimenti rischierebbero di andare perduti o dimenticati, naturalmente non si vuole adesso costringere a recitare in dialetto stretto.

Da un punto di vista produttivo poi trovando le necessarie coperture a livello locale sarà più facile coprire i costi e tentare, se il film ha un certo successo territoriale, il lancio nazionale e in qualche caso internazionale.

E quindi la possibilità di valorizzare meglio tanti prototipi. Le fiction invece essendo un prodotto televisivo dovrebbero essere pagate dalle Tv perché non esaltano lo spirito indipendente, naturalmente le film commission possono valutare anche se finanziarle, ma ritengo che prioritariamente gli investimenti debbano andare al cinema.

 

 

1 – LA PIRATERIA I SOLDI CI PORTA VIA

Soldi soldi soldi saldi solidi.  Marco Polillo presidente di Confindustria Cultura Italia (cci) ci dice a proposito della pirateria in rete, che non ha nessuna intenzione di ridurre la rete, o violare la privacy degli internauti, né staccare la connessione a chi si scambia file online, non vuole alcuna forma di censura né filtri, ma colpire chi ci guadagna con i film di cui non è proprietario.

Giustamente perché si appropria dei diritti che non ha pagato, il suo è un ragionamento un po’ machiavellico rispetto a coloro  ( i massimalisti della rete) che non vogliono intrusioni di qualsiasi natura, ma ci sta, perché certi intellettuali da strapazzo hanno rilanciato, dicendo che non si può limitare la rete con l’attività antipirateria.

Quindi Polillo riafferma che noi siamo con la rete e per la rete, solo che..c’è un che, che la condivisione deve riguardare materiale non coperto da copyright (t’è capi). Ma arrivano in massa i pirati teutonici, noo, noi dobbiamo condivvidere qualziasi coza non ci interezzano i diritti di chi e coza. Wir willen, noi vogliamo condividere gratis anche i contenuti a pagamento!Cazzo!. Polillo sembra assorbire la botta e replica: va bene, tutta la condivisione che volete, però, però, noi (istituzionali) dobbiamo colpire quelli che si arricchiscono indebitamente.

Colpire quelli,  per i pirati vuol dire ridurre drasticamente i film in rete, sind sie file catzen e quindi per noi piraten ist una jattura. Ma no, noi non vogliamo colpire il singolo pirata, replica paziente Polillo, che lo fa per se, ma solo chi lo fa con caratteristiche imprenditoriali.

Qual è il compromesso politico di tutti questi ragionamenti: Che su Internet può girare tutto quello che si vuole, però se io proprietario di diritti vedo un mio film piratato, ho il diritto che questo venga, cancellato mentre gli altri (anche se piratati- ma nessuno fa la denuncia( sono morti) – possono girare liberamente )Risulta essere un compromesso un po al ribasso per gli autori.

La rete sarà sempre infestata di prodotti piratati e perché la rete dovrebbe pagare un mio film, devo avere qualcosa di eccezionale per cui la gente lo deve vedere a tutti i costi.

Anche la Siae (IL Sole 24 Ore del 30.5.2013) vuole poter dire la sua (però è da troppo tempo che parla senza aggiungere niente) cmq vuole proporre una nuova procedura di Notice And Take Down che consiste nel coinvolgere l’ Agcom ad intervenir suoi contenuti diffusi illegittimamente sui siti, allo scopo di una loro rimozione in poco tempo e coinvolgendo anche siti collocati all’estero.

Ce la farà a concludere qualcosa la Siae oltre alle chiacchiere negli alberghi di lusso con grandissime paghe ai loro dirigenti? Per me le chiacchiere stanno a zero.

Ancora IL SOLE 24 ORE intitola 30/5/2013: UN FRENO AI PARASSITI ONLINE in cui Fedele Confalonieri lancia l’accusa contro gli operatori di oltreoceano che sfruttano contenuti altrui.

Un freno ai parassiti on line, cioè Mediaset chiede un risarcimento di 500 milioni di euro contro You Tube – You Lader, Tribunale di Roma, nell’ambito della convergenza tra Tv e Internet per la ricerca di soluzioni concrete, perché secondo Confalonieri c’è stato un drenaggio ingente di risorse dai produttori di contenuti ai beneficiari delle tecnologie d’oltreoceano e alle loro rendite parassitarie di internet.

Questa è una accusa grave, vuol dire in sostanza che solo gli Usa fanno soldi con Internet e noi non ci guadagniamo un cazzo, altro che investimenti come dicono i beati politicanti dell’Anica, qui non si raccoglie un euro con Internet, essendo noi la provincia dell’impero, i soldi si fanno in centro.

Andiamo oltre, e da un punto di vista giuridico che si dice? Emilio Tosi parla di inadeguatezza normativa del contrasto alla pirateria digitale, si parla della responsabilità degli Internet Hosting Provider che secondo alcuni non ci dovrebbero essere, vedi direttiva CE 31/2000, CI VUOLE UNA ARMONIZZAZIONE ORIZZONTALE A LIVELLO COMUNITARIO DELLE PROCEDURE DI NOTICE AND ACTION PERCHE’ OGNI PAESE UE NON VADA PER CONTO SUO.

In definitiva l’Agcom non deve avere una sola funzione regolamentare e di vigilanza, ma anche essere ordinatorio, accertativo e sanzionatorio, solo che la legge è debole e non ben definita, per cui l’Agcom manca di poteri sanzionatori, in altri termini il livello normativo non permette di lavorare molto per bloccare la pirateria, quindi alla fine ha ragione Polillo: “facciamo un compromesso ma molto blando senza limitare la rete, per carita!”.

In questo contesto è impossibile (secondo me) che qualcuno paghi per vedere un film in rete, visto che ne vede di tutti i tipi gratis a meno che noi avessimo fatto un film impiratabile (in straming) in cui in primo piano riprendiamo una attrice di Hollywood di grande fama che si faccia sodomizzare direttamente in macchina. Non dico il nome per rispetto. E allora se cercheranno spasmodicamente quel film al punto da non dormirci la notte, e non sarà stato piratato per vederlo anche male, allora e solo allora qualcuno pagherà senza se e senza ma anche con la carta di credito on line per soddisfare la sua curiosità. La cosa naturalmente vale anche al maschile.

 

 

1 – LA SACHER FILM CHIUDE/2

Secondo Pedro Armocida (Il Giornale) è un tipo di cinema quello distribuito dalla Sacher Film, che non sopporta il mercato o forse un mercato che non sopporta un certo cinema, “chiuso” ormai dalle 7 Sorelle Usa e dai 2 circuiti italiani.

Insomma se il prodotto attira poca attenzione bisognerebbe fare uno sforzo promozionale, ma il rischio è che si spenda e non si incassi.

Il problema è che si ridisegnano una mappa di sale sempre più periferiche il cui pubblico esige contenuti spettacolari mentre quelle del Centro Storico secondo l’articolista potrebbero attrarre film “d’essai”. Ma non è così perché anche in centro storico si tende a far vedere gli stessi film delle Multisale: “già ci viene poca gente – ti dice il gestore – se non metti quelli “famosi”, cioè quelli altamente spettacolari, non ci viene più nessuno”

Ecco perché riprendendo Gianni Canova su 8 ½ LA COMUNICAZIONE E IL MARKETING SERVIREBBERO DI PIU’ per questi film diciamo più svantaggiati, ma i costi dovrebbero essere divisi tra tanti film da distribuire per essere contenuti, cioè una promozione su scala industriale. Però giustamente dice il nostro Pedro che anche lo spettatore dovrebbe essere un tantino più curioso. Quando si abbassa il clima culturale-ideologico diventa più difficoltoso catturare l’attenzione del pubblico sempre più oggetto della concorrenza feroce di svariati media che se lo contendono.

 

1 – LA SACHER FILM CHIUDE

E’ di questi giorni la notizia che anche la SACHER FILM  (LA DISTRIBUZIONE CINEMATOGRAFICA DI NANNI MORETTI) chiude.

Evidentemente il cinema di qualità avrebbe bisogno di più attenzione mediatica, ma non ci sono più gli uffici stampa di una volta, adesso c’è una catena di montaggio industriale dei film, di loro si parla solo una settimana prima che escano e se il soggetto funziona anche per circostanze relative al presente, come le mode, le chiacchiere in, i miti del momento, il film può incassare altrimenti no.

Però per i film iraniani, cecoslovacchi e bulgari c’è qualche problema più evidente: il film dovrebbe essere importante da vedere per un argomento che è essenziale nel panorama della nostra vita culturale di oggi, il problema è che se non c’è questo panorama tutto rimane sottotraccia o altrimenti ci dovrebbe essere un buon ufficio stampa che si inventa qualcosa pur che se ne parli e che quindi fa scrivere i giornalisti suscitando una certa curiosità magari adoperando anche argomenti scandalistici o di basso profilo, altrimenti vista la tanta offerta filmica la domanda, (il pubblico) si posizionerà sui film considerati + “mitici”.

Come dice il famoso regista Sodebergh dopo l’11 settembre la gente vuol evadere dalla propria realtà asfittica considerata spesso un carcere a cielo aperto e rifiuta quel film + profondo e anche più intellettuale perché tanto la realtà confina gli intellettuali nell’accademia.

1 – INTERNET E TV

Internet e tv, la televisione è un elettrodomestico e Internet un ecosistema di isole da circumnavigare, insieme faranno grandi cose e rivoluzioneranno l’elettrodomestico? Per sua natura laTv è unidirezionale, i suoi programmi vengono definiti dall’alto e direzionati verso il basso, il pubblico li recepisce in posizione passiva, e se non ne viene coinvolto può snobbarli grazie al telecomando o spegnendo il mezzo.

In internet invece l’internauta viaggia in maniera orizzontale e approda su tante isole che non hanno nessun rapporto gerarchico tra di loro mentre i contenuti sono spontaneamente sviluppati dal basso senza bisogno di autorizzazioni o di vincoli politici.

Ritorniamo alla Tv: parlando dei contenuti televisivi, Gori – non quello di Addio Lugano Bella – afferma che è il pubblico che fa la Tv attraverso l’audience, ciò che costituisce una balla colossale, il pubblico televisivo è passivo, è solo capace di ricevere i contenuti che vengono decisi dalle stanze di potere, se in prima serata un tempo mettevano una trasmissione come l’Approdo certo tutti scappavano via inorriditi, invece oggi puoi cambiare canale, alla disperata trovi sempre qualcosa su cui addormentarsi.

L’audience è un indice di gradimento ma il pubblico può essere interessato a contenuti che (per il suo bene) è meglio che non veda e chi lo decide è l’autorità che presiede ai programmi, che se vogliamo può manipolare anche l’interesse dello spettatore, le fiction devono avere determinati schemi di senso e avere per eroi dei tutori dell’ordine pubblico o dei personaggi istituzionali.

Probabilmente se si producessero storie diverse l’indice di gradimento salirebbe ma si devono mettere al centro delle storie rassicuranti, questo tipo di pubblico non è esigente e si accontenta facilmente basta che i programmi non siano troppo stucchevoli.

Gori – non l’avvocato di cui sopra – afferma inoltre che la Tv commerciale ha saputo registrare i desideri degli italiani, ovvero i contenuti ideali dove piazzare la pubblicità di prodotti. Cmq il futuro della Tv è la rete che dovrebbe ovviare a questo autoritarismo insito nella scelta e prodigarsi per una maggiore condivisione delle trasmissioni fino a giungere a una TV interattiva. La Tv italiana ultimamente si è risollevata da una crisi di visibilità da parte soprattutto delle giovani generazioni.

A sentire “Il Giornale” del 3.1.2013 nel 2012 c’è stato un trionfo degli ascolti televisivi, non solo quindi non è morta la Tv, ma gode di ottima salute considerati i dati Auditel che costituiscono un criterio di gradimento nato nel 1986, anzi l’articolista Laura Rio ci dice che la gente preferisce la Tv che andare al cinema, grazie al cavolo non costa niente o quasi rispetto al cinema in tempi di crisi, sono i canali tematici che attirano più gente e la loro diversa modalità di fruizione (su smartfhone e sul tablet) e poi la Tv è sempre più interattiva attraverso i commenti e le critiche, quindi l’ascolto si fa più attivo soprattutto quando è a pagamento (vedi Sky TV- Xfactor).

Quindi la Tv fa una concorrenza spietata al cinema quando è di qualità per la presenza di tutte quelle serie Tv amate, “cult” anche perché il cinema italiano dei cinepanettoni risulta sempre più scadente. Mentre il cinema è per i giovani, le serie Tv sono per gli adulti. Serie Tv come Lost, Breaking Bad e Homeland fidelizzano uno spettatore meno motivato ad andare al cinema: le serie Tv si possono condividere anche tra amici a casa, soprattutto se i cult veri non sono più i film ma le serie Tv, sperimentali, complesse ed epiche, drammatiche, corrosive e comiche (art. Eco di Bergamo 04/01/2013), stiamo parlando di serie come In Treatment , 24, The Wire, Last Resort, Band of Brothers, The Pacific, I Soprano, Boardwalk Empire, Breaking Bad, The New Normal o Misfits, 30 Rock, Glee, di produzione usa, inglese, canadese.

E l’italia è rimasta al palo ancorata ai vecchi modelli anni ’50: Recupererà, speriamo di no, così la gente continua ad andare al cinema.

Infine è di questi giorni la notizia della trattativa tra Rai e You Tube per portate in maniera massiccia la Tv di Stato in Internet anche se la Rai ha concesso i diritti Rai ad un prezzo troppo basso, secondo Gubitosi (art. di Massimo Sideri Corriere della Sera del 16/05/2013) mentre la raccolta pubblicitaria in Tv la fa ancora da padrona in termini assoluti su 1,594 miliardi raccolti nei primi tre mesi del 2013, 905 milioni restano al grande schermo anche se con un crollo di quasi il 20% rispetto all’analogo perido del 2012.

 

 

1 – IL CINEMA AFFONDA PER CARENZA DI IDEE?

                       FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

O sono le idee che affondano per carenza di cinema nel senso che manca un cinema capace di esaltarle? e CHE  INTANTO AFFONDA

Girotondo Intanto vediamo se le sale cinematografica hanno  un futuro?

Se lo chiede Pedro Armocida su Il Giornale  che gira la domanda a Verdone: “in tempo di crisi è dura per chi guadagna solo 900 euri pagare un biglietto, al secondo posto ci metto la pirateria che dà al sistema un’altra botta da novanta: in Italia appena affronto l’argomento mettono sotto attacco il mio sito,” ribadisce che risulta essere lui, il più scaricato d’Italia a livello di download illegale.

Il terzo elemento di criticità continua Verdone è di natura psicologica, la crisi economica genera un clima di depressione: “eppoi basta con questi film di vacanze, c’hanno stufato, (bisogna lavorare! ndr) almeno i miei vanno all’estero, ma gli schermi oggi entrano nelle tasche sono sempre più piccoli e tecnologici (IPAD?! di fatti non si vede niente ndr) mentre le sale spesso sono brutte, sporche e cattive”.

Questo risulta leggendo l’articolo. Una risposta certa sul futuro delle sale quindi non c’è, anche se continuo a pensare che quando vedo un film in Tv mi distraggo, perché la musica disturba i dialoghi, mentre il grande schermo mi attrae e mi assorbe, mi suscita più emozioni. Ma il cinema affonda per carenza di idee, ad affondarlo sono gli stessi “cinematografari” quando vogliono continuare a propinare con confezioni di serie A filmetti “digestivi” che non hanno nessuna possibilità all’estero.

Dovrebbero capire che se non li vendi all’estero è meglio che non li fai neanche in Italia, ma siccome da noi la farsa ha sempre avuto una attrazione popolar- contadina dai tempi degli antichi romani, si continua ad insistere sul genere filmico perché si incassa quel minimo per resistere. Le idee ce ne sono, non è che in Italia siamo cretini, ma vengono rubate (in maniera sofisticata, alla faccia dell’industria), quindi più che la carenza è più vero che c’è poca varietà dell’offerta, (non è vero, secondo Barbagallo).

Allora vediamo cosa dice Valerio Cappelli sul Corriere della Sera del 29/12/2012 intervistando Tornatore secondo il quale il cinema italiano è monocorde, si può, dice il grande regista, puntare anche sul cinema d’autore lo dimostra l’ultimo film suo che ha incassato più di tante commedie, ma ti rispondono Tornatore è Tornatore, lui può fare ciò che vuole, va be’, ma dov’è tutta sta offerta diversa, c’è il cinema d’autore, ok, bisogna anche lì distinguere in una specie di gerarchia tra i nomi storici e quelli attuali, lo spettatore medio non premia tanti film diversi da questi autori storici fa eccezione l’ultimo film di Maria Sole Tognazzi, insomma è un casino muoversi e se si facessero i melodrammi realisti, le storie popolari proletarie meno autoriali ma più vicine alla gente che succederebbe? Quelle le vedi in Tv ti dicono, non c’è bisogno di andare al cinema. Sarà vero? O come dice Iacchetti sarah ferguson. (anche se c’è un problema con i neri)

 

1 – LA COMMEDIA MEDIA E I FILM INTERROTTI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

La casta del Cinema è formata da quei tre-quattro produttori che di solito fanno leggere le sceneggiature ad amici e amanti e che riescono a creare, poiché ne hanno un potere, una confezione media però d’alto profilo, una confezione di serie A.

Le sale sono in mano alle 7 sorelle Usa che fanno finta per immagine, di distribuire qualche film italiano e da due grossi circuiti italiani (uno Medusa e l’altro Rai), sono loro che riescono a lanciare i film medi o mediocri e a farli cmq superare il milione di euro, grazie al loro potere sulle sale cinematografiche, un potere che nessuna piccola distribuzione può avere.

Gli indipendenti raramente accedono a quella confezione e devono accontentarsi di distribuzioni medie, medio-basse ovvero basse.

Ma se un produttore indipendente pensa di avere tra le mani finalmente una sceneggiatura importante e la fa leggere a questi grossi produttori-distributori per una coproduzione e/o una confezionedi serie A), finiscono in mano ad amici e amanti (persone incompetenti) con grande frustrazione di chi vuol fare progetti importanti, poiché i flussi dal basso verso l’alto sono intasati, interrotti e sono puramente formali, dove vige quella paternale anche se non espressamente detta: lasciateci fare a noi i film importanti che li facciamo bene.

Poi viene un incerto Giacomo Ferrari da “Libero” dell’ 1/5/2013 a dirci che noi italiani non sappiamo sceneggiare e non c’è chi sappia prendere il testimone dei grandi maestri e siamo condannati all’aurea mediocritas e se era partito dicendo che noi italiani non sappiamo sceneggiare, finisce col dire che i grandi come Rossellini potevano fare a meno delle sceneggiature, anche se Kubrick, Spielberg e Peckinpah pure loro maestri, non partivano se non avevano sceneggiature di ferro. Insomma cosa vuole dire non s’è capito.

Poi le commedie alla Vanzina.

In una intervista (Il Giornale dell’8.1.13) Enrico parla dei segreti del cinema popolare: “anche noi siamo diventati stracult, ci studiano all’università, gli esercenti di tutta italia ci hanno telefonato per comunicare che il film (l’ultimo) piaceva alla gente, anche se i numeri a volte giocano brutti scherzi, a volte i film brutti fanno soldi, però nessuno andrà più a vederli (?!?)

Diciamolo il grande sconfitto è il cinema d’autore” e continua affermando che la commedia all’italiana la fanno in pochissimi ed è un genere che ti restituisce la tua identità, ed è l’unico spazio che ci lascia il cinema americano.

E poi Enrico Vanzina se la prende con l’assistenzialismo della Rai che produce troppi film d’autore perché in Italia non si considera il cinema un’industria mentre all’estero si promuovono film che non ci rappresentano. Ma una domanda viene da fare a Vanzina: come mai queste commedie, le sue e di pochi altri all’estero non vendono, a differenza delle commedie dei grandi autori anni 60 e 70? Di che tipo di industria parla?

E allora vista la conformazione del mercato italiano, nel quotidiano L’Avveniredel 4/5/13, Emanuela Genovese ci dice che insomma “non ci resta che ridere? Francesco Bruni di 100 autori le risponde: perché oggi la commedia si snoda solo attraverso le parole chiave dell’intrattenimento e della spensieratezza, però rimane sempre più superficiale con attori macchietta che non cambiano mai mosse e faccette e storie e personaggi che guardano troppo al successo facile e veloce.

Lo ribadisce anche Michele Anselmi, e Paolo D’Agostino parla di storie condannate alla semplificazione e alla scorciatoia: il film vengono costruiti con la struttura della farsa.

Per finire Fabio Ferzetti sottolinea il fatto che le nostre commedie sono contenitori ricchi ma artificiosi e con poca vita.

Insomma dai critici si dice che in Italia c’è solo la commedietta e quella degli anni 60-70 è completamente scomparsa.

Questa è una panoramica dalla quale si possono trarre utili conseguenze: BASTA CON LA COMMEDIA MEDIA

  1. che il cinema vero è in mano agli Usa;
  2. che noi però possiamo fare commedie medie per divertire;
  3. che queste commedie medie sono in mano ad una élite o casta che dir si voglia;
  4. corrispondono ad una specializzazione produttiva del cinema a livellodi mercato globale;
  5. che non funziona il mercato italiano perché non premia la qualità, ma la confezione;
  6. che il cinema indipendente non vi accede e quindi non esiste;
  7. che l’art. é stato scritto da giancarlo sartoretto
  8. ah si e chi sse ne frega nun celo metti?
  9. basta con la casta e la commedia media media media media media media media media media media

1 – IN ITALIA SI FANNO TROPPI FILM

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In Italia si fanno troppi film.

Mi dispiace ma questa è la verità ci dice Michele Anselmi, e se fosse invece una bugia perché la gente faccia meno film e quindi lui debba lavorare di meno come critico? Non lo so, dipende se lui guadagna un tanto ad articolo, o invece ha un fisso a prescindere.

Che tristezza sentire un apprezzabile giornalista venduto ai poteri forti: “però bisogna magnà’!” per cui il cinema è una cosa aristocratica decisa dall’alto da pochi, protetti, paraculi, che sembrano urlare dai loro scranni contornati da giornalisti accondiscendenti: “il cinema è nostro e lo facciamo noi! Cazzo volete voi! Il cinema Indie? Cioè indigente? E vi pare bello, noi gli diamo una dignità…è’ cosa nostra! I soldi dei finanziamenti pubblici ce li dobbiamo pappare, anzi poppare noi, già il Mibac vi dà troppo spazio, ma quali talenti, non abbiamo bisogno di nessuno, siamo autarchici, noi siamo il cinema e voi… non siete un cazzo.

Ordine, gerarchia e disciplina, una cittadella fortificata che ti rassicuri ogni mattina, noi siamo inespugnabile. Prima vengono quelli che incassano (anche se sono filmetti) l’importante che se ne parli bene, assoldiamo un po’ di critici che sui film parlino d’altro, gli diamo un piatto di minestra, ma chi vi credete di essere?

Prima le nostre commedie, poi gli autoriali storici (gerachia) poi il documentario autoriale e poi l’élite. Ma come non lo sapete che la democrazia è elitaria, prima noi e poi…che cazzo volete voi!”

Ma anche tu Anselmi – figlio loro – citi tre film che non hanno incassato niente nel tuo articolo del 5 maggio su Ciak, ma se avevano una confezione distributiva di serie B come potevano incassare? Riccardo Tozzi da grande paraculo dice, riportato da Anselmi: ci sono film che non devono proprio andare in sala, (solo i miei lo possono fare) e aggiunge: trovate altre alternative e non ci rompete, come se fosse facili trovare delle alternative remunerative (è qui la presa per il culo). Il problema è che non si vuole toccare il tetto dei film americani per cui Anselmi arriva a dire una di quelle cazzate cosmiche, che ve la riporto per registrazione storica: “il fatto (non quotidiano) è che molti di quei 166 film girati nel 2012 (italiani) un senso e un obiettivo (Audite! Audite!) proprio non ce l’hanno.

Spesso sono impuntature stanche, scommesse a perdere, prototipi scalcinati. Che nessuna tv, quote o non quote, manderà mai in onda. Neppure alle 3 di notte” Questo è un giornalista che non ha mai capito un bel niente di produzione e che si permette senza aver visto molti di questi film, di dire che non valgono un beneamato…o beneamata… Ma va a vanculo va! Se uno fosse onesto direbbe che non capisce bene come funziona la macchina del cinema oggi, che è tutto più complicato rispetto alle fette di mercato, no lui giudica e pregiudica dall’alto: ma rivà a fanculo!

Mi fermo qui perché ho esaurito tutte le infioriture a disposizione. www.vaafareinc.it;

 

 

 

1 – POCHI, PROTETTI, PARACULI

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Le scuole di cinema distribuiscono sogni a pagamento da veri paraculi.

Proliferano le scuole di cinema che fanno un discreto business illudendo i giovani che si può fare cinema, che ci sono i produttori, quando il cinema da anni è un settore chiuso che non fa filtrare talenti, un mercato ristretto compreso quello della fiction in cui molti generi di film in Italia non si possono fare e dove gli autori sono una casta chiusa, una cittadella dentro la quale è difficile entrare se non ti portano in braccio una schiera di critici che si spendono per te, l’ultimo è stato Giorgio Diritti.

La maggior parte delle storie rimangono fuori dal mercato e quando vengono tramutate in film incassano con una piccola distribuzione e senza pubblicità max ventimila euri.

Sono film fuori distribuzione, fuori mercato, fuori e basta, cioè da festival (se te li prendono) dove però non prendi te, come produttore un euro e anzi spendi ancora.

Mi è dispiaciuto assai rifiutare di produrre o distribuire dei progetti interessanti, ben fatti, perché sapevo che non potevo garantire una confezione da serie A, E CHE SE ANCHE AVESSI INVESTITO I SOLDI SE NE SAREBBERO ANDATI PER CONTO LORO (non sarebbero mai ritornati) Superare le maglie risulta arduo, il meccanismo ti stritola.

E allora che speranza puoi portare ai giovani (sebbene speranza sia una brutta parola): unica cosa è emigrare verso l’estero perché in Italia è tutto in mano a pochi, protetti, paraculi. I 3 p o P3 (P2 + 1)

A me è capitato personalmente come editor di aver letto un sacco di sceneggiature di giovanotti speranzosi che avevano appena fatto un corso o corsetto di sceneggiatura a pagamento – naturalmente – e pretendere di essere prodotti così su due piedi – chissà quali balle avranno detto in questi corsi alla voce produttori: che sono personaggi come negli anni ’50 che investono nei giovani, e leggono le storie, quando a parte rare eccezioni, esisteva un filtro incredibile dove si facevano passare solo i raccomandati dei raccomandati e ogni tanto un autore (degno di questo nome ) ma nel tempo pochi. Di fatti il cinema d’autore non ha tantissimi autori di successo, però dietro ci sono quelli che vengono spinti e quelli che rimangono alla finestra e si devono accontentare di dare il nome a qualche progetto di nicchia.

Perché dico questo: perché molte di queste sceneggiature rinviavano a temi e problemi (naturalmente aggiornati ad oggi) che noi italiani abbiamo sviluppato (parlo dell’Italia degli anni 50) in film di genere e se anche si riusciva a modificarle per migliorarle, rimanevano nel cassetto perché poi non si sapeva a chi proporle, visto che era difficile avere una confezione di serie A (confezione significa distribuzione da eletti e promozione nei grandi media) ci si doveva accontentare delle confezioni di serie B, C1 e C2 CSUA) in una specie di gerarchia assoluta e dove il mercato ristretto ti diceva commedia, commedia, commedia, commedia, anche di notte.

C’è tantissima gente che scrive in Italia, vuoi per ambizione personale, vuoi perché gliel’ha ordinato lo psicologo, tant’è vero che di sceneggiature ne circolano tantissime e io personalmente ho potuto constatate che ci sono delle idee, solo che queste non possono emergere perché non essendoci industria, o essendo l’industria talmente ristretta, si disperdono per strada e quando vengono presentate per una grossa confezione produttiva-distributiva si rischia che siano copiate, per questo ho detto a tanti di vedersi i film italiani di successo perché se c’è una idea uguale alla sceneggiatura che hanno, deve partire la denuncia, ma ad alto livello sono molto più furbi di quel che non si pensi e l’idea è decontestualizzata e rilanciata in una altra base di pensiero, da cui nasce poi la scrittura. Cmq la quantità di sceneggiature inedite potrebbe riempire un palazzo di più piani, e in tutte quelle scaffalature polverose ci sono storie e sogni racchiuse in un faldone, che tristezza!

 

 

1 – IL CINEMA TERRITORIALE

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SOLO NELL’AMBITO TERRITORIALE I L CINEMA ITALIANO INDIPENDENTE PUO’ AVERE SPERANZA DI USCIRE, ALMENO NELLE SALE LOCALI

Il Mibac in passato è stato al centro di roventi polemiche riguardanti soprattutto l’art. 28 quando veniva finanziata l’opera prima e seconda con criteri, diciamo poco trasparenti, i film raramente uscivano al cinema, gli autori potevano scegliersi i produttori e quindi diventavano loro stessi produttori spesso in una situazione di incompetenza totale, bastava conoscere qualcuno al Ministero e avevi i soldi che sulla carta dovevano rappresentare il 30% rispetto al budget, ma che veniva fatto proprio con quel 30% di finanziamento statale e trovando dei marchingegni soggettivi per dimostrarne 100.

Fu il finanziamento dato a Marina Lante della Rovere che come regista fece la sua opera prima e ultima, che scatenò il finimondo su tutti i giornali, ci fu un attacco mediatico senza possibilità di replica che investì tutto il settore e con l’acqua sporca si buttò pure il bambino, però i criteri clientelari non riguardavano solo l’art. 28, la stanza dei rubinetti era stracolma di personaggi vari e variegati, per cui dei film assolutamente mediocri che avevano avuto consistenti finanziamenti, venivano lanciati all’estero e in cui diventava importante chi riusciva ad avere questi finanziamenti e non sempre coincideva con la figura del produttore, c’erano un sacco di personaggi definiti mediatori d’affari che riuscivano a trovare la via giusta che quasi sempre era quella politica.

E’ chiaro che in questo contesto il beneficiario dei quattrini intanto si comprava una casa dopo un anno faceva un film con un produttore esecutivo che doveva anticipare i soldi, poi si vendeva la casa e restituiva l’importo( non sempre però è successo così, ma accompagnare i soldi con una speculazione immobiliare poteva anche salvaguardare il produttore rispetto ad eventuali perdite dovute al film) pero’ ci doveva essere anche un qualche dirigente di banca compiacente.

E veniamo ai tempi più recenti dove il Mibac è stato accusato dalle campagne giornalistiche de IL GIORNALE del padron Berlusconi, di sprecare fondi pubblici per fare dei film che non vede nessuno, quindi ultimamente anche il Mibac ha cambiato strategia e tende a finanziare i film che incassano (e che quindi non hanno bisogno di essere finanziati) perfino delle commedie così leggere che evaporano già in sala e dove l’interesse culturale non si capisce dove si sia nascosto… in qualche angolo buio, però cosi soldi tornano indietro.

Secondo me mentre il Mibac può continuare a esaminare i film per l’interesse culturale e per tutti gli adempimenti amministrativi relativi, i finanziamenti invece dovrebbero essere delocalizzati nel territorio allo scopo di creare un cinema territoriale, come? Si potrebbero fare delle commissioni decentrate nelle gradi città: Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo, ristrette e composte da FILMAKERS e non da critici, che seguono il progetto dall’inizio alla fine cercando di valorizzarlo anche economicamente. Con questo tipo di concorrenzialità emergeranno le commissioni che lavorano meglio e che magari riescono ad attrarre le domande degli autori e a lanciare dei film culturalmente interessanti.

Si creano delle sinergie perché si possono inserire le film commission che potranno integrare i finanziamenti statali, qualche sponsor locale, la tax credit esterna di qualche investitore nel territorio, insomma potrebbe prendere piede un cinema che almeno riesce ad essere distribuito territorialmente.

 

1 – I PUNTI SALIENTI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Se vogliamo difendere il cinema italiano indipendente da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dei suoi produttori, dobbiamo con urgenza sviluppare dei punti da portare all’attenzione mediatica per salvare il salvabile.

Altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. La rete del cinema indipendente si è riunita all’Apollo il 14 maggio. Ecco quello che penso io per essere concreti ed aggredire i nodi:

  1. Abolire il Reference System. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film solo dei soliti noti, anche perché si considera l’aver vinto solo pochi festival importanti e non in tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Idee di serie A ecc. Ecco che si crea una gerarchia burocratica della peggio specie. Il Reference System è nato dalla Riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i senatori della pellicola che volevano che si rispettasse una gerachia della visibilità (chi è più noto, chi è meno noto, chi non è noto o visto per niente) questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero aveva di finanziare con grosse cifre perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, perché a quell’epoca si finanziavano totalmente pochi progetti e chi più conoscenze politiche e di varia natura, aveva, più riusciva, a questo proposito un gruppo di produttori (chiamiamoli così) grazie a queste conoscenze senza rischiare niente sono riusciti a fare un sacco di soldi alla faccia del bicarbonato di sodio, si davano miliardi senza vedere le potenzialità distributive di un progetto, mentre tanti altri progetti magari migliori, rimanevano fuori. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità.
  2. Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e privati) che sia remunerativo per il cinema indipendente, i festival non fanno guadagnare un euro, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film indipendenti non vengono visti e così la Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato anche grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. La loro valorizzazione può passare anche attraverso una agenzia pubbblicitaria, una rivista online fatta dagli autori e un interesse mediatico, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente per vendere un prodotto di questo tipo altrimenti, si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate anche pregiudizialmente dal pubblico. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga anche da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento. Si dovrebbe potenziare una rete insomma!
  3. E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa (della serie o mangiano solo loro o mangiamo anche noi). Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in Usa ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE. Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari per il film di Sorrentino girato in Usa. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno- se non sbaglio) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro.
  4. Il Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero delle sinergie. Commissioni a gettone presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Bari formate da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori. Questi finanziamenti diretti non devono superare la metà del budget, l’altra metà può essere procacciata dal produttore con i suoi giri finanziari, ma anche dalla Tax Credit esterna perché cmq sono sempre dei privati che vengono coinvolti. Se poi un circuito distributivo efficiente remunera questi capitali si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per il cinema piu’ libero e impegnato socialmente.

 

 

1 – IL FORUM DEL CINEMA INDIPENDENTE

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ll Forum del Cinema Indipendente che si è svolto il 14 maggio nello spazio dell’Apollo11 ha confermato molte delle aspettative che erano alla base dell’iniziativa. Più spazio al cinema dal basso.

Voci provenienti da vari settori e di diverse competenze sono riuscite a individuare e a confrontarsi sulle criticità del cinema italiano.

Giovani produttori e registi e operatori impegnati nello sviluppo dal basso dei loro progetti hanno misurato il loro malessere e le loro proposte con figure più navigate ed esperte che hanno condiviso molte delle istanze che erano oggetto del Forum.

Ne è scaturito un dibattito vivace e ricco di spunti, nel quale i docenti che condividono la piattaforma di proposte presentata da Rete Cinema e Territorio, hanno offerto il loro significativo contributo e hanno trasmesso l’importanza di inserire nei piani didattici anche l’insegnamento delle forme e del linguaggi provenienti dalla varie discipline.

Un elemento del tutto inedito in questo tipo di appuntamento soprattutto nel modo di approcciare la materia che riguarda la formazione del pubblico del futuro.
Com’era nella volontà degli organizzatori del Forum, il dibattito si è sviluppato non sulla base delle appartenenze alle sigle ma su quello più specifico delle proposte da porre sul tavolo comune del progetto culturale e imprenditoriale che riguarda il cinema.

Un’analisi ampia effettuata a “volo d’uccello” sui mali e sugli errori del passato ma soprattutto sui fattori di rilancio che vanno messi in azione.

Da questo punto di vista si è trattato di una tappa importante per dare vita a un organismo collegiale che deve servire a determinare i percorsi futuri all’interno delle relazioni tra le associazioni rappresentative e nel rapporto con le Istituzioni di riferimento.

L’auspicio e anche l’impegno che Roberto Perpignani ha definito come principale urgenza al termine dell’incontro è stato quello di prendere spunto dal modello adottato in questo Forum per comporre dei tavoli di lavoro, magari più strettamente tematici, in grado di far convergere progetti e proposte di riforma in un solido impianto condiviso.

C’è quindi da ritenere che nel breve periodo ci saranno ulteriori momenti di incontro e di elaborazione, nel segno, ci si augura, di un’intesa concreta e proficua tra tutti i soggetti che concorreranno al recupero di una dimensione più efficace e influente del nostro cinema in Italia e all’Estero.
Ci auguriamo infine che la vigorosa richiesta di maggiore collegialità e di nuovi metodi di confronto, più aperti e democratici, venga recepita anche da quelle entità che, come l’ANICA, hanno preferito disertare l’appuntamento.

Nei piani alti si ritiene ancora, ma è solo un’ipotesi, che la cultura verticistica, separata dalle reali dinamiche della società, possa ancora garantire canali privilegiati e mantenimento di un medievale dominio che tuttavia appare sempre più evanescente e autodistruttivo.
Una classe dirigente che si arrocca per tentare di proteggersi finisce col far crollare la torre per colpa del peso e dell’inerzia.
Uscire dai castelli e comunicare con gli altri è la ricetta più valida per tornare a crescere, a patto che questa crescita non riguardi soltanto i pochi, soliti eletti.

Forum Cinema Indipente

Sono Intervenuti al Forum (nell’ordine):
Viviana Girani (MOVEM – Presidi culturali), Elio Materazzo (MOVEM), Giorgio Valente (Il Labirinto), Raffaele Rivieccio (Formatore), Maurizio Molisani (Docente – Liceo Scientifico T. Gullace), Paola Populin (Produttrice), Michele Diomà (Prod. Indip.), Sebastian Maulucci (Regista), Renzo Rossellini (Produttore), Giorgiana Sabatini (Visioni Fuori Raccordo), Max Amato (Regista), Umberto Carretti (SLC-CGIL), Angelo Zaccone Teodosi (Pres. IsiCult), Claudio Gentile (Ogni Maledetta Domenica-RadioCittàAperta), Franco Montini (Giornalista, Pres. SNCCI), Michele Conforti (Regista, Pres. RTA), Alessandra Guarino (Docente CSC), Annamaria De Luca (Dirigente scolastico), Michele Pellegrini (100Autori), Roberto Perpignani (Montatore, Pres. FIDAC)

Guarda la sintesi degli interventi:

Parte 1

https://www.youtube.com/watch?v=wNlzIucrJ7k

Parte 2

https://www.youtube.com/watch?v=JnXi6jFr96Q

Parte 3

https://www.youtube.com/watch?v=W0YHnkI1rP0

uff. stampa

a cura di ginacarlo sartoretto

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1 – I COCCI NEL CINEMA

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I COCCI (COMMISSIONE CULTURA COMUNISTI ITALIANI) INTRODUZIONE AL DISCORSO SULLA PRODUZIONE INDIPENDENTE

 

Questo era un documento del ’99 che un gruppo di autori cinematografici, tra cui il sottoscritto, avevano cercato di portare all’attenzione della Commissione Cultura del Parlamento per il tramite del PDCI, ma l’operazione non e’ riuscita, i problemi sono sempre gli stessi, le varie associazioni degli autori in questi anni non hanno fatto un beneamato cavolo, sono state fallimentari e la situazione è notevolmente peggiorata, molti autori indipendenti hanno dovuto chiudere la loro piccola società o si trovano in difficoltà col credito bancario, perchè la politica di settore non deve essere dominata dall’inciucio e dal mefitico gioco delle parti. Il cinema indipedente in cocci.

cocci cocci cocci cocci cocci

 

Sono anni e anni, dal dopo guerra che viviamo e sopportiamo la colonizzazione americana, ed oggi più che mai con la globalizzazione imperante la cultura americana fa da padrona. Eppure non vogliamo solo schierarci contro, sarebbe troppo facile.

Vogliamo invece chiederci e chiedervi perché l’Italia di fine millennio vive in ogni campo culturale, ormai solo sul passato?

Sarà vero che non ci sono più talenti e pensatori? Se non qualche raro esempio emerso più per caso fortuito o meno che sia.

Proprio in questi giorni si è svolta la Fiera del libro, ma a parte i classici e sempre quei rari casi, chi viene oggi pubblicato deve aver almeno ucciso la moglie, evirato l’amante o essere l’amante del presidente, così la casa editrice calcola in base alle apparizioni televisive del neo-scrittore quanti libri venderà.

Oggi viviamo nella società dello spettacolo, si giustifica l’operazione, altrimenti non si vende. Nessuno obbietta che l’immagine si crea, ed è tempo che lo si faccia sui contenuti sfatando l’ormai convinzione di massa che chi appare nei media, sia anche il migliore e perciò in grado di fare e dire il meglio in ogni campo.

Il dato più preoccupante è che la cultura del prodotto come ideologia omologante del mercato ha portato a trasformare gli artisti e gli intellettuali in uomini e donne in carriera sconvolgendo la regola fondamentale che entrambi hanno ragione di esistere se hanno ancora qualcosa di vivo da dire.

Assistiamo ad un progressivo impoverimento culturale dove una classe trasversale domina tutti i campi del sapere e dell’arte e si difende con tutte le proprie forze o meglio subdole alleanze dagli attacchi di possibili nuovi talenti.

Talenti che si possono trovare su scritti inediti, in piccoli teatri, su Cd fuori dal mercato e in sceneggiature che mai nessuno produrrà. E vogliamo proprio arrivare là, alla produzione indipendente.

COCCI Commissione Cultura Comunisti Italiani

1 – QUOTE CINEMA E’ CHE…BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE IL CHE

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E CHE…BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE IL CHE – Quote cinema anche per gli indipendenti

Purtroppo il cinema è un mondo a sé, chiuso, difficilmente addomesticabile a un principio di giustizia, di equità, di meritocrazia: “siccome c’è già chi fa dei film che incassano non ci interessa allargare il nostro orizzonte, siccome ci sono già dei bravi amici produttori perché dovrei cercare dei progetti cinematografici fuori dai gruppi di potere consolidati – ti dicono – che provengono dalla periferia?”

Le quote cinema vanno di fatto e di diritto agli indipendenti, ti dicono i nostri grandi amici GROSSI PRODUTTORI: MA NOI POTERI FORTI SIAMO GLI INDIPENDENTI, T’E’ CAPI’ e anche le TV ribadiscono: “quelli che conosciamo noi, i più noti, che ci possano garantire…dei giri, per gli altri nisba, e chi sono, cosa vogliono, magari i loro film fanno cagare… io gli affari li faccio con i noti, c’è il rispetto della gerarchia e che adesso diamo opportunità a tutti e che siamo noi… un istituto disinteressato quasi di beneficenza?. E che …cazzo volete! …e che! E che ca!..E che…E CHI (salute!) e che, il che” E girano intorno con le imprecazioni, il cerchio è magico e voi non ci entrate neanche se ballate l’hully gully, che da piccolo chiamavo galli-galli, neanche se arrivassero i Watussi a ficcare una lancia in c… in resta a chi quelle quote se le vuol mangiare da solo o in un piccolo gruppo ristretto. E cosi non ci resteranno neanche le quoticine…e che…se arrivasse il Che!…

 

1 – IL CONVEGNO DI BOX OFFICE/2

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Seconda parte convegno di box office

E passiamo all’intervento di Sergio Castellitto autore e attore cinematografico che parla subito di tragicità della crisi che investe la psiche collettiva, l’artista deve essere ottimista (di sinistra) e qui riprende un po’ l’intervento di Barbagallo e prosegue parlando della centralità della scrittura per il cinema, riprendendo l’intervento di Letta, di fronte a tanta velleità pseudo autoriale dove si manifesta spesso una finta profondità, mentre è cambiato il modo di usufruire il cinema da parte dei giovani (suo figlio non trova mai qualcuno con cui andare al cinema) e anche i giovani oggi vedono meno la sala, fanno più difficoltà a recarsi …rumori di disapprovazione in platea (sono tutti esercenti), dall’altra parte bisogna dire quel che succede non quello che si vorrebbe non succedesse, e poi fa un cenno anche al peggioramento della critica cinematografica della rete, stronca con facilità, parla male per vezzo intellettuale, una critica che stronca non ha ragione d’essere.

E’ il turno di Bonifacci uno sceneggiatore di successo, finalmente la scrittura ritorna al centro perché da lei dipende tutta la struttura del film, certo si può sempre trovare un regista che la rovina(aggiungo io), mentre la nostra commedia di successo è ancora troppo legata a personaggi comici televisivi, la commedia dovrebbe essere più di attore lo interrompe Castellitto citando Alberto Sordi e lo stesso Bonifacci ribadisce che la stessa commedia può trattare seppur con leggerezza e in chiave sentimentale importanti problemi sociali, che possono fare scattare aggiungo io, il rispecchiamento degli spettatori che fa ridere ma anche riflettere, invece la commedia italiana è più dominata dai comici. C’è il pericolo della omologazione delle sceneggiature, di fare film di pancia, bisogna trovare altre soluzioni fuori e oltre la commedia comica e questo può essere una criticità il punto debole, la tendenza a ripetersi creando una rigidità di scrittura e sappiamo anche che non tutti i personaggi comici della tv piacciono al cinema e cmq quelli affermati fanno un film ogni due anni e invece dovrebbero farne di più (con il rischio di fare flop), d’altra parte basta vedere la quantità di film che ha fatto Alberto Sordi. Dovrebbero mescolarsi più tra di loro, (i comici di successo) invece ognuno tende a fare la sua regia. Che poi tutto sommato – diciamolo – la regia del comico è piuttosto modesta.

Cosa dice Brizzi, anche lui invitato a parlare sul cinema di oggi, intanto accende il malcontento della sala, secondo lui il cinema sarà sempre meno di sala e più casalingo, forse la sala può recuperare se diventa interattiva, insomma dice quello che sente, e non dissente da quello che dice alla prima critica contraria e conferma che i giovani della sala se ne fregano, e noi che ci stiamo a fare, rispondono dalla platea, non è colpa mia io andrei al cinema ogni giorno, ogni ora, però tant’è, si ma non va bene così, non ci crei un’immagine per le sale, (dicono gli esercenti) io preferisco una sala per le immagini (ribadisce Brizzi) ma se non c’è mi arrangio anche a casa mia, si sa però che la casa è talvolta un luogo di depressione e difatti sono molti i giovani che ci cadono dentro, anche con il ritorno della violenza come conseguenza. Le serie televisive americane oggi sono più innovative dello stesso cinema Usa che va avanti con personaggi ed eroi ormai datati mentre critica la tv italiana la cui fiction è rimasta agli scheRmi degli anni 50. Il futuro sembra essere ancorato al connubio tv e internet, bisogna riconvertire l’arte ai nuovi media, ci può essere spazio oggi per la tv di alto livello e per un cinema con idee basato sui prototipi.

E infine Ambra Angiolini, la sala può essere archeologia e il cinema senza idee, la cosa peggiore è la prevedibilità, oggi si sono ristretti i tempi del divertimento domina il centro commerciale e un pubblico sempre più condizionato dalla mancanza di tempo che cerca il film meno impegnato e dove invece il piccolo film è isolato rispetto ad un tempo, questo tipo di società è responsabile di un certo gusto, io dal conto mio – prosegue l’attrice – devo ringraziare la tv che mi ha dato popolarità e quindi può essere una spinta importante, la gente si affida a cose semplici avendo poco tempo, come dire che se ci fosse una società comunista dove si lavora meno, la gente potrebbe andare a teatro e al cinema già di mattina e quindi ci sarebbe più spazio per un cinema intellettuale, ma il ritmo produttivo di questo sistema capitalistico crea solo cinema di superficie, però il cinema americano si discosta da questa analisi.