1 – CIAO CIAO PIZZA!

La pizzA non c’è più e la pizzA non c’è più…ciao ciao ciauuu

Questo è il titolo di un post di blogs.bestmovie.it il quale ci informa che dal 2014 i distributori cinematografici italiani abbandoneranno definitivamente la pellicola, sarà un addio definitivo alla gloriosa “pizza” cosi’ chiamata, (cibo per la mente) che ha da sempre contraddistinto il sistema cinema. Il digitale avanza ed è vietato rimanere indietro, alcune aziende come Kodak dovranno ristrutturarsi per non farsi travolgere dal nuovo corso, il lavoro del proiezionista scomparirà, ogni volta che c’è una innovazione si riduce sempre il personale che andrà a spasso magari a vedere i film, per controllare le proiezioni digitali in decine di sale basterà solo una persona e pochi clic su un computer.

Chi ci guadagnerà in questo passaggio non è lo spettatore, ma neanche le sale cinematografiche che sono oltremodo danneggiate perché dovranno aggiornarsi comprando proiettori digitali con una spesa attorno ai 60.000 euro o sparire, il 50% delle sale non ce la fanno e se non avranno qualche sorta di finanziamento esterno ovvero statale, dovranno chiudere, si perderà poi la “fisicità” della pizza che doveva essere trasportata da un luogo all’altro mentre niente si sa di questi supporti digitali, quanto dureranno, come funzioneranno,ecc.

Ci sono quindi i pro e i contro, in sintesi possiamo dire:

  1. i costi della distribuzione saranno molto ridotti e quindi si dovrà riconsiderare il rapporto contrattuale tra produzione e distribuzione a meno che il risparmio ottenuto vada in favore delle spese di promozione;
  2. Cmq gli esercenti potranno mostrare anche cose diverse dal Cinema se attraggono gli spettatori con la riduzione quindi dei film da proiettare;
  3. la tecnologia è indubbiamente costosa e invecchierà facilmente. La possibilità di far convivere la nuova tecnologia con la vecchia è allo stato delle cose impossibile e i posti di lavoro legati al trasporto della pellicola per sempre perduti.

Ormai il progresso ci dice che i costi sociali hanno un impatto maggiore rispetto ai vantaggi privati o forse si dice sempre così ogni volta che si introduce una innovazione? Cmq un dato costante è che si perdono posti di lavoro, come a dire che il progresso è diventato un suo nemico. Ciao ciao piazza, quando ti vedo mi viene la strizza, tutto farnisce…speriamo anche il dominio a stelle e strisce.

 

 

1 – UNA DISTRIBUZIONE REMUNERATIVA PER IL CINEMA INDIPENDENTE

Lo constatiamo ogni giorno con i nostro occhi quanto sia prolifico il cinema indipendente italiano, ce ne siamo accorti anche ai vari festival, ce lo dicono gli autori di documentari, che vengano premiati a più riprese, eppure questi film spesso autoprodotti, più spesso finanziati almeno in parte dal Mibac, vivono una realtà separata come è quella dei festival, non riescono cioè ad essere distribuiti come meriterebbero se non in qualche sparuta sala d’essai. Vivono di una distribuzione non REMUNERATIVA

Tanto s’è detto da parte di tutti gli organismi istituzionali, sindacali ecc, tanto poco s’è fatto, come parole gettate al vento perché poi la politica dell’inedia prevale sempre…e allora diciamolo senza pretendere di dire verità ultime o penultime, anzi scoprendo l’acqua calda vicino ad una fonte termale fumante: se vogliamo, come pensiamo, far uscire questi prodotti in sala bisogna mettere in piedi con urgenza un circuito alternativo di distribuzione di film che sia nello stesso tempo anche remunerativa, che non venga lasciato alla fantasia di qualche autore quando deve distribuire il suo film (inventandosi, per creare un po’ di pubblicità, un presunto circuito nato col suo film e che morirà presto con lo stesso), ma che possa invece veramente attecchire.

Ora noi abbiamo un sacco di monosale ubicate nei centri storici delle città che si trovano in difficoltà e quindi sono costrette a chiudere per il “cannibalismo” esercitato da tutte quelle multisale di periferia che invece di attirare nuovo pubblico (magari di periferia) l’hanno sottratto ai cinema dei centri storici, probabilmente perché fuori c’è più parcheggio e servizi.

E’ proprio con queste sale del centro storico che invece si potrebbe ricominciare a sviluppare una logica del discorso che abbia un senso condiviso, naturalmente queste sale per far uscire i film indipendenti avrebbero bisogno anche di un qualche ausilio statale, una certa promozione, una sinergia fra i vari soggetti che operano nell’istituzione cinema, pensiamo al Mibac che finanzia dei film e poi non si cura della loro distribuzione (se non in maniera marginale) e pensiamo nella stessa logica del discorso, ai vari festival italiani come Santa Marinella Film Festival, Il Cinema Indipendente di Foggia, Il Gallio Film Festival, quello di Lodi e di Busto Arsizio, ImMaginaria, Amidei, Clorofilla, Mantova Film Festival, Est Montefiascone che premiano le opere prime e seconde e il cinema invisibile, trovandosi a svolgere un’attività utile e culturalmente necessaria di scoperta di una cinematografia considerata a torto marginale, come se il cinema indipendente fosse in effetti un luogo distaccato del cinema italiano e assimilabile ai film africani e dei paesi dell’est che si scoprono solo nelle varie rassegne.

Questi festival possono avere una funzione trainante e importante per la valorizzazione del cinema indipendente e un trampolino di lancio mediatico per quei film che riscuotono l’interesse del pubblico, se questa sinergia tra i festival, le sale cinematografiche dei centri storici (con convenzioni e facilitazioni per i parcheggi) e il Mibac con l’aiuto di altri soggetti come le associazioni di categoria, potrebbe partorire non un topolino, ma mille topolini e così far distribuire I film segnalati o vincitori di premi, si avrebbe la possibilità di garantire una uscita almeno di questi film, e quindi il pubblico potrebbe vederli, allora si che ci sarebbe più attenzione verso il cinema indipendente italiano e l’investimento fatto servirebbe a rilanciare il cinema nazionale, lasciamo le multisale di periferia al cinema Usa o a quello con grande promozione, mi riferisco soprattutto alle commedie italiane e lanciamo il made in italy nei centri storici, tutte quelle opere autoriali documentari, cortometraggi, sperimentali segnalate dal circuito di festival dando uno sfogo necessario all’autoproduzione.

Provare questa strada vorrebbe dire sviluppare finalmente un percorso completo e mantenere la diversità dei linguaggi nel cinema arricchendola al punto tale che anche il cinema d’essai potrebbe trovare un suo spazio di pubblico, si tratta di mettere insieme un’attività che molti svolgono in maniera separata.

NATURALMENTE CON LE PAROLE SI VA N PARADISO TUTTI I GIORNI, la realtà del mercato cinematografico invece è molto più scabra e di difficile decifrazione per la presenza di elementi contraddittori che non fanno tendenza, soprattutto quando c’è un calo generalizzato di tensione culturale verso il cambiamento e di ricerca del nuovo in una società complessa che vive spesso tra miti passati e difficoltà presenti, che apre mille canali frammentando l’offerta, per cui la ricerca è molto più sporadica e marginale, certo nel clima degli anni ’70 quando ha esordito Moretti c’erano i cineclub e la gente, i giovani, erano curiosi di vedere un cinema diverso, molto sperimentale e surreale, adesso invece il mondo dei media -viviamo in una mediacrazia- ha assorbito molte novità confinandole in spazi specialistici ed è sempre più difficile trovare qualcosa di originale che accontenti tutti, il cinema poi ha sviluppato molti linguaggi che si sono ampliati a partire dagli anni 60 e la gente oggi più che l’arte è incline e sensibile allo spettacolo e alle sue manifestazioni di società in fase decadente.

Il divertimento si contrappone alla noia, e molti sono coloro che temono di annoiarsi, perché non c’è più la luce su mondi diversi, alternativi e possibili da quello che stiamo vivendo.

Internet dà la possibilità poi di avere seppur in maniera virtuale di tutto e di più, migliaia di video sono finiti in rete, siamo  subissati da una offerta rin-don-dante,  i film non fanno più tendenza se non sporadicamente e velocemente, tutto corre, come diceva il filosofo, nell’indistinto magma della vita e alla fine sembra che siano passati anni e invece erano solo settimane e i miti di cartapesta si cancellano con la stessa facilità di un palinsesto, pur essendo un insieme di novità che si elevano dal flusso interrotto della vita e muoiono ad una velocità incredibile, una dietro l’altra…che dire, dopo un po’ non resta che il nulla riempito da oggetti futili.

In tutto questo magma il cinema soffre ancora di più, la sala che dovrebbe essere il centro di qualsiasi discorso socializzante e di visualizzazione del nuovo, che riflette l’uomo in cammino, viene snobbata per il monitor (al massimo collegato alla Tv) dove si vede la metà dell’immagine cinematografica ridotta in una scatoletta, ma si coglie lo stesso l’essenza seppur impoverita di ciò che ci serve per decodificare velocemente un messaggio per passare ad un altro…e via cantando, le serie tv a puntate appassionano di più, serializzano l’esperienza limitata a pochi amici a casa di qualcuno di loro, esperienza come una catena di montaggio dello spettacolo, mentre la sala rappresentava la situazione in progress da condividere assieme ad altri nel corso di due ore con la ritualizzazione del dibattito in cui ci si apriva al sociale, oggi invece il mondo esterno ci è più estraneo, difficile da decifrare, lontano da qualsiasi socializzazione, ma frammentato in tanti rivoli incomunicanti.

E’ la chiusura totale verso altri mondi possibili, è l’alienazione devastante che isola in solitudini disperate, dalle quali emerge una frustrazione che si trasforma in violenza verso se stessi o verso gli altri.

 

1 – CINEMA TRA SOGNO E REALTA’ DEI FATTI, NON DROGATI DALLA PROMOZIONE

 Il cinema è fatto di sogni-bisogni che non muoiono mai, ma si assopiscono facilmente. Si scontrano -i sogni e i bisogni -con la realtà dei fatti che tante volte è drogata dalla promozione degli Uffici Stampa 

In un tempo ormai remoto non c’erano i soldi per fare i film e si prendevano gli attori dalla strada, così nacque il neorealismo, poi in seguito, coi soldi si presero attori noti al grande pubblico e nacque la commedia all’italiana, (citazione da un regista sceneggiatore degli anni 60-70, Antonio Racioppi) ora i soldi ci sono, voglio dire (non per gli indipendenti) ma la ricchezza in questi ultimi 40 anni è aumentata, anche se siamo attualmente in crisi, gli attori non si estinguono anzi si moltiplicano, ma la realtà è stata tolta di torno (vista talvolta come fastidiosa e poco elegante) e l’unico bisogno che impera è il divertimento a tutti i costi, non per niente parliamo di edonismo sfrenato, nasce lo spettacolo-evasione fine a se stesso, così il cinema si confonde con la Tv (la grande intrattenitrice di larghe masse passive) e muore..di risate stolte.

Il cinema è diventato sempre più Usa, spettacolare e fumettistico, impiega grandi budget ricercando effetti speciali di tutti i tipi, facendo tanta science-fiction e disaster movie, che non se ne può più, mentre il cinema nostrano si ritaglia la commedietta facile facile, buoni sentimenti a iosa con personaggi standardizzati, in tutto questo la realtà diventa un optional ed è confinata nei reportages giornalistici e nei documentari peraltro poco visti, se non parlano di grandi temi di consumo come personaggi alla Silvio Berlusconi and company, (oggi funziona di più  il mockumentary, fusione di documentario e fiction….il resto  è noia…paranoia.

Per salvarci il cxlx (parbleu) dai risultati catastrofici del ns cinema (sono di qualche tempo fa gli articoli allarmistici dei giornali) bisognerebbe puntare sulla coproduzione europea o internazionale, se si fa un film nazionale (no esportazione) il produttore incassa solo rabbia, a parte le commedie presentate da Medusarai, che detengono una specie di monopolio di fatto della distribuzione che conta, e cmq per arrivarci (alla distribuzione che conta) bisogna entrare in un perimetro magico di difficile accesso anche con idee buone (la cosi detta cittadella del cinema fortificata come non mai, in mano ai soliti noti).

Ma la produzione indipendente ha la forza di poter costruire un progetto internazionale quando non riesce nemmeno a vendere il proprio film alla Rai perché ha incassato troppo poco sul mercato theatrical?

Il problema di fondo è sempre quello: la distribuzione theatrical insufficiente o inesistente per prodotti italiani indipendenti diversi dalla commedia, ma anche per le commedie non confezionate Medusa o Rai 01.

D’altra parte la coproduzione sembra essere l’unica possibilità di sfuggire a una logica che ti esclude di fatto dalla commercializzazione del tuo film, magari prodotto con molta fatica e con debiti verso le banche, quasi sempre hai bisogno di una vendita televisiva per andare alla pari (per salvarti il … , parbleu), è vero puoi far circolare il tuo film su Internet e contare i contatti…uno, due, tre…settantotto, 2814, 3124) peccato che su Internet, non si guadagna proprio niente, e a parte qualche sito legale, che mi sembra di capire non se la passa bene, si vede tutto piratato, al punto che devi essere lieto che il tuo film ci sia, anche se non ne trai vantaggio, vuol dire che sei conosciuto, almeno all’internauta di nicchia.

Parlo con cognizione di causa, per essere stato dentro alle problematiche del cinema online con il progetto Neche, dal 2004, dando retta a chi (tutti sti esperti e studiosi  dell’Anica) che sul finire degli anni 90 presagivano un grosso successo dei film indipendenti che si sarebbero sviluppati enormemente…in quantità e in guadagni, grazie ad Internet. Attualmente (mi faccio pubblicità) abbiamo un canale NECHE-Caro Film su Streamit.it- www.twww.tv; una web tv con i TG che vengono definiti “informazione interattiva”, che però l’interattività si riduce a cliccare il link “approfondisci”, in questa web tv ci sono tanti canali, ma anche tanti video pubblicitari ripetuti ossessivamente, (un solo trailer del film tutto il giorno).

La web Tv era partita alla grande, ma sta soffrendo della concorrenza di troppa offerta, cmq confidando in questo progetto abbiamo messo una quarantina di cortometraggi gratis indipendenti, ma anche li non si è riusciti a partorire un cinema online a pagamento, ovvero con le inserzioni pubblicitarie, per cui la situazione è rimasta bloccata. Insomma in Italia con il cinema indipendente non si fa un euro neanche su Internet, oltre al fatto che non c’è posto nel mercato ristretto del Theatrical, cosa ci resta se non le cooproduzioni (riuscire a farle!)

Non bisogna farsi soverchie illusioni ma è l’unica strada, assieme alla promozione, mentre il tax credit, se non sono amici investitori, richiede che ci siano grossi attori,  l’unico modo per averli è creare una cooproduzione anche minoritaria. Quindi il quadro d’assieme è piuttosto deludente se non si interviene a livello politico….C’est tout…c’est peu!..C’est ça…et que ca!

 

 

1 – PIRATERIA: PENULTIMO ATTO!

Il 18/7/2013 (un mese fa) sono state presentate le linee guida della lotta alla pirateria digitale, secondo Agcom che sarebbe l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (vedi art. de IL MANIFESTO del 19/7/2013) e il commissario dell’Agcom, Maurizio Décina interrogato a proposito, ha detto chiaro e tondo che “dei singoli downloader non ce ne frega niente” anche se scaricano illegalmente. Questo è un ATTO di fatto

E’ una importante novità che rappresenta una filosofia del tutto nuova nell’affrontare un problema che ad es. in Francia è risolto con la repressione totale, è una importante novità dicevo, perché attaccare la pirateria ormai diffusa a livello capillare, rappresenta una campagna mediatica controversa che crea tanti malcontenti malumori e mogugni anche se è di per se legittima, in quanto la legalità viene sempre prima di tutto, in uno Stato che vuole chiamarsi democratico ed evoluto, a differenza di uno Stato “totalitario” dove  è invece spesso una copertura che nasconde i peggiori arbitrii.

E poi non si può richiamarsi alla legalità nella lotta alle mafie per poi disattenderla in altri settori.

La controversia sorge per il fatto che chi desidera condividere un film in rete non vuole pagare il biglietto perché la libertà di condivisione è al di sopra di qualsiasi commercio o diritto di proprietà e viene assunta a esigenza assoluta da parte dell’internauta, senza contare che la stessa  tecnologia facilita la diffusione libera dei prodotti audiovisivi, aprendo una falla anche nel sistema di diffusione dei prodotti dell’ingegno umano in rete,  perché un bisogno (altamente socializzante) diventa più importante della sua valorizzazione diciamo “capitalista”, aprendo anche una seconda breccia, per effetto di una specie di dicotomia, tra due cose che di solito vanno sempre associate, almeno fino al presente periodo storico: diritto di proprietà e libertà.

Quindi ognuno può condividere un film in rete anche se piratato ribadisce l’Agcom purché non crei una struttura commerciale in cui ci guadagna chi non ha pagato i diritti ai proprietari, saranno quindi da colpire i siti “criminali” che lucrano sull’attività di autori e imprese e non i singoli fruitori: “non manderemo la polizia a casa di nessuno”, ribadiscono all’Agcom.

Rimangono le perplessità circa il ruolo degli Internet Providers, che sarebbero chiamati a collaborare per individuare i responsabili della violazioni, ci dice l’articolista Arturo Di Corinto.

L’Autority poi lavorerà nel campo della distribuzione cinematografica per ridurre i tempi delle “finestre” fino ad intervenire nelle scuole per educare alla legalità, cosi ci dice il presidente dell’Agcom Cardani, per cui nella prossima redazione del Regolamento Contro la Pirateria si terranno conto democraticamente sia degli interessi delle lobby (che significa industria e posti di lavoro) che quelle dei singoli utenti.

Cmq l’Autorità garante delle comunicazione ha approvato intanto una bozza di Regolamento per la tutela del diritto d’autore in rete che costituisce la base di discussione e ha aperto anche un canale d’ascolto nel confronto di tutti gli stakeholder,  se poi deve compiere azioni di tutela dei diritti di proprietà non lo farà d’ufficio, ma solo su segnalazione di “soggetti legittimati” che dovranno preliminarmente rivolgersi al Gestore della pagina internet per chiederne la rimozione.

Nel caso in cui la richiesta non andasse a buon fine si potrà bussare alla porta dell’Autorità che avocherà a sé la questione, intervenendo entro un tempo massimo di 45 giorni, 10 giorni in casi di procedimenti abbreviati (Andrea Biondi, IL SOLE 24 ORE). In caso di accertata violazione l’esito consisterà nell’emanazione di un ordine rivolto agli Internet Service Provider di rimuovere i contenuti contestati o disabilitarne l’accesso.

Quindi deve essere il proprietario dei diritti di un film che si accorge che un sito Web trasmette il medesimo film a sua insaputa, e deve fare una rimostranza verso il medesimo (sempre che trovi un referente), però se non si accorge perché non frequenta molto la rete subisce il danno (riduzione delle vendite del Dvd ad es.).

Riepilogando:  può passare un suo film in rete e lui manco lo sa, per cui dal suo punto di vista l’intervento dell’Agcom appare piuttosto blando anzi per niente significativo.

I detentori dei diritti quindi devono passare il tempo a cercare i loro film piratati in rete, ma la ricerca non sempre è agevole, per coloro  che  non la frequentano se non si servono di una costosa agenzia di controllo, nonostante questo, Marco Polillo di Confindustria Cultura, è ottimista e contento, quasi raggiante, perché l’importante è colpire la concorrenza parassitaria di portali abusivi e non tanto qualche utente isolato, che guarda sporadicamente un film, il problema però si ripresenta se gli utenti isolati lo fanno con una frequenza massiva e tutti insieme vedono casualmente quel film del nostro produttore.

Ma qui andiamo a cercare l’ago oltre il pagliaio, nel fienile, l’importante è bloccare i siti parassiti. E’ un atto dovuto.

L’art. di Aldo Fontanarosa del 26.7.2013 su LA REPUBBLICA non aggiunge molto di piu’, l’intervento veloce in 10 giorni da parte dell’Agcom  è per i film piratati che non sono ancora usciti in sala e i siti da intercettare sarebbero non più di 180, siti che gestiscono migliaia di film e che inseriscono nelle chiavette centinaia di film illegali (un caso in cui la tecnologia sempre più sofisticata sfugge alle regole del gioco), cmq ritornando all’azione avocata dall’ Agcom su istanza del detentore dei  diritti, del danneggiato, non sarà inquisitoria, ci sarà contraddittorio e solo se il sito sotto accusa persisterà nel suo atteggiamento considerato illegale, potrebbe scattare una sanzione che va da 10 mila euro fino a 250 mila e però il responsabile del sito “incriminato” avrà la possibilità di ricorrere al Tar. Sembra quasi che quelli dell’Agcom si scusino perché sono brutti e cattivi. In fin dei conti c’è chi ha una videoteca in una chiavetta  e vedrà film a sbaffo per i prossimi 10 anni

Quindi l’atteggiamento è mitigato, nessun intento repressivo contro gli utenti del Peer-to- peer, solo la ricerca di un equilibrio che si raggiunge tra due opposti interessi (stakeholder): la libertà totale della rete e il diritto di proprietà, che si raggiunge attraverso la “rimozione selettiva o disabilitazione dell’accesso ai contenuti illeciti” senza però censurare la libertà d’espressione e l’Agcom consapevole di muoversi in un terreno minato, ci tiene a ribadirlo, insomma deve prevalere la gradualità e proporzionalità afferma l’ articolista anonimo del sito web del l’ESPRESSO, però si ha l’impressione di vagare di notte sempre di più in quel campo minato di cui si parlava sopra, nell’attuazione di una specie di “repressione morbida” (l’espressione è di Marcuse che chiaramente non sapeva nulla di questo problema) senza sconfinare in misure censorie e liberticide, così se il sito illecito è ospitato su server stranieri invece di bloccare l’indirizzo IP del sito estero – innescando la censura – i provider potranno modificare i sistemi Dns (Domain Name Server) per impedire l’accesso al sito senza obbligare a Deep Packet Inspection, che violano il copyright, dice l’articolista anonimo di www.itespresso.it, se il sito è ospitato in Italia verrà chiesta la rimozione all’Hosting provider italiano (per me tutto questo è arabo applicato ma lo riporto come è scritto nel testo di cui sopra).

Ad oggi i siti bloccati in Italia dalla magistratura hanno avuto un calo di accessi di oltre l’80%.

Vediamo come la cosa si evolverà col metodo all’italiana, un po’ si un po’ no, un po’ di qua un po di la per accontentare tutti, attraverso una linea di mediazione più politica che realistica, che lascia molte cose indefinite…ma come si dice a Milano…qualcuno se lo piglierà nel der..scusate la rimaccia.

 

 

 

1 – E LA CHIAMANO ESTATE…AL CINEMA

Questo è un articolo scritto qualche estate fa,  in occasione dell’uscita del film UN’ESTATE AL MARE e riguarda la problematica degli incassi che è stata tirata fuori di recente dal produttore Giuliano.

Cerchiamo un po’ di capirci perché ormai i numeri girano da tutte le parti,  poco fedeli a chi li detta, in contraddizione a chi parla, anarchici e autarchici ci sfuggono e non ci danno un’ordine delle cose, dati che dovrebbero essere oggettivi e che non lo sono, numeri d’appoggio che finiscono per appoggiarsi alle ideologie.

Tutto è relativo anche un debito di 8 miliardi del comune di Roma, dipende da come lo si vede, con quali occhi lo si scruta, magari strabici mentre invece è assoluto l’importo mensile del mutuo a rata costante che devo pagare a fine mese, ogni fine mese…pare proprio che i numeri ci rimbalzino, insomma mi sto trascinando penosamente per aumentare la broda e parlare del film UN’ESTATE AL MARE dei fratelli Vanzina, che a quanto sembra è un successo estivo del cinema nostrano, però se incassi € 1.300.000,00 per quasi 600 copie e una copia costa € 1,200,00 e facciamo un po’ di conti (forse meno perché sono vecchi clienti) la maggior parte dell’incasso se ne va in copie (di fatto) quindi se quelli di Medusa ci dicono che ci hanno guadagnato bisogna per forza credergli e lambiccarsi il cervello per capire come hanno fatto, quale miracolo o tocco di bacchetta magica sia intervenuto, se ce lo spiegassero farebbero anche una buona azione verso di noi che ci arrabattiamo più con le perdite che con i guadagni. Voglio dire se gli esercenti delle sale cinematografiche chiedono (mettiamo) il 50% dell’incasso – tanti ne vogliono di più, il 50% di € 1.300.000,00 è 650.000,00 giusto? Consideriamo che ci sta pure una distribuzione che si divide il 40% del 50%con la produzione, e non sottilizziamo 400.000,00 euro sono andati alla produzione e 250.000,00 alla distribuzione, bisogna solo chiedersi quanti ne ha dichiarati di averne speso la produzione o forse ha fatto venire tutti gli attori gratis, le maestranze verranno pagate tra 6 mesi e  i mezzi tecnici tra un anno?, ma se il film per puro caso è costato € 4.000.000,00 +o – e ha incassato il 10% (400.000,00) l’altro 90% € 3.600.000, la produzione dove l’ha trovato?

Sotto i cavoli? Sopra una panca, in qualche banca? Se un film è costato 4 milioni di euro ci vuole un incasso di almeno 12 milioni di euro per guadagnarci – anche un po’ meno con i ristorni governativi….boh!

Carlo Rossella presidente di Medusa dice: UN’ESTATE AL MARE dei Vanzina è stato un trionfo al botteghino….

Per me bleffano o non sanno quel che dicono o imbrogliano le carte per chiamarlo vincente, ci sarà pure un’antenna televisiva a supporto del progetto non lo metto in dubbio, ma ci sono pure le spese di promozione io vorrei cercare di capire considerando solo il mercato cinematografico dov’è il guadagno? Cerco ma non trovo. Se sbaglio correggetemi e lo dico in Italiano. 

 

 

 

1 – UN CIRCUITO DISTRIBUTIVO PER IL CINEMA INDIPENDENTE

La mia idea è che ci voglia un CIRCUITO distributivo che si appoggi ad almeno 200-300 sale, quelle dei cinema del centro storico, poi quelle sale associate ai cineclub, che devono avere un marchio inequivocabile: qui si distribuisce solo prodotto italiano e qualche film africano.

Si può ripetere l’esperienza del circuito comunale veneziano, questo significa che a livello nazionale il film sta solo un giorno in un cinema e poi circola nelle altre 300 sale ritornando alla prima sala dopo un certo tempo, magari un mese, con una rotazione continua e per un periodo dato, una altra soluzione potrebbero essere i film a menù, in ognuna di queste trecento sale, ogni giorno pagando un biglietto di 5-6 euro puoi vedere tutti e tre i film in programma.

Il Mibac invece di finanziare i cinema sulla base della programmazione potrebbe darei contributi a quelle che hanno questo marchio.

Però ci vuole un supporto mediatico di attenzione, una rivista on line che circola anche in cartaceo, che parla di tutti questi autori che vengono presentati con interviste e altro e una agenzia che sappia valorizzare IL TUTTO, finanziata con i guadagni e con l’aiuto magari di qualche sponsor.

Come vengono scelti i film da distribuire? Questo è un problema, l’automatismo puo’ essere pericoloso, in quanto rifletterebbe una scelta arbitraria e castrante, e quindi ci dovrebbe essere un responsabile esperto che si assuma di risolvere l’oneroso problema di valorizzare delle pellicole anche e soprattutto economicamente, si deve creare una struttura in grado di coprire tutti i costi e quindi deve avere oltre all’esperienza nel settore, un certo intuito, e delle capacità manageriali, insomma bisogna far in maniera che i film distribuiti a menù su un circuito alternativo che copra tutte le zone dell’Italia incassino “un pubblico” che deve rimanere contento dell’offerta, un pubblico disponibile a un cinema di regia, impegnato, ma non appesantito da una estetica magari accademica, per questo non devono essere i critici che selezionano i film per il noto problema che loro fanno del cinema e della critica un lavoro, mentre il pubblico al cinema ci va fuori dagli orari di lavoro, e questa differenza è fondamentale perché mentre il critico, il cinema lo studia, lo spettatore lo consuma e paga per questo almeno 4-5 euro, non si può pagare di meno ma neanche di più e non essere soddisfatti.

E POI C’E’ IM ALTRO PROBLEMA “POLITICO” che potrebbe rovinare il circuito con risvolti insidiosi, la scelta dei film sulla base di spinte che non hanno niente a che vedere col valore intrinseco dei film, ma sulla base di raccomandazioni: “fatemi un piacere inserite anche questo film e io cercherò di farvi avere un finanziamento dal governo” l’offerta viene alterata, i valori modificati, e la struttura diventa un carozzone mediaticamente inefficace.

E’ importate che ci sia un responsabile e che ci siano risultati e che soprattutto il pubblico non si prenda delle fregature: qui entriamo in un campo minato che come parli sbagli, perché tante e tali sono le cose da ponderare per cui c’è il rischio che grazie ad una organizzazione “politica” poi venga distribuito solo ciò che è finanziato dal Mibac, con grande detrimento dell’indipendenza, ci sono anche le mode culturali, le situazioni del momento ecc. ecc..

Io non dico che se un buon prodotto finanziato dal Mibac e che vale intrinsecamente non debba essere distribuito, ma che venga distribuito SOLO quello che è finanziato dal Mibac mi sembra proprio sbagliato, perché cmq è vero che il Mibac rappresenta una Istituzione importante del cinema, ma una certa libertà anche anticonvenzionale può essere non vista o malvista dal Ministero.

Il responsabile di questo circuito deve essere un esperto di distribuzione che sappia capire le reazioni del pubblico, naturalmente anche qui siamo in un campo minato e quello che vale è il risultato complessivo di gestione, tenendo presente che qualche film meritevole può non trovare l’attenzione della gente perché magari in anticipo rispetto ai gusti del momento, ma non si può portare questo fatto a giustificazione di scelte furbesche.

Nella sua attività il responsabile deve essere impermeabile a qualsiasi sollecitazione politica, pena il fallimento nel medio periodo del progetto, il che non è facile perché – a un certo livello – tutti sono più o meno legati alla politica, o meglio ai partiti politici e deve saper valorizzare i prodotti che se lo “meritano” .

Il compito che gli si chiede è quello di alzare gli incassi da, ad es. 20 mila euro attuali (medi per film indie), a 200-300 mila euro a film e siccome c’è la sommatoria zero, questi incassi superiori verrebbero “presi” o alla commedia italiana o al cinema Usa, quindi questi due soggetti (chiamiamoli cosi) non vedranno di buon occhio l’operazione per sottrazione d’incasso, ma l’esigenza prioritaria è di natura pubblica, quella di mantenere una cultura cinematografica in linea con i livelli di altri paesi perché i blockbuster americani potrebbero far sparire il cinema italiano al di fuori della commedia. Tutto qua…. Scusate se è poco.

 

1 – IL MONOPOLIO DELL’ALTO COSTO

IL MONOPOLIO DELL’ALTO COSTO

E siamo arrivati al fuoco del problema, dopo aver parlato del perché i film italiani non escono, in risposta a tutti i presunti esperti che invocano il mercato cinematografico come se fosse la classica panacea che risolve, liberalisticamente parlando, tutti i mali dell’economia, basta vedere a questo proposito gli articoli di Battista & Company che pontificano dal’altezza della loro scienza economica, dicendo che questo mercato deve vincere la naturale pigrizia degli italiani che s’attaccano a Mamma-Mammella-Stato che li nutre con le sue poppe pubbliche e via sproloquiando, adesso analizziamo quello che G.d.V. su IL MANIFESTO dell’11.7.13, titola: Il vero problema è Hollywood…. Blockbuster flop.

Si parla di The Lone Ranger e Variety, ma anche Pacific Rim e l’autrice cita George Lucas e Steven Spielberg – i quali di fronte ad una platea di studenti –  hanno previsto questa implosione, proprio loro, che risultano essere gli artefici del blockbuster nella storia del cinema, che a partire dagli anni 70 ha distrutto la concorrenza internazionale a suon di milioni di dollari di investimento alzando il tiro.

Se fino a quel momento qualsiasi produttore europeo, quindi anche italiano, poteva lanciare in tutto il mondo film spettacolari a basso costo (io mi ricordo sempre il filone italiano dei Supermen, si legge come si scrive) del produttore-regista Italo Martinenghi – deceduto da qualche anno – che ho avuto il piacere di conoscere assieme al suo sceneggiatore Toni Corti,  il quale mi disse di aver fatto moltissimi soldi in tutto il mondo con questo filone dei tre supermen, a basso costo e ad alta fantasia, film spettacolari certo, con inseguimenti spettacolari e con cooproduzioni che convolgevano il Giappone, la Turchia, il Sud America, ma tutto rimaneva dentro ad una concorrenza ancora possibile.

Ricordiamoli brevemente:

  • I Fantastici 3 Supermen, 1967;
  • Che Fanno i nostri Supermen tra le vergini della giungla, 1970;
  • i 3 Supermen a Tokio;1968;
  • E cosi divennero i 3 Supermen del West;1974
  • I 3 Supermen contro il padrino, 1979;
  • 3 Supermen alle Olimpiadi, 1984;
  • 3 Supermen in Santo Domingo.1986.

Uno dei tre era Dick Gordon alias Salvatore Borgese che ha iniziato come stuntman e con all’attivo di più di 50 film, interpretava un supermen muto con effetti comici, gli altri con facce da belli, erano Tony Kendall alias Luciano Stella, Brad Harris, Nick Jordan alias Aldo Canti. Italo Martinenghi ha fatto la regia di alcuni, per altri invece i registi erano Bitto Albertini e Parolini.

Invece George Lucas e Steven Spielberg hanno creato un cinema assolutamente unico, puntando di più sui mostri della science-fiction costruiti da grandi scenografi, o creando macchine straordinarie dentro a modelli produttivi irraggiungibili e con effetti inimmaginabili, lo potevano fare per gli altissimi budget che permettevano a loro di girare e rigirare le scene, con investimenti incredibili nella tecnologia e con la possibilità di rimontare un film se non era venuto bene e lo potevano fare grazie al fatto che avevano una distribuzione internazionale che prendeva tutti mercati mondiali disponibili.

Se tu investivi in soldoni, tipo 200 milioni di dollari, facevi il calcolo che ti riprendevi i soldi non solo dal mercato americano ma da tutti gli altri mercati aggiuntivi, che se il film andava bene raggiungeva il miliardo di incasso. Era tutto calcolato, la promozione, i gadget, i tempi lunghi, tutto preordinato scientificamente. Poteva essere un flop fin dall’inizio ma non lo è stato perché il pubblico ha risposto a dovere.

Bastava solo che i mercati esteri non rispondessero perché il rischio di flop aumentasse, anche se il mercato interno Usa permette cmq di incassare cifre enormi.

Solo che questo tipo di film ha distrutto in un baleno anche grazie ad una promozione invasiva, tutti quei film spettacolari ma di modesto budget che erano diventati improvvisamente obsoleti di fronte alla grande magnificienza di questi prodotti, che soddisfacevano anche la critica, perché Spilberg e Lucas – come sappiamo tutti – erano maestri di regia e le loro storie sempre profondamente originali. Invece oggi per l’ultimo Superman la critica dà solo il 57% di pareri positivi. Assuefazione ? Spielberg e Lucas però sono stati accusati di ipocrisia per aver gridato “al lupo” dopo essere stati loro stessi i responsabili della creazione del blockbuster moderno con film originalissimi da far tremare i produttori della Fox: “in quel tempo erano troppo innovativi quasi “impensabili” e contro la grana di quello che passavano all’epoca gli Studios”.

Ma mentre loro due si sono dimostrati grandi maestri riuscendo a conciliare il business con l’artisticità del prodotto, oggi sembra che chi mette i soldi si senta autorizzato a scorreggiare in cucina, dice Soderbergh in maniera un po’ triviale, cioè a dire che la libertà dei regista è nettamente ridotta, e c’è sempre uno scontro di pareri che supera la dialettica quando si devono interpretare i gusti del pubblico, ma anche il regista (lo ricorda Sodebergh) è stato parte del pubblico e questo vale per i film da 250 milioni di dollari come per quelli di 5 milioni, che per gli americani sono film a basso costo con paghe da minimo sindacale.

Rimane sempre il fatto che con 200 milioni di dollari in Italia si fanno mediamente più di cento film quindi la discrepanza è impossibile da colmare, parlo di concorrenza. In Italia il costo totale dichiarato dei primi trenta film a budget alto e medio e quindi di qualità industriale, è attorno ai 130 milioni di dollari, tutta la produzione italiana vale meno di un blockbuster, quindi per far concorrenza al cinema Usa invece di fare 30 film bisognerebbe farne uno solo che sia altamente spettacolare e riesca ad entrare nell’ immaginario collettivo, ma poi bisogna distribuirlo in tutto il mondo e le distribuzioni che lo possono fare sono solo quelle Usa, almeno mi pare, ma mi posso sbagliare, che non ci sia nessuna distribuzione europea a quel livello. Che facciamo?, mettiamo 30 registi a dirigere un super film solo, e ogni volta che c’è una inquadratura da fare si tiene un’assemblea, assumiamo anche una trentina di sceneggiatori, 7-8 direttori della fotografia ecc.. Si capisce che i blockbusters costituiscono un oligopolio dai grandi mezzi finanziari Usa che non può avere concorrenza. Forse se si fa un film europeo….però è sempre difficile trovare una soluzione produttiva comune, dovrebbe essere recitato in inglese e quindi con soluzioni e linguaggi simili a quelli Usa.

Per favore cari Battista, Brunetta ecc, per quanto riguarda la concorrenza informatevi prima di sparar …cavolate,…e ho usato un termine passabile.

In Italia invece stiamo discutendo – giustamente – del taglio del Tax Credit, del milione di euro del Mise (ministero dello Sviluppo Economico) per lanciare i nostri film all’estero della serie TI DARO’ UN MILIONE (un importo che fa sbellicare dalle risate) se confrontiamo i budgets Usa, mentre aumentano i fondi regionali alle film commission.

Sembra che si proceda tra caos e anarchia governativa e quando questo succede vuol dire che c’è da preoccuparsi.

Cmq molti soldi si devono spendere per la promozione perché lo dice anche Paolo Minuto nell’ultimo “Diari di cineclub”: “noi (che dovremo analizzare la qualità intrinseca di un film) diventiamo selezionatori inconsapevoli di film + potenti mediaticamente”.

Bisogna perciò – come ho più volte e ossessivamente ribadito – creare un circuito indipendente che poggi sulle sale dei cineclubs e su quelle del centro storico, un circuito capace di valorizzare i prodotti indipendenti a low budget, se vogliamo far rinascere il cinema italiano di qualità…e con questo ho detto tutto. Alla prossima

 

1 – PERCHE’ I FILM ITALIANI NON ESCONO

PERCHE’ I FILM ITALIANI NON ESCONO

 

Continua la flagellazione degli autori italiani che hanno osato fare un film che non ha incassato, continuano le solite peraltro sterili polemiche sui finanziamenti pubblici al cinema con la demonizzazione giornalistica, da quale pulpito! (visto che i giornali sono tutti finanziati dallo Stato) di chi incassa pochi spettatori. Molti di questi film non usciranno e se usciranno faranno pochi euro perché il mercato è dominato dagli Usa. Su 100 film distribuiti 70 sono Usa, qualche europeo e resto del mondo, un 28% di italiani di cui 20 sono più o meno commedie e cinepanettoni, variazioni di commedie, qualche drammatico e uno o due documentari.

Oltre agli 81 film pronti ce ne sono più di 79 in post-produzione, cioè parliamo di 160 film italiani COMPRESE LE COPRODUZIONI senza contare i cortometraggi e i documentari.

Prendersela poi con i produttori è come sparare cannonate alle lucertole e comunque tra questi ce ne sono molti di indipendenti che tribolano e fanno sacrifici, talvolta pagano anche le sale per vedere il film uscire. E’ vero che ce ne sono 7-8 produttori – che grazie ai loro “appoggi” si sono beccati IN PASSATO un sacco di finanziamenti pubblici e talvolta sono stati più attenti a intascare i soldi che a far uscire i film, ma la stragrande maggioranza dei piccoli produttori ci mettono l’anima e se riescono magari con qualche sponsor a fargli una buona edizione (a differenza invece di quelli che pensano solo ad intascarsi i soldi e che fanno una cattiva edizione al film) sperano sempre fino all’ultimo in un miracolo, pure gli autori ripongono tante speranze ed aspettative nei loro film, tanti sogni a occhi aperti, tante illusioni, e se poi non se li fila nessuno a cominciare dei critici, inizia l’elaborazione del lutto che continuerà per parecchi anni e questo succede perché tutti ci dicono in coro: non c’è mercato, c’è solo stato e lo stato non fa il mercato e il mercato non può farsi stato e quindi la nostra produzione per essere assorbita e incassare dovrebbe essere di 30-35 film all’anno. Ma come si fa ad arrestare la grande ondata filmica e creativa quando ci sono un sacco di autori che producono autonomamente il loro corto e molte opere prime dignitose se non belle. Come facciamo? Vogliamo ricacciarli indietro e dirgli cambiate mestiere o invece farli vedere da qualche parte i loro film attraverso magari la creazione di un circuito off di sale cinematografiche decentrate e digitali e la creazione di una agenzia (con fondi misti, pubblici e privati) che sappia promuovere questi prodotti sia in Italia che all’estero, per venderli magari alle tv estere, o perché non sfruttarli direttamente su internet in videostreaming a un prezzo di 3 euro o farli vedere in tv nazionale e far votare la gente, idee ce ne sono basterebbe avere la volontà di fare qualcosa.

Tutti i produttori veri sarebbero disposti a tirar fuori 100.000 euro se una agenzia pubblicitaria (Filmitalia?!promuovesse il prodotto sia nei media italiani che all’estero) a questo proposito i film con poche chance potrebbero consorziarsi per spendere meno in inserizioni pubblicitarie.

 

Ma da qui a sperare che nel mercato “ristretto” del theatrical questi film possano incassare è come cercare la luna nel falò, A MENO CHE NON SI DECIDA – E QUESTA è RIVOLUZIONE, a far uscire il film Usa sottotitolati e quindi con l’handicap, praticamente si può stimare un acquisto di mercato di film italiani di altri 28 punti arrivando al 50%, poi però si incazzerebbero i doppiatori che vivono e mangiano bene con il cinema Usa.

Ma come si fa in altro modo a aumentare la quota di mercato quando ogni scena se non ogni singola inquadratura di film Usa costa milioni di dollari, (tanto loro dominano i mercati di tutto il mondo con i block busters).Con i soldi di uno in Italia ne fai cento. Cento più Cento………I film blockbasters saranno oggetto di un prossimo post dal titolo IL MONOPOLIO DELL’ALTO COSTO.

 

Giankoretto 13

1 – I PRODUTTORI E IL CROWDFUNDING

I PRODUTTORI ROMANI SONO IN CRISI E IL CINEMA SI AUTOFINANZIA VIA WEB COL CROWDFUNDING

Chi ha detto questa come dire …sciocchezza (usiamo parole consoni) è Maria Luisa Di Simone – bisogna attirare l’attenzione a tutti i costi- a proposito del “crowdfunding” e nella capitale diventa particolarmente attivo, tanto da creare interesse.

 

Mettere a confronto i produttori romani col crowdfunding è veramente ridicolo, è come mettere insieme un albero di banane con un fungo porcino, sono due livelli assolutamente inconciliabili di finanziamento, uno riguarda l’alto il medio e il basso budget, l’altro riguarda il no budget, nel secondo caso significa che non ci sarà mai nessuna speranza di distribuzione e sono prodotti limitati per una circolazione gratuita sul web, e sono quindi attività di rete che niente hanno a che vedere con il cinema diciamo “normale” che peraltro non riesce a farsi distribuire

In più, incuriosito, ho svolto una ricerca per capire se davano più soldi ed e’ venuto fuori che si ci sono piccolissimi e microscopici prestiti, ma se vogliamo invece avere prestiti più alti dovevo accettare condizioni di usura.

Scusate, mi sbaglierò, ma a tutta prima il Crowdfunding è una grandissima minchiata, non è utilizzabile per il cinema, ameno che tu non faccia un film col telefonino a costi quasi zero, come Pippo Delbono, l’unico finanziamento che ci salva e il tax credit esterna per questo bisogna lottare per mantenerla al 100% altrimenti di qui a breve ci sarà un crollo della produzione, nonostante che il tax credit per gli indipendenti sia difficile da ottenere se non inserisci qualche attore di grido, altrimenti nisba.

 

1 – LA RAI DI TUTTO DI PIU’

La Rai è sotto attacco mediatico, sprechi a josa, ci dice L’Espresso, film pagati con cifre da capogiro e non trasmessi, Tv movie spazzatura non utilizzabili, passaggi tra società che fanno salire i prezzi, fiumi di denaro pubblico buttato al vento, licenze rinnovate per anni.

La Procura di Roma ha acquisito i contratti stipulati dal 2003. Dal 2003 ad oggi la Rai ha speso 1,3 miliardi di euro per acquistare i diritti di film e serie Tv.

I magistrati ipotizzano che siano state comprate pellicole a prezzi pompati mediante l’emissione di false fatturazioni da parte di società di intermediazione, il tutto al fine di evadere le tasse e garantire “stecche” sotto forma di consulenze.

Per il momento dalle indagini sono emersi solo sprechi n quantità industriale e l’emersione di un conto cifrato che può essere servito per girare mazzette.

Ecco due commenti interessanti all’articolo, il primo di Fulvio Wetzl, il secondo di Sartonet:

1) Esistono centinaia di film che dopo trattative estenuanti siano riusciti a vendere alla Rai, a prezzi risibili il più delle volte, e che programmatori delle varie reti disattenti o non adeguatamente foraggiati (menefreghisti ndr) non si sognano nemmeno di mandare in onda, nonostante siano molto ben recensiti dalla critica, perché pensano di dimostrare la loro personalità programmando solo film di “tendenza” ed escludendo altri film, più coraggiosi, non necessariamente sperimentali, ma giudicati da loro secondo un loro criterio insondabile di “nicchia”.

E così fanno un danno gravissimo a noi autori perché di fatto li fanno sparire dal mercato, non potendo noi rivenderli ad altreTv più sensibili. E i nostri film finiscono nell’inferno dell’invisibilità, senza neanche poter accedere così ai proventi minimi ma necessari dell’equo compenso” Dovremmo come 100 autori e personalmente batterci perché nei futuri contratti ci sia una clausola di obbligatorietà della trasmissione tv e non in orari punitivi;

2) In un recente documento del PD, Bersani chiede che la Rai sia della società civile, peccato però che oltre ad essere in mano ai partiti, da sempre negli anni sia diventata un carrozzone e anche peggio. Mi chiedevo un po’ di anni fa come mai soprattutto su Rai2 si vedevano un sacco di film americani abbastanza ordinari se non scadenti e non si vedevano film italiani, ecco spiegato: c’era tutto un  giro di mazzette che però è ancora presunto…secondo me la Rai bisogna proprio scioglierla, mandare a casa tutti e poi vedere cosa si può fare in alternativa, la cosa più sconvolgente è che mentre a Mediaset cmq interessa il guadagno, alla Rai non lo considerano importante, la cosa che considerano importante è la mazzetta.

Riprendendo questi due commenti di professionisti del settore, l’equo compenso proposto dall’Anac è stato un errore madornale,  il principio della fine, non si sono più visti film italiani indipendenti anche di notte, soprattutto di notte,  se non di raccomandati politici, perché la Rai avrebbe dovuto pagare un sacco di soldi a gente sconosciuta senza referenze politiche, rispetto sia ai raccomandati autori dal  Pd,  che i giornalisti che si sa,  devono mangiare molto di più.

Detto questo mi immagino un dialogo un po’  surreale con un funzionario Rai:

– Caro Dott. Pirletti, lo sa bene che io sono un autore indipendente, né (cadenza piemontese) fuori dai giochi ma con una voglia di combinare il nuovo col tradizionale,…lo so Voi della Rai avete da sempre problemi famigliari, ma questo film è adatto ad un pubblico universale;

– Io la capisco e condivido il suo pensiero, ma lo sa che questi sono tempi difficili, abbiamo già concluso il budget dell’anno ed è tutto pieno anche l’anno prossimo, per quest’anno abbiamo già definito tutti i nostri progetti, cmq vediamo che si può fare, chi ha detto che la manda……

– veramente sarei un produttore indipendente che voleva sottoporle queste idee deri….

– che!!!!..Ragazzo vedo che sei ancora giovane. Ma tu non hai capito una beneamata m….qui noi siamo in questa  scrivania perché c’ha messo qualcuno, che vuoi da me, che io ti dica di si, portami almeno un PD decente, i progetti si fanno così: ti fai raccomandare da chi di competenza, ti fai ricevere da noi, e poi ti fai produrre sempre da noi. – ma io pensavo che cmq le idee contassero:..

– i voti, ma ‘do cavolo (zzo) vivi? Ma che la Rai è dei cittadini, qui se non faccio quello che mi dicono mi cacciano via all’istante, te capì, che la cosa venga dal Pd, dal Pdl o dai leghisti è sempre la stessa cosa, se tu hai un progetto valido fatti sponsorizzare  da loro, ma attento perché ci sono tanti millantatori che ti dicono si, ma poi non sanno fare un cazzo. Ci sono produzioni che hanno fatto soldi grazie al Pd e a Pd-l  vieni tu indipendente beato tra i poveri di spirito politico,  a trattare cosa? Sono tempi difficili, lo sai, riprova il prossimo anno. Vedrai…..(che in ce …. l’avrai!)

 

 

1 – CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO

CIAK SI FLOPPA – Questo è l’articolo scritto da Matteo Sacchi su IL GIORNALE,  ci parla della dinamica dei finanziamenti pubblici: certi film si meritano il finanziamento per l’ indubbio valore culturale, però il Mibac ha finanziato delle commediette che non ce l’avevano e che certamente non avevano bisogno di finanziamenti, tipo AMICI MIEI di Neri Parenti.

Sacchi continua: “Questo va detto, è il risultato della nuova legge del 2004 che ha tentato di emendare gli sperperi addirittura incredibili causati dalla precedente legge del 1965, la 1213 e che ha introdotto dei criteri oggettivi di finanziamento ma si vedono così sempre le stesse facce e i curriculum rischiano di congelare il rinnovamento”.

La legge del 2004 ha introdotto il reference system, che a mio avviso è pericoloso perché crea una gerarchia all’interno della cittadella del cinema tra idee di serie A, B, C1 e C2, nel frattempo c’è stata la campagna di stampa de IL GIORNALE che ha pubblicato un elenco di tutti i film finanziati inserendo di fianco l’ incasso, talvolta misero, il nome del regista, CHE FINIVA in una specie di gogna mediatica dove si parlava facilmente di truffa, lo stesso Giornale che poi se la prende con Travaglio perché è un giustiziaLISTA DI PROSCRIZIONE.

Ci fa capire che QUESTI DEL GIORNALE SONO GARANTISTI QUANDO SI PARLA DI BERLUSCONI ACCUSANDO IL FATTO QUOTIDIANO DI ESSERE GIUSTIZIALISTA E SONO GIUSTIZIALISTI QUANDO SI PARLA DI CINEMA accusando senza mezzi termini registi e produttori di essere dissipatori di soldi pubblici e via cantando. Hanno semplificato per motivi sensazionalistici il problema che era molto più complesso e aveva a che fare con la promozione di film che seppur interessanti, avevano poche chances in un mercato chiuso come il nostro, dominato dalle solite grandi distribuzioni che non lasciano spazio al cinema culturale.

Quindi è facile dire CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO, ma se fosse stato Berlusconi a fare questi film come avrebbero titolato l’articolo? Dopo queste pesanti critiche, il Mibac si è coperto il culo. E allora basta finanziare film in base alla sola sceneggiatura, meglio finanziare le produzioni che garantiscono cmq un incasso, si parla di autori abituati a incassare, creando un discrimine profondo tra chi incassa e chi non incassa e per le opere prime e seconde rivolgendosi a quelle stesse produzioni diciamo di serie A.

E’ stata una trovata scaltra del Mibac per legittimarsi rispetto ai difensori del neoliberismo cinematografico, dando i soldi ai soliti noti, così il Mibac può dire che ogni euro di finanziamento dato, produce ad es. un euro e mezzo di ricchezza aggiuntiva secondo i dettami della politica economica keynesiana, ma paradossalmente ha dimostrato che la sua politica non è necessaria.

Insomma a chi bisogna darli sti soldi, ai soliti noti, che incassano, a quelli sconosciuti che non incassano, al valore culturale che non si sa cosa sia, ai registi autoriali che però non incassano? A NESSUNO! Replica la gente comune, meglio finanziare la scuola o defiscalizzare il lavoro. Che ce ne frega a noi dei film, è l’ultimo pensiero quello dei film. E la cultura? La preserviamo si ma se non ci costa, altrimenti no, avete visto la cultura contadina come è sparita in un baleno? Va bene, dico io che sono un autore indipendente, avete ragione anche voi, allora se non vogliamo spendere per la cultura bisogna tirare fuori il protezionismo (mettiamo un tetto al cinema Usa) come strumento di difesa almeno dei posti di lavoro, ma questa politica urta con la globalizzazione del mercato che è cultura della merce, e non vuole distorsioni protettive, non se ne viene fuori facilmente da questo labirinto, il neo liberismo porta alla cancellazione della cultura, la cultura invece vorrebbe cancellare il neoliberismo dalla faccia della terra, cmq il protezionismo aiuterebbe la produzione italiana a farsi conoscere e quindi a fare qualche soldo in più se vogliamo vedere come unico parametro del film quanto ha incassato. E non se ha delle qualità intrinseche.

Per incassare però bisogna creare un circuito di distribuzione che sia in grado di fare la concorrenza alla grande distribuzione americana, ecco perché mi richiamo al cinema territoriale in cui il cinema può fungere da richiamo turistico, ma deve essere a low budget, in maniera che non sia troppo difficile rientrare dei soldi spesi. In Europa si parla di eccezione culturale dei singoli Paesi per difendersi dallo strapotere di un cinema globale made in Usa, derogando al principio del libero mercato per proteggere l’identità e la specificità di una cultura dal rischio di omologazione

Dice Davide Giacalone su LIBERO del 18/06/2013, che l’eccezione culturale è di destra anche se ne pavoneggiano gli “intellettualoidi” di sinistra. Del FUS (Fondo unico dello Spettacolo) solo il 18,59% va al cinema, ma si parla di eccezione culturale solo per il cinema e anche il nostro Giacalone ci dice che non è affatto male agevolare il cinema, Hollywood nacque grazie ad agevolazioni fiscali (difatti prima l’industria del cinema si trovava a New York).

Ma, prosegue, se i soldi vengono distribuiti (almeno in Italia) in base al valore “culturale” accertato da apposite commissioni di “raccomandati ministeriali” sono buttati e se, invece, li si scuce in base ai biglietti venduti, va a finire che finanzi i film di cassetta che possono avere valore culturale ma non hanno bisogno di finanziamenti pubblici, (non se ne viene fuori) allora cosa si fa? Neanche Gacalone ha la risposta pronta, però quando gli italiani vanno al cinema pagano più che altro film americani (53%), 27% italiani e 17 film europei.

Che vuol dire che gli italiani nel cinema sono esterofili, più che altro americanofili, cioè subiscono prepotentemente la lingua e la cultura americana in una sorta di colonialismo, COGLIONALISMO.

Dall’accordo di libero scambio con gli Usa siamo i primi a trarne vantaggio, ci dice Giacalone, ma a noi non ce lo spiega nell’articolo: va da se che il mercato libero fa bene anche alla cultura (se lo dice lui) perché ripropone i valori economici del capitalismo occidentale anche nei paesi asiatici o mussulmani FONDAMENTALISTI, in questo modo la forma merce si espande in tutto il GLOBO costituendo una forma di cultura, la cultura della merce appunto, e in questo senso l’eccezione culturale consiste non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato!?! Mi sembra a tutta prima ma anche seconda, un argomento specioso, cioè una posizione labirintica, un altro dogmatico del mercato che arriva a dire al punto 9) della sua prolusione: l’eccezione deve considerare non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato.

Me lo sto ripetendo a memoria meccanicamente, ma che vuol dire? Cos’è una presa in giro? Quindi se prima Matteo Sacchi ci diceva che l’eccezione culturale è cultura dello spreco (come si riporta nell’occhiello del suo articolo) mantenendo la posizione neoliberista, Giacalone, riconosce formalmente che l’ideologia di destra è sempre stata a favore dell’eccezione culturale, ma siccome contrasta il dogma neoliberista, afferma che quelli erano altri tempi, adesso a destra vale il mercato, mentre lo Stato è stato, (se ne quasi andato) ma che diventa, secondo noi, MERCATO DELLO SPRECO, INVECE DI PARLARE DI CULTURA DELLO SPRECO, NON SI PARLA MAI DI SPRECO DI CULTURA PERCHE’ QUESTA NON RIESCE AD ESSERE VALORIZZATA DAL MERCATO, E RIMANE FUORI PERCHE’ NON HA IL POTERE MEDIATICO DI IMPORSI (LO VORREBBE IN SOSTANZA, NON HA MORALISMI) MA IL MERCATO NON RISCE AD ASSORBIRLA, perché’ ce n’e’ troppa e viene dall’estero. Non si vuole capire che molta cultura che crea per inciso identità nazionale o locale, non viene valorizzata come merce con grande spreco di un mercato controllato sempre più politicamente da pochi potentati. Eh si, messo così l’affare si …ingrossa.

 

 

 

1 – ARRIVA BATTISTA, IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Riprendiamo un articolo dal Corriere della Sera  di Pierluigi Battista,  LA SINDROME DEL PANDA, I FILM CHE VALGONO STANNO SUL MERCATO ANCHE SENZA SOVVENZIONI. PARLA LUI IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Se lo dice lui che è un esperto, siamo tutti contenti.

Ecco che Battista nel suo articolo dimostra tutta la sua acutezza giornalistica invocando, tramite panegirico, il mercato, questo riconosciuto, esaltandone l’ ideologia (più che il mercato) che cura tutti i mali del mondo. Cosa dice il ns Battista, QUESTO MAGGIORDOMO, che l’eccezione culturale è sbagliata e che la cultura viene sempre esaltata attraverso il denaro e quindi bisogna dire no al neo protezionismo dirigista di marca sovietica che pretende di recintare la cultura in una zona protetta, perché altrimenti si ricade in vizi antichi che sviluppano una insidiosa forma di neo-corporativismo di tipo fascista. Perché la cultura non dovrebbe essere una merce? Ci dice? E poi fa l’esempio di quello che è successo 100 anni fa, che il cinema senza il mercato e la cultura di massa non sarebbe neanche nato. Poi cita perfino K.MARX a rovescio: LA MERCE (E QUINDI LA CULTURA) E’ FANTASMAGORIA. (boh tutto qua speravo che la citazione valesse qualcosa di più) e INFINE prosegue sempre con la solita acutezza: CHE LA CONCORRENZA E’ IL GIUSTO STIMOLO  (mi scappa dall’emozione) a non cadere nella routine e nel conformismo. (Dio dio dio tutta la mia vita perduta nella grettezza del conformismo) Emettiamo un gridolino di eccitazione PER QUESTE NOVITA‘ mai sentite.

Ha finito!?!

Noooo! noo!,no! Dice che parlare male della concorrenza genera pigrizia, (ostrega la pigrizia!) questa non la sapevo! Genera Conformismo, (ma no), sciatteria e corrività. Mamma mia!

Che dire, mi viene una stanchezza infinita, perdo due chili di energia sull’istante, è la solita solfa, che si ripete da quando ero piccolo, e che la mia maestra alle elementari mi diceva: pigrizia, pigrizia, stimolo, stimolo, che manca nell’Unione Sovietica che è tutta statale, statale, statale. Siamo di fronte all’esempio dell’ ideologia sclerotizzata del mercato, al punto da diventare il marxista-leninista del mercato, il dogmatico per antonomasia. Mi sento spossato.

Ci si mette pure Brunetta scrivendo su IL GIORNALEdel 17 giugno: “Chi taglia gli sprechi non affossa la cultura”. Non è in discussione – ci dice – se finanziare la cultura, e più sotto riprende: ma le arti e la cultura devono essere sussidiate? Per i beni artistici e culturali si può argomentare che l’ignoranza delle arti priva molte persone di esperienza da cui trarrebbero grande giovamento. In conclusione il sussidio pubblico è giustificato essenzialmente dal fallimento del mercato nel produrre la quantità socialmente ottimale di arte e cultura e quindi si può decidere di sussidiare l’industria cinematografica per proteggere gli occupati, ma il cinema italiano sarà competitivo solo con produttori che rischiano in proprio, (però questo non me lo sarei aspettato da lui) anche qui Brunetta non sa niente come è strutturato il mercato cinematografico e inferisce sul sentito dire, l’importante è attaccare quei sinistrossi come Merlo che amano Godard e “ci costringono ad un cinema d’autore, di sinistra” per gli snob. Brunetta vuole dire che le commedie di Vanzina e Banfi sono di destra e non hanno bisogno di finanziamenti, il cinema autoriale è pieno di opere prime e seconde selezionate dai kapò del cinema italiano tutti di una certa matrice ideologica, (comunista): “film non adatti a gente volgare come noialtri” ci scherza su il nostro parafrasando Pirandello.

Cmq Brunetta a differenza di Battista, non è proprio un dogmatico del mercato, visto che si interroga sul bene meritorio che sarebbe consumato in misura inferiore se non ci fosse il sussidio. Bontà sua è già un passo oltre se non altro capisce che la cultura non si mangia e che quindi la domanda non è così rigida come per il pane, maa è pur empre cibo per la mente,  parla anche di fallimento del mercato per certi prodotti culturali o almeno lo accenna – a me sembra- però cade in un altro dogma: i produttori devono rischiare in proprio: ma se io produttore so già in partenza che il mercato è CHIUSO e sono sicuro che al 100% perderò quei soldi anche se avessi fatto un capolavoro assoluto, (perchè se il film non è dentro ad una grande confezione hollywoodiana o con Rai o Medusa) rischia potentemente di non aver nessun accesso ai mercati nazionali e mondiali. Io posso rischiare concretamente se c’e’ un mercato (com’era fino a trent’anni fa, prima dei blockbaster quando era ancora aperto)  che è in grado di assorbire un prodotto anche se la confezione è di serie B o C, come avveniva in passato.

Cmq almeno Brunetta parla di efficienza allocativa dei mercati e che la tesi dell’interventismo nel settore culturale è necessaria se si dimostra che la distribuzione ineguale dei redditi rende l’arte e la cultura inaccessibile ai poveri. Ripeto è già un passo avanti. Se non altro si giustifica anche un finanziamento pubblico alla cultura altrimenti c’è il rischio che fra qualche anno parleremo tutti in inglese.

 

1 – ITALIANI TRISTI PER LA CRISI

CULTURA IN PROFONDO ROSSO – ITALIANI BRAVA GENTE MA TRISTI 

Questo è l’articolo del QUOTIDIANO DI CALABRIA: (titolo) IL CINEMA HA PERSO 18 MILIONI DI BIGLIETTI.

Poi si snocciolano tutta una serie di dati per cui la crisi economica riduce i soldi per il cinema.

Lo stesso dice anche LA GAZZETTA DI PARMA, stesso testo.

Però viene da pensare: se gli italiani hanno meno soldi questo può essere vero anche per il Calcio, anche per il Calcio ci dovrebbe essere una riduzione dei biglietti che costano come minimo il doppio fino a 10 volte in più di una sala cinematografica.

Come va invece il calcio? Sente la crisi, la gente ci va di meno allo stadio?

Domanda legittima che possiamo porci soprattutto quando vediamo tutti sti milioni spesi per i giocatori.

Ma i giornali soprattutto quelli sportivi chiedono ai presidenti DELLE SQUADRE che si spenda sempre di più per comprare giocatori ancora più grandi dai cartellini milionari, a giudicare da quello che dicono, nel mondo del calcio non c’è aria di crisi, come se non fossimo in Italia.

Ma noi continuiamo a chiederci: possibile che non ci sia una flessione di spettatori indotta dalla crisi o c’è talmente una rigidità della domanda di calcio da parte dello spettatore medio che il calcio non ne risente rimanendo fuori da questa congiuntura?

Bisognerebbe girare la domanda ai presidenti dei club e ai tifosi. Ma io mi fermo qui. Piu’ che un post è un post ino

 

 

1 – PIU’ MERCATO E MENO STATO

IL MERCATO DELLE IMMAGINI Mi sono chiesto tante volte se le informazioni le fanno le agenzie di stampa o i giornali, se ci pensiamo bene, i giornali sono dei semplici ripetitori, diffusori, ma chi informa sono le agenzie di stampa.

Allora a cosa servono i giornali? A dare un po’ di colore, a differenziare l’impostazione della notizia. L’altro ieri c’era questo titolo: “Risorse per cinema e cultura. In arrivo fondi e agevolazioni.” Lo stesso trafiletto di 11 righe compariva su LA NUOVA VENEZIA, IL PICCOLO DI TRIESTE, IL TIRRENO, ma anche su LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, MESSAGERO VENETO, LA NUOVA SARDEGNA, LA TRIBUNA DI TREVISO e l’articoletto finiva sempre col nome di Riccardo Tozzi, eppoi IL MATTINO DI PADOVA, IL CENTRO, IL GIORNALE, IL CORRIERE DELLE ALPI, LA GAZZETTA DEL SUD, LA CITTA’ DI SALERNO, IL TRENTINO, IL GIORNALE DI VICENZA. Se non è omologazione questa! Il giornale LA SICILIA almeno presenta una piccola variazione sull’articolo e allora cosa SERVONO QUINTALI DI GIORNALI se ripetono la stessa cosa come dei pappagalli.

Ritornando all’articolo si parla del ripristino delle tante agognate agevolazioni fiscali che costituiscono un motore fondamentale per lo sviluppo del cinema indipendente territoriale e in specie il Tax Credit esterno.

A parte i neo-liberisti che non capiscono niente di mercato ed esprimono invece dogmaticamente l’ideologia del medesimo, il Tax Credit esterno l’anno scorso è stata richiesto per 79 film italiani, (almeno credo che siano tutti italiani ma non ci potrei giurare) questo vuol dire che ci sono stati finanziamenti privati per 79 progetti, un grande successo per la produzione italiana, questo significa inoltre che per ogni 100.000 mila euro investiti sui film il privato può avere una agevolazione fiscale pari a 40.000 euro.

Prima del Tax Credit se ti rivolgevi ai finanziatori ti facevano condizioni da cravattari, perchè ti dicevano che il cinema è troppo rischioso, forse di più che spacciare droga, difatti sono molti i privati che vorrebbero che tu gli restituisca dopo 6 mesi 150.000 euro, dei 100.000 che ti hanno prestato.

Vai a spiegargli  pure  in greco che il ciclo produttivo di un film è di almeno due anni se va tutto bene e che non possono pretendere di raddoppiare i loro soldi in meno di un anno eppure il capitale finanziario non ha più niente di umano, ti puoi consolare appunto che a quelle richieste solo spacciando stupefacenti puoi dargli i soldi che ti chiedono.

Questa ormai è diventata la finanza: una associazione pressochè a delinquere con tassi di resa del capitale prestato che è a livello di semplice ladrocinio, per cui ben venga questa agevolazione che permette di far entrare capitali privati nei film italiani. Però ci sono quelli che dicono: “nessun finanziamento pubblico al cinema”!.

Va bene, ma allora bisogna mettere un tetto ai film americani, o mangiano solo loro o mangiamo anche noi, voi dovete fargli concorrenza ti replicano, ecco una altra idiozia neoliberista, se i mercati sono in mano a loro ormai da decenni e siccome sono tanti e possono investire per ogni film milioni e milioni di euro, come facciamo fargli concorrenza se i nostri film costano 2-3 milioni di euro? Un’idea la ebbe un certo Rossetto di Forza Italia qualche anno fa.

Mettetevi insieme, fate un consorzio, invece di fare 10 film da 3 milioni di euro, fatene uno da trenta milioni di euro, non mettendo insieme pezzi di dieci film, ma producendone pochi ad alto costo e facendoli girare come i film americani, sembrava facile, sembrava semplice, ma chi decide quale film bisognava produrre assieme?

Ognuno voleva produrre il suo e lo reputava migliore degli altri anche come sceneggiatura, ma un unico film americano può costare quanto 150 film italiani, saranno anche spettacolari per carità ma non c’è nessuna possibilità di vincere in un mercato così strutturato.

Fino a 30-40 anni fa anche gli Italiani producevano i film tipo Supermen, (si scrive comesi legge) chi non si ricorda Italo Martinenghi, che ci fece molti soldi perché c’erano tanti film che costavano poco e gli effetti speciali erano fatti in economia, da tanti lustri quel mercato non c’è più è nettamente più oneroso e specializzato e strutturato verso budget altissimi CHE PUO’ FARE SOLO CHI HA TUTTO IL MERCATO MONDIALE CHE DOMINA e non solo certe fette. E’ un mercato chiuso ai film medi e piccoli e parla solo inglese. Vogliamo fare i film in inglese anche noi?

 

1 – IL CINEMA ITALIANO

Sta bene o male il cinema italiano? Si chiede Fulvia Caprara su LA STAMPA. Vediamo alcuni dati: nel 2012 si sono prodotti ben 166 film (curioso che i registi di successo dicono che se ne producono al massimo 60 e che bisogna produrne di più).

SONO 166 I FILM PRODOTTI NEL 2012 tenendo conto delle coproduzioni (intorno alla trentina) sono ben 130 i film prodotti italiani, (ricordatevelo Verdone, Lucchetti, Tornatore) sono 130, 130, 130.

Però gli incassi calano, nel 2012 hanno registrato un – 7.95%, circa 608 milioni, diminuiscono anche gli spettatori da 101 milioni a 91 milioni, ben 10 milioni. Ci sono 6139 imprese cinematografiche (un settore quindi molto consistente), ma solo 95 hanno più di 50 dipendenti e ben 3803, più della metà, non hanno dipendenti, se non quando girano il film e quindi per molto tempo dell’anno e degli  anni sono disattivate. Sempre dall’art. della Caprara, l’ad della Rai  Del Brocco ci dice che per migliorare la situazione servono certezze come il tax credit, un progetto culturale di largo respiro , la volontà politica di sconfiggere la pirateria e la spinta a puntare su storie popolari che trattino temi sociali.

Purtroppo alla Rai – prosegue Del Brocco – c’è una evasione di 600 milioni del canone e questo ci impedisce di aumentare gli investimenti, ma anche perché la lobby dei giornalisti è molto potente(questo lo dico io). Però aggiungerei, c’è anche tanta partitocrazia che condiziona l’approvazione dei progetti, devi essere sempre mandato da un partito, come la mettiamo caro Del Brocco, se lei è lì è perché è stato messo da qualcuno e a questo qualcuno deve rispondere o mi sbaglio?

Per quanto riguarda le sale gli impianti diminuiscono passando da 1166 del 2011 ai 1062 del 2012, ma aumentano gli schermi, dai 3092 del 2011 ai 3239 del 2012, mentre aumentano le sale più piccole, più piccole sono, più spettatori diversi possono catturare, anche se nei  Multiplex quando il film è di successo lo trasmettono in più sale che è una cosa scorretta, mentre la digitalizzazione degli impianti che favorisce l’aumento delle proiezioni evento, è solo al 60%, la media europea è del 70%.

Continua il declino dell’home video dal 2006 mentre cresce il numero di film proposti dalle Tv generaliste: da 3791 (di cui 1243 italiani – del 30% del 2011), ai 3967 (di cui 1385 italiani) del 2012, raramente in prima serata. Le Tv trasmettono troppi film americani assecondando il mercato cinematografico.