1 – AL VIA LA CEMENTIFICAZIONE DI CINECITTA’

Ci dice Gabriella Gallozzi sul’Unità di qualche settimana fa: quasi un anno dalla firma dell’accordo seguito alla durissima vertenza di cinecittà studios culminati con l’occupazione degli storici stabilimenti, tutti i buoni propositi messi in campo si sono arenati. l’IDEA DI CEMENTIFICAZIONE CONTINUA….

La sinistra ha fatto la sua bella figura, si è esposta nell’occupazione simbolica contro la cementificazione ha messo incampo le sue armi…intanto è passato un pò di tempo, colmati i clamori, i bravi sinistrorsi mediatici occupati in altri vicende, e alla fine ritorna la sagoma come in un film horror di lui panzerotto cicciotello, che lascia l’ombra come nelle scenografie espressioniste. Chi è questo lui? Ricorda un albero sempreverde, come il suo potere? Un buono pasto alla mensa di cinecittà per chi indovina.

Se non si fa nulla per attrezzare e rimodernare gli stabilimenti nessun rilancio sarà mai possibile spiega Alberto Manzini della Cgil e i tavoli di lavoro al Mibac intanto sono saltati…e come in un film metafisico sopravviene il silenzio che adesso si avverte camminando tra i viali di cinecittà, un silenzio pieno di solitudini e attese, la gente sembra muoversi in punta di piedi, le auto tra i viali corrono silenziose, dovrà succedere pur qualcosa? Uno scoppio improvviso, un rumore vilento, un grido umano, no tutto rimane metafisico, Cinecittà una grande piazza dechirichiana, perfino il cerchio (raffigurato nel quadro) gira muto nell’erba prendendo però velocità come in un film horror già troppe volte visto.

Stallo totale o smobilitazione? L’Abete non paga l’affitto degli Studios da molti mesi, anni addirittura, mentre chiede al Mibac -che gestisce il luogo – la riduzione del canone (attualmente di due milioni settecentomila euro annui) mentre lo stesso marchio di Cinecittà a quanto sembra, ha fruttato al gruppo imprenditoriale & co. oltre 600 milioni di fatturato, allora perché non cambiare locatore se lamenta una perdita del 70% dal 2009-2011, vuol dire che non sa impiegare al meglio lo stabililmento, mica è obbligatorio che sia quel gruppo industriale a gestire Cinecittà, ci saranno altri grossi produttori di cinema o industriali? Bisogna dire che in questo senso non aiuta certo la recente digitalizzazione delle sale per cui i laboratori di sviluppo e stampa sono in uno stato di abbandono come la pellicola, ma a nostro parere Cineccità doveva accorgersi prima di questo cambiamento tecnologico e magari percorrerlo in anticipo, ma chi comanda sembra sia più interessato ai parchi a tema con tanto di montagne russe e con l’intento di far diventare i tecnici dei bravi giostrai.

Se così è allora dobbiamo recitare, in una specie di de profundis, l’omelia C’ERA UNA VOLTA LA HOLLYWOOD SUL TEVERE quella che aveva promosso il cinema dei grandi autori, ma anche di peplum, western, horror e poliziottesco all’amatriciana, cinema proiettato nelle sale dei quattro angoli del globo, come dice Francesco Prisco su IL SOLE 24 ORE.

Oggi come tutti sanno, il peso specifico del cinema italiano è nettamente diminuito anche perché rispetto agli anni ’60 è cambiato il mercato con un sempre più netto strapotere dell’industria americana e la crescita di cinematografie locali che fino a quarat’anni fa non esistevano. Oggi di fronte a questa caduta libera le istituzioni cinematografiche italiane cercano di rattoppare alla meglio puntando a rilanciare l’export verso i Paesi emergenti e incoraggiando in contemporanea gli investimenti sul suolo italico tramite il tax credit. Si riuscirà nell’intento?

Le tre chiavi di lettura nella consistenza attuale del nostro cinema sono l’export, le coproduzioni e l’attrazione di investimenti.

Sul primo versante afferma Francesca Medolago Albani citata nell’art. di Francesco Prisco, muoviamo poco, 10 milioni di euro all’anno, proprio ‘na miseria, segnali incoraggianti si percepiscono invece sul fronte delle coproduzione, nel 2012 l’Italia ha partecipato a 37 film in partnership contro i 23 del 2011, con 156 milioni investiti dagli stranieri delle cooproduzioni, mentre nel 2012 sono 14 i film stranieri girati in Italia che hanno chiesto di accedere al credito d’imposta per un investimento di altri 84 milioni, in questo caso agisce il tax credit grazie al decreto legge Valore Cultura di qualche mese fa, convertito nella legge 112/2013, che ha dapprima riportato gli incentivi fiscali a 90 milioni per farli salire a 110 a partire dal 2014.Ma questi interventi costituiscono un trend o sono episodici? E’ più facile la seconda che hai detto, cmq non disperiamo.

Difatti secondo Marino, il sindaco di Roma, la chiave è defiscalizzare per riportare le produzioni a Cinecittà. mentre il ministro Bray ha affermato che Cinecittà è parte del mosaico della città eterna…speriamo che non diventi un mausoleo in onore di un morto a cielo aperto come temono le maestranze.

I numeri ufficiali sui lavoratori di Cinecittà sono scritti nell’ultimo bilancio depositato da Cinecittà Studios il 31 dicembre 2012: 123 unità a tempo indeterminato, 3 nuove assunzioni, 5 dimissioni, un licenziamento, 7 cessioni di contratto e 5 addetti in media a tempo determinato.

Confrontando il dato con quello degli anni passati, emerge una lenta erosione anche del numero di lavoratori. Dieci anni prima, nel 2002, Cinecittà contava un personale di 246 unità, di cui 140 operai, 99 impiegati e 7 dirigenti. La crisi purtroppo morde e le tensioni sindacali, soprattutto negli ultimi anni, si sono acuite. Il 6 luglio del 2012 esplode una protesta più rumorosa delle altre; i sindacati indicono uno sciopero di cinque giorni, e Cinecittà viene occupata dai lavoratori, alcuni dei quali salgono persino sui tetti dei teatri di posa.

Alla fine dell’anno, il 21 dicembre del 2012, l’azienda sottoscrive un accordo di solidarietà biennale con decorrenza dal 14 gennaio 2013 fino al 13 gennaio 2015. L’accordo prevede una riduzione oraria del lavoro nella misura massima del 40% per la quasi totalità del personale. Rimane a Cinecittà Studios la possibilità di intervenire sulle ore lavorate in caso si manifestino nuove e maggiori esigenze produttive.

Ma il nodo più critico, attualmente, riguarda i circa 90 ex-dipendenti di Cinecittà Digital Factory (società del Gruppo costituita nel 2009 e specializzata nella post-produzione) che sono stati ceduti alla Deluxe, altro gruppo sempre attivo nello stesso business. Deluxe ha avviato un processo di razionalizzazione interna che l’ha portata a chiudere lo stabilimento di Mentana e a mettere in mobilità oltre 100 lavoratori. Una decisione industriale che oggi rischia di coinvolgere anche gli ex di Cinecittà Digital Factory.

 

1 – PICCOLE MEDIE IMPRESE E AUDIOVISIVO

Codice Rosso – Il mercato del cinema e dell’audiovisivo in Italia tra piccole e medie imprese: vecchi problemi, nuove soluzioni-

Il cinema italiano nel 2012 ha registrato una forte contrazione della presenza in sala a fronte di un numero sostanzialmente invariato di film distribuiti: 363 contro i 360 del 2011. Quindi nel 2012 abbiamo 91.310.793 di presenze, rispetto a 101.363.987 e incassi di 608.954.249 rispetto a 661.679.788 del 2011. I dati del 2013 non sono ancora definiti

E’ da notare la diminuzione della quota di mercato dei film italiani: il 26,5 di presenza a fronte del 33,6% del 2011, mentre la quantità di mercato USA sale dal 46,8% al 51,2% e la quota dei film europei passano dal 13,8% al 18,3%.

La crisi del mercato cinematografico italiano è pertanto la crisi del Cinema Italiano, una crisi che interessa il sistema industriale italiano, una crisi di prodotto, ovvero di cosa si produce, ma anche e forse soprattutto, di sistema, ovvero di come si produce e si distribuisce nel nostro Paese. Con 150 film si copre il 92% del mercato e gli altri 213 (363 in tutto) solo l’8%, c’è una grossa fetta di film italiani praticamente invisibili.

Liquidare questi film (dice PMI)  solo perché realizzati con piccoli o mini budget è un grosso errore di valutazione proprio da un punti di vista industriale perché piccolo non è sinonimo di brutto, bisogna invece creare modelli produttivi e distributivi alternativi, inserire questi progetti  in un processo industriale che possa dare loro forza e qualità. Bisogna intervenire in questa zona d’ombra, come? Occorre fare chiarezza sul concetto di INDIE attraverso una “Produzione Indie Certificata” (riafferma PMI)  con la nascita di una sottocategoria di microimpresa con risorse finanziarie pari o inferiori a 600.000,00. (Si, ma cosa vuole dire? Chiedo io)

Si parla di istituire 1 fondo per lo sviluppo dedicato alle Microimprese Certificate (a fondo perduto); 1 fondo al 50% di finanziamento;1 fondo per opere difficile, prime e seconde con 1/3 di contributi. Ma chi li pagherebbero questi fondi?

 

Poi bisogna estendere il Tax Credit all’Audiovisivo aumentarlo dal 49% al 70% e aumentare lo sgravio fiscale dal 40 al al 60% (da condivedere all’istante) e favorire le aggregazioni di impresa (lo sta dicendo da tempo il Mise).

Occorre superare il principio di RISTORNI sugli incassi che alimenta solo posizioni dominanti.

Peccato però che sia il Mibac che l’Anica non siano d’accordo con questo tipo di politica low budget e considerino tali film come inutili da un punto di vista industriale trovandosi in compagnia dei critici cinematografici che stigmatizzano una produzione italiana troppo abbondante e inutile.

Quindi più risorse alle opere sperimentali, le opere prime e seconde. Le opere indie low budget, la nuova serialità e i nuovi linguaggi del Web, e siamo d’accordo, ma poi bisogna fare in modo che i soldi rientrino e cioè che questi flm incassino il pubblico necessario.

Ma uno si chiede, come possono venir distribuiti questi prodotti se di fatto non hanno mercato?

Su questa questione il PMI è un tantino astruso mentre non si sa come si possono creare queste reti di impresa in autonomia.

La RETE sarebbe un contratto sottoscritto da imprese che si impegnano a collaborare tra di loro, ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnico e tecnologico.

Non sono un raggruppamento temporaneo d’impresa, né un consorzio, ma fanno rete con “UN PROGRAMMA COMUNE DURATURO CHE CONSENTA DI ACCRESCERE LA CAPACITA’ INNOVATIVA E LA COMPETITIVITA’ SUL MERCATO DELLE IMPRESE CHE VI PARTECIPANO. Contratto di Rete con l’istituzione di un fondo comune e la nomina di un organo come incaricato ad eseguire il contratto.

Sarà ma non vedo questa come una soluzione vera, il problema non è tanto la rete di imprese, ma una distribuzione di rete, una distribuzione che sappia valorizzare i film a low budget in maniera di ritagliarsi una fetta di mercato, tra le commedie italiane, il cinema Usa e quello europeo da festival. La partita è aperta…speriamo per noi indie….Un’ultima cosa ma come fanno a dirsi indipendenti i produttori che si fanno coprodurre dalla Rai?

 

1 – MARCIA INDIETRO

Una Piccola Avvelenata

Il film sassarese MARCIA INDIETRO del regista Marco Demurtas approda sulla piattaforma OWN AIR.

In questo articolo comparso su “Sassari Notizie” qualche e forse più di qualche settimana fa, si parla del coraggioso film sassarese autoprodotto e presentato lo scorso anno al Festival internazionale del Cinema di Roma, e realizzato tutto a Sassaro con un cast del posto: si tratta di una modalità alternativa di distribuzione.

Viene intervistato Demurtas che spiega molto bene come funziona il Mercato Cinematografico Italiano.

Dice: “qualche anno fa (non sapendo niente) accusai Nanni Moretti di non avere più la volontà di sostenere il cinema indipendente.

Ora che la sua società si è ritirata dal mercato distributivo, per via dei bassi incassi al botteghino, inizio a comprendere le sue paure”. Continua: “Se i film italiani proposti nelle sale continuano andare in perdita devono sperare di recuperare gli investimenti fatti, attraverso dei passaggi televisivi e siccome è difficile per gli autori emergenti se non sono raccomandati (dico io) ad avere la Rai, gli autori emergenti sono condannati all’invisibilità”.

Bene fin qua ci siamo e De Murtas e con lui tanti altri autori cinematografici si stanno accorgendo che se un film non ha alle spalle un budget considerevole, è praticamente impossibile che venga proiettato al cinema (a differenza della credenza comune che fare un film con pochi soldi sia una qualità) e quando ogni tanto succede, gli esercenti delle sale si trovano costretti a chiedere al regista, in anticipo, il pagamento del minimo incasso garantito.

Quindi l’autore-produttore deve pure pagare l’esercente se vuole che il suo film venga visto nella sala. E si chiede (De Murtas) dove vanno a finire le opere che non trovano spazio al cinema perché l’autore o il produttore non hanno i soldi per pagare la minima tenitura in sala? In una specie di limbo, in una sorta di terra di nessuno anche se esiste un potenziale pubblico che ne chiede la proiezione e che purtroppo rimane tale. Adesso ci pensa però OWN AIR a restituire al pubblico la pellicola. A me viene spontaneo però rimarcare: “povero illuso credi ancora alle favole cinematografiche. Ma quanto incasserai? Na beata…”

La maggior parte dei giovani registi, sceneggiatori NON SANNO PROPRIO NIENTE DEL MERCATO CINEMATOGRAFICO NOSTRANO e continuano a cullarsi di miti che sono morti da almeno 30 anni, perché le scuole di cinematografia gli tengono nascosta la realtà d’oggi. Per cui continuano a proporre delle sceneggiature che non hanno nessuna possibilità di assorbimento nel mercato italiano dominato dalle commedie medie, dalle commediette e dalle commediacce. Possibile aggiungo io, con fervore, che ci continuate a mandare imperterriti delle sceneggiature drammatiche, melò o horror che non gliene frega un caxxo a nessuno, noi italiani siamo commedianti, come ve lo devo dire in tedesco, wir sind der kommedianten, sarà una banalità ma al pubblico piacciono personaggi televisivi che poi fanno cinema, e invece i nostri bravi giovani (perché nessuno gli dice niente e pensano che i produttori siano ancora quelli degli anni ’50) continuano a propinarcele (drammatiche, melò, horror), nonostante che in Italia ormai da 30 anni non ci siano più film del genere, di genere. Allora ridico con più fervore ancora: “o siete poco svegli, o dormite in piedi, come fate a non accorgervi di come funziona da noi, non vedere che tutti i film drammatici, polizieschi, horror sono prodotti in America (a parte qualche polar francese) e allora dai forza, traducete le vostre sceneggiature direttamente in inglese, e provateci con loro, ma vi prego non ci scassate la minchia a noi con progetti impossibili per il mercato italiano. Perché ste scuole vi illudono e non dicono come è la realtà odierna e voi venite da noi indipendenti, dopo che non siete riusciti con i grossi produttori, pensando che abbiamo il sigaro in bocca e un cassetto della scrivania pieno di dollari. Il bello – mi dice un amico anche lui piccolo produttore – è che siccome stanno per mettere su un progetto a low budget che nessuno cagherà, si rivolgono a te per chiederti quei pochi soldi che gli servono per chiuderlo: a volte 30.000, a volte 70.000 a volte 80.000, 110.000 evitando accuratamente di dirti come caxxo si recupereranno i soldi, praticamente tu devi essere per loro un istituto di beneficenza. Questi giovani autori sono di una ignoranza spaventosa in fatto di produzione, pretendono però, e come pretendono, perché loro devono esordire a qualunque costo, glielo ha ordinato il dottore e tu devi tiragli fuori i soldi dal cassetto. Perché non ve li mettete voi, investite su voi stessi? Dite al papà di vendersi un immobile.

Ma come parli? Cosa dici? Ma che caxxo di produttore indipendente sei?

E’ che qui in Italia non ce nessuna industria, lo volete capire si o no, il cinema è un ambiente chiuso per pochi eletti, un mercato per 50 registi e 12 produttori, che hanno anche le giuste relazioni e nessuno vuole investire su un giovane e neanche su una idea, è tutto già collaudato da lustri, semplicemente ti chiedono per essere prodotto se hai qualche entratura…e avanti di questo passo, che palle!

Poi ti arriva la buona notizia di Netflix, il servizio di streaming e noleggio via mail – la compagnia avrebbe raggiunto quasi 30 milioni di utenti a pagamento, in Italia ci prova Mediaset con “Infinity” con una library di 5000 titoli e un costo di € 10 euro al mese con un accesso illimitato di film prodotti tra il 1950 e il 2012, Sky ha un sistema analogo che si chiama “River” e ti dici forse De Murtas sua potrebbe avere ragione e ti assale il dubbio, e se sto dicendo un sacco di cazzate che veramente in Internet – basta creare una confezione giusta – la cosa potrebbe funzionare? Ai postali – che stanno sempre in mezzo ai messaggi d’auguri – l’ardua sententia….e scusate lo sfogo.

 

Ciankazzo da Fare, frazione del nulla

 

 

1 – DA OGGI ANTIPIRATERIA PER TUTTI

Da oggi 12 dic 13 dovrebbe entrare in vigore il regolamento dell’AGCOM, il regolamento ANTIPIRATERIA che difende il diritto d’autore, accolto con scetticismo e paura dagli internauti, probabilmente per partito preso e perché ci sono i diffusori di allarmismo e dove ogni scorreggia dell’AGCOM prefigura un attacco alla libertà di internet.

Parlare per partito preso vuol dire ragionare poco e soprattutto sovrapporre a un qualche peraltro blando discorso di tutela e di libertà anche per i detentori di diritti, lo schema ripetuto come un disco inciso una volta per sempre e sclerotizzato a livello di quei padri anziani che ripetono ai figli sempre le stesse raccomandazioni.

Vediamo nel merito questo regolamento nei punti essenziali (per non tediarvi con commi e articoli) che secondo alcuni dovrebbe permettere come nelle peggiori dittature all’AGCOM di instaurare un regime poliziesco.

Regolamento 1. Il presente regolamento si applica alle attività dell’Autorità in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. In particolare, il Regolamento promuove lo sviluppo dell’offerta legale di opere digitali e l’educazione alla corretta fruizione delle stesse e disciplina le procedure volte all’accertamento e alla cessazione delle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, comunque realizzate, poste in essere sulle reti di comunicazione elettronica.

2. Nello svolgimento delle attività di cui al comma 1, l’Autorità opera nel rispetto dei diritti e delle libertà di manifestazione del pensiero, di cronaca, di commento, critica e discussione, nonché delle eccezioni e delle limitazioni  di cui alla Legge sul diritto d’autore. In particolare, l’Autorità tutela i diritti di libertà nell’uso dei mezzi di comunicazione elettronica, nonché il diritto di iniziativa economica e il suo esercizio in regime di concorrenza nel settore delle comunicazioni elettroniche, nel rispetto delle garanzie di cui alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

3. Il presente regolamento non si riferisce ai downloader e alle applicazioni e ai programmi per elaboratore attraverso i quali si realizzi la condivisione diretta tra utenti finali di opere digitali attraverso reti di comunicazione elettronica.

..omissis

Articolo 5  Modalità di intervento

1. Ai fini della tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica, l’Autorità interviene, ai sensi del presente e del successivo capo, su istanza di parteprevio espletamento della procedura di cui all’articolo 6.

…..omissis

Articolo 6  Procedure di notifica e rimozione

1. Qualora un soggetto legittimato ritenga che un’opera digitale resa disponibile su una pagina internet violi un diritto d’autore o un diritto connesso, può inviare una richiesta di rimozione al gestore della pagina internet.

….omissis

Articolo 7 Istanza all’Autorità

1. Qualora l’opera digitale che si assume diffusa in violazione della Legge sul diritto d’autore non sia stata rimossa, il soggetto legittimato può richiederne la rimozione all’Autorità

…..omissis

4. Il procedimento dinanzi all’Autorità non può essere promosso qualora per il medesimo oggetto e tra le stesse parti sia stata adita l’Autorità giudiziaria.

Se volete leggere interamente la bozza basta cercarla su Google: bozza regolamento AGCOM.

Comunque se capisco l’italiano questo Regolamento non è per niente repressivo intanto perchéèè non se la prende con il singolo downloader (che sarebbe uno scaricatore di: porto i contenuti anche illegali di internet tra gli amici) e questo è già una buona cosa, in secondo luogo se io mi ritengo danneggiato da un sito internet che diffonde una mia opera piratata, posso rivolgermi direttamente al medesimo sito e ove questa venga rimossa su mia richiesta la cosa finisce pacificamente senza complicazioni (io posso anche chiedere che invece di trasmettere tutto il film che magari deve uscire nelle sale) ne trasmettano solo 4-5 minuti e sempre lo stesso pezzo.

Solo se non si riesce a contattare il sito, chiedo l’intervento dell’AGCom MA IN ALTERNATIVA si badi bene, in alternativa ad una azione giudiziariaaa a tutela dei miei interessi di proprietà.

Quindi l’agcom è vero che interviene su mia istanza, MA SE IO NON MI ACCORGO DI QUESTO MIO FILM PIRATATO IN RETE, non succede niente, perché devo essere io a dirlo all’AGCOM. Ora sono molti i detentori di diritti di migliaia di film che non si accorgono chei loro film sono proiettati su internet senza il loro consenso e non accorgendosi non fanno alcuna azione. Io penso che alla fine l’AGCOM se la prenda con tutti quei pochi siti che proiettano migliaia di film duplicati illegalmente guadagandoci perchéèèè vendono banda larga o qualcosa del genere.

Quindi se uno individualmente vuole vedere illegalmente quel tipo di film lo può sempre vedere e farlo vedere ai propri amici.

Tra l’altro se poi l’AGCOM se la prende con un sito non è in maniera poliziesca ma avviene un contraddittorio per cui il sito può sempre presentare ricorso.

 

 

 

1 – CINEMA E INTERNET

Sono passati ormai 10 anni da quando verso la fine di ottobre del 2003, si decideva di precorrere i tempi lanciando su internet il film di ns produzione, L’Appuntamento, per la regia di Veronica Bilbao La Vieja che non era uscito nelle sale, e doveva essere uno strumento di lancio del progetto Neche.

Neche era un progetto di distribuzione cinematografica su Internet, gli esperti di allora dicevano che sarebbe stato il futuro.

Quindi abbiamocercato di precorrere i tempi per poter lucrare tra i primi, si voleva distribuire i film in rete, in videostreaming a un prezzo di € 3 euro grazie alla nuova tecnologia di compressione dei filmati VP5.

Il progetto Neche aveva preso l’avvio in partnerschip con Cinecittà e doveva offrire un mercato su internet per i prodotti indipendenti che avevano difficoltà ad essere distribuiti in sala.

Attualmente il progetto Neche continua sulla Web Tv StreamIT twww.TV, al canale 131 – 313 ma solo per dei cortometraggi. Il problema della rete è che ci sono tanti, troppi film gratis e quindi diventa obiettivamente difficile che la gente paghi anche per un noleggio a soli 3 euro pur avendo il vantaggio di vederlo negli orari a proprio piacimento.

Se proprio l’utente deve vedere necessariamente il film, costi quel che costi, allora può essere che paga, superando la difficoltà connessa all’utilizzo della carta di credito o scheda prepagata per un singolo importo di € 3,00 euro o in alternativa comprando anticipatamente una scheda di visione di 10-15 euro, complicazioni che non aiutano, anche perché tante e tali sono le alternative gratuite e anche di qualità, piratate o meno, che uno si chiede: ma chi me lo fa fare!

Quindi possiamo dire che allo stato attuale il cinema su internet è scarsamente remunerativo almeno in Italia e quindi per coloro che una decina d’anni fa pensavano di creare un’ alternativa alla sala, devo rispondere che hanno sbagliato alla grande perché non avevano capito il fenomento della condivisione e quindi della pirateria.

Adesso ormai si pensa di vedere i film non più sul monitor ma mediante l’apparecchio Tv collegando la “libertà” di Internet con la “gerachia” televisiva. Questa potrebbe essere una nuova frontiera che si sta sviluppando nel presente e che potrebbe portare anche dei vantaggi ai film, stando a quel che dicono gli esperti di settore.

Io però rimango molto perplesso e diffidente anche perché i film che passano in Tv da internet si possono copiare ancora meglio. 10 anni fa si pensava che il cinema online doveva essere una alternativa alla sala, Internet invece a conti fatti si è dimostrata una immensa fregatura, per cui io sto facendo un percorso a rebours, di ritorno alla sala. La rete  è più adatta ai film corti, alle serie di 10 minuti alla brevità, perché c’è una concorrenza dell’offerta strepitosa e stare due ore bloccati in un seggiolino scomodo può essere faticoso.

La maggioranza della gente difatti vede i film a pezzi, io ultimamente l’ho fatto con  la Montagna Sacra di Jodoroski (si trova in rete gratis senza pirateria) il risultato è stato che l’ho capito ancora meno della ormai lontana prima volta che l’ho visto.  Beh, staremo a vedere cosa si combina cn la Tv, in Usa attualmente funziona una rete in abbonamento mensile, con 11 euri vedi un sacco di roba, ecco, con la Tv interattiva magari i film si possono gustare un po’ meglio. Poi ci sono le chiavette che rendono le tv intelligenti

L’articolo di Sentieri Selvaggi del 29 ottobre 2003

Gratis in rete il primo film italiano in videostreaming

Nato dal progetto www.neche.it

Caro Film e Cinecittà Digital sperimentano un nuovo canale distributivo su internet,

mettendo in rete un film inedito, L’appuntamento, di Veronica Bilbao La Vieja, con

Alberto Molinari e Alessia Fugardi. Per i responsabili del progetto “internet per sua

natura è un sistema democratico che permette la distribuzione di film diversi da quelli

hollywoodiani”. Il film è visibile gratuitamente da venerdì 24 ottobre sul sito

www.neche.it (sezione “Tecnologia”). L’iniziativa lancia una sezione del Progetto

Neche, www.carofilm.it, dedicata alla distribuzione su internet di film di produzione

indipendente.

Il Progetto Neche è frutto della collaborazione della casa di produzione Caro Film e

Cinecittà Digital, centro di eccellenza delle tecniche per il cinema digitale. David Bush,

direttore della divisione, si dichiara “orgoglioso di poter offrire ai clienti del mondo del

cinema, della pubblicità, della televisione servizi innovativi legati proprio all’eccellenza

della post-produzione digitale”.

www.neche.it nasce con l’intento di promuovere applicazioni di video streaming di

nuova generazione, soluzione per la distribuzione di filmati e opere cinematografiche

tramite internet. Grazie infatti alla nuova tecnologia di compressione VP5 i filmati sono

ottimizzati per la visione da parte dell’utente finale abbonato ad una semplice ADSL

140 Kbps, ottenendo la fluidità tipica della visione televisiva. La novità sta nel fatto che

l’utente finale non deve caricare nel proprio computer alcun file: la visione avviene

direttamente da web.

E’ un sistema che garantisce lo sviluppo di applicazioni streaming Video on Demand e

che, per le sue caratteristiche tecniche, impedisce la duplicazione e pertanto la

diffusione illegale del prodotto. Grandi aziende quali Warner Bros, Sony, America On

Line, Apple, Intel hanno implementato i propri sistemi grazie a questa tecnologia,

sviluppata dalla ON2 Technologies.

Infine ecco una nota inserita nel sito Neche:

Si possono vedere i film in streaming in maniera legale acquisiti mediante i diritti a tempo, che i singoli proprietari hanno concesso con l’aspettativa di incassare tali diritti. Difatti non c’è prospettiva per il Cinema su Internet se non viene pagato e questo fatto va al di là degli slogans pubblicitari di qualcuno. Se il film non viene pagato dall’utente in Internet ci sarà posto solo per i video amatoriali e per le cose dilettantesche fatte senza una lira, per cui il film in videostreaming che non si scarica, (si scarica solo la scheda ed eventuale materiale d’accompagno, tipo pressbook e altro) può avere una vita proficua solo, ripeto, se si paga un biglietto elettronico o si subisce una pubblicità di banner che paghi il biglietto per te. Internet può essere anche un canale alternativo per distribuire un cinema più “marginale” per tipo di storie, ma non certo un cinema dilettantesco, e intendo tale quello un po’ arrangiato nei mezzi, per cui bisogna contrastare questa tendenza al cinema gratis in rete, magari attraverso il ricorso dello strumento illegale della pirateria, quindi se non sarà il singolo utente dovranno essere i proventi pubblicitari a coprire i costi. Su internet invece si dovrebbero vedere liberamente solo quei film vecchi e ormai liberi da diritti, e quindi andiamo sul muto o giù di li anche se questo comporterà un danno per il mercato dei Dvd del settore. 

14/11/2007

 

 

1 – POLITICA CINEMATOGRAFICA

Conferenza  Nazionale del Cinema 5.11.13 Centro Sperimentale di Cinematografia ore10.00 – Per una nuova politica del fare cinema

La mia è solo una incursione in questo campo, non sono un tecnico, ma semplicemente un responsabile dello sviluppo progetti per una piccola produzione che si è trovata a gestire problemi spesso di difficile soluzione finanziaria, come si dice quando si vuole quadrare il cerchio.

Perché il cinema italiano è un’industria debole? Perché il suo capitale investito non viene remunerato per il 50% dei prodotti. Io parlo dei tanti film di autori indipendenti a piccolo budget che hanno un livello tecnico buono e un buon cast di attori promettenti o cmq capaci, bravi e meno fortunati.

Se vogliamo difendere il cinema degli autori indipendenti da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dobbiamo con urgenza sviluppare dei punti da portare all’attenzione istituzionale e mediatica per salvare il salvabile, altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. Partiamo dal fatto che più del 50% dei film prodotti non vengono distribuiti per cui qualcuno tra i critici dice perché li fate? Appunto! Cioè ci sono dei capitali investiti che non vengono remunerati, quindi manca un ritorno economico, altrimenti come diceva il critico questi film sono inutili.

Ecco i miei 4 suggerimenti dovuti all’azione sul campo fuori dalle aule accademiche della politica cinematografica:

1) REFERENCE SYSTEM Abolire il Reference System è fondamentale per l’accesso democratico al cinema. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film dei soliti noti, dalla produzione, dal regista, agli attori fino alla troupe, anche perché si considera il fatto d’aver vinto solo pochi festival importanti e non tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo, creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Il rischio è che si formi una gerarchia immobile discriminando la creatività e l’accesso ai fondi. Il Reference System è nato dalla riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i “senatori” della pellicola, i quali volevano che si rispettasse una gerarchia della visibilità. Questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero d’allora aveva, di finanziare totalmente con grosse cifre, perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, per cui ci sono state le critiche anche feroci dei neoliberisti de IL GIORNALE, perché si davano soldi a pochi e magari raccomandati, creando dei produttori privilegiati. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, (come adesso sta facendo giustamente il Mibac) davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità senza che il cinema avesse a guadagnarci.

2) CIRCUITO DISTRIBUTIVO LOW BUDGET Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e Privati) che sia remunerativo per il cinema a low budget e d’autore, per quei progetti in cui non ci sia Rai o Medusa, anche perché non si può fare un film da festival e pensare di guadagnarci, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film piccoli e di nicchia non vengono visti e così Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. Ci sono tanti festival piccoli anche in Italia che cercano di premiare un cinema di qualità, ma poi ci deve essere anche un circuito di sale che sostengono i film italiani da festival, altrimenti come fanno i piccoli produttori a guadagnarci? La loro valorizzazione può passare attraverso una agenzia pubblicitaria, una rivista online che promuova questi autori e un interesse mediatico che ponga all’attenzione questi prodotti, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente e vendere un film di questo tipo altrimenti si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate pregiudizialmente dal mercato. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari, diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento dispersivo. Si dovrebbe potenziare una rete insomma! Infine ci dovrebbe essere un accesso gratuito a tutti i programmi della Rai (anche regionale) a fini promozionali. Il sistema distributivo sarebbe a menu, come quello del circuito cinema veneziano, non un unico film in cartellone, ma più film nella stessa giornata a un costo di 5 euro in maniera tale da fidelizzare un pubblico che vedrà tutti i giorni film diversi e quindi i film potranno circuitare da un cinema all’altro di città della stessa regione o di gruppi di regione e in ambiti geografici specifici, nord, centro, isole.

3) TETTO A FILM USA E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa .Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in America ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE che conserva una linea editoriale contro il cinema italiano: Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari il film di Sorrentino girato in America del Nord. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro e quindi bisognerebbe mettere un tetto annuale – ma non eccessivo – ai film Usa max 250 in maniera che 50 film italiani possano incassare.

4) CINEMA TERRITORIALE per dare una identità anche locale al cinema. IL Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero così delle sinergie. Commissioni pagate a letture di progetti presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Bari, formate magari da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità tra le varie commissioni (che dovranno essere scelte in alternativa) da chi fa il progetto e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori dove potranno accedere anche al credito regionale, mentre il tax credit esterno per questi film dovrebbe essere aumentato dal 40% al 60% se si vuole invogliare possibili finanziatori ad investire in piccole produzioni e applicare il tax credit anche ai piccoli, perche’ fino ad ora sono state soprattutto le grosse imprese a beneficiarne. Se poi un circuito distributivo efficiente remunerasse questi capitali investiti si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per un cinema piu’ libero e vario tale da assicurare un pluralismo produttivo.

 

 

 

1 – …E VENIAMO AI FILM VENEZIANI E AI LORO INCASSI

L’articolo di qualche tempo fa di “Libero” non le manda certo a dire: VENEZIA AFFONDA AL BOX OFFICE. INCASSI SOTTO ZERO.

Qui si parla dei tre film italiani che secondo l’Alessandra che ha ben tre cognomi l’ultimo è Fusco, sarebbero dei flop, che sono film magari interessanti ma che non incontrano i gusti dello spettatore medio, cioè abbiamo una divaricazione tra critici e pubblico per cui ci dice l’articolista: “sappiamo bene che è impossibile competere con le corazzate di Hollywood, con i film dai budget stellari con le storie animate per famiglie, non possiamo dire che se fai meno incassi dei blockbusters Usa hai fallito”, però se non crei attenzione, gradimento, se la gente non parla del tuo film, se non esce soddisfatta fuori dal cinema consigliandolo agli amici, il tuo film non emerge, anche di fronte ad autori del livello di Dante o Petrarca.

Alessandra Fusco ha ragione ma anche torto, ha ragione quando descrive quello che la gente che oggi va al cinema, si trova a vedere, ha anche torto perché se non c’è un clima culturale acceso, l’attenzione di cui parla non si ha, ma non certamente per demerito dei registi, è la gente che vuole più spettacolo che racconto e preferisce facili emozioni che uno sguardo più profondo, come a dire il pubblico è terra- terra e  noi siamo sottoterra. Sono rimasti lo zoccolo duro, solo i sofisticati critici di Repubblica che sono una minoranza sparuta e spaurita di fronte a cotanto imbarbarimento visivo, da non rappresentare più nessuno, insomma oggi essere sopraffino non vale molto, mentre un tempo se non lo eri, non eri nessuno.

Di questi tempi sarebbe stata dura per Godard e magari Truffaut, insomma la mediocrità dilaga e bisogna (è un must) accontentare i gusti di un pubblico non pretenzioso che vuole fuggire dalla noia, tanto il mondo non cambierà mai, (ti dicono) quindi ciò che incontra i gusti della massa è valido, tutto il resto è intellettualoide (mongoloide).Messa così la cosa appare deprimente. Il pubblico cosa dice? Poco o niente, perché non c’è più il pubblico di una volta sparito come le mezze stagioni, ci sono invece vari pubblici specializzati, ci sono quelli di bocca buona, quelli più americanofili che vogliono delle emozioni studiate a tavolino con kili di effetti speciali, il 3D per smuovere le impressioni e creare emozioni.

Un errore fondamentale che sanno bene i distributori da evitare a tutti i costi, è che il film difficile finisca in una sala sbagliata e quindi può essere moltiplicato per 100, 300 copie che s’afflosciano da sole, perché la gente magari in quelle sale è abituata a vedere altri film magari spettacolari, e quindi è chiaro che non incassa.

Che cinema vogliamo oggi? Una via di mezzo che non sia troppo autoriale e troppo di pancia, teniamoci in una gradazione tra lo spettacolare e l’autoriale, ma c’è un pubblico di questi tipo? Penso proprio di no, è più facile che il pubblico sia da una parte o dall’altra, polarizzato in due schemi opposti, così una commedietta insulsa suscita l’orrore dei sofisticati giornalisti di Repubblica, ma anche del pubblico vicino ai cineclub, un film come SACRO GRA suscita una reazione contraria di quel pubblico che vuole i soldi indietro se non ride di pancia, quindi abbiamo dei pubblici contrapposti, ciò che piace ad uno non piace all’altro, è più facile che un pubblico passi per la cruna di un ago che veda un film “impegnato” nella piccola sala n. 7 d’ un multiplex, o che nella sala n°1 dello stesso Multiplex appaia un film “impegnato” (come si diceva una volta) e questa rottura fa si che i film non siamo più memorabili come un tempo che suscitavano una forte curiosità anche se erano difficili, ad esempio la Montagna Sacra di Jodorowski o un film di Bunuel. Ci sono stati in passato film di grandi autori che hanno avuto un pubblico universale, forse i film avevano qualcosa in più che stupiva, qualcosa di profondamente originale che coinvolgeva, una commedia grottesca che attirava, altri ingredienti da provare, personaggi complessi.da capire Oggi tutto questo non sembra così coinvolgente, si preferisce uno stupido film in 3d che qualcosa di originale e quando c’è una provocazione intellettuale non la c…ga più nessuno, cioè i pubblici non comunicano tra di loro e la divaricazione è sempre più netta. Purtroppo se facciamo un cinema “poetico” siamo destinati a incassi tiepidi, se il cinema sfrutta la sua capacità di mettere assieme tante arti non solleva più l’ ammirazione d’un tempo, se invece si crea in fretta una storiaccia con fotografia approssimativa e musica penosa mischiata alla rinfusa,che però fa un po’ ridere, è già meglio, cosi’ se si fa un cinema altamente spettacolare investendoci un sacco di soldi, tipo block buster, la gente viene anche se non si eccita, insomma oggi e diciamola tutta, si deve più vergognare del suo stato, uno che fa una cosa intelligente che uno ignorante. “Ma no, cosa dici?” Andiamo bene, andiamo proprio bene, come se questi tempi fossero di per sé tempi volgari: una parodia insulsa attira il pubblico, più di un pelo di foca, e magari (a livello critico) verrà rivalutata 30 anni dopo,  come quelle di Totò che però aveva una maschera incredibile, e a te la critica manco te c…ga,  spesso però sono copie e fotocopie di originali, gli incassi rimangono alti anche se non è più cinema, ma un’insieme spesso improvvisato di sketch televisivi.”Adesso non fare anche tu lo snob come quelli di Repubblica, il cinema è comunque un’arte popolare, i pidocchietti proprietari di cinema quando non c’era la televisione, registravano il tutto esaurito nei melodrammoni degli anni 50, t’è capi'”.

Oggi il cinema spettacolare e d’azione ha una sua magia, ti coinvolge, anche con un certo spessore pur con i suoi schemi fissi ripetuti, il cinema d’autore è in crisi d’incassi perché (la butto là) non è popolare, è sofisticato, per laureati. Si può fare un cinema d’autore popolare? Ecco che ritorniamo nel “giusto mezzo?” No, proprio no, al cinema decisamente non funziona il giusto mezzo, lo hanno capito anche certi produttori che ci hanno provato, rischi di non accontentare nessuno e di essere criticato da tutti: o si è da una parte o si è dall’altra, o poetica dello sguardo o comicità facile,risulta inutile tentare delle mediazioni a tavolino attraverso la scrittura cinematografica, rischi come ho detto, di non accontentare nessuno, poi qualche commedia viene salvata dai critici e basta, perché incassa. E quando si incassa il piatto di minestra non manca mai neanche a loro.

I critici vivono col cinema e di cinema e quindi tendono ad essere più esperti ed esigenti, però di solito il pubblico a differenza dei critici, paga per vedere un film e non è un mestiere ma un passatempo. Oggi tanti film d’autore non riescono più a prendersi i soldi spesi, quindi è facile che spariscono dalla circolazione il che è una soluzione drastica (non vogliamo i panda) ovvero se si vuole mantenere una cultura cinematografica nazionale questi autori devono essere aiutati, da chi? Ti chiedono, dallo Stato no, no, (si rispondono). Ci sono priorità, lo Stato deve pagare i soldi ai disoccupati, allora chi può adottare un film difficile? Per me invece basterebbe ridurre il n° di film spettacolari, un tetto anche alle commedie, però ti obiettano forse con ragione che così andrà meno pubblico al cinema. Siamo sicuri? Altre soluzioni non ce ne sono: non si può avere la moglie piena e la botte ubriaca…o cioè il contrario.

Dagli incassi ultimi visti su Cinecitta news, notiamo che la giornalista di Libero non è riuscita nell’intento di portare sfiga ai film italiani, anche se è la linea del suo giornale da tanto tempo, perché SACRO GRA ha incassato più di 970.230 QUASI UN MILIONE DI EURO, che per un documentario è già un grosso successo superando quello dei fratelli Taviani, ambientato nelle carceri, anche il film L’INTREPIDO ha superato un milione di euro, mentre il film della Dante si attesta sui quasi 400.000,00. Tiè porta a casa…Libero da chi?

 

 

1 – STAGIONALITA’ E SALA CINEMATOGRAFICA

Sala cinematografica: si parla molto di sfruttare la stagione estiva come d’altronde si fa in Usa per non concentrare troppo le uscite dei film di qualità in pochi mesi. Se ne è parlato a Mantova in occasione degli incontri del cinema d’essai.

Tra i relatori anche l’esercente Sino Caracappa  che ha sottolineato alcune criticità, come la carenza di film di qualità nel periodo estivo, Caracappa ha colto l’occasione per lanciare un’idea: far adottare al circuito sale della Fice due o tre film a cui garantire la circolazione nel periodo estivo.

Grumnio Corocotta è un esercente “marino” e ha una idea straordinaria che ci dice: a mio parere per valorizzare anche l’estate al Cinema l’unica cosa da fare è quella di creare sale estive nei centri balneari e cominciare gli spettacoli a partire dalle dieci di sera per due proiezioni e poi finite le proiezioni in mezzo alla sala si apre  un corridoio d’acqua che va direttamente al mare e così si fa un bel bagno conclusivo.

Un’altra alternativa da studiare è quella che la sala marina sia collegata alla piscina per cui si arriva in sala in costume da bagno, si proietta il film e poi si va in acqua, potrebbe essere una soluzione: film + piscina e doccia € 15 euro, film + piscina, + doccia + ristorante, ALL INCLUSIVE € 45, poi a scalare l’hotel con “sevizi” in camera.

Così si arriva alle 5 di mattina pronti per un’altra giornata in spiaggia. Sinno e Grumnio sono impegnati da sempre nel cercare di allungare la stagione cinematografica anche al periodo estivo, in effetti la gente si riversa neii centri balneari che hanno locali di tutti i tipi ad alimentare il divertimentificio,  ma mancano di sale cinematografiche a contatto col mare, forse è la volta buona che si investe non solo in locali notturni e in discoteche ma anche in sale cinematografiche marine.

 

 

 

1 – DISTRIBUTION OR NOT DISTRIBUTION?

THIS IS THE PROBLEM DISTRIBUTION OR NOT?

Non esistono più DA QUALCHE TEMPO, le mezze distribuzioni, soverchiate dai grandi circuiti, crollano subito; basta andarsi a vedere gli “incazzi” pardon incassi su Cinema d’oggi, ci sono distribuzioni che incassano in un anno poche migliaia di euro, neanche i soldi per comprarsi un panino quotidiano: che dire? che fare?

I cortometraggi non hanno mercato, non se li filano neanche le tv, i documentari idem con patate fritte, a parte qualche argomento che suscita la morbosità popolare e un documentario come SACRO GRA che ha vinto quest’anno il festival di Venezia e che può sfruttare la promozione indiretta per cercare di avere almeno un po’ di pubblico.

Il 50% dei lungometraggi prodotti in Italia è fuori mercato, si punta sui festival, ma con i festival non si mangia, le tv generaliste che spendono un sacco di soldi per servizi giornalistici spesso inutili non spendono un euro per i film italiani indipendenti (staremo a vere con le quote) non voglio essere pessimista, pero’ si produce tanto per niente e quindi niente per tanti che ci rimettono i soldi, le grandi distribuzioni hollywoodiane dicono per darsi un’immagine italiana, che distribuiscono film nostri, DICONO bisogna vedere se poi lo fanno, il più delle volte fanno finta, e nonostante questo, con grandi sacrifici, piccole produzioni continuano a fare dei film, poi microproduzioni collettive gratuite continuano a fare cortometraggi a josa, che possono essere distribuiti solo in qualche festival e in cui non si fa un euro perché costoro come piu’ volte ripetuto, non pagano il passaggio, altrimenti crollerebbero con i costi, anzi nei festival maggiori e quelli di lingua inglese devi pure pagare per farli iscrivere al concorso.

Se si fa ipoteticamente uno sciopero della produzione per 1 anno non si accorgerebbe nessuno, anzi gli fai pure un piacere, perché ti togli di mezzo, che dai fastidio, sono talmente prodotti di nicchia per pochi appassionati cinefili e familiari che il cinema invisibile è quasi sempre inesistente, un fantasma che si aggira per l’Italia che stenta a trovare dei corpi.

Ognuno si trascina da un cineclub con 6 sedie a un festival marginale fatto nella sacrestia di una chiesa, nel suo intimo ha la segreta speranza che prima o poi uscirà fuori e quindi di essere lui il grande prescelto, che potrà cavalcare i dolci pascoli del successo, e dove si potrà abbeverare alla fonte meravigliosa dei vari film che prenderanno corpo e anima al regista, uno appresso all’altro, fino a sperare nell’opera immortale a cui sta lavorando da tanto tempo, intanto però tutti ci rimettono…dai poveri produttori che dopo due o tre film di questo tipo vengono guardati in cagnesco dalla banca che di solito chiude la linea di credito (per sempre), agli attori promettenti non considerati da nessuno che devono girare continuamente tutte le produzioni in cerca di ruoli che non vengono mai.

Che fare? Come diceva il vecchio Lenin? Una rivoluzione distributiva? Ma a chi gliene frega qualcosa? Ci sono alcuni autori tra cui il Moroni, che cercano di effettuare una distribuzione alternativa ad es. attraverso la pre-vendita dei biglietti, il crowdfounding in tutte le sue versioni,(oggi di moda) ma la maggior parte di queste iniziative sono solo piccole cose che ti disgustono un po’, per la fatica di mettere in piedi progetti in cui i finanziamenti rimangono sempre sospesi, aspettiamo una telefonata che ci darà la tanto attesa notizia: Ecco, finalmente il tanto agognato drinn….

– Mi dispiace caro Giancarlo ma il tipo si è ritirato, mi ha detto che forse in futuro ….se gli entra quella cosa…

– MA QUALE COSA?

– E che cazzo ne so e non alzare la voce!

– MA VA A FARE INCULO!

– Vacce te! 

Si sente l’apparecchio telefonico che rientra nervoso nella sua custodia. Molti progetti mancano di peso economico, sono leggeri come piume che si perdono nell’aria. E allora? E allora dai, le cose giuste tu le sai, diceva una vecchia e mitica canzone di Remo Germani dimmi perchè non le fai?

Ma noi che possiamo fare se non guardare lungo il fiume il cadavere che passa e se ne va.

Parte in sottofondo la (visto che siamo in tema) canzone di Roberto Carlos: Che sarà, che sarà della mia vita …(della serie Sanremo giovani).

Mi appare Shakespeare che tenta di consolarmi:

distribution or not this is distribution problem, whether it is easier to win the adverse distributional fate or seek solutions that will give us a tasteless substance? Win or lose money galore, from here to Canosa?

 

 

 

 

 

1 – MOVIMENTI PROGRESSIVI VERSO UN SETTORE PERENNEMENTE IN CRISI

Ecco un intervento che ho letto in un convegno sul cinema un po’ di anni fa, i problemi sono sempre gli stessi perché non si risolvono mai, SEMPRE GLI STESSI MOVIMENTI ESPRESSIVI IFNTAMENTE PREOCCUPATI  per cui la politica di settore diventa la perenne rappresentazione dell’impotenza.

l’importante è crearsi un nome come attore principale di questa rappresentazione per potersi poi sedere nel banchetto del potere e parlare di problemi che non si ha nessuna voglia di risolvere, però intanto aumenta la propria influenza, e alla prima occasione arriva un finanziamento.

Perfino Michele Anselmi CI DICE sempre le stesse cose, questo articolo l’avevo completamente rimosso e praticamente ripeto come un ossesso le stesse cose di oggi e sono passati parecchi anni, Sono uno sclerotico multiplo o all’incontrario TUTTO RIMANE FERMO ovvero gattopardescamente, tutto deve cambiare perché non cambi nulla? Eravamo nel 2004, e il settore era come sempre, perennemente  in crisi…crisi…crisi…crisi…crisi…crisi…crisi

PROBLEMATICHE DI SETTORE, PICCOLI MOVIMENTI VERSO LO SFINIMENTO

Vorrei intervenire come piccolo produttore indipendente che non ha avuto nessun tipo di finanziamento pubblico in questi ultimi dieci anni che pur tuttavia tre anni fa è riuscito a mettere in piedi un film con soldi totalmente privati, che non ha avuto distribuzione. Attualmente lo abbiamo inserito su Internet e si può vedere interamente senza scaricarlo sul sito www.neche.it all’interno d’un progetto di distribuzione di film indipendenti sul web. Abbiamo cercato in tutti i modi di trovare un’uscita nelle sale ma non c’è stato verso, poteva avere un suo pubblico, probabilmente non lo sapremo mai.

La globalizzazione in atto nel cinema comporta come è noto il dominio hollywoodiano sull’80% del mercato italiano, per cui nello stesso c’è spazio per almeno altre 25-30 pellicole italiane ed europee, tutto il resto è a rischio invisibilità e il grande pubblico italiano sa ben poco di tutta una serie di film nazionali molto belli. Col reference-system la produzione italiana crollerebbe dagli attuali 100 film annui, a max 50 film con una riduzione verticale di creatività, attori, idee, culture anche regionali, con una diminuzione di capitale intellettuale (Ciampi) del 50%, è facile fare i calcoli perché in Italia vengono prodotti mediamente 100 film all’anno. Molti di noi saranno spazzati via, cambieranno mestiere o saranno assunti alle dipendenze di qualche grossa produzione nazionale – riuscirci però – visto che nelle grosse produzioni a Roma permane una mentalità familistica più che manageriale, in cui nessuno si fida di nessuno, giusto dei parenti (se c’è qualche sociologo del cinema potrà constatare l’infinità di cognati, fratelli e sorelle che ci sono nell’ambito delle società cinematografiche).

E qui ha ragione l’Anac che vive però in una sorta di immobilismo gerontocratico, non più in grado ormai di fare qualsiasi tipo di politica, mentre mi sembra legittimo non premiare solo la sceneggiatura, ma seguire il progetto fino alla fine. E’ un modo sia di misurare le scelte della commissione (se è stata capace di vedere le potenzialità della sceneggiatura) e sia – parliamoci chiaro – per evitare certe deformazioni o parassitismi produttivi di persone che non gliene frega niente del buon fine del prodotto-progetto.

Però quando Michele Anselmi dice a proposito di film italiani finanziati pubblicamente: “sapendo benissimo che il mercato non li avrebbe mai potuti assorbire” pone un problema molto delicato. Può un produttore italiano fare concorrenza a un film di 100 milioni di $ che ha un budget pubblicitario superiore a qualsiasi prodotto italiano? Si, dice il ministro Urbani, magari facendo un film italiano da 50 milioni di euro, (creando un consorzio di più società e prendendo qualche grosso attore hollywoodiano?!). E’ questa la strada, fare solo qualche progetto grosso o sarebbe invece augurabile il contrario: che anche il mastodonte Hollywood diventasse più piccolo in maniera da democratizzare la distribuzione mondiale facendo vedere anche altre produzioni asiatiche, africane oggi fortemente penalizzate? Basterebbe solo sottotitolare i film americani che sarebbe una forma di crescita “visiva” per il pubblico in sintonia tra l’altro con le nuove tecnologie, e poi finalmente si potrebbe capire se un attore pagato 20-30 milioni di euro è bravo o è un cane. Ma qui si entra in un vespaio con la lobby dei doppiatori che per la maggior parte sono attori italiani in esubero.

Puntare sul grande vuol dire distruggere il piccolo, cioè il cinema indipendente. Qualcuno dice giustamente. Ma a che serve il cinema indipendente italiano se non lo vede quasi nessuno?

Questo per me è un buon punto di partenza per trovargli delle sale, per incentivare l’esercizio, per farlo conoscere all’estero. Così invece si distruggerano molte professionalità e si ridurranno la libertà di idee e di progetti. Il problema non è tanto nella produzione, ma nella distribuzione che non permette a questi progetti di farsi conoscere. Gli esercenti pensano giustamente all’incasso e vogliono film pubblicizzati,  quindi preferiscono i prodotti americani, da noi non si è mai pensato ad es. facilitare una certa promozione di questi film italiani in modo che tanti prodotti di casa nostra possano apparire sui giornali e sulle televisioni come i mostri americani? In una società stracolma d’immagini e di informazioni di basso profilo non dovrebbero essere sprecate immagini qualitative (quando lo sono).

Per concludere questa legge sul cinema i inscrive più come “ideologica di mercato” che di mercato. 

 

 

1 – COMUNICATO STAMPA – L’ANICA FELICE PER IL DECRETO CULTURA

 COMUNICATO STAMPA

L’ANICA con un comunicato è felice per la conversione in legge del Decreto Cultura

“Pur in giornate politicamente difficili, il Parlamento ha convertito in legge il Decreto Cultura, proposto e fortemente sostenuto dal ministro Bray.

Il presidente Letta ha sottolineato, nel suo importante discorso, il ruolo della cultura per lo sviluppo del Paese.

Di questa nuova sensibilità e consapevolezza siamo felici come italiani e come imprenditori dell’industria di produzione audiovisiva”.

Con queste parole Riccardo Tozzi, presidente dell’ANICA ha accolto la notizia dell’approvazione del provvedimento che include norme anche sull’audiovisivo.

Angelo Barbagallo, presidente dei produttori, ha commentato: “la stabilizzazione del tax credit per il cinema, la sua estensione all’audiovisivo e l’accoglimento della definizione europea di produttore indipendente, sono elementi di grande importanza per la nostra industria e indicano per la prima volta la presenza di una più ampia visione.

Di questo ringraziamo il ministro Bray e il presidente Letta”.

03/10/13

DESCRIZIONE E COMMENTO:  D.L. 91/13 è convertito in legge con molte modifiche, vediamo le più significative.

All’ art.1 che riguarda Pompei, la Reggia di Caserta e il Polo Museale di Napoli e altri provvedimenti della Regione Campania, si aggiunge definendo meglio il direttore generale di progetto e i soldi che deve prendere (non devono superare i 100.000 euro lordi). Le donazioni superiori a 1000 euro devono essere effettuate tramite bonifico bancario per via della tracciabilità.

L’art. 2 del Decreto parla dell’inventariazione e digitalizzazione del Patrimonio Culturale Italiano che coinvolge 500 giovani da assumere. E’ aggiunto il 2-bis che modifica il Codice dei beni culturali e del paesaggio, il Comune deve individuare appositi locali da adibire ad attività artigianali come espressione dell’identità culturale collettiva, con lo scopo appunto di preservare le aree di valore culturale.

L’art. 3 si ferma ad analizzare le disposizioni finanziarie per garantire la regolare apertura al pubblico degli istituti e luoghi di cultura. Nelle modifiche dopo l’art. 3 abbiamo il 3-bis per l’organizzazione del Forum Unesco per cui si autorizza la spesa di € 400.000,00, poi il 3-ter dove si parla della riqualificazione e valorizzazione dei siti italiani inseriti nella lista “patrimonio mondiale” sotto la tutela dell’Unesco e poi l’art. 3-quarter che concerne l’autorizzazione paesaggistica e il 3-quinques, la qualifica di restauratore, si va dal palo alla frasca, ma sono i centri di interesse lobbystico – culturale anche attraverso i partiti per chiedere riconoscimenti e prebende, ecco perchè si ha sempre paura che il decreto venga stravolto.

L’art. 4 ha a che vedere con le opere rappresentate senza scopo di lucro nelle Biblioteche, nella Legge si aggiunge il 4-bis che riguarda il decoro dei complessi monumentali e modifica norme del Codice di cui sopra e infine l’art. 4-ter che riconosce il valore storico e culturale del carnevale (ma va’).

L’art. 5 riguarda il finanziamento dei Nuovi Uffizi e del Museo della Shoah di Ferrara. Si aggiungono le spese per i restauri del Mausoleo di Augusto e altri stanziamenti a tutela dei beni culturali che presentano grandi rischi di deterioramento, abbiamo il 5-bis col contributo in favore del Centro Pio Rajna di Roma (500.000,00) il 5-ter garantisce il funzionamento del Museo Tattile statale “Omero” altri 500 mila per 3 anni e il 5-quarter riguarda i siti UNESCO di Ragusa (100.000,00 euro per tre anni)

L’art. 6 si occupa dei Centri di Produzione dell’Arte Contemporanea, si aggiungono i beni locati a cooperative di artisti per un canone simbolico, ci sono anche i beni confiscati alla Mafia, è stato aggiunto il comma 5-bis che dà 5 milioni alla Fondazione MAXXI.

Al successivo Capo II° si considerano finalmente le disposizioni urgenti per il rilancio del cinema, per le attività musicali e lo Spettacolo dal Vivo.

L’art. 7 considera la musica di giovani artisti e compositori emergenti escludendo le demo autoprodotte e il comma 8-bis che modifica il Testo Unico Leggi di pubblica sicurezza riguardo agli eventi, con un massimo di 200 partecipanti, si dice che non occorre più la licenza.

L’art. 8 è stato completamente riscritto, Nel testo vecchio  c’erano le disposizioni urgenti per il settore cinematografico del decreto: al comma 2 si parlava di 45 milioni (di integrazione)  (Tax Credit) per l’anno 2014 e 90 milioni a decorrere dal 2015, SALVO AUTORIZZAZIONE EUROPEA, perché se la Commissione Cee dice NISBA non si può far niente, ipotesi però remota visto che ha già approvato una prima tranche di Tax Credit nei tre anni precedenti. In sede di conversione in legge il tax credit si alza da 90 milioni a 110 milioni di euro che si estende ai produttori indipendenti e al successivo art. 15 sono definite le coperture

L’art. 9 riguarda il sistema di contribuzione pubblica allo spettacolo dal vivo e al cinema (non si paga più il bollo per le domande di revisione cinematografica) si sono aggiunti incentivi ad attività circensi senza animali.

L’art. 10 fa riferimento ai teatri, ed è l’unico che rimane invariato

L’art. 11 tratta le Fondazioni Lirico-Sinfoniche, nelle modifiche al decreto si parla di risanamento e degli interessi anatocistici sugli affidamenti concessi dalle banche, se cioè le stesse ci hanno mangiato sopra.

Al Capo III° ci sono le disposizioni urgenti PER ASSICURARE EFFICIENTI RISORSE AL SISTEMA DEI BENI, DELLE ATTIVITA’ CULTURALI. l’art 12 per facilitare le donazioni dei privati, che aumentano del doppio rispetto al decreto (da 5.000,00 euro a 10.000,00)

L’art. 13 disciplina gli organismi collegiali, è confermato che le varie commissioni presenti non pigliano alcun compenso.

L’art. 14 parla di oli lubrificanti, alcolici e  tabacchi per il cinema, cioè sarebbero le accise che vengono aumentate.

L’art. 15 ci fa vedere le coperture. Rispetto al Decreto Cultura le spese sono aumentate per l’intervento delle modifiche apportate dai gruppi di interesse, anche di parecchi milioni, i 90 milioni del Tax Credit per il cinema sono stati aumentati a 110 milioni l’anno per questo è e altre spese si aumenta l’accisa di cui all’art. 14 comma 2 di 8 milioni e ancora di 20 milioni che saranno coperti con le maggiori entrate previste dall’art. 14 commi 1,2,3. che sono le tasse sui lubrificanti e Accisa su alcool e tabacchi. Il comma 1 riguarda i lubrificanti, il comma 2 la birra (della serie beviamoci una birra per la cultura) e infine il comma 3 riguarda il fumo. Dal primo gennaio 2014 il prelievo fiscale sulle sigarette deve assicurare maggiori entrate pari a 50 milioni di euro (nessuna copertura derivante dai risparmi del finanziamento alla politica per la cultura) cmq meglio che il fumo vada in cultura che la cultura vada in fumo.

Infine c’è la chiusura cn le norme transitorie e le sottoscrizioni del Decreto Legge a mo di saluto finale.

 

 

 

 

1 – MALCOM PAGANI – IL CINEMA CHE SI PARLA ADDOSSO

MALCOM PAGANI IL CINEMA CHE SI PARLA ADDOSSO

Articolo geniale e molto divertente di Malcom Pagani per il Fatto. Vale la pena spendere un minuto e leggerlo fino in fondo, sullo sfondo dell’ultima mostra del cinema di Venezia
Malcom Pagani per “il Fatto Quotidiano”

Trascinata come un burattino nordcoreano, lo sguardo assente, la camminata stramba dei ministri dei Monty Python, Cécile Kyenge arriva sulla terrazza dell’Excelsior, circondata da pletore di cafonissime guardie del corpo impegnate a spalancare porte e a creare cerchi della fiducia.

Nel più vicino al nucleo si muovono alcuni giornalisti. Davanti a testimoni, chiediamo di passare nella vana speranza di ascoltare il verbo. Risposta: “Non si può, c’è già la stampa chiesta dal ministro”.


Rosencrantz e Guildenstern sono morti, ma anche la memoria di Kennedy, che non può più difendersi, non si sente troppo bene. Reduce da un’appropriazione indebita (un incontro con Luxuria sobriamente titolato I have a dream), Kyenge sparisce all’orizzonte. Dopo giorni di assenza però, attratta dall’insostenibile leggerezza della seconda settimana, al Festival, ecco la politica.
In sala per ‘’Parkland” c’è l’ex Veltroni e difendersi tocca ora all’erede, Massimo Bray, accolto da un coro polifonico: “Stavolta i soldi ce li deve dà”. Loschi capannelli sotto le volte moresche. Produttori, distributori, esercenti. Tramontato il suk estivo sul Tax credit, Bray è in laguna. Il titolo del convegno-trappola organizzato in suo onore: “Il futuro del cinema: da settore ‘assistito’ a industria culturale strategica” non spiega fino in fondo.
Di strategico c’è solo l’assalto al deputato che discetta di “biunivocità”, si tortura il mento, ma resiste allo sbadiglio. Cercano di prenderlo per stanchezza. Di disegnare un dolce “o la borsa o la vita” lungo 210 minuti. 14 estenuanti interventi slegati tra loro in cui nella noia senza redenzione, le corporazioni del “settore” presentano il conto.
Parolacce come “decisori”, “criticità”, “filiera” e concetti preistorici come “l’appeal del nostro cinema negli Usa” vengono scongelati e spacciati, sfacciatamente, come assolute novità. Officia Baratta (che si sventola con un cartoncino per mezz’ora e poi, saggiamente, opta per la fuga) e modera Cicutto di Cinecittà, ma l’ingrato compito di dare vitalità a un pomeriggio funereo (e di mentire per la causa comune: “È la prima volta che ci ritroviamo a un convegno simile”) spetta al Dg per il cinema del Mibac, Nicola Borrelli.
Ogni tanto, in mancanza di gobbo, costretto a violentare la cervice per leggere i fogli, Nick si perde. E i lapsus freudiani (“Disamina” muta in “disanima”) rivelano l’idealità di base del consesso. Il suo dotto intervento, previsto sui 6 minuti, si dilata all’infinito dando la stura ai primi indegni
stravaccamenti in Sala Stucchi. Gente che parla al telefono, gente che viene e che soprattutto, va. Bray, accolto da una civilissima, silente protesta contro le grandi navi, non fa una piega. Ascolta con apprezzabile sportività sproloqui sui “monitoraggi delle dinamiche” e la “portabilità del device”.
I convenuti reinventano l’italiano per
parlarsi addosso, difendere la propria singola casa madre e approdare tra un tecnicismo e l’altro, nelle già esplorate lande del Conte Mascetti. Però Ugo Tognazzi non c’è più e per ridere, la contingenza è tragica, ci saranno altre occasioni. Nel tempo, i protagonisti dei convegni veneziani, gli unici a incassare qualcosa, hanno scelto il lamento come forma di religiosa espressione.
E per intonare il canto unico, davanti a Bray, non manca nessuno. La giovane che non ha prodotto quasi un solo film, l’adorabile
Marta Capello, che propone giuliva forme di finanziamento alternative che ai produttori di Zoran, capaci di vendere bottiglie di vino con il marchio del loro film, hanno fruttato fino a 500 euro: “Hanno brandizzato – osa in assenza di Nanni Moretti – in maniera molto simpatica”.
Sull’utilità del “
dibbbattito“, Nanni parlò invano. Così, al microfono, ognuno ha il suo warholiano “quarto d’ora”. L’ex sessantottino incazzato, Nino Russo, presidente dell’Anac. Il sosia di Paul Müller, già Visconte Cobram di Fantozzi, Carlo Bernaschi, presidente degli esercenti multiplex che legge un comunicato sovietico in cui il termine “procrastinabile” presenta insormontabili picchi di corretta dizione.
Silvano Conti, segretario Cgil spettacolo che tra una “destrutturazione” e l’altra, ‘ciancica’ una gomma americana davanti a un assopito uditorio a un metro dalla pennica, neanche fosse in un film con Mario Brega. Poi arriva Bray. Fa un discorso onesto. Parla di risorse, tempi e regole. Benevolo, giustifica la questua: “È il segno che il mondo della cultura è ignorato, bisogna investire di più, restituire dignità al patrimonio”. Non promette miracoli, ma piccoli passi.
Sul volto della maggioranza dei presenti, terrore misto a confusione. In una pausa, si scopre che la stucchevole unità di intenti “del comparto audiovisivo” sventolata a favore di pubblico: (il mantra unico è “Ringrazio l’amico che mi ha preceduto”)
è una parte in commedia. Quando si è seduti a una tavola con poco cibo e troppi affamati, non c’è tregua che tenga. Bisogna lottare per le briciole.
Pulire il desco. Farsi rispettare. Così capita che l’ignaro, conciliante
Del Brocco di Rai Cinema avvicini in un pausa il più lucido della truppa, Fabiano Fabiani, 83 anni, presidente dei produttori tv: “Ciao presidente, come stai?” E si veda investito: “A Del Brò, adesso sulla storia dei diritti m’hai rotto i coglioni” per una sua precedente presa di posizione. Faranno pace. Ma sempre di soldi si discute.

Più degli abbracci di una compagnia di giro che si conosce da decenni, può il digiuno. E dopo anni di vacche grassissime, i tempi sono magri, la vita molto agra e la signorilità senza ritorni un vuoto a perdere. Un affare da coglioni. Da anime belle senza più patria né bandiera.

 

 

1 – BRY NO CRY

Bry no cry, che il Cinema va alla grande dai!

E’ l’uomo delle date storiche, gli piace essere al centro di grandi avvenimenti: erano trent’anni che non si faceva più un Decreto Cultura, ci dice e sono 15 anni che l’Italia non vinceva più il Festival di Venezia: “(grazie a me) che gli portavo sfortuna”-aggiungo io.

Quindi ringraziamo doverosamente il nostro e ci chiniamo rispettosi, non si sa mai che promuove una lotteria e al vincitore gli finanzia un film completo e così si potrà dire: erano da 116 anni che non succedeva, praticamente da quanto è nato il cinema che agli inizi si chiamava cinematografo.

Però la novità del documentario è vera, finalmente il cinema si allarga alla realtà cercando di carpirne le sfumature e una qualche verità anche se si dice che la fiction a volte (non sempre, diciamo quasi mai) riesce meglio nella discoverta della verità.

Ma i documentari si vedono bene solo in sala, è per questo che bisogna creare un circuito di sale (quelle del centro storico, quelle di essai) capaci di valorizzare simili prodotti. Le periferie sarebbero in mano al cinema spettacolare di fattura Usa e le commedie medie italiane, i cinema del centro storico invece farebbero vedere dei film di spessore capaci di emozionare in maniera diversa, dando impulso al cinema indipendente. Potrebbe essere una soluzione.

I festival cercano di portare avanti un cinema di qualità ma poi ci deve essere anche un circuito di sale che dia compimento alla cosa magari con i film a menu’, e non con un solo film IN CARTELLONE esposto, per cui con un biglietto di € 5 puoi vedere tutta la programmazione della giornata: ci sono tre film uno dietro l’altro.

Li chiamiamo questi film con titoli di fantasia: il primo CICUTTO, il secondo CICHITTO e il terzo CECCHETTO, io entro alla prima programmazione quella supponiamo delle ore 17,00 e pago 5 euro e posso vederli tutti e tre, il giorno dopo però quei tre vanno in un altro cinema del circuito in maniera da incentivare la presenza dello stesso pubblico per le novità, visto che non c’è grande ricambio.

I nostri 3 porcellin…cioè “filmin” girerebbero continuamente da una città all’altra. Questo sistema potrebbe garantire degli incassi superiori a quelli attuali per film di questo tipo, invero molto bassi. Anzi scoraggianti per i produttori indipendenti. Perché tutto sommato o sottratto poi alla fine i conti devono tornare e non solo andarsene (i soldi).

 

1 – L’AGCOM SI AGITA E COME!

Si sta parlando della lotta alla pirateria e della bozza di regolamento dell’AGCOM che si agita e come, che verrà approvato nel 2014 riguardante il problema spinoso della pirateria che molti guadagni nel cinema porta porta via.

Il problema è che Internet è come un flusso assomigliante a un torrente impetuoso e mettere dei paletti riduce cmq la libertà di flusso, anzi può deviare le acque, come si fa a bloccare parte di questo flusso perché è illegale, come si fa a togliere l’acqua “cattiva” che è così interconnessa a quella buona e che è inestricabile dal flusso totale.

L’uomo può intervenire mettendo appunto paletti, deviando acque creando rivoli che vanno a finire nelle secche, ancora una volta la nuova tecnologia crea più problemi di quanti ne risolva.

Cmq il Regolamento che disciplina il comportamento degli internauti rispetto al filesharing è improntato al dialogo piuttosto che allo scontro e contrapposizione muscolare come si esprime il sito web www.itespresso.it; del 19.8.2013, poi in questo dialogo ci sono gli attori che recitano parti in contrapposizione senza farne però un dramma, alcuni attori recitano la parte della minaccia alla libertà d’espressione ed alla libertà d’accesso, mentre invece altri attori hanno individuato chi ci guadagna con la pirateria e vuole oscurare solo le piattaforme che operano a scopo di lucro, le vuole limitare perché inseriscono in rete contenuti di cui non detengono i diritti, questi attori “REPRESSIVI”sono soprattutto le istituzioni pubbliche ma anche in una certa misura i grossi detentori di diritti, quelli che sono proprietari di migliaia di film e che si innervosiscono facilmente quanto vedono che i siti web vendono i loro prodotti opportunamente copiati, potenza della tecnologia che trasforma i film in file e poi diffonde i file a pioggia.

La bozza insomma rappresenta un momento dialettico: siamo qui per parlare mica a farci le guerre, ognuno con le sue posizione per stilare un documento che rappresenta tutti, un compromesso virtuoso e proficuo.

I due poli negativi sono costituiti dalla repressione totale in rete, è come prendere in mano l’acqua impetuosa di quel torrente dividendola in buona e cattiva con le dita delle mani e la totale libertà che si coniuga alla totale libertà della pirateria (non tocchiamo il flusso che scorra liberamente nel suo letto sia con l’acqua buona che con l’acqua cattiva), se poi a valle avvelena qualcuno nel senso che gli rovina il fegato cmq tanti altri ne gioiscono nel senso che se ne fregano di questa sparuta minoranza, e qui salta la mediazione.

Secondo certi attori particolarmente apprensivi, la normativa cmq (visto che ci sarà, risulterà sempre negativa perché colpirà blog e forum e a dirlo è l’avvocato Sarzana.

Da quando ci sono gli avvocati costoro preferiscono che aumentino le leggi e i regolamenti, così possono rendersi più utili e cercare gli arzigogoli, invece in questo caso il nostro dal nome di un bellissimo paese ligure, diventa il paladino della spontaneità sociale, buon pro gli faccia, ma il Regolamento mira a rendere sostenibile il mercato dei contenuti digitali colpendo i pesci grossi che si nutrono di cibo rubato e non i semplici pesciolini downleader: replica imperterrito l’avvocato Sarzana: LA FILOSOFIA DEL FILESHARING NON CONSENTE DOWNLOAD SENZA UPLOAD.

“E parla come magni no, eh!” Tradotto in italiano corrente significa che se ci metti le mani in quel torrente becchi tutti i pesci senza distinguere in grossi e piccoli (tutti insieme potrebbero finire in qualche rivolo secco) per capirci in metafora,insomma i piccoli downloeder potrebbere morire come il bambino e la sua acqua sporca trasformata in “avvelenata”.

Gli attori quindi sono in piena rappresentazione e ci saranno repliche per tutto il 2013, l’importante che non si faccia un dramma, ma neanche una farsa e che allargando la prospettiva alla fine la rappresentazione traduca in realtà tutte le sfaccettature e ottiche possibili e immaginabili.

 

agita agita agita agita agita agita agita

L’Agcom si agita e come!

1 – DECRETO VALORE CULTURA E TASSA A CREDITO

La cultura ormai sopravvive grazie al DECRETO nn divino ma umano, è diventata una legge dello Stato e quindi della Comunità che si preoccupa di preservarla, anche perché ci si può guadagnare in biglietti venduti ed in immagine.

Peccato che il cinema italiano languisca quasi come un corpo anoressico e rinsecchito perché i suoi biglietti vengono richiesti sempre meno e rimane assopito in un tavolaccio d’ospedale con la bombola dell’ossigeno in attesa di una operazione di salvataggio, ce la farà a riprendersi?

Non bisogna essere pessimisti, si continua a produrre tanto anche se pochi guadagnano perché tutti vogliono fare grandi cose e la speranza è sempre la …“penultima” a morire.

Quindi oggi passiamo in rassegna-stampa  l’importante novità dell’aumento del doppio del rifinanziamento del Tax Credit che era stato di 45 milioni, e quindi diventerà pari a 90 milioni di euro per sempre, come nella pubblicità delle compagnie telefoniche.

Ricordiamo per inciso che il tax credit è un importante strumento che permette ai privati di avere uno sconto fiscale del 40% se investono nella produzione di un film.

Sappiamo quanto sia altamente rischioso l’investimento nel cinema e nei film che per loro natura sono prototipi (unici) e questo aiuto è presente in tutti gli Stati del Mondo, Usa compresa.

E’ una politica fiscale per attrarre investimenti anche dall’estero, ma soprattutto per attrarre produzioni estere, quindi non ha niente a che vedere con i finanziamenti alle singole produzioni più o meno a pioggia come si è detto a più riprese confondendo le due cose.

Cominciamo dal luogo istituzionale per eccellenza che è il MIBAC (Ministero Beni e Attività Culturali) il quale redige una nota in data 26/08/2013 a commento del Decreto Legge che si intitola VALORE CULTURA – D.L. 8/8/2013 n. 91.

Il ministro Massimo Bray ha detto che questo sconto fiscale bisogna stabilizzarlo, mentre il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha calcato sul fatto che “con questo provvedimento si vogliono attrarre produzioni cinematografiche dall’estero ponendo la cultura come bandiera principale del nostro Governo”.

Vediamo cosa dice questo D.L. 91/13.

L’art.1 riguarda Pompei, la Reggia di Caserta e il Polo Museale di Napoli e altri provvedimenti della Regione Campania,

l’art. 2 parla dell’inventariazione e digitalizzazione del Patrimonio Culturale Italiano che coinvolge 500 giovani da assumere,

l’art. 3 si ferma ad analizzare le disposizioni finanziarie per garantire la regolare apertura al pubblico degli istituti e luoghi di cultura,

l’art. 4 ha a che vedere con le opere rappresentate senza scopo di lucro nelle Biblioteche,

l’art. 5 riguarda il finanziamento dei Nuovi Uffizi e del Museo della Shoah di Ferrara.

L’art. 6 si occupa dei Centri di Produzione dell’Arte Contemporanea, mentre al successivo Capo II° si considerano finalmente le disposizioni urgenti per il rilancio del cinema, per le attività musicali e lo Spettacolo dal Vivo.

L’art. 7 considera la musica di giovani artisti e compositori emergenti e all’art. 8 vediamo le disposizioni urgenti per il settore cinematografico.

Al comma 2 si parla di 45 milioni (di integrazione) per l’anno 2014 e 90 milioni a decorrere dal 2015, SALVO AUTORIZZAZIONE EUROPEA, perché se la Commissione Cee dice NISBA non si può far niente, ipotesi però remota visto che ha già approvato una prima tranche di Tax Credit nei tre anni precedenti.

E veniamo al problema spinoso della copertura che si trova al comma secondo dell’art. 15, nel testo si cita l’art. 8 (il nostro articolo) si parla di 45 milioni per il 2014 e 90 milioni a decorrere dal 2015 e per sempre (peccato però che al successivo punto D) non si dica niente riguardo alla copertura, non si accenni cioè ai 90 milioni, ma di 49.129.500,00 che saranno coperti con le maggiori entrate previste dall’art. 14 commi 1,2,3. che sono le tasse sui lubrificanti e Accisa su alcool.

Il comma 1 riguarda i lubrificanti, il comma 2 la birra (della serie beviamoci una birra per la cultura) e infine il comma 3 riguarda il fumo. Dal primo gennaio 2014 il prelievo fiscale sulle sigarette deve assicurare maggiori entrate pari a 50 milioni di euro (nessuna copertura derivante dai risparmi del finanziamento alla politica per la cultura) cmq meglio che il fumo vada in cultura che la cultura vada in fumo.

Per finire la noiosa elencazione degli articoli, l’art. 9 riguarda il sistema di contribuzione pubblica allo spettacolo dal vivo e al cinema (non si paga più il bollo per le domande di revisione cinematografica) e l’art. 10 fa riferimento ai teatri, l’art. 11 alle Fondazioni Lirico-Sinfoniche, poi al Capo III° ci sono le disposizioni urgenti PER ASSICURARE EFFICIENTI RISORSE AL SISTEMA DEI BENI, DELLE ATTIVITA’ CULTURALI, l’art 12 per facilitare le donazioni dei privati, l’art. 13 disciplina gli organismi collegiali e l’art. 14 tratta di oli e lubrificanti per il cinema e l’accisa. L’art. 15 ci fa vedere le coperture e poi c’è la chiusura cn le norme transitorie e le sottoscrizioni del Decreto Legge a mo di saluto finale.

Passiamo ai commenti dei giornali: a Radio24.Il sole24ore.com, nell’articolo si parla della cultura come valore aggiunto, tanto è vero che per “Riccardo “Tozzini” presidente dell’“Anichetta” ERA UNA QUESTIONE DI VITA E DI MORTE (si sarà fatto i suoi calcoli). Stop quindi alle proteste annunciate per la prossima Mostra di Venezia.

Milano Finanza del 3 agosto 2013 titola l’art. Un cinema on the Road a firma di Zapponini Gianluca: “la crisi morde il grande schermo e nell’attesa di tempi migliori, meglio portare la produzione made in Italy in giro per il mondo” in una specie di fi(li)era della vanità, (della serie venghino siorri e siorre).  Si vuole portare – grazie a un finanziamento di 1 milione di euro – i film negli Stati Uniti, America Latina, Cina, Giappone e Corea del Sud, un articolato road show della durata di 2 anni e viene voglia di aggiungere in cui le attrici e gli attori compaiono nudi in appositi carri carnevaleschi per attirare il pubblico pagante. Zapponini la considera una mossa astuta, ci sarà cmq un sostegno economico a copertura delle spese di promozione e lancio della pellicola in America Latina e nel Far East. Poi sarà possibile distribuire fino a ben (incredibile) 20 pellicole italiane sul mercato a stelle e strisce. Quindi la reciprocità è rispettata, per una pellicola italiana distribuita in Usa ci sono 20 pellicole Usa distribuite in Italia. Un rapporto giusto,veramente democratico.

E dulcis in fundo ci sarà (non poteva mancare la pennellata) anche la diffusione in tutto il mondo del documentario italiano. Bah si resta sbalorditi, come si fa a crederci, bà, mi sembra una bà…lla colossale e il tutto, continua il nostro imperterrito, con un milione di euro di finanziamento pubblico, pensa se erano due milioni cosa si sarebbe potuto fare.

Ritorniamo al Valore €ultura, cosa ci dice l’Unità di diverso dai precedenti: Luciana Cimino esalta, (è ENTUSIASTA) Massimo Bray Ministro del Mibac: “erano 30 anni che un governo non dedicava un intero decreto al settore” riportando fieramente le parole di Bray.

Ci sarà quindi lo stop ai finanziamenti a Foggia (Pi no effe) a Pioggia! Ahh. Nell’art. si parla soprattutto dei siti archeologici e solo verso la fine si  registra un gran sollievo nel mondo del cinema per il finanziamento di 90 milioni del Tax Credit. “Tutti gli operatori quindi hanno guardato con sollievo a questo provvedimento per la Cultura, c’è da essere soddisfatti” lo dice anche Andrea Marcucci presidente della Commissione Cultura di Palazzo Madama.

Vediamo adesso le posizioni più approfondite di Tafter (5/8/2013). E’ una rivista di Cultura a tutto tondo che analizza i processi economici dietro alle produzioni culturali. Bruno Zambardino si occupa di cinema ed è l’estensore di un articolo Decreto Valore Cultura – Cosa c’è dietro?

Si parla di entusiasmo condiviso da parte delle Istituzioni del Cinema per il rinnovo del Tax Credit a parte l’Anac che invece afferma che il Cinema rimane un “malato in rianimazione le cui condizioni restano critiche”.

Zambardino va ad analizzare i comunicati stampa e altri documenti per ricostruire la FORMAZIONE DELLE DECISIONI che stanno alla base del Decreto Cultura. E alla fine viene fuori che ci sono 3 parlamentari di SCELTA CIVICA che stanno nella Fondazione ITALIA FUTURA dove tra gli iscritti c’è anche Riccardo Tozzi. (ah bè allora si capisce tutto verrebbe da dire) ma invece è solo una “supposta” fra le tante. Secondo Zambardino più del Pd o di Bray sono costoro ad aver indirizzato  il governo – ma insomma non è che ci interessi più di tanto il risvolto della faccenda, se è una Fondazione o l’altra, (quella di D’Alema)  l’importante è che sia stata fatta una legge, anche se l’intervento appare sempre dentro una “pratica emergenziale” a detta di Zambardino: “provvedimenti quindi che rimangono frammentari ed occasionali nonostante l’entusiasmo del Ministro, era da 30 anni che non c’era un intervento cosi (dis)organico??? Ci si chiede: cosa significa che “i fondi non saranno più assegnati a pioggia sui diritti acquisiti…saranno invece distribuiti in relazione alle attività svolte e rendicontate..”.Va bè, cmq è sempre un passo avanti visto che si temeva qualche emendamento dell’ala estremista neoliberista rappresentata in parlamento da Brunetta che invece alla fine non c’è stata.  Poi scopriamo che tutto questo articolo è uguale spiaccicato a quello di Angelo Zaccone Teodosi di Confinionline.it, praticamente clonato. 

Secondo “Tafter” il decreto dimostra una certa vocazione propagandistica dentro alla politica-spettacolo, che comunque viene presentato da Tafter (con una punta di autocompiacimento) in anteprima assoluta. Si passa all’analisi semiologica e semiotica del testo: “ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di emanare disposizioni urgenti”!!! (va bè la fretta, ma scrivi meglio no?) cmq è una formula per giustificare lo strumento speciale del “decreto-legge”, poi la Rivista approfondisce articolo per articolo il testo e il contesto (si può leggerlo nell’Ufficio Stampa Anica del 19/8/2013).

Perché l’agevolazione solo al cinema e non ad es. alle imprese videoludiche italiane o alla fiction? Si chiede qualcuno.

Perché questo privilegio? Ribadisce un altro.

Provo a rispondere io: innanzitutto il credito d’imposta non può essere dato a tutti altrimenti le tasse sarebbero insopportabili, in secondo luogo si privilegia la cultura che c’è dentro al cinema che deve essere “preservato” (il cinema assieme alla cultura) e non senza, neanche il contrario. Il cinema  come lingua e linguaggio, come costume,   come strumento di elevazione anche “spirituale” di un popolo, che serve ad aumentare il “deposito storico”, si sceglie il cinema perché più di altri ha queste caratteristiche e si trova a vivere nell’incertezza di un mercato in cui domina il monstrum americano che tende a distruggere il nostro specifico culturale, per sopravvivere a questo mercato bisogna parlare inglese mentre la fiction è protetta dalle televisioni e il produttore di fiction non rischia nulla, il suo unico problema è quello di ridurre i costi per guadagnarci di più, per questo (ed è vergognoso) con i soldi della Rai e quindi pubblici, fa lavorare le maestranze dei paesi dell’est attraverso il processo di esternalizzazione produttiva, la tanto molesta delocalizzazione.