UNA NUOVA LEGGE SUL CINEMA, OH NO, UNALTRA!

UNA NUOVA LEGGE SUL CINEMA

Le istituzioni del cinema sono in fibrillazione perché dopo 50 anni vorrebbero mettere in soffitta la 1213 del ’65, la cosiddetta Legge Corona quella che ha partorito per intendersi l’art.28; anche se quella legge di fondo era stata abolita nel 2004 da vari Decreti Legge che sono stati peraltro rinnovati nel luglio del 2015.

Abbiamo un disegno di legge della Senatrice del Pd DI GIORGI molto vicina a Matteo Renzi, del 27/3/2015 che vorrebbe imitando il modello francese (noi italiani non siamo capaci di fare una legge nostra) istituire il CENTRO NAZIONALE CINEMA che sarebbe lo stesso Mibact travestito, gli italiani sono molto sensibili a riformare i nomi e mettere gli stessi contenuti.

Il Disegno mira ad unificare poi le competenze Ministeriali, far si che il cinema indipendente possa andare nelle grandi sale (come non si capisce), prevede il prelievo di scopo di cui si parla da tanto tempo e l’Anagrafe dei film (ne parleremo).

Poi vorrebbe disciplinare un argomento controverso come quello delle quote (cioè le televisioni devono obbligatoriamente -questo avverbio dà fastidio – acquistare un certo numero di film indipendenti e trasmetterli) mentre una cosa interessante del disegno di legge da condividere è l’Educazione all’Immagine, magari destinare due ore o almeno un’ora alla settimana per tutte le scuole di ogni ordine e grado all’educazione dell’immagine gestita dai cineclub e trovare così lavoro ai tanti autori disoccupati, infine prevede il sostegno (a parole) delle sale a rischio di chiusura.

43 REGISTI sono a supporto di questo disegno di legge, soprattutto gli “amici” che hanno potuto lavorare con la Rai e che hanno ricambiato il favore in questa sorta di collateralismo da vecchio PCI.

La Di Giorgi parla di turismo escludendo quello sessuale, che puo’portare ii film di successo peccato che di film di successo italiani ce ne sono uno ogni morte o dimissione di papa e tutti stanno aspettando il salvator Zalone con trepidazione soprattutto molti esercenti per mettere a posto i conti.

Oltre al ddl DI GIORGI che non trova consensi nell’Anica perché il suo presidente, Tozzi, afferma che sono cambiati gli scenari e si rischia di voler imitare il Sistema Francese senza aver le caratteristiche di una cultura e di un cinema francese, anche il Ministro Franceschini sta lavorando per una legge che dovrebbe presentare alla stampa verso la fine dell’anno in cui si parla di una cosa che non piace molto all’Anica per il vespaio anche mediatico che crea: di una tassa di scopo per i giganti del web (Google, Amazon, Appple e Netflix), obblighi di programmazione per le Televisioni e altro.

Stefania Brai di Rifondazione Comunista è critica, rispetto alla Di Giorgi: il Centro Naz. Di Cinema diventerebbe un organo burocratico, mentre invece non c’è nessuna norma sull’antitrust “orizzontale” per impedire posizioni dominanti nei delicati settori dell’esercizio e della distribuzione, mancano i criteri per i contributi selettivi al contrario di quelli ben definiti legati agli incassi e quindi per i ristorni di chi produce cinepanettoni.

Per Baistrocchi (vedi DIARI ID CINECLUB del numero di Ottobre) tecnico del Mibact ed esperto di Crowdfunding, occorre fare una riforma che metta insieme Cinema e Audiovisivo, cosa che diventa più evidente con la fine della pellicola, e se il ddl Di Giorgi si concentra sulla produzione, distribuzione, esercizio, trascura, secondo Baistrocchi, colpevolmente la promozione e la conservazione del patrimonio cinematografico mentre tende a sovrastimare LA CENTRALITA’ della sala, il ddl si dimentica del pubblico televisivo, dei critici, degli studiosi, e infine dei lavoratori del settore e soprattutto dei cittadini e contribuenti che finanziano tutto il sistema.

Lo scenario nel cinema sta cambiando fin dalla più tenera età e i cittadini vivono un nuovo rapporto con il cinema e l’audiovisivo che non è stato minimamente recepito dal disegno di legge e Baistrocchi dà alcuni suggerimenti da tecnico del Mibact al ddl in oggetto avendo come punto di riferimento il cittadino attivo:

  1. a) semplificazione burocratica (e se lo dice un tecnico vuol dire che è veramente illuminato);
  2. b) l’utilizzo del crowdsourcing anche per sostituire le commissioni, il crowdsourcing si basa sul coinvolgimento della folla (crowd) per progettare, realizzare un progetto, non organizzata precedentemente anche perché si possono sfruttare le potenzialità del web ;
  3. c) rivedere i diritti cinematografici per far circolare legalmente i film secondo un giusto prezzo
  4. d) tutte le opere finanziate devono essere accessibili online in tempi certi;
  5. e) prevedere il crowdfunding per coinvolgere il pubblico;
  6. f) rendere visibili i vari archivi, cineteche e teche Rai;
  7. g) cinema e audiovisivo nelle scuole (in controtendenza rispetto alla riforma della scuola) forse al posto dell’ora di religione (blasfemia in corpore sano!?).

Noi del Cinema in Mov 5 stelle su queste argomentazioni possiamo essere d’accordo con Baistrocchi, ma il cinema indipendente per poter “riuscire” ha bisogno di andare oltre e lo diciamo in maniera disincantata: è vero che le Commissioni che hanno deciso in passato sono state “politiche” ed economiche (per categorie) noi vogliamo invece delle commissioni competenti fuori dalla logica spartitoria e che vedano solo il possibile sviluppo del progetto filmico per il pubblico (se ha cioè una potenzialità comunicativa anche se effettuata con ricerche e forme diverse da quelle ordinarie).

Il Cinema Indipendente ha bisogno di crescere nel territorio valorizzandolo e quindi decentrandosi in un modo di pensare globale ma anche locale.

Ha bisogno di un circuito di sale interconnesse in rete che effettuino una multiprogrammazione dei film (ad es. 60 film che vengono proiettati da un cinema all’altro in 100 sale per 6 mesi, dopo una promozione insistente sui media e su una rivista apposita on line e/o cartacea, cioè senza l’obbligo della “pericolosa” tenitura.

Ha bisogno di abolire qualsiasi tipo di reference system che crea gerarchie inutili e automatismi di conservazione dei privilegi.

E la possibilità di vedere i film Usa non doppiati assieme a quelli doppiati che però devono avere un limite annuo quantitativo di distribuzione, mentre la distribuzione di un film italiano assieme a un film Usa creerebbe una politica PANDA costrittiva

 

PRODUZIONE E DISTRIBUZIONE

 

Se noi vediamo la produzione cinematografica oggi, notiamo che è andata progressivamente intensificandosi in svariati paesi del mondo, abbiamo la solida produzione europea:italo-francese-inglese-tedesca, dei paesi nordici, dell’Est, della Russia; una produzione giapponese, una cinese (compreso Formosa e Hong Kong), della Corea del Sud, Egitto, Paesi Arabi e in grande quantità l’India, la nascente produzione africana, ma chi domina il mercato mondiale e si attesta ad una quota attorno all’80% del totale, è la produzione USA (sia il cinema hollywoodiano che quello indipendente).

Gli americani (a differenza di noi) possono investire nella produzione cinematografica milioni di dollari perché il loro mercato è pressoché universal, molto spesso i loro film sono doppiati e un grande attore americano viene visto con lo stile francese, italiano, russo ecc. e attraverso gli attori si diffonde la “grandeur” Usa.

Boicottare il cinema a Stelle e Strisce sarebbe un atto di terrorismo economico perchè gli Usa detengono una fetta importante del business, quasi il monopolio, tutti siamo cresciuti a pane e cinema Usa che in questi decenni ha prodotto miti e divismo, successo, soldi e anche una nevrosi da successo, ecc, ecc..

Nell’era della globalizzazione permane quindi una divisione mondiale dell’attività economica:a noi i grandi stilisti e piloti sportivi moto e macchine,agli Usa il cinema, ai tedeschi la filosofia, ai francesi la letteratura, agli inglesi la regina.

E il prestigio del cinema italiano conquistato con il neorealismo e la commedia all’italiana?

Caduto verticalmente!

Oggi il cinema italiano in Europa è quasi sconosciuto a parte qualche eccezione e in Usa si continua sempre a parlare del cinema italiano degli anni 40/50, come se adesso fosse defunto o al meglio un cadavere che cammina.

All’inizio Ci fu la legge Corona del ’65 che voleva tirar su il cinema che ormai s’era inginocchiato, ma la Tv questo curioso apparecchio domestico, avrebbe ridotto drasticamente il pubblico del grande schermo, un pubblico che quando andava al cinema preferiva film melodrammatici, western, eroi da fumetto, qualche documentario piccante, schemi elementari di sceneggiatura, l’eroe contro le avversità, e i comici di grana grossa,a metà strada c’era il genere commedia, vero snodo di diversi pubblici, mentre il cinema più prestigioso manteneva tendenze autoriali.

La riduzione degli spettatori cinematografici che ormai stavano a casa anche la domenica per vedere in Tv magari qualche film di Stanlio e Ollio, mandò in crisi soprattutto le sale gestite dai “pidocchietti” che erano capillarmente presenti nel territorio più decentrato.

Negli anni ‘70 Il crollo del pubblico cinematografico infligge un grosso colpo al cinema, molti produttori falliscono, i generi si riducono, si fanno film con pochi soldi, il mercato si ridisegna, senza contare che negli anni ’70 la contestazione politica faceva del cinema uno strumento di lotta politica per il cambiamento sociale nell’illusione che potesse influenzare la rivoluzione e la nascita di tanti cineclub,(associazioni del cinema erano sorte già dal dopoguerra per una spinta cattolica di base), è dovuta al periodo di vigenza della sinistra extraparlamentare:si vedevano film impegnati non solo socialmente, ma anche nel linguaggio, nei simboli, una ricerca che trovava i suoi momenti cruciali nel pedinamento di un personaggio fino a riprenderlo anche quando dormiva, in tempo reale.

Oggi forse il cinema nostrano cerca una nuova ragione d’essere, una nuova identità, intanto però ci deve essere qualcosa che non funziona se col cinema soprattutto quello indipendente non si vede un euro neanche con lo specchietto delle allodole.     

PROMEMORIA SULLE ISTITUZIONI DEL CINEMA

L’ISTITUTO LUCE gestisce la distribuzione di film di qualita’. Può contare su proprie sale e su agenti regionali che propongono i film distribuiti a vari esercenti.
Avere la distribuzione preventiva dell’Istituto Luce sottoscrivendo un contratto ad hoc, significa che il progetto di film da attuare ha già sulla carta, una distribuzione e ciò serve soprattutto per quei film di cui si richiede il finanziamento pubblico (FUS).
L’ISTITUTO LUCE SPA . e’ un ente pubblico pur avendo una struttura privatistica, l’azionista principale e’ il MINISTERO ECONOMIA E FINANZE.
Nel cinema vigeva una battuta:se la mafia distribuiva la droga con la stessa maniera con la quale l’Istituto Luce distribuiva il film, in Italia non ci sarebbe nessun tossico in giro.
L’avv. Sovena è amministratore delegato e Flavio De Luca è presidente.

LA RAI si suddivide in RAI CINEMA produzione e distribuzione CINEMATOGRAFICA con la 01 (SOCIETA’ DI DISTRIBUZIONE DI FILM)e RAI FICTION che si occupa del mercato televisivo.
RAI CINEMA produce dei progetti filmici di qualita’ma anche con l’intento di guadagnarci sopra come nel film I CENTO PASSI.
Se si ha un progetto, una sceneggiatura, si cerca di farseli produrre o coprodurre da RAI CINEMA e distribuire da 01.
Naturalmente bisogna parlare con i responsabili, come Paolo Del Brocco e altri.
Il responsabile di RAI FICTION è l’ANDREATTA e produce appunto tuttociò che poi viene distribuito in prima serata dalla Rai.
Sono fiction a lungo termine e quelle più brevi, film per la Tv in più puntate o una puntata sola.
Sono molte oggi le produzioni che lavorano per RAI FICTION e hanno il vantaggio che possono contare su finanziamenti sicuri, tipo un tanto a puntata (500.000,00-600.000,00 euro).
Per dirne una di oggi: Claudio Cappon il nuovo direttore generale Rai era presidente dell’A.P.T. – una potente associazione di produttori televisivi – e solo iscrivendosi a questa associazione è possibile prendere qualche lavoro televisivo.
Rai Fiction produce anche direttamente e comunque si può chiedere una produzione esecutiva o anche la committenza di svariate puntate di una fiction.
Attualmente molte sono i produttori cinematografici e televisivi che lavorano grazie a queste committenze, ma è molto difficile entrare nel giro, anche perché si parla di ristorni di importi concordati che ritornano alla Rai sottoforma…
La concorrenza ha la Medusa che produce e distribuisce soprattutto film che sono di forte impatto commerciale e MediasEt per quanto riguarda la fiction, anche qui molti sono i produttori di fiction che cercano committenze, le regole però sono diverse rispetto alla Rai perche’ comunque qui siamo nel privato e quindi prevale il principio aziendalistico.

CINECITTA’ HOLDING invece è una megastruttura politico-istituzionale del cinema che organizza con scopi commerciali gli STUDI DI CINECITTA’da molti anni affittati anche per spettacoli televisivi.
Abbiamo varie strutture che poi fanno capo a Cinecittà Holding: il DIGITAL (effetti speciali e trucchi per film)IL CAMPUS, LA PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA vera e propria con tutte le lavorazioni della pellicola e l’edizione del film.Il film può essere girato e concluso senza spostarsi dal luogo con risparmio in termini di tempo e costi. A Cinecitta’c’è pure l’istituto Luce.
Cinecittà è organizzata come Spa e il Ministero del Tesoro è il socio di maggioranza.
F.U.S.Il fondo unico dello spettacolo è un fondo a “rotazione” che viene alimentato da finanziamenti statali in varie branche dello spettacolo:cinema, teatro, lirica, circhi ecc.
Il Fus del Cinema ultimamente è stato diminuito suscitando molte polemiche tra gli addetti del settore e comunque è stata quasi fallimentare la gestione del Centro-destra. Si può accedere a questo fondo da parte della società di produzione cinematografica su domanda scritta da inviare al Ministero Attivita’ Culturali opportunamente correlata da apposita documentazione(soprattutto da una sceneggiatura).
Se il progetto filmico che è considerato da una apposita commissione istituita presso il Ministero e rinnovabile annualmente,è considerato di interesse culturale viene finanziato con un mutuo a fondo perduto che copre in ogni caso il 50 % dei costi, l’altro 50% DELLE SPESE deve essere portato dal produttore.
Per le opere prime e seconde il F.U.S.copre praticamente il 90% delle spese e quindi il rischio per il produttore è ridotto al 10%.
E’ previsto anche un fondo per la distribuzione cinematografica nelle sale come quota parte del finanziamento.
Con il finanziamento pubblico il rischio imprenditoriale è ridotto all’osso però i tempi di attesa sono lunghi e si incappa in tutta una serie di complicazioni burocratiche. L’ultima riforma del Centro-destra ha inteso premiare soprattutto le produzioni più famose che già si reggevano sul mercato, strozzando quindi le altre, creando due categorie di produzioni cinematografiche, quelle di serie A e quelle di serie B.
IL CIAK è una libera associazione di cineasti che cerca attraverso l’influenza politica di condizionare l’istitutione CINEMA:è legata soprattutto alla politica degli autori affermatesi in Francia con la NOUVELLE VAGUE.
In Italia abbiamo L’ANAC associazione vicino al vecchio PCI e ancora oggi presieduta da Gregoretti e che gestisce LE GIORNATE DEGLI AUTORI alla mostra del cinema di Venezia.
Un’altra associazione è quella di Moretti e Barbagallo ristretta però a pochi intimi, si chiama l’API in cui convergono importanti autori della generazione più recente.
Poi ce ne sono altre ancora, quella ad es.dei produttori cinematografici e televisivi e tutte cercano di influenzare in maniera lobbystica certe decisioni.

IL PRESUNTUOSETTO

IL PRESUNTUOSETTO

Non dobbiamo essere succubi all’ideologia dello spettacolo, la sala non è affatto morta, il film indipendente è quello che mantiene in vita il cinema che tende a diventare troppo tecnologico o peggio un videogioco. Qui si fa un’attività creativa che non sempre è artistica, uno non pensa agli oscar o ai premi ma a un suo percorso, questo non significa che non apprezzi i riconoscimenti ma non deve svolgere la tua attività in funzione di questo e cmq gli altri non si svegliano perché lo dici tu, tu dici: prima faccio il film?!:::E allora comincia tu ad anticipare i soldi, è vero che tanti girano a Los Angeles…ma per gli studios, non esiste un capolavoro fatto con pochi soldi se non hai dietro un apparato distributivo economicamente forte (il cinema è anche economia, burocrazia) prova a produrre un film poi ne parliamo. Non è questione di immobilismo ma di soldi che non tornano, non sono un istituto di beneficienza e i decreti ingiuntivi incombono se non paghi. Un film costa, gli attori non vengono gratis (a meno che non siano amici e non credano in te) e con certi discorsi si rischia di andare a vuoto eppoi nessuno ha una purezza totale e burocrati dell’anima lo siamo tutti altrimenti saremmo dei romantici che fanno un solo film nella vita, burocretini ce ne sono tanti ma l’arte vuole la sua “parte” da recitar in commedia, non sempre si può essere artisti, scrivere un libro è molto più semplice (non coinvolgiamo nessuno) di idee poi ce ne sono milioni di milioni…in sostanza la realtà è complicata, quella del cinema ancora di più, sta a noi renderla piacevole nonostante le amarezze che sono tante. Claro? La maggior parte dei ragazzi vanno a vedere film d’azione americani, ormai si sono americanizzati anche nei comportamenti, parlano in inglese, ….poi pretendono di fare cinema quando nessuno va a vederli, perché la loro confezione non è di serie A, né B, ma C1 o C2.

DISTRIBUZIONE

Oggi ci troviamo di fronte ad una pluralità di linguaggi cinematografici:
a) il mercato americano è molto più potente con i block buster, ci sta colonizzando a livello di contenuti e si prende la più grossa fetta del mercato italiano;
b) il mercato italiano si è ripreso ma riguarda solo le commedie in primis, meno il cinema d’autore che cmq riesce ad arrivare anche in Europa;
c) ci sono i film europei per lo più inglese e francesi che riescono ad incassare un altro 15% grosso modo.
Quindi le ragioni sono economiche, bisognerebbe fare un block buster come quelli usa, un film spettacolare da 60 milioni ed essere distribuito in tutto il mondo.
La lingua inglese domina in tutti i settori per questo la cultura italiana dovrebbe essere salvaguardata, perché si stai inglesizzando sempre di più.
Ci sono anche ragioni politiche che “spingono” certi film che non hanno un grande valore intrinseco, ci vuole meno politica e più meritocrazia…ma questo fatto a ben pensare apparteneva ad anni addietro.
Oggi l’unico problema è la confezione: se il film non entra nel grande giro produttivo e distributivo non incassa se non importi minimi come certo cinema indipendente che tira a campare perché non ha una distribuzione efficiente

RAI CINEMA

RAI CINEMA-Relazione Tecnica del 17/6/15 – Audizione di Paolo Del Brocco, tlc a circuito chiuso, talmente chiuso che non si vede niente, assistito da Federica Guidi.
L’AD (Amministratore Delegato) Paolo del Brocco ci spiegherà i criteri di scelta dei progetti, ma intanto ci illustra l’attività di Rai Cinema, l’acquisto di diritti Tv, la produzione e distribuzione cinematografica.
Il cinema ha un linguaggio in sé più difficile rispetto alla televisione, è un linguaggio meno accomodante, più profondo e si deve mettere insieme una produzione culturale con aspetti industriali il che non è affatto facile.
Paolo Del Brocco al minuto 15:37 dei video ci dice: “noi leggiamo le sceneggiature in coppie separate e successivamente le sviluppiamo”. L’obiezione è la seguente:
– come mai se leggete tutte le sceneggiature, non date risposte. Espongo il mio caso: ho presentato nell’estate 2013 una sceneggiatura di certo GIANNI CAVINA scritta insieme a SANDRO TONI, dal titolo SIAMO CIRCONDATI-LE ULTIME RESISTENZE DEI CUSTER al responsabile Rai Cinema di Piazza Adriana,12 Dott. Carlo Brancaleone, dicendo tra l’altro che l’opzione datami da Gianni Cavina mi era costata 20.000 euro (non poco per un piccolo produttore) e avevo bisogno di avere una risposta a breve perché detto Cavina si stava impegnando con LA GRANDE FAMIGLIA in Rai. Nonostante questo (non ero il pizzicagnolo del negozio accanto) una risposta da parte di Rai Cinema non l’ho mai avuta. Deduco: è tutto un sistema filtrato dai partiti politici che creano un corridoio privilegiato dove si manda avanti ciò che è “raccomandato dalla politica partitica” con talvolta graduatorie all’interno delle raccomandazioni? Ormai mi ero stancato di cercare una “raccomandazione” presso il Pd e mi sono detto: o la va’ o la spacca e invece….si e spaccato tutto e il progetto non ha mai preso piede. Era una sceneggiatura da commedia all’italiana, contro la vecchia politica e che ben rappresentava il cinismo imperante… con toni di satira, CHE ANTICIPAVA QUELLO CHE POI E’ SUCCESSO.
Viene da domandarsi: ma Rai Cinema ha queste professionalità per valutare i progetti come qualsiasi altro produttore nel mondo o invece si basa solo sui nomi e sulle relazioni appunto politiche che questi autori riescono ad avere?
E’ VERO CHE LA Rai conserva solo quote minoritarie a livello di produzione, ma per rafforzare anche i suoi progetti ha creato 01 DISTRIBUTION però lo fa sempre con autori noti, mai con novità, quindi con i senatori, mai con nuove idee.
Del Brocco ci dice che la Rai possiede listini diversificati per andare incontro a esigenze varie…va bene, ma perché non dice che TIPO DI PROGETTI VUOLE, non indirizza qualcosa. Facendo così però deve per forza rinunciare agli autori che gli vengono presentati dalla politica.
COME SCEGLIAMO I FILM dice DEL bROCCO: ogni anno ci arrivano 1000-1200 progetti, come si fa a esaminarli tutti? E quindi ci vuole un corridoio, un percorso privilegiato, insomma non è che anche il negoziante sotto casa può mandarci una sua idea? E CON QUESTO DISCORSO DIVENTA NECESSARIO UN FILTRO POLITICO PERCHE’ NON HANNO ABBASTANZA PERSONALE …CHE LAVORA (chi glielo fa fare)
A dir la verità questo è un falso problema: basta solo accettare (come fa RAI FICTION) progetti da produzioni ….che negli ultimi cinque anni abbiano fatto un film…ma come si fa a fare un film o una fiction se non c’è rotazione tra le produzioni? La rotazione tra l’altro è prevista anche nel codice degli appalti. I progetti delle produzioni sono già SELEZIONATI.
Bisogna cmq coniugare la qualità ci dice Del Brocco, con l’industria e il mercato, se poi il film non lo vede nessuno abbiamo toppato, aggiunge giustamente che i film sono PROTOTIPI, nella scelta ci può essere un certo grado di soggettività e noi creiamo un comitato in cui valutiamo la storia, l’utilità di quella storia che deve durare nel tempo… naturalmente questo vale per quelli che sono meno noti, gli autori cinematografici di grido, no (li segue su Twitter anche Del Brocco) e appena aprono bocca gli dà subito ragione).
Quindi si registra in entrata il progetto, doppia lettura, comitato, avvocati, si vede il target, il genere, l’affidabilità del produttore, le esperienze precedenti, le scuole di cinema frequentate, l’esigenza del pubblico, il potenziale sfruttamento dell’opera, il cotè commerciale, l’appeal. ecc.ecc
Prosegue l’Ad: purtroppo abbiamo detto di no da un anno all’altro a progetti che magari l’anno dopo potevano essere interessanti. E quindi è consapevole dello spreco di idee: cmq noi valutiamo anche la solidità della produzione, la capacità di procurarsi tax crdit esterni, finanz. Mibact, prevendite e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente è vero anche il contrario per avere una tax credit devi avere dietro la Rai e si va a vuoto se la rai non ti risponde mai perché tu sei di un altro pianeta VERAMENTE indipendente anche dai partiti.
Sen Airola: la Rai a volte si comporta come società privata a volte come società pubblica. In effetti sono poche quindi società che si prendono il grosso dell’80% di progetti, bisogna avere dei dati più approfonditi come le opere prime su quali basi sono scelte, bisognerebbe aiutare quelli che non hanno mercato…e non Moretti che ce l’ha già
Presidente Fico: come vengono scelti i produttori, la procedura?
Paolo Del Brocco: si può usare l’email, il contatto diretto, e poi noi RISPONDIAMO , è doveroso rispondere, da noi arriva di tutto, libri, foglietti a stampatello idee non sviluppate….adesso speriamo di una collaborazione con le Film Commission territoriali che sono + decentrate, cmq per certe idee ci sono i soldi per lo sviluppo del progetto.
Ma chi ci può arrivare? Ci chiediamo? E’ un mistero. Così come è un mistero quando si deve vendere un film a chi rivolgersi, ti mandano da un responsabile all’altro, alla fine ci rinunci ben sapendo che con quei soldi potevi fare altri investimenti….ma la Rai non vuole dare soldi fuori dalla cerchia degli amici, UNA VOLTA CHE HANNO DATO SPAZIO A TUTTI GLI AUTORI CHE CREANO IMMAGINE PER RAI CINEMA.
Addirittura per effetto dell’aumento a seguito di contrattazione ANAC (Associazione degli autori) dei diritti che l’autore percepisce dalla Siae e che quindi sono pagati dalla Rai, se viene trasmesso un film italiano nei canali propri, ormai da molti anni la Rai non fa vedere film italiani neanche di notte per non pagare quei diritti. Cosi aggravano la situazione dei piccoli produttori indipendenti, preferendo piuttosto comprare sul mercato estero “robaccia”.
Poi il Paolo viene a dirti che “oddio, sarebbe meglio dire no verbalmente, perché la lettera è sempre a contenuto freddo e che è un dispiacere…” Che sensibilità, che amorevolezza che presa per il naso…
Ci vorrebbe un prelievo di scopo come in Francia, ci dice Del Brocco, mentre l’unica a funzionare veramente è l’industria americana, proprio per questo la Rai cerca di sviluppare una forza commerciale che comunque non sarà mai uguale…e quindi che la fate a fare?
Appare più possibiliSta rispetto a Eleonora Andreatta a dare i dati nonstante che anche qui si siano invocati quelli sensibili che diventano subito rossi e un po’ vergognini.
Dopo questo intervento ascoltato ti viene da Dire…dare….fare…testamento e cambiare mestiere o stare sempre nel solito lamento

RAI FICTION

RAI FICTION – L’intervento della resp. Rai Fiction Eleonora Andreatta sugli indirizzi di scelta delle fiction, è visibile sul gruppo facebook Perfiction.
La Rai guarda alla contemporaneità e al recente passato, naturalmente privilegia le storie che hanno avuto successo come BRACCIALETTI ROSSI (un format tra l’altro non italiano) e non quelle che invece sono state un disastro).
Parla di CONSAPEVOLEZZA ETICA nella scelta dei progetti, di trasparenza (ti danno una risposta entro 90 giorni) e attualmente sono 28 società di produzione che lavorano (ce ne sono di piccole e artigianali) ma solo le grandi società sono competitive a livello europeo.
1) NON SI DELOCALIZZA PIU’ e questo è un merito per la Rai;
2) si vuole rappresentare la realtà del paese, le diversità del suo territorio, il paesaggio, l’identità, un mosaico in divenire, un affresco (queste sono le parole usate) e in questi squarci e tessere, DESCRIVE LE FICTION SCELTE, ma non come vengono scelte, mai che si parli di criteri di selezione;
3) la famiglia, LA SI RAPPRESENTA CON GEOMETRIE NUOVE, apertura quindi verso la famiglia moderna;
4) Poi l’Andreatta parla dei vari tipi di canali con le loro caratteristiche:
RAI 1, l’innovazione procede più lentamente
RAI 2, hanno venduto all’estero COLIANDRO, START UP COPPIA INATTESA
RAI 3, LA NUOVA SQUADRA, ILARIA ALPI, UN POSTO AL SOLE (2 milioni di spettatori o grande mangificio) NON UCCIDERE;
5) Parla dei vari tipi di investimenti come nei cartoni animati, scuole, premio Solinas per le migliori sceneggiature e dei corsi di scrittura seriale a Perugia;
6) Parla anche di rete Web e attenzione al linguaggio dei giovani, diverso da quello della Tv generalista;

Poi AIROLA del M5S chiede: “oltre alle 7-8 società di produzione, QUALI ALTRE SONO STATE COINVOLTE, bisogna avere il dettaglio dei progetti arrivati, quante fiction sono state date a nuove società? Ad es. parlando di contenuti: è’ garantito il pluralismo religioso?”
La Andreatta che è stata messa lì dalla politica e dai partiti politici risponde in maniera evasiva, NON PARLA DI ROTAZIONE come fa una persona competente, non ha neanche idea di come funzioni veramente la PRODUZIONE DI FICTION e afferma, insiste, sulla produzione industriale per essere competitivi sul mercato internazionale, ci vuole una lavorazione industriale che solo i 22-28 produttori attuali possono garantire, soprattutto per quanto riguarda la LUNGA SERIALITA’ che richiede produz. industriale, preparazione tecnica, alta capacità e via cantando. QUINDI SE LORO PRENDONO GLI STESSI E’ PERCHE’ SONO I MIGLIORI NEL MERCATO.
AIROLA ha chiesto almeno UN FOGLIO DEI PROGETTI, dei dati più precisi di quanti progetti vengono presentati e di quanti vengono esclusi.
L’Andreatta risponde che rientra nel Piano di Produzione, che è segreto, per motivi di concorrenza, per i dati sensibili E COSI I DATI CONTINUANO A NON ESSERE DATI

DOVE VA IL CINEMA ITALIANO

Dove va il cinema italiano?
In una intervista, rilasciata al Corriere delle sera del 30 novembre 2014, Giuseppe Tornatore dichiarava, parlando dello stato di salute del cinema italiano, quanto segue: E’ stato un anno molto buono. Sono felicissimo del trionfo de “La grande bellezza” di Sorrentino. Ma anche più felice di successi inattesi come il Leopardi di Martone, o il meraviglioso “Torneranno i prati” di Olmi. E “Belluscone” di Maresco, così forte e angoscioso. E “Salvo”, esordio sorprendente. Film “difficili”, guardati con sospetto da produttori e distributori. Apprezzati dal pubblico, più aperto e moderno di quel che si crede. Il 6 maggio 2015, Gloria Satta, sul quotidiano Il Messaggero, intitolava un suo articolo “L’anno nero del cinema italiano”, dove, in particolare si analizzava la condizione economica incerta e precaria del nostro mercato cinematografico. Ora, qual è il vero stato di salute del nostro cinema? Risposta ardua, ma proveremo a individuare alcuni indicatori tali da diradare le nubi e a far sperare in un prossimo futuro migliore. Come “Centro Studi Cinematografici”, già da qualche anno, abbiamo adottato un peculiare punto di osservazione: quello di concentrare la nostra attenzione e analisi sulle opere prime del nostro cinema. Questo lavoro, partito dalla stagione cinematografica 2003-2004 ha avuto sempre come esito finale la pubblicazione di un libro che ha per titolo di “Saranno famosi? – Annuario delle opere prime del cinema italiano”. Ebbene, in questo nostro viaggio ormai ultradecennale (360 film analizzati in tutto), abbiamo visto come nella stagione 2003-2004, le opere prime abbiano rappresentato il 30 per cento dei film italiani usciti in sala e, nella stagione 2013-2014, tale percentuale è salita a 58. Un anno buono, quindi, che non ha riguardato solo film vincitori di Oscar, di altri premi prestigiosi ottenuti ai festival, o di successo al box office, ma, principalmente, l’aspetto qualitativo, marcante la stragrande maggioranza delle opere prime; segno di una preparazione professionale notevole da parte di questi nuovi autori, i quali, pur provenienti da esperienze pregresse differenti, hanno dimostrato di saper maneggiare la macchina cinema con competenza e con una chiarezza di idee esemplari. Probabilmente, il raggiungimento di tale risultato risiede in una dote comune a questi registi; una dote, in parte riscoperta, e che è riemersa con prepotenza: quella della passione, unita alla necessità impellente di raccontare delle storie. Che un cambiamento di atteggiamento sostanziale sia ormai in corso è testimoniato da come i nuovi autori si pongano quando si tratta di partire per un’avventura chiamata film. Di fatto, alla domanda sulle difficoltà che si incontravano nel realizzare un’opera prima, le risposte confluivano, in passato, attorno a un unico, costante tormentone: trovare i finanziamenti, reperire i soldi necessari per dare una forma concreta alle proprie idee. In questa ultima stagione, potremmo dire che il tiro ha subito una sorta di innalzamento qualitativo, visto che i registi esordienti hanno evidenziato come la difficoltà primaria sia quella, invece, di convincere, di creare, in primo luogo, una responsabile e motivata fiducia da parte di un produttore attorno alla bontà del proprio progetto. Anche se, chiaramente, i soldi sono e restano importanti, l’aver posto l’accento sull’elemento fiducia fa una certa differenza, che comporta delle notevoli conseguenze sul piano della realizzazione finale di un film. C’è da aggiungere, infine, come tale aumentata apertura di credito da parte dei produttori nei confronti dei nuovi autori sia stata segnata negativamente – in presenza delle crisi economica che tutti viviamo – da un calo degli investimenti del 27 per cento rispetto all’anno precedente, nonostante il numero delle opere prodotte sia rimasto pressoché invariato. Per quanto riguarda poi i finanziamenti pubblici, vorremmo ricordare che si è passati dai 94 milioni del 2004 ai 19 dell’ultima stagione. Uno dei risultati maggiormente evidenti dell’evoluzione di tale rapporto produttore-regista, al quale abbiamo accennato, si è inverato anche nelle reazioni espresse da parte della critica cinematografica nei confronti degli esordienti. Di fatto, le recensioni che hanno accompagnato l’uscita delle opere prime in sala non hanno, in linea di massima, evidenziato delle brucianti bocciature. Chi si avvicina per la prima volta alla regia cinematografica ha, ormai da tempo, lasciato da parte quel certo autobiografismo presente in molte opere d’esordio di qualche anno fa e che faceva esclamare a Cesare Zavattini quell’invettiva piuttosto severa, provocatoria e senza possibilità d’appello: “Basta con l’opera prima! Facciamogli fare l’opera ultima!”. E veniamo al punto dolente, attoro al quale convergono tutti: la distribuzione; un tema, questo, che si trascina avanti negli anni e che non sembra aver trovato ancora una sua soluzione in positivo. Come uscire da tale situazione? La risposta è difficile, fino a quando gli esercenti avranno in mano il coltello dalla parte del manico. Forse, se si vuole veramente aiutare il cinema italiano, le istituzioni potrebbero intervenire adeguatamente in questo settore, permettendo alle opere prime una pur minima, necessaria conoscenza. In fin dei conti, è anche un diritto degli spettatori vederle, visto che la maggioranza di questi film è prodotta con il denaro pubblico. La risposta all’annoso e irrisolto problema della distribuzione viene, forse, dagli stessi autori. Nelle dichiarazioni, che ci hanno espresso unanimemente: la più grande loro gratificazione sta negli incontri che hanno avuto con il pubblico al termine della proiezione; una verifica diretta e immediata con il destinatario principe del loro lavoro, che dovrebbe, forse, essere istituzionalizzata. Le vie per realizzare questo ci sono; basterebbe praticarle con un minimo di raziocinio. Ci riferiamo, in particolare, alla rete di cineclub, cineforum, cinecircoli, che è presente su tutto il territorio nazionale, anche in zone dove, ormai da anni, non esiste più una sala cinematografica in attività. Gli stessi registi ricordano come gli incontri con il pubblico siano avvenuti, per la maggioranza, all’interno di tali realtà culturali organizzate, particolarmente sensibili e interessate alla diffusione di quanto di nuovo si fa all’interno del nostro cinema. Ma non solo: si è aggiunto, ultimamente, un dato nuovo che è quello della straordinaria e positiva reazione del pubblico di tutto il mondo agli incontri con i nuovi autori del cinema italiano, in occasione della vittoria di numerosi premi internazionali. Forse, anche per loro è ritornato in auge il detto latino “nemo propheta in patria?”, oppure è in atto una sorta di internazionalizzazione del nostro cinema che, proprio attraverso le opere di esordio, si apre con un’ottica rivolta verso un mercato più vasto. Sta di fatto che molti nuovi autori girano direttamente in inglese e la maggior parte di loro guarda con un certo ottimismo alla condizione attuale del cinema italiano, giudicata carica di fermenti e di idee nuove. E’, questo, un dato positivo, indice di una messa al bando del pessimismo presente nelle stagioni passate e di una consapevole speranza per il futuro prossimo. Vorremmo chiudere ancora citando Giuseppe Tornatore che nell’incipit de “La leggenda del pianista sull’oceano”, fa pronunciare al trombettista Max Tooney una frase che ben si adatta per dare conforto e coraggio a tale speranza di crescita e di rinnovamento per il nostro cinema; una frase che unisce inscindibilmente i due termini essenziali – il regista e il pubblico – della comunicazione cinematografica: Non sei fregato veramente, finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.
Carlo Tagliabue
DIARI DI CINECLUB Luglio 2015

FICTION RAI A NOI MAI!

Dopo il periodo di gattopardesco rinnovamento con “la nuova aliena linea editoriale” NESSUNO ESCLUSO, la Rai dimostra qual è la sua vera linea, quella di mantenere i privilegi di pochi che da anni gestiscono la fiction secondo dettami di scarso rinnovamento e di totale conformismo e condiscendenza agli ordini impartiti dai partiti politici.
Se vogliamo un minimo di cambiamento dobbiamo per forza scontrarci con i partiti politici che comandano la Rai a bacchetta da decenni. Ma in tutto questo squallore non si capisce come mai si comprano cosi tanti prodotti all’estero invece di valorizzare i nostri autori e preservare un tipo di cultura identitaria che va sempre più sparendo in funzione di una predominanza della lingua inglese.
Non c’è una condizione di reciprocità, noi compriamo sempre chissà perché ma non vendiamo niente come Rai, a volte hai l’impressione che alla Rai gli indipendenti fuori dalla politica, (quelli che non sono raccomandati) non voglia dare neanche 10 euro, perché è tutto già prenotato, perché sti continui format stranieri (non ci sono telefilm italiani), perché la Rai non pensa anche a difendere il prodotto nostro da tutta questa inglesizzazione (che brutta parola) della nostra cultura? Punto di domanda, due punti di domanda, tre punti di domanda, n… punti di domanda.
Ecco che allora l’amico e regista ZANGARDI ci dice:
– Propongo di organizzare, se ci riusciamo, un assemblea a fine luglio chiedendo ospitalità alla Casa del Cinema. Serve partire da dei numeri concreti. Quanti milioni di euro gestisce Rai Fiction? Fra quali produzioni vengono divisi? Quali sono i nomi che lavorano di più in assoluto essendo spalmati fra le varie fiction e perche? Chi sono quelli che decidono le storie da fare e su che basi?
Quanti soldi vengono gestiti sulle fiction originali italiane e quanti su quelle straniere?
Cosa dice la legge europea su questo argomento? Ecc ecc.
Io ho scritto questa lettera all’On. Roberto Fico della Commissione Vigilanza della Rai:
– Sono un piccolo produttore cinematografico indipendente, Le scrivo per dirLe che la nuova linea editoriale della RAI dal titolo NESSUNO ESCLUSO, per quanto riguarda le fiction o i film tv, è tutta fuffa, una bufala, perché in pochi mesi ho inviato una decina di progetti di sceneggiatori di tutta Italia e nessuno di questi ha avuto un’audizione, ma sono stati respinti con varie motivazioni.
E’ vero che rispetto al passato adesso rispondono in tre mesi, difatti a suo tempo ho presentato un progetto (nel 2013), ma non si sono nemmeno degnati di fornirmi una risposta ancorché negativa.
Però ho motivo di ritenere che siamo ancora lontani da qualsiasi meritocrazia e che le fiction siano una cosa chiusa tra alcuni personaggi legati ai partiti politici e che si spartiscono i contenuti televisivi ancora con il manuale Cencelli e cmq sono sempre quelli che lavorano da sempre: Lux Vide, Pepito, Casanova, Cattleya e qualche altro.
Ma se la meritocrazia è sempre difficile da stabilire di certo non lo è la trasparenza, che è il primo passo per arrivare alla meritocrazia. Ancor oggi pochi sanno, chi è che decide e come decide. Se io voglio vendere un film anche solo alle reti minori come ad es. Rai 5 non so neppure chi è il responsabile da contattare.
Come mai in Italia non vengono prodotti telefilm, eppure la televisione ne trasmette continuamente per lo più stranieri, come mai non si privilegiano i format italiani e non si valorizza la nostra creatività, comprando INSISTENTEMENTE film dall’estero in condizione di non reciprocità, per lo più scadenti come i film tedeschi che invadono Rai 2?
Saluti

1 – CINEMA E POLITICA

Il Ministro Franceschini non si discosta affatto dalla tradizione della politica cinematografica in mano ai ns politici, che è tutta impostata sull’apparenza: “facciamo sistema” ci dice, cominciamo ad attrarre produzioni dall’estero, da quando ci sono io, io, io, (ribadisce Franceschini) tutto cambia in meglio e faremo un grande percorso di sviluppo del cinema italiano (creiamo attorno a noi l’ottimismo e i risultati si vedranno).
Quante volte i ns politici (a riprendere da Veltroni) ci hanno propalato rosee e progressive previsioni, grande entusiasmo per ciò che un tempo il cinema era stato, ma che grazie al loro intervento sarebbe di nuovo risorto, il cinema sarebbe finalmente ritornato grande, salvo poi riperpetuare lo stesso andazzo, e cioè una distribuzione cinematografica che non permette di assorbire un sacco di prodotti indipendenti, dove se investi i soldi non tornano più…e dove l’invisibilità è totale. Da un po’ di tempo è cosi che funziona la politica: vogliono sempre far vedere che fanno, fanno, fanno, incidendo il solito disco: auspichiamo, desideriamo, coinvolgiamo, abbiamo la certezza, rimaniamo in proficua attesa…e avanti col brum.
Caro Ministro, che sistema Italia possiamo sviluppare se molti sono convinti ormai che noi italiani non siamo capaci di fare cinema, quando i ns film venivano doppiati dagli Usa, basta vedere i numerosi spaghetti-western degli anni ‘60. Oggi solo noi doppiamo i film americani, che vengono proiettati in quasi tutti i cinema che contano, ma cosa può essere successo nel frattempo?
Glielo dico io: che il cinema italiano si è disperso nella politica dei partiti i quali hanno fatto convegni a tutto spiano promossi a destra e a sinistra, più a sinistra che a destra a dir la verità, per mostrarsi e dimostrarsi (da parte di qualche regista di secondo piano) a fare discorsi inutili che non hanno portato a nulla se non a chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere…mi si nota di più se sto in piedi a sentire, o seduto in platea ad ascoltare, ma ascoltare chi? E intanto quelli che fungevano da rappresentati e dirigenti di forze anche molto distanti tra di loro, si abbracciavano tutti, che fossero di destra o di sinistra…per la causa comune, poi si sentivano al telefono tra di loro e si facevano i convegni tra di loro, alla fine si facevano i caxxi loro, diventavano responsabili di qualcosa e piano piano entravano nel Mibact, nelle commissioni, in Rai e tu ancora parlavi di autori, di diritti, rovesci del destino, fin che la morte non ti raggiungeva…

1 – DAI GIORNALI – NOTIZIE SUL CINEMA

Vediamo delle notizie sul cinema, questioni di interesse diffuso: “Smartphone e pc l’ultima beffa” è il titolo di un art. su LA REPUBBLICA a cura di Valentina Corte.

E qui si registra una forte protesta diffusa perché la gente non vuole pagare l’equo compenso, cioè una maggiorazione di 5 euro suoi prezzi dei tablet e 9 euro su una chiavetta, entrambi vengono pagate dai consumatori per ripianare il buco Siae e oltre a Tablet, Smartphone, Chiavette Usb anche Hard Disk, lettori MP3 insomma su tutti i supporti dove possono essere riprodotti brani musicali o film piratati, ed è una tassa che pagherà chiunque detenga questi strumenti senza andare a vedere se la gente scaricherà illegalmente cinema e musica ingenerando nei consumatori una rabbia che li stimolerà a farlo ancora di più.

Il gettito passa da 63 milioni a 157 milioni mentre l’aggiornamento delle tariffe è triennale. E’ un balzello che crea solo proteste, perché è scandaloso mentre gli stipendi della Siae non sono certo quelli dei normali dipendenti pubblici, la stessa Siae fa convegni in Hotel superlusso, i suoi gettoni di presenza sono i più ambiti dai vari dirigenti pubblici nelle varie commissioni che si occupano di problemi che non riescono mai a risolvere. E’ vero che Internet è un luogo di pirateria, ma è anche vero che l’Associazione degli autori ed editori in questi 10 anni non ha fatto niente, proprio niente per reprimere il mercato illegale e oggi appare sempre più difficile riportare la situazione sotto controllo.

Quindi bisogna abolire assolutamente questo INIQUO COMPENSO mentre la Siae lavori veramente per bonificare la rete.

A proposito di pirateria la GdF oscura “DDL Storage” una complessa organizzazione dedita alla condivisione illecita di contenuti audiovisivi, musicali e multimediali individuando i principali Uploader del più importante cyberlocker .

Quindi sono utilizzati per la condivisione non autorizzata (non avendo i diritti) e vendendo “strumenti” che garantiscono migliori prestazioni riproduttive su internet e quindi una fonte di guadagno illegale, dentro la pirateria si cela un vero e proprio business criminale, proventi illeciti da una parte, danni al comparto audiovisivo dall’altra (parecchi milioni) senza contare l’evasione fiscale, la perdita di lavoro e l’ulteriore perdita per l’erario: peccato che queste cose dovevano essere fatte almeno 5 anni fa perché nel frattempo molti siti legali hanno dovuto chiudere . Sembra un po’ ricordare il vecchio proverbio della stalla chiusa quando i buoi sono scappati.

Passiamo a tutt’altro argomento, IL DOPPIAGGIO E’ SORPASSATO dice l’autorevole ALDO GRASSO su IL FOGLIO. Personalmente non la metterei giù facile perché i doppiatori costituiscono una grande lobby che cercano financo di condizionare la politica di settore affinché non si creino dei limiti distributivi di film Usa. Es: mettere un limite: che su 300 film distribuiti made Usa in un anno, solo 200 possono essere doppiati (che già sono tanti), avrebbe fatto si che il pubblico italiano si riversasse sui ns prodotti perché i sottotitoli sono sempre fastidiosi da leggere (sono più indicati per trasmissioni di intrattenimento come il TALK SHOW di David Letterman.

INFINE parliamo di un articolo su L’UNITA’ (prima che fallisse) di Monica Straniero: E’ BOOM DI ESORDI E CRESCE LA QUOTA MERCATO. I dati presi e riportati sono palesemente errati a dimostrazione che vanno tutti dietro a una “agenzia sbagliata” come le pecore. Si parla di 979 pellicole italiane distribuite nel 2013 che corrisponde almeno a 8 anni di produzione nazione e 453 esordi significa aver distribuito nel 2013 le pellicole degli esordienti degli ultimi 10 anni. Grandi strafalcioni quindi. Poi lo sanno anche alle elementari i bambini, che la crescita della quota di mercato è dovuta alle commedie tipo Zalone, tant’è vero che il 50% dei film italiani non incassa neanche i soldi delle caramelle, ancora una volta il giornalismo si caratterizza per la cattiva informazione e allora perché bisogna finanziarlo pubblicamente?

 

1 – UN ALTRO MUSEO A CINECITTA’? NON E’ POSSIBILE!

Cinecitta’

potrebbe diventare un posto da museo del cinema italiano, così pensa il ministro Dario Franceschini, un luogo multimediale e attrattivo anche per i giovani; l’occasione per esternare questo intento, come ci dice Edoardo Sassi su “Il Corriere della Sera”, sono stati i 90 anni di “Luce” in mostra: si tratta di un suggestivo “C’era una volta l’Italia” una sorta di immenso affresco-ritratto della nazione attraverso una selezione di straordinarie immagini e video conservate negli archivi dell’Istituto fondato nel 1924 come “L Unione Cinematografica Educativa” da cui l’acronimo Luce (a quei tempi bisognava educare la gente alla rivoluzione fascista e il Luce era uno dei suoi strumenti di propaganda) e tutto questo materiale, un allestimento costruito come una scenografica gigantesca, capace di restituire via via un mondo sparito di storie, volti, luoghi oltre che interessante, risulta a volte struggente come un vecchio album di famiglia con le pagine delicatamente girate.

Ma se il Luce diventasse il fulcro di un museo multimediale e Cinecitta’ divenisse ESCLUSIVAMENTE un luogo di memoria degli ultimi 90 anni, vuol dire che il cinema è già morto e sepolto, che piano piano si sta trasformando in qualcosa d’altro, peraltro questa soluzione fa il paio con il desiderio di una speculazione con tanto di resort di lusso da costruire in altri spazi interni di Cinecitta’ e sfruttare luoghi della memoria dei tempi che furono, da far vedere ai turisti.

Quindi il Cinema -Museo è un modo per uccidere definitivamente il cinema nel suo luogo sacro Cinecitta’, con tanto di legittimazione della speculazione immobiliare attraverso l’integrazione di quello a “ cielo aperto” costruito magari su finti teatri di posa.

Io penso quindi che sia una grande “stupidaggine” e in linea con la “morte annunciata” del cinema, dell’esaltazione del come eravamo e non del come siamo (messi male) oggi in cui il cinema vivo arranca nel mare magnum del “cinema unico” quello delle commedie tutte uguali a se stesse e dove anche gli studi di Dinocittà dono stati trasformati in un parco tematico peraltro con duecentocinquantamilioni di euro investiti.

Siamo sicuri che ritorneranno (spero che abbiano fatto seri studi di marketing).

E’ questo che vogliamo o invece una Cinecitta’ della produzione indipendente a costi competitivi aprendo il mercato non solo alle solite commedie ma anche al cinema di genere italiano?

Ma che te lo dico a fare? Sembrano tutte cose ovvie eppure ormai il “cinematografaro” non le dice più, perché esausto come l’olio vecchio delle auto, di ripetere cose giuste, sensate e razionali.

Oggi i film italiani che hanno incassato sono tutti spaventosamente simili e riguardano soprattutto le commedie, invece i film drammatici, melodrammatici, horror, poliziotteschi, thriller, fantastici, sociali, documentari, rimangono al palo, e dopo esser stati prodotti non vengono ben distribuiti “vivendo” dentro ad una sorta di “confezione” povera, senza promozione.

Rimane il fatto che la politica però, soprattutto quella istituzionale, non dovrebbe incoraggiare la museificazione del cinema e la stessa Cinecitta’ non dovrebbe tirare a campare…questo a dire che anche la ns politica non è capace di alzare più niente se non i costi del suo mantenimento.

Cosa ci dice il maestro Georgiano OTAR IOSSELIANI in una sua intevista su Cinecitta’ News: – che il mercato è peggio della censura per “la tragica caduta di qualità e mancanza di pensiero del cinema contemporaneo pieno di clichè….il pubblico oggi allevato da Hollywood è abituato allo schema banale in cui il male è sempre sconfitto dal bene proprio l’opposto di quello che accade nella realtà”.

E di cui la Rai è degna rappresentante in Italia con le sue fiction rassicuranti ed “educative” da rivoluzione “catodica”, che te lo dico a fa? Come le ultime polemiche ci rivelano.

CORRUZIONE DEL GUSTO insieme alla CORRUZIONE DELLA SOCIETA’ e quando la corruzione si diffonde bisogna ammazzare il vitello grasso…in senso simbolico ovviamente…

Infine il ns grande Georgiano ci dice che preferisce non fare film piuttosto che ritornare in Georgia e prendere denaro dal Governo che potrebbe essere utile ai giovani autori…anzi non sarebbe morale…la ns generazione del cinema non l’ha mai pensata così, che sia poco morale?

 

1 – IL CINE IGNOTO

Per ogni film di SUCCESSO c’è un film IGNOTO (a volte due)

Ma la differenza tra un film di successo e uno ignoto è abissale, con il primo i protagonisti dei film entrano nei mass-media, fanno tendenza, appartengono all’universo quotidiano delle mode, con il film ignoto non succede nulla, il film è ignorato come se non esistesse, come se non fosse mai stato fatto, chiuso in una specie di armadio con attori e luoghi fantasma e allora viene da chiederci sul perché di tanta differenza di trattamento, in fin dei conti sono tutte creature dello spirito umano, più o meno alcolico, più o meno creativo, più o meno in stato di grazia, ma il bello di questo cinema è che tutti pensano e immaginano che il film fantasma non sia riuscito tecnicamente, artisticamente, e che sia rimasto una specie di mostro da nascondere, da non far vedere a nessuno e di cui vergognarsi:
– “hai fatto ‘na schifezza, lascia perdere col cinema non è il tuo campo”.

Ecco perché tanti preferiscono iniziare con un documentario, perché se nessuno ne parla e quindi va male, fa parte della stragrande maggioranza dei documentari che vengono visti poco o niente.

La cosa che invece lascia perplessi è quando vedi un film sconosciuto molto più bello di uno di successo, non sempre avviene però, perché un film di successo oltre agli ingredienti “giusti” è anche altamente spettacolare.

Allora viene da chiedersi: come si fa a creare il successo dei film e QUALI SONO GLI INGREDIENTI? E’ come un piatto a tavola? Un film bello secondo criteri “maggioritari” ha automaticamente successo? Non direi proprio, dipende da cosa vuole lo spettatore, perché va al cinema, quali sono le sue motivazioni, se sono uniformi o se sono diversificate, bisogna osservare i film che hanno più successo, e via via scorrere quelli che hanno incassato poche migliaia di euro, (molto spesso brutti film e dozzinali, ma che a volte non sono tanto diversi da quelli che incassano cifre rilevanti).

Quindi il cinema risponde o no ad una esigenza sentita dal pubblico che va al cinema soprattutto per divertirsi e che vuole avere dei suoi eroi di carta, a volte igienica e quindi per scaricare qualcosa che ha dentro come tensione, o invece è manipolazione e pubblicità che dall’alto invade tutto e tutti.

Il cinema di successo (lo vediamo tutti i giorni) buca i mass media e si trova uno spazio tra i vari eventi mediatici, promuove l’attore e il regista di successo, ma è solo costruzione e pianificazione del business dall’ufficio di programmazione o seguendo i desideri ed impulsi della folla solitaria conquista l’ attenzione pubblica?

Il cinema di successo si riduce al puro mestiere o è il mestiere che “riduce” il cinema di successo?

Una cosa ci preme di dire: un cinema più di contenuti a volte passa in secondo piano, tra i film appunto ignoti e un cinema ignoto, un produttore ignoto, un regista ignoto crea nel medio termine solo debiti e disastri finanziari, ignoti ai più, ma noti chi li deve pagare e si trova Equitalia di fronte.

Ecco che allora OCCORRE creare una struttura di lancio, investire in quello che si chiama appunto “lanciamento” del prodotto, costruire delle attese. La gente accetta tutto, dalle favole al realismo sociale, ma non vuole annoiarsi, perché altrimenti incomincia a muoversi nella sedia e a pensare a quello che dovrà fare dopo… il film. Anche se questo effetto di “non coinvolgimento attivo” è un effetto voluto per mantenere uno spettatore critico.

E qui diciamo che ci sono pubblici diversi con caratteristiche, attenzioni, bisogni diversi. Va be’ si, ancora con questo tipo di cinema sperimentale, lo vuoi capire si o no che è ormai un cinema archeologico” e ti liquidano in maniera definitiva. E allora Godard adesso cosa fa?
“Va bene per 4 critici che devono studiare il cinema, non per noi che lo vediamo per passare due ore in compagnia”.

Rimani un po’ allibito per questa “corruzione” del gusto, deluso, ormai il cinema è diventato una confezione da consumare in fretta, di serie A, (quasi sempre americano) e il nostro cinema autoriale ormai in mano a pochi senatori, di serie B (le ns commedie leggerine) e di serie C (tutto il resto, gettato nella stessa pentola, dal cinema impegnato a sòle insopportabili).
Quindi un produttore deve preparare una confezione e stare attento a non sbagliare involucro, pena il disastro economico e per la sua salute mentale ed economica deve prodigarsi a non confondere i suoi soldi con quelli del budget del film, cioè prima di iniziare un film deve “chiudere il pacchetto”, se ha un finanziatore deve consumare solo quel budget, se non gli basta deve trovare un altro finanziatore, se anticipa di tasca propria potrebbe non vederli più i soldi, innanzitutto perché il mercato cinematografico è volubile e invaso da prodotti di tutti i tipi,cosi i sono troppi i film che si posizionano nella confezione C, senza chiedere permesso a nessuno, nonostante gli sforzi che fanno i produttori per collocarl in serie A, o almeno in serie B, tant’è che molto spesso è lo stesso produttore che affitta la sala per due settimane e pre-acquista i biglietti, con lo scopo di ottenere recensioni, nella speranza di salire le classifiche quindi poter tentare di venderlo almeno alla Rai, ma a volte sembra fatica sprecata perché il tuo film parte dalla serie C e rimane in serie C , questo è il suo destino e nel periodo della managerialità del tutto previsto le sorprese si riducono all’osso e il pubblico reagisce in maniera prevedibile.

Infine bisogna parlare del ruolo dei festival, possono i festival tirar su un film di grande spessore culturale? I grandi festival internazionali sono 3 e pubblicizzano i film degli autori conclamati, mentre le sezioni laterali sono molto meno pubblicizzate, poi ci sono i festival intermedi che fanno da trampolino di lancio al cinema indipendente e infine tutta una serie di piccoli festival sparsi in italia, i centri culturali all’estero, i cineclub in Italia e all’estero che cercano di pubblicizzare qualche film “gioellino” per gli amanti, che viene dall’estero, o un prodotto autoctono invisibile, ma assolutamente vedibile. Perché il cinema indipendente in questo contesto è marginale? Perché è una confezione povera e usando un terribile modus linquistico, “non attenzionato a sufficienza per mancanza di mezzi e per colpa delle politiche istituzionali. Cioè il cinema indipendente italiano quasi mai fa tendenza per essere lanciato in un mercato.
Ne parliamo ancora….

 

1 – L’OSCAR AL DEGRADO, COSI’ CADE A PEZZI IL MITO DI CINECITTA’

Dai tanti articoli di cinema tiro fuori questo di Matteo Vincenzoni (un cognome del cinema) dal quotidiano IL TEMPO, dello scorso 12 maggio, che parla di un luogo sacro del cinema come cinecitta’ che vive una decadenza inarrestabile. Matteo Vincenzoni non ha fatto un articolo di immagine, ma ha voluto impietosamente ripercorrere i quaranta ettari degli studios battendo ogni stradina interna, ogni angolo dimenticato.

Basta andare oltre la mostra e gli immancabili riferimenti a Federico Fellini e ci dice Matteo con una felice espressione – e allora – “come i fratelli sfigati di Alice, passiamo dal Paese delle Meraviglie al posto meno sicuro per le caviglie” tra cataste di materiale di risulta abbandonato a sé stesso e scenografie crollate.

Piante e rovi hanno approfittato della mancanza di manutenzione bloccando financo le uscite, e guarda caso in questi luoghi in rovina dovrebbero essere realizzati un Albergo extra lusso, un parcheggio, una struttura ricettiva con boutique e ristoranti. Cinecittà Studios quindi in mancanza di produzioni cinematografiche pensa a diversificare, anche affittando le location (quelle tuttora funzionanti) per feste private, però basta voltare l’angolo che l’erba alta ti accoglie fino alla cintola e ti fa sbucare in una discarica.

Sono rimaste scenografie dell’antica Roma, quella medioevale del set di Francesco tutte e due in condizioni almeno da giustificare un biglietto della mostra mentre ormai sono in caduta libera quelle centrali di Gangs of New York, con la sensazione come ci dice Matteo di trovarci in un paese abbandonato del vecchio west, un fantasma che sta per sommergere tutta la struttura complessiva di Cinecittà sempre più silenziosa e irreale tra cataste di assi in legno e tubi innocenti ricoperti di vegetazione, mentre gli impianti per l’areazione dei teatri di posa arrugginiscono ad ogni angolo.

Ritornando al centro di Cinecittà, il teatro 5 di Fellini, si percorre il viale che porta verso l’uscita dove le radici dei ciclopici pini s’aggrappano all’asfalto, distruggendolo, sembra vogliono tenersi ben stretto il luogo.
L’oscar ormai è vinto.

 

1 – TAX CREDIT E CINEMA

E’ stato approvato il decreto cultura, con più incentivi ai film stranieri, fino a 10 milioni per ogni film straniero girato in Italia, è aumentata anche la cifra totale del tax credit da 100 a 115 milioni di euro, ma come funziona per i prodotti indipendenti?

Non molto bene, funziona più per i prodotti medi per i film-commedia dove è più facile incassare se hai una confezione importante, e anche per i grossi film cooprodotti, ma l’apporto massimo di un milione di euro non permette investimenti decisivi e molti film non partono perché mancano di altri soldi. Come funziona la tax credit?

Ci risponde Ester Corvi di Milano Finanza, un milione di euro può costituire il 40% di un budget di 2,5 milioni di euro e su questo importo di un milione di euro, il 40% può essere recuperato in crediti fiscali e il finanziatore può pretendere di essere il primo a beneficiare degli utili generati dal film.

Gli operatori stanno attendendo i decreti attuativi che probabilmente spiegheranno nel dettaglio certe cose controverse. Alcune banche sono entrate nel settore come la Bnl (gruppo Bnp Paribas), la Popolare di Vicenza, il Credito Valtellinese, Cariparma e IntesaSanpaolo. Secondo qualcuno bisognerebbe costruire un apposito fondo a cui diversi investitori potrebbero contribuire diversificando il rischio perché il cinema è fatto, come sappiamo di prototipi.

Gli operatori del settore ci dicono che però bisognerebbe alzare il tetto del tax credit per attrarre produzioni estere, da un milione a 5 milioni, nel decreto cultura è stato alzato il tetto per coloro che vogliono girare in Italia soprattutto a Cinecittà, da 5 milioni a dieci, però in definitiva gli investimenti delle banche costituiscono una parte minimale dei progetti ad alto budget, mentre per i progetti a basso budget difficilmente ci entrano, se a questo aggiungiamo che i privati non sono così motivati almeno per il momento, vediamo che il tax credit ha un effetto meno dirompente del previsto, occorre però (e questo è un grosso deficit del Decreto Cultura), vedere attraverso un monitoraggio puntuale e anche un elenco delle produzioni che lo percepiscono, l’andamento effettivo di questo tax credit, e soprattutto se va solo e sempre ai soliti nomi, o addirittura si creano delle società che non solo collegabili alle produzioni.

A mio parere è necessario alzare al 60% la quota di defiscalizzazione per i film difficili e dare la possibilità anche al cinema indipendente di concorrere a queste detrazioni fiscali con distribuzioni che si avvalgono del beneficio.