IL VIAGGIO IN CARCERE

Ecco un’ipotesi di documentario in cui si ritrae l’esperienza di una ragazza in carcere, arrestata dalla polizia. Con una telecamerina la segui in tutti i suoi movimenti, molto in soggettiva.  

In una lettera pubblicata da Huffington Post Italia, il racconto di una ragazza arrestata il 14 novembre a Roma.

Riportiamo di seguito parte della lettera che Natascia Grbic ha scritto sui fatti del 14 novembre. Le sue parole hanno trovato spazio in un articolo su Huffington Post Italia:

Sono una degli arrestati del 14 novembre. Sono tra quelli che quel giorno sono scesi in piazza insieme a tutta l’Europa per dire che non ci stanno al ricatto dei mercati e della finanza. Sono tra quelli cui è stato impedito nella maniera più brutale di manifestare il proprio dissenso sotto i palazzi del potere. Sono tra quelli che sono stati picchiati, umiliati e trattati come bestie su quella maledetta camionetta. Sul 14 novembre è già stato detto e scritto tanto quindi […] mi soffermerò più che altro sulla piccola vacanza in carcere gentilmente concessami dallo Stato italiano. Dopo i primi convenevoli della celere sul Lungotevere (calci sui reni, sulla faccia, e le immancabili manganellate sulla testa le quali, anche se vietate dalla legge perché banalmente potrebbero ucciderti, le forze dell’ordine proprio non riescono a fartele mancare), siamo stati trasportati sulla camionetta. Lì, ovviamente, i poliziotti hanno fatto gli onori di casa: e giù a calci nelle palle, insulti, minacce di morte e vessazioni di ogni tipo. Persone con la testa aperta, mani rotte e il sangue che scivolava copioso sono state costrette a sedersi per terra, senza potersi reggere, sbattendo così il proprio corpo già martoriato sui lati del camioncino. Siccome però le forze dell’ordine non sono bestie ma esseri umani, sei ore dopo averci portato in questura hanno chiamato un’ambulanza. “Alla buon’ora”, avremmo voluto dire. Dopo dieci ore e manco un cracker nello stomaco, arriva il verdetto: carcere. Paura, panico, ansia e terrore iniziano a trasudare dal corpo per quell’unico pensiero: “E mo chi da’ da mangiare al gatto?”. Il poliziotto, che notavo avere un certo piacere nel comunicarmi la notizia, pregustandosi già una scenata isterica secondo lui tipicamente femminile, ha avuto un immediato calo della mascella nell’assistere alla telefonata tra me e mia madre in cui la istruivo sulle quantità di cibo da dare al felino. Arrivata in carcere, sono privata di ogni cosa che potrebbe aiutarmi al suicidio: elastico dei pantaloni, lacci delle scarpe (“scusi, così mi stanno larghe, casco ogni tre passi” – “questioni di sicurezza” – “ma ho le lenzuola in cella, posso impiccarmi anche con quelle” – “eeeeehhhhhh”), reggiseno (“scusi come ci si ammazza col reggiseno?” “eeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhh”), piercing (“io questi non li levo, non l’ho mai fatto, non so’ capace” -“fa come te pare” – “allora tengo anche quest’altri” – “no, se ci riesci, li devi levare” – “ma perché?” – “eeeeeeehhhhhh”), accendino (“si può avere solo quello con la rotella, no con lo scatto” – “perché, che cambia?” – “che quello lo compri qui” – “ah ecco”). Rimango in magliettina, in un clima paragonabile solo a quello dell’Alaska, e chiedo una felpa: “Adesso non si può”. Sfidando le intemperie quindi, mi avventuro nel reparto dell’isolamento cui sono stata destinata e lì scopro l’amara verità: ho la finestra della cella mezza aperta. Mai ‘na gioia davvero. Nessuno mi dice come chiuderla e, avendo io la praticità e la razionalità di un bradipo monco, mi costringo a dormire. Le celle vengono aperte alle otto del mattino e richiuse la sera alle venti. “Rebibbia è un carcere aperto”, dicono. Infatti, si poteva liberamente camminare avanti e indietro in un corridoio lungo dieci metri dove il massimo del divertimento era guardare la simpatica porta blindata che si apriva e chiudeva ogni tanto. Arriva la detenuta che porta le colazioni. Le chiedo quanto la pagano, lei schifata dice: “Ottanta euro al mese, per lavorare tutti i giorni dodici ore. Domani però vogliamo scioperare, non è possibile che qui ci sfruttino in questo modo e fuori non si sa nulla”. Si potrebbe obiettare che in carcere c’è vitto e alloggio pagato dallo Stato, ma non è proprio così: qualunque cosa, anche quella più stupida che parenti e amici potrebbero mandarti da fuori, deve essere comprata all’interno della struttura. Con un sovrapprezzo chiaramente. Quindi, o hai alle spalle una famiglia che mensilmente versa dei soldi sulla tua “Jail – Card”, oppure te la prendi allegramente in saccoccia e ti adatti a una vita che, oltre a essere già dura di per sé, diventa ancora più degradante. Decido di farmi una doccia. Acqua calda neanche a parlarne. Ai piani superiori riescono a scaldarla nei pentoloni, ma all’isolamento non l’abbiamo, quindi dobbiamo adattarci. Poco male, alle brutte mi prenderà una polmonite. Cerco il phon per i capelli. Aria fredda. Polmonite assicurata. Chiedo un cambio alle guardie carcerarie perché, essendo vestita da due giorni allo stesso modo e avendo anche dormito con quella roba, oltre alla mia vita anche le mie condizioni igieniche iniziano a diventare abbastanza precarie. Mi spiegano che il loro guardaroba è molto disorganizzato e quindi non possono darmi nulla. Chiedo allora di poter chiamare mia madre, così da farmi avere dei cambi. Non ne ho diritto. Chiedo a loro di chiamarla. Non possono. “Quindi rimango così?”, chiedo iniziandomi ad alterare. “Signorina guardi che non è mica in villeggiatura”. Gli spiego che i detenuti non sono delle bestie e che hanno dei diritti, vengo immediatamente bollata come “scocciatrice” e rispedita nella mia sezione. Dopo aver smosso almeno tre piani e stalkerato diversi secondini, riesco a rimediare una felpa e due mutande. All’isolamento siamo in cinque. A un certo punto sentiamo sbattere da dentro una cella e andiamo a vedere: c’è una ragazza messa in punizione. Non può uscire da lì per dieci giorni. Chiusa 24 ore su 24. Inorridiamo a questa scoperta. Già noi ci sentiamo come animali in gabbia, chiuse in un corridoio, figuriamoci se si è costretti per dieci giorni, senza uscire, in una cella di due metri per uno. La guardia ci intima di allontanarci, non possiamo parlarle, altrimenti ci viene fatto rapporto e ci vengono dati quarantacinque giorni di carcere in più. Chiaramente, appena si gira, andiamo dalla ragazza, le portiamo l’acqua, il caffè, le allunghiamo una sigaretta. Se c’è una cosa che t’insegna il carcere, è questa: lì dentro non ci si lascia sole. Non importa quello che hai fatto al di fuori: lì, ci si aiuta l’un l’altra nei momenti di sconforto, di paura e di solitudine. La galera ti taglia fuori dal mondo, i contatti con l’esterno per molti sono nulli e rischi d’impazzire. Non c’è ordine dall’alto che tenga quando c’è in gioco il pericolo di una solitudine più grande di quella che già si ha. Fanculo l’isolamento, fanculo gli ordini, fanculo le regole che ti vogliono annullare. Nessuno deve rimanere solo. Mi arriva la spesa che ho fatto. Ho una bottiglia d’acqua naturale, la bevo e sento che è allungata con quella frizzante. E l’ho pure pagata. Impreco e vado dalla guardia a reclamare l’ora d’aria. Mi dice che non è possibile, non c’è l’assistente che può controllarci all’esterno e che quindi non usciremo. Inizio a scalpitare sempre di più e la mancanza di contatto con l’esterno inizia a devastarmi. Chiedo se i miei genitori hanno cercato di vedermi, se sono venuti i miei amici e i miei compagni. Non possono dirmi nulla. Inizio a incazzarmi veramente. Arrivano le venti e mi chiudono in cella. Le altre detenute accendono il televisore e sento il rumore delle camionette. Si parla della manifestazione del giorno prima. Mi tappo le orecchie per non sentirle, ma la rabbia monta lo stesso per quello che è stato fatto al corteo, a me e ai miei compagni e decido di mettermi a dormire. Tanto non ho nulla da fare. Mi addormento, stavolta un po’ in preda al magone. E a un certo punto eccoli: i miei compagni, i miei amici, i miei genitori e i miei fratelli sono lì fuori a urlare che non sono sola, a lanciare fuochi d’artificio e a cantare che “Si parte e si torna insieme”. Lì ho iniziato a ridere, la prima risata della giornata. Sento le altre detenute che urlano felici, che sbattono con le pentole sulle sbarre. Io non posso, quelle dell’isolamento sono più grosse e non riesco ad arrivarci, neanche salendo sullo sgabello. Arriva una guardia, ha capito che sono la fuori per me. Un po’ infastidita mi dice che deve controllarmi e se va tutto bene. Non potrebbe andare meglio, le rispondo. Mi addormento con le voci dei miei fratelli che, dopo essere stati al freddo per un’ora, se ne vanno. Stavolta non mi addormento col magone, ma felice e piena di una forza che avevo paura di aver perso. Il giorno dopo va molto meglio. Sono arrivate delle nuove ragazze e una di queste è terrorizzata e piange di continuo. Stavolta è il mio turno di aiutare le altre e la consapevolezza di avere questo compito mi da’ forza e tranquillità. Io non sono sola ma tante altre la dentro sì: è compito di chi ha questa fortuna far sentire parte di una comunità gli altri che invece lo Stato vuole esclusi. La giornata va avanti tra risate e un po’ di lacrime quindi, ma quasi ci dimentichiamo di quelle sbarre che ci opprimono. Dopo un po’ succede quello che più mi aspettavo e temevo: mi vengono le mestruazioni. Cari maschietti che leggete, non sentitevi in difficoltà e non distogliete lo sguardo che questa è una cosa tanto naturale quanto rognosa. Specie se ti trovi in carcere. Premetto che mia sorella aveva tentato di mandarmi degli assorbenti, ma niente: le guardie all’ingresso non glieli hanno fatti passare. “Li devi comprare, arrivano mercoledì”. Certo, e nel frattempo che si fa? Cara dignità, quanto vogliono distruggerti. Quindi eccomi lì, in palese difficoltà, ad andare a elemosinare tampax dalle assistenti del piano. Dopo un’ora, sette richieste, e tanto disagio, sento una poliziotta che urla il mio nome. Convinta che mi stesse finalmente dando ciò che richiedevo da tempo, mi sento dire: “O esci mo a fatte l’ora d’aria o te tappo dentro”. Inutile dire che lo charme e la buona educazione impartitami da mia madre sono andati a farsi benedire in tre secondi, permettendo al lato di chi ha fatto le scuole al Tufello di uscire indisturbato. Anche lì, a cavarmi d’impaccio dalla situazione, è arrivata una detenuta che, in tre secondi, da cosa facile qual era, mi ha allungato il tanto agognato assorbente salvando così quel poco di presentabilità che mi era rimasta. Tra l’altro, l’ora d’aria era peggio del corridoio: si è svolta in un quadrato di cemento minuscolo, con delle mura altissime, separato dalle altre detenute. Quel minuscolo pezzo di cielo che s’intravedeva è stato peggio della porta blindata della sezione che si apriva e chiudeva a intermittenza. Finalmente la sera la buona notizia: esco. Scatto dal letto, correndo su quelle scarpe senza lacci. “Li rimetti ora?”. No, voglio uscire subito. Dalla cella più isolata sento una preghiera “Non ti scordare di me per favore”. Non lo farò. La ragazza in lacrime arrivata la mattina mi saluta. Chissà se ce la farà. Respiro. Gli abbracci, i baci, la felicità, i festeggiamenti poi, li abbiamo vissuti insieme. Questo invece è quello che vi posso raccontare nei tre giorni che ho passato solo fisicamente lontana da voi. Di come hanno provato a privarci della libertà, ma non ci sono riusciti. Di come non ci si sente soli quando si ha qualcuno fuori che urla e combatte con te. Della solitudine che può essere sconfitta quando si ha la consapevolezza di avere dei compagni al tuo fianco. Di come i detenuti ti accolgano e ti accudiscano con un amore enorme. Quando si ha tutto questo, niente può buttarti giù. “Si parte e si torna insieme”, questo mi sono ripetuta nei momenti di sconforto. Non ho mai smesso di dubitarne. Hanno provato a piegarci, a spezzarci, a romperci, a metterci paura. Noi invece torniamo più forti di prima. Non ci hanno nemmeno scalfito.

 

 

 

Ecco un’ipotesi di documentario in cui si ritrae l’esperienza di una ragazza in carcere, arrestata dalla polizia. Con una telecamerina la segui in tutti i suoi movimenti, molto in soggettiva.

 

 

Natascia e il suo viaggio in carcere

 

In una lettera pubblicata da Huffington Post Italia, il racconto di una ragazza arrestata il 14 novembre a Roma

 

 

 

 

 

 

 

Riportiamo di seguito parte della lettera che Natascia Grbic ha scritto sui fatti del 14 novembre. Le sue parole hanno trovato spazio in un articolo su Huffington Post Italia:

Sono una degli arrestati del 14 novembre. Sono tra quelli che quel giorno sono scesi in piazza insieme a tutta l’Europa per dire che non ci stanno al ricatto dei mercati e della finanza. Sono tra quelli cui è stato impedito nella maniera più brutale di manifestare il proprio dissenso sotto i palazzi del potere. Sono tra quelli che sono stati picchiati, umiliati e trattati come bestie su quella maledetta camionetta. Sul 14 novembre è già stato detto e scritto tanto quindi […] mi soffermerò più che altro sulla piccola vacanza in carcere gentilmente concessami dallo Stato italiano. Dopo i primi convenevoli della celere sul Lungotevere (calci sui reni, sulla faccia, e le immancabili manganellate sulla testa le quali, anche se vietate dalla legge perché banalmente potrebbero ucciderti, le forze dell’ordine proprio non riescono a fartele mancare), siamo stati trasportati sulla camionetta. Lì, ovviamente, i poliziotti hanno fatto gli onori di casa: e giù a calci nelle palle, insulti, minacce di morte e vessazioni di ogni tipo. Persone con la testa aperta, mani rotte e il sangue che scivolava copioso sono state costrette a sedersi per terra, senza potersi reggere, sbattendo così il proprio corpo già martoriato sui lati del camioncino. Siccome però le forze dell’ordine non sono bestie ma esseri umani, sei ore dopo averci portato in questura hanno chiamato un’ambulanza. “Alla buon’ora”, avremmo voluto dire. Dopo dieci ore e manco un cracker nello stomaco, arriva il verdetto: carcere. Paura, panico, ansia e terrore iniziano a trasudare dal corpo per quell’unico pensiero: “E mo chi da’ da mangiare al gatto?”. Il poliziotto, che notavo avere un certo piacere nel comunicarmi la notizia, pregustandosi già una scenata isterica secondo lui tipicamente femminile, ha avuto un immediato calo della mascella nell’assistere alla telefonata tra me e mia madre in cui la istruivo sulle quantità di cibo da dare al felino. Arrivata in carcere, sono privata di ogni cosa che potrebbe aiutarmi al suicidio: elastico dei pantaloni, lacci delle scarpe (“scusi, così mi stanno larghe, casco ogni tre passi” – “questioni di sicurezza” – “ma ho le lenzuola in cella, posso impiccarmi anche con quelle” – “eeeeehhhhhh”), reggiseno (“scusi come ci si ammazza col reggiseno?” “eeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhh”), piercing (“io questi non li levo, non l’ho mai fatto, non so’ capace” -“fa come te pare” – “allora tengo anche quest’altri” – “no, se ci riesci, li devi levare” – “ma perché?” – “eeeeeeehhhhhh”), accendino (“si può avere solo quello con la rotella, no con lo scatto” – “perché, che cambia?” – “che quello lo compri qui” – “ah ecco”). Rimango in magliettina, in un clima paragonabile solo a quello dell’Alaska, e chiedo una felpa: “Adesso non si può”. Sfidando le intemperie quindi, mi avventuro nel reparto dell’isolamento cui sono stata destinata e lì scopro l’amara verità: ho la finestra della cella mezza aperta. Mai ‘na gioia davvero. Nessuno mi dice come chiuderla e, avendo io la praticità e la razionalità di un bradipo monco, mi costringo a dormire. Le celle vengono aperte alle otto del mattino e richiuse la sera alle venti. “Rebibbia è un carcere aperto”, dicono. Infatti, si poteva liberamente camminare avanti e indietro in un corridoio lungo dieci metri dove il massimo del divertimento era guardare la simpatica porta blindata che si apriva e chiudeva ogni tanto. Arriva la detenuta che porta le colazioni. Le chiedo quanto la pagano, lei schifata dice: “Ottanta euro al mese, per lavorare tutti i giorni dodici ore. Domani però vogliamo scioperare, non è possibile che qui ci sfruttino in questo modo e fuori non si sa nulla”. Si potrebbe obiettare che in carcere c’è vitto e alloggio pagato dallo Stato, ma non è proprio così: qualunque cosa, anche quella più stupida che parenti e amici potrebbero mandarti da fuori, deve essere comprata all’interno della struttura. Con un sovrapprezzo chiaramente. Quindi, o hai alle spalle una famiglia che mensilmente versa dei soldi sulla tua “Jail – Card”, oppure te la prendi allegramente in saccoccia e ti adatti a una vita che, oltre a essere già dura di per sé, diventa ancora più degradante. Decido di farmi una doccia. Acqua calda neanche a parlarne. Ai piani superiori riescono a scaldarla nei pentoloni, ma all’isolamento non l’abbiamo, quindi dobbiamo adattarci. Poco male, alle brutte mi prenderà una polmonite. Cerco il phon per i capelli. Aria fredda. Polmonite assicurata. Chiedo un cambio alle guardie carcerarie perché, essendo vestita da due giorni allo stesso modo e avendo anche dormito con quella roba, oltre alla mia vita anche le mie condizioni igieniche iniziano a diventare abbastanza precarie. Mi spiegano che il loro guardaroba è molto disorganizzato e quindi non possono darmi nulla. Chiedo allora di poter chiamare mia madre, così da farmi avere dei cambi. Non ne ho diritto. Chiedo a loro di chiamarla. Non possono. “Quindi rimango così?”, chiedo iniziandomi ad alterare. “Signorina guardi che non è mica in villeggiatura”. Gli spiego che i detenuti non sono delle bestie e che hanno dei diritti, vengo immediatamente bollata come “scocciatrice” e rispedita nella mia sezione. Dopo aver smosso almeno tre piani e stalkerato diversi secondini, riesco a rimediare una felpa e due mutande. All’isolamento siamo in cinque. A un certo punto sentiamo sbattere da dentro una cella e andiamo a vedere: c’è una ragazza messa in punizione. Non può uscire da lì per dieci giorni. Chiusa 24 ore su 24. Inorridiamo a questa scoperta. Già noi ci sentiamo come animali in gabbia, chiuse in un corridoio, figuriamoci se si è costretti per dieci giorni, senza uscire, in una cella di due metri per uno. La guardia ci intima di allontanarci, non possiamo parlarle, altrimenti ci viene fatto rapporto e ci vengono dati quarantacinque giorni di carcere in più. Chiaramente, appena si gira, andiamo dalla ragazza, le portiamo l’acqua, il caffè, le allunghiamo una sigaretta. Se c’è una cosa che t’insegna il carcere, è questa: lì dentro non ci si lascia sole. Non importa quello che hai fatto al di fuori: lì, ci si aiuta l’un l’altra nei momenti di sconforto, di paura e di solitudine. La galera ti taglia fuori dal mondo, i contatti con l’esterno per molti sono nulli e rischi d’impazzire. Non c’è ordine dall’alto che tenga quando c’è in gioco il pericolo di una solitudine più grande di quella che già si ha. Fanculo l’isolamento, fanculo gli ordini, fanculo le regole che ti vogliono annullare. Nessuno deve rimanere solo. Mi arriva la spesa che ho fatto. Ho una bottiglia d’acqua naturale, la bevo e sento che è allungata con quella frizzante. E l’ho pure pagata. Impreco e vado dalla guardia a reclamare l’ora d’aria. Mi dice che non è possibile, non c’è l’assistente che può controllarci all’esterno e che quindi non usciremo. Inizio a scalpitare sempre di più e la mancanza di contatto con l’esterno inizia a devastarmi. Chiedo se i miei genitori hanno cercato di vedermi, se sono venuti i miei amici e i miei compagni. Non possono dirmi nulla. Inizio a incazzarmi veramente. Arrivano le venti e mi chiudono in cella. Le altre detenute accendono il televisore e sento il rumore delle camionette. Si parla della manifestazione del giorno prima. Mi tappo le orecchie per non sentirle, ma la rabbia monta lo stesso per quello che è stato fatto al corteo, a me e ai miei compagni e decido di mettermi a dormire. Tanto non ho nulla da fare. Mi addormento, stavolta un po’ in preda al magone. E a un certo punto eccoli: i miei compagni, i miei amici, i miei genitori e i miei fratelli sono lì fuori a urlare che non sono sola, a lanciare fuochi d’artificio e a cantare che “Si parte e si torna insieme”. Lì ho iniziato a ridere, la prima risata della giornata. Sento le altre detenute che urlano felici, che sbattono con le pentole sulle sbarre. Io non posso, quelle dell’isolamento sono più grosse e non riesco ad arrivarci, neanche salendo sullo sgabello. Arriva una guardia, ha capito che sono la fuori per me. Un po’ infastidita mi dice che deve controllarmi e se va tutto bene. Non potrebbe andare meglio, le rispondo. Mi addormento con le voci dei miei fratelli che, dopo essere stati al freddo per un’ora, se ne vanno. Stavolta non mi addormento col magone, ma felice e piena di una forza che avevo paura di aver perso. Il giorno dopo va molto meglio. Sono arrivate delle nuove ragazze e una di queste è terrorizzata e piange di continuo. Stavolta è il mio turno di aiutare le altre e la consapevolezza di avere questo compito mi da’ forza e tranquillità. Io non sono sola ma tante altre la dentro sì: è compito di chi ha questa fortuna far sentire parte di una comunità gli altri che invece lo Stato vuole esclusi. La giornata va avanti tra risate e un po’ di lacrime quindi, ma quasi ci dimentichiamo di quelle sbarre che ci opprimono. Dopo un po’ succede quello che più mi aspettavo e temevo: mi vengono le mestruazioni. Cari maschietti che leggete, non sentitevi in difficoltà e non distogliete lo sguardo che questa è una cosa tanto naturale quanto rognosa. Specie se ti trovi in carcere. Premetto che mia sorella aveva tentato di mandarmi degli assorbenti, ma niente: le guardie all’ingresso non glieli hanno fatti passare. “Li devi comprare, arrivano mercoledì”. Certo, e nel frattempo che si fa? Cara dignità, quanto vogliono distruggerti. Quindi eccomi lì, in palese difficoltà, ad andare a elemosinare tampax dalle assistenti del piano. Dopo un’ora, sette richieste, e tanto disagio, sento una poliziotta che urla il mio nome. Convinta che mi stesse finalmente dando ciò che richiedevo da tempo, mi sento dire: “O esci mo a fatte l’ora d’aria o te tappo dentro”. Inutile dire che lo charme e la buona educazione impartitami da mia madre sono andati a farsi benedire in tre secondi, permettendo al lato di chi ha fatto le scuole al Tufello di uscire indisturbato. Anche lì, a cavarmi d’impaccio dalla situazione, è arrivata una detenuta che, in tre secondi, da cosa facile qual era, mi ha allungato il tanto agognato assorbente salvando così quel poco di presentabilità che mi era rimasta. Tra l’altro, l’ora d’aria era peggio del corridoio: si è svolta in un quadrato di cemento minuscolo, con delle mura altissime, separato dalle altre detenute. Quel minuscolo pezzo di cielo che s’intravedeva è stato peggio della porta blindata della sezione che si apriva e chiudeva a intermittenza. Finalmente la sera la buona notizia: esco. Scatto dal letto, correndo su quelle scarpe senza lacci. “Li rimetti ora?”. No, voglio uscire subito. Dalla cella più isolata sento una preghiera “Non ti scordare di me per favore”. Non lo farò. La ragazza in lacrime arrivata la mattina mi saluta. Chissà se ce la farà. Respiro. Gli abbracci, i baci, la felicità, i festeggiamenti poi, li abbiamo vissuti insieme. Questo invece è quello che vi posso raccontare nei tre giorni che ho passato solo fisicamente lontana da voi. Di come hanno provato a privarci della libertà, ma non ci sono riusciti. Di come non ci si sente soli quando si ha qualcuno fuori che urla e combatte con te. Della solitudine che può essere sconfitta quando si ha la consapevolezza di avere dei compagni al tuo fianco. Di come i detenuti ti accolgano e ti accudiscano con un amore enorme. Quando si ha tutto questo, niente può buttarti giù. “Si parte e si torna insieme”, questo mi sono ripetuta nei momenti di sconforto. Non ho mai smesso di dubitarne. Hanno provato a piegarci, a spezzarci, a romperci, a metterci paura. Noi invece torniamo più forti di prima. Non ci hanno nemmeno scalfito.

 

 

 

 

IL POTERE DEVE ESSERE AMMAZZATO

Soggetto, progetto, concetto

Franci, in arte Francesco è uno che vivi di lavori saltuari, ha superato da poco i 25, il papà prima di schiattare per una brutta malattia gli ha comprato un miniapparta, in una zona periferica di una grossa città vicina al centro e quindi deve solo pagare le bollette, l’imu l’imi e l’aci.

Ha il brutto hobby della scrittura, scrive di getto continuo invece di cercarsi una bella figa nel vicino giardino pubblico, tant’è vero che il portiere si preoccupa:

– ma che cazzo stai a fa, pensa a vivere non a scrivere

– scrivendo vivo molto di più (gli rispondeva).

– mah deve essere un pazzo o un cazzone (si diceva tra se tentennando la testa).

Però essendo stato figlio di un povero impiegato di 3 ctg, cioè poco più che un uscere capo, non fa parte dell’entourage letterario, non sa cosa siano i salotti che contano, fa dei ragionamenti che non gliene frega un cavolo a merenda, svolge una attività politica ai margini con un gruppo di isolati, fa di tutto per essere considerato un povero sfigato.

Lui purtroppo è troppo ideologico, sembra un dogmatico non capisce il mondo nella sua sfumatura animale, ha buone intenzioni, è gentile, ma non viene cagato da nessuno, neanche le regazzette, perché poi tutto sommato non è neanche tanto figo, anzi c’ha na camminata che te la raccomando.

Vaga per la città in cerca di chissà cosa, erge però una barriera contro la mediocrità, la staticità, il conformismo e questo lo rende contento di quello che fa.

Ha amici e amiche, ma non riesce a legare + di tanto, una bevuta, una ballata, una discoteca, ma quanta noia con questi sballi…lo sballo era una cosa conformista, stai una settimana ad ubbidire a tutti e poi ti sfoghi platealmente, anche la figa te la danno senza tanti problemi basta che tu gli piaci, ma lui aveva una faccia e una espressione troppo critica, e così non prendeva niente, a dir la verità aveva anche palpeggiato in malo modo una ragazza che sparava solo cazzate, così per dirle quanto era scema, ma a momenti quella lo denunciava gridando in maniera isterica. Aveva passato un brutto quarto d’ora, d’ira era riuscito a fuggire per la cruna dell’ago ma tutti lo stavano cercando per dargli una lezione di buone maniere compresi certi mascoli che erano violentatori seriali incalliti ma che per una volta tanto volevano fare una buona azione sulle sue spalle, che non erano quelle di uno sfigato, ma ancora peggio perché non legandosi alla corrente voleva essere un diverso ma aveva una espressione da diversivo, da uno che non contava un cazzo.

Si sentiva una merda, possibile che il mondo vada in una direzione così distante da me? Se lo chiedeva ossessivamente.

Poi che ti incontra, casualmente parlando di cazzate all’ennnesimo bar in cui si trovava solitario a consumare un prosecco? Un killer, di quelli pure pericolosi che ti avrebbero ammazzato ridendo e mangiando: si chiamava Tony.

Due psicologie molto diverse a confronto e stranamente si instaura una specie d’amicizia: si chiedeva come faceva quel tipo che sparava facilmente e vedeva sangue di tutti i tipi, a parlare del + del – e delle altre operazioni della vita matematica con un certo interesse, proprio con lui – di fondo un essere mite – che ci trovava a perdere il suo tempo con uno quasi sfigato, ma i casi della vita sono di difficile comprensione quando per tutta una serie di elementi imponderabili si instaura una vicinanza che tanti chiamano amicizia…

Dopo un po’ vengono assassinati numerosi intellettuali di potere.

Il clamore è gigantesco, perché quelli costruivano la realtà delle opinioni e senza di loro il vuoto intellettuale  diventava insostenibile.

Cosa poteva fare la polizia in questi casi se non brancolare nel buio?

Questi intellettuali erano responsabili di case editrici, di giornali, scrivevano libri uno dietro l’altro, erano + in televisione che a lavorare nel loro ufficio; dopo gli omicidi quello stesso vuoto aveva creato dei danni letterari, non c’erano + pubblicazioni di qualità che diversamente avevano un ritmo industriale e quindi i debiti incominciavano ad allargarsi perché la gente era meno attratta a comprare e l’attività ne soffriva . Il nostro si fa finalmente pubblicare , riesce a trovare uno spazio, poca roba, poche copie e nessuna speranza di farsi conoscere, però intanto iniziava.

Ma un giorno viene arrestato perché ritenuto il serial killer di questi intellettuali.

Grande pubblicità su tutti i giornali, diventa famoso e dal carcere può finalmente farsi pubblicare alla grande, anzi ci sono anche i diritti cinematografici

Ora è uno scrittore di successo, cosa vuole di + dalla vita, tu ammazzi e vieni pubblicato….

Evade alla grande, tutti lo inseguono, ha l’impressione di essere braccato da qualcuno che vuole farlo fuori o qualcuno che vuole farselo dentro, un gay violento perché lui ultimamente aveva + successo con i trans.

Però in una notte buia e tempestosa sta per essere sopraffatto da uno che vuole ammazzarlo si salva per il rotto della cuffia, anzi lo salva una puttana che stava li per caso e con lei inizia una storia molto particolare,  anticonformista e sessualmente fantasiosa, grazie a lei riesce  a sfuggire alla trappola e guarda caso l’altro finisce morto, scopre che è proprio l’amico serial killer Tony: qualcuno lo vuole defunto.

Decide di sparire assieme alla sua amica, con documenti falsi si imbarca in una nave scambiandosi i documenti col serial killer ucciso mentre l’amica anticonformista conserva i suoi documenti, insieme fanno follie sessuali, diventa un perverso violento,  prova piacere nell’uccidere, e la prima vittima è proprio la ragazza con cui sta….ne ammazza altre per il piacere di violentarle ma alla fine una di queste fa giustizia per tutte e lui prima di morire pensa a suo padre: se faceva l’impiegato come lui sarebbe riuscito ad avere la pensione.

 

 

 

MORTO IL 4 LUGLIO

Il protagonista in p.p. si sveglia da un sogno terrorizzato da un cimitero in cui c’era il suo nome cn la data di nascita e di morte, appunto il 4/7 che è proprio il giorno presente. Pochi istanti gli occorrono per immaginarsi di concludere tragicamente la propria esistenza: uscendo da casa quel giorno ad es. pensa a tutte le quotidiane possibili distanze, decide di non andare al lavoro, lui fa il bancario, forse in quel giorno ci sarebbe stata una rapina.

Rimane a letto, telefona ufficio, un giorno di malattia, ma deve andare dal medico anche per un giorno di malattia uffa, li c’è una coda interminabile, il medico poi non si sbriga è lento, allora tenta anzi disperatamente di farlo venire in appartamento ma quello è troppo affaccendato con i pazienti, lui da presunto malato dovrebbe essere portato via con l’autoambulanza, ritelefona in ufficio dicendo che ha cambiato idea e prenderà un giorno di ferie col disappunto di chi aveva già avviato l’altra procedura, ma pur di non uscire, va bene cosi. Solo che in casa naturalmente non c’è niente da mangiare, fa lo stesso si dice, digiunerò e l’appuntamento con la sua ragazza, la chiamerò:

– Vieni tu da me, non mi sento bene!

Doveva aspettare che passasse quel maledetto giorno, lei lo va a trovare, con un certo disappunto perché aveva altri programmi in piedi per quella mattina. Ne nasce subito una discussione dai toni quasi violenti perché secondo lei è un malato immaginario e non è la prima volta che ne parlano.

Poi piano piano finita la discussione segue il silenzio e lei si ritrova nel suo letto a cui segue una sorta di bramosia amorosa, poi improvvisamente lui si ricorda che anche il sesso potrebbe essere letale, smette, si raffredda, lei se ne va naturalmente contrariata, ormai lui per tutte le sue paure immaginarie si doveva solo ricoverare.

Era nervoso, andava su e giù per la stanza, ma poi cerca di controllarsi fumando però una sigaretta dietro l’altra che gli poteva venire la trombosi, allora si beve una camomilla, due, gli infarti da stress sono piuttosto diffusi al mondo d’oggi, infine prende distrattamente della corrispondenza dal suo tavolino di camera che funge anche da piccolo studio giusto in tempo per leggere un invito: l’amministratore del condominio invitava tutti ad una recita del proprio figlio a due isolati + in là. Avevano aderito con entusiasmo meno un condomino asociale del 2° piano, il Sig. Pila che è sempre stato contrario all’amministratore da lui definito senza tanta fantasia, un ladrone patentato.

Invece lui non avrebbe partecipato, gli rincresceva perché c’era sempre quella bonazza del secondo piano che lo faceva diventare paonazzo dal desiderio, naturalmente amava la sua ragazza ma una trasgressione ci poteva stare: in fin dei conti erano solo due isolati più in là, alle nove di sera, in quella zona non c’era mai nessuno, un vero mortuorio, non succedeva mai niente, che gli poteva succedere?

Eppure aveva paura……

NESSUNA CORTESIA ALL’USCITA

Progetto di lungometraggio da trarre dal libro di Massimo Carlotto NESSUNA CORTESIA ALL’USCITA

SOGGETTO

INTERESSE

FORMAZIONE PROGETTO

Dei personaggi simpatici animano questa vicenda ambientata nel Veneto: l’investigatore privato e pacifista Buratti Marco soprannominato l’alligatore perché si “nutre” di cocktail, dai trascorsi politici, che odia la velocità e il lusso, difatti guida una Skoda; un vecchio della mala che non si è mai prestato allo spaccio di stupefacenti e sopravvive facendo contrabbando, con un nome improbabile: Beniamino e suo grande amico dai tempi del carcere, Max la Memoria anche lui reduce dalla controinformazione degli anni ’70 e ancora latitante.
Il primo viene coinvolto suo malgrado in una turpe macchinazione orchestrata da Tristano Castelli – personaggio di spicco della mafia del Brenta e in questa faccenda si trascina dietro l’amico Beniamino Rossini, una faccenda pericolosa in cui potrebbero rimetterci la vita, i due decidono così di affidarsi a Max la Memoria, latitante da anni perchè accusato di banda armata, che farà l’analista della situazione per cercare di trarre fuori d’impaccio i due soci e insieme tenteranno di sventare un piano di Castelli.
(si allegano le recensioni del libro di Carlotto per una maggiore comprensione del libro).
L’interesse per questo libro è quello di rinverdire i fasti del poliziesco all’italiana adeguandoli però ai problemi della giustizia d’oggi con una finestra aperta alla società locale del nostro tempo.
E’ interessante anche l’approfondimento di una tematica come quella legata alla “Mafia del Brenta” in parte rimossa nell’immaginario del nord-est, una mala che ha origini dal Piovese (Piove di Sacco) e autoctona.
In più si analizzano i temi come quelli della giustizia e il modo di gestirla da parte dei magistrati.
Lo scrittore Massimo Carlotto è un giallista rinomato e oggi più che mai sulla breccia dell’onda, la sua storia riesce ad essere avvincente anche per effetto di una scrittura veloce e molto cinematografica.
Per i diritti è rappresentato da un agente con il quale abbiamo un contratto di opzione.
Desideriamo coinvolgere in questo progetto sia strutture pubbliche che soggetti privati Veneti per “incrementare l’immagine cinematografica” locale e questo allo scopo di rilanciare la nostra regione, essendo l’autore di Padova e volendo coinvolgere attori veneti come Fabio Sartor, Michela Cescon, il Battiston e Roberto Citran.
E’ un’operazione che se effettuata in maniera oculata può avere un certo riscontro economico.
Noi pensiamo di avvalerci dell’aiuto finanziario dei privati per il 50% (industriali locali) per € 1.250.000,00 con un’eventuale richiesta di integrazione al MBAC (Ministero Beni Attività Culturali) di un altro 50%.

 

5 – LA FOCA SENZA IRONIA

La foca senza ironia (il film VIVA LA FOCA del produttore Juso, gioca sul doppio senso, anche se poi nel racconto cinematografico c’è anche quella vera) si attaglia perfettamente al cinema indipendente perché pur camminando con le proprie zampe (piuttosto lentamente) ha i movimenti goffi e si prende un sacco di mazzate in testa…. Non come le povere foche che sono vittime di una delle peggiori crudeltà inconcepibili per un essere umano “normale” Però anche il cinema indipendente si prende un sacco di mazzate in testa…perché non c’è un circuito distributivo che lo valorizzi.

5 – IL SORPASSO 2 (Lungometraggio)

E’ un sabato mattina. SORPASSO, sorpasso… pensa  una ragazza aitante, attraente, particolare, con una personalità che spicca, guida una macchina sportiva e compie un’altro sorpasso azzardato prima di fermarsi davanti al bar.

Si ferma davanti al bar con fare aggressivo, scende, nessuno la nota, dei vecchi sono intenti a giocare a carte mentre un uomo legge concentrato il giornale, naturalmente siamo nei tavoli fuori dal locale.

Si allontana dall’auto per qualche minuto andando in un negozio laterale, ritorna, ma stavolta l’uomo che aveva adocchiato la macchina la guarda in tralice e se la vede poi comparire davanti:

– Lei per caso sa dove è Via degli Anemoni?

– Naturalmente, ma è una via molto interna in mezzo ad altre vie tutte di fiori, se si fida l’accompagno io che guarda caso abito nei paraggi..

– In quale via?

– Via delle Margherite

– Ma se fossi stata un uomo m’avrebbe accompagnato?

– Di piu’….

E da li comincia l’avventura.

Bisogna delineare bene i caratteri dei due personaggi che si incontrano, ma anche si scontrano.

Lui, appena separato, quarantenne, inibito, vive solo, incapace di esprimersi in un mondo in cui ha solo conflitti, Lei apparentemente aggressiva ha un immenso bisogno d’amore deviato verso atteggiamenti più superficiali e freddi.

Chi dei due ha bisogno di vivere ancora è sicuramente lei che risveglia una fiamma quasi spenta nell’uomo.

Si susseguiranno tutta una serie di vicende con un tragico sorpasso finale in una strada secondaria, di un trattore.

Buon lavoro!

Mod. 12/09/2013 parole 251 soggetto 16 rep.

 

 

 

5 – PRIMAVERA (cortometraggio)

Primavera. Casa abbandonata e prato fiorito e fiori da campo che crescono liberamente.

Passi nell’erba, la luce, i colori, i papaveri, un ballo di natura, una ragazza, immagini alla Hammilton, il fotografo flou, il velo della luce, fruscio, si corre tra l’erba assieme alla luce, la vita che si fa prepotente, che si fa….

Secondo momento del corto, visita della casa abbandonata, senso di decadenza, di morte, un ballo di scheletri immaginati, il passaggio dalla vita alla morte, dal sole alla pioggia, il gelo dell’inverno, tutto immaginato con colori smorti, a un certo punto si alza la telecamera o la macchina da presa. Sorpresa. Siamo esattamente nel gran raccordo anulare proprio vicini alla fabbrica di mobili Ikea, le automobili che scorrazzano vicine, piano piano il rumore del traffico prende il sopravvento.

E’ primavera…

 

5 – VITE PARALLELE (mediometraggio)

Le vite parallele di due uomini, uno sposato sulla cinquantina, insegnante, che ormai non può più avere figli e un single quarantenne anche lui insegnante.

Entrambi attratti dai bambini: il primo li ama veramente come padre mancato, il secondo un po’ meno con questa modalità.

La storia si deve sviluppare con il ritrovamento di un bambino assassinato che scuote le coscienze del quartiere, i primi sospetti sono verso il cinquantenne, il quale si trova a sopportare il pubblico ludibrio, la moglie lo ripudia, rimane solo, neanche i suoi allievi lo difendono, lui è un maestro elementare e nonostante una attività esemplare, anche i genitori sono dubbiosi, viene arrrestato e successivamente liberato, non sa più come vivere, vaga per le strade fino al punto che le circostanze lo fanno incontrare con il quarantenne quasi per caso, poi inizia un pedinamento che lo porterà alla scoperta di fatti sconvolgenti.

E’ essenzialmente un film di pedinamento con un sacco di rumori di fondo e ambienti che vengono scoperchiati con la macchina a mano. Il titolo è definito dal fatto che anche il pedinato è un maestro elementare ma a differenza di lui, non è sposato, tra i due personaggi quando si parlano si crei un’intesa, sembrano due caratteri simili, difatti all’inizio si ritraggono in parallelo, tutti e due che vanno alla scuola, tutti e due ripresi mentre insegnano, tutti e due che mangiano, si assomigliano anche se uno è più giovane, ma alla fine uno dei due svela all’altro alcuni segreti…in parte già scoperti delle loro vite parallele, parallele,parallele…

rep sogg 13

 

5 – LA METROPOLITANA (mediometraggio)

E’ l’alba in una grande città. I vari personaggi del film si alzano dal letto per iniziare la giornata con i loro problemi, i loro impegni. Un inizio quindi affollato di 7-8 personaggi che poi vedremo in un secondo tempo tutti insieme.

Osserviamo il politico di successo, un intellettuale di sinistra, il dirigente di una grossa impresa, un semplice infermiere, un’affarista, un artista, l’unica donna, un’impiegata in carriera e un giovane operaio un po’ sciroccato. Si alzano dai loro rispettivi letti, fanno colazione, chi a casa, da solo o con i figli, chi al bar, frettolosamente, si incrociano anche se non si salutano. A un certo punto inquadrando le due entrate della metropolitana li vediamo scendere, chi da sinistra, chi da destra. Breve inquadrature anche delle scale mobili e del lungo spazio della fermata. Prontamente arriva la metropolitana ripresa in primo piano, poi l’apertura delle porte, l’afflusso un po’ caotico della gente come succede sempre al mattino presto, visto che la gente va a lavorare. Per un attimo rimane aperta, con la gente dentro, un ritardatario corre per prenderla al volo, non ci riesce, ed ecco che lentamente parte.

Tutti i vari personaggi si trovano per motivi diversi chiusi nello stesso spazio quando improvvisamente si sente un rumore assordante di lamiere, un tremore di pareti mentre gli sguardi delle persone si incontrano attoniti, che sta succedendo? Poi la polvere entra dentro, e cominciano le urla, la paura, la gente finisce a terra, si lamenta, alcuni si abbracciano, imperversa l’oscurità nei vagoni, poi improvvisamente la luce si accende di nuovo e si spegne come un albero di natale. Sono minacciati da un grave pericolo che può mettere a repentaglio le loro esistenze. E’ una situazione clautrofobica, una dinamica di gruppo forzata. Nel pericolo i personaggi che di solito non si parlano prendono confidenza, interessandosi ognuno alle vicende dell’altro, pian piano si rompono gli schemi di ruolo, trovandosi quasi nudi di fronte ad un pericolo che li mette in gioco.

Da qui vengono fuori i caratteri, le personalità celate in conflitto con quelle socialmente codificate, gli individui si trasformano in qualcosa di diverso che loro stessi non conoscevano.

L’ambiente claustrofobico permette una certa teatralità tra i vari personaggi, i dialoghi devono essere irruenti che riescano a tenere la tensione ed aumentarla. Ne scaturiscono contrasti tra il politico e l’intellettuale mettendo in luce due diverse psicologie, l’intellettuale esteriormente crede ancora nell’impegno civile, ma interiormente è ormai un personaggio vuoto e ambizioso avvicinandosi cosi all’uomo politico che cerca solo di apparire piegando le sue politiche al bisogno di potere. Entrambi si dimostrano dei perfetti inetti nella situazione pericolosa, mentre prende quota il giovane operaio che al contrario riesce a rendersi utile con abilità e capacità, l’unico in grado di organizzare una qualche difesa e soprattutto che esce dalla sua disillusione politica, dal suo scoramento, abulia per rivendicare delle idee che fino a quel momento non aveva mai affermato quasi scavando nella sua personalità più riposta: si meraviglia lui stesso di avere delle dimensioni nascoste.

L’artista da principio gioca col pericolo come se fosse una novità divertente che fa uscire dalla solita vita, è il primo che capisce la pochezza del politico e dell’intellettuale ma quando il gioco si fa duro gli manca il coraggio e finisce con il cagarsi addosso. In mezzo alla propria lordura sta in un angolo dimenticato. L’impiegata dapprima succube al dirigente d’azienda riesce poi a prenderne il sopravvento mentre l’imprenditore si dimostra capace di tenere testa alle circostanze, ma al contrario dell’operaio è privo di moralità e nell’estremo individualismo si frega da solo.

Queste e altre situazioni psicologiche estremamente realistiche faranno lievitare la storia. Alla fine il pericolo che aveva partorito la disperazione individuale, scema, i personaggi acquistano profonde consapevolezze.

L’ambientazione è in un quartiere di una grossa città, osserviamo con la macchina da presa la vita parallela di alcuni abitanti che quasi si sfiorano senza tuttavia conoscersi.
L’ordinaria quotidianità si sviluppa però in una azione comune: prendono tutti alla stessa ora la metropolitana, e sarebbero portati via nelle loro direzioni, se proprio in quel momento i vari personaggi che già abbiamo conosciuto e che si ritrovano insieme in uno scompartimento assistono spaventati al deragliamento della metropolitana a causa del franamento del terreno sottostante, avviene un disastro, il vagone rimane quasi intatto, alcuni però cadono per terra, altri sono feriti, i vari personaggi si trovano tutti sbattuti, in attesa di soccorsi. Si organizzano per sollecitare i soccorsi attraverso i cellulari che però non funzionano, la storia diventa via via più grottesca e assurda. Intanto il vagone oscilla paurosamente e sembra che da un momento all’altro possa arrivare la morte. In questa situazione di aspettativa angosciante i ruoli saltano e allora vediamo il volto sconvolto del politico di sinistra all’atto di “inchiapettarsi”una donna di destra in un angolo buio tra le rovine del vagone:
Che state facendo gli chiede il suo collaboratore che li scopre
– Stiamo facendo l’Italia! Mentre “viene” da dietro
soggetto n.12

 

5 – PRONTI, VIA, INTERVISTA! (cortometraggio)

Ci troviamo in un festival locale di cortometraggi sponsorizzato dal comune di Racalbuto. Vicino al Cinema Aurora fuori in strada, il direttore artistico ripreso da una telecamera rilascia un’intervista: “le parole possono in parte sterilizzare le immagini, mentre sono possibili immagini senza parole (vedi documentari) non sono possibili parole senza immagini (fuori campo in uno spazio vuoto bianco).”

Soddisfatto di questo primo intervento, il d.a. cammina per la strada, quasi volesse fermare la gente: “Vediamo un po’ cosa ci dice un cinefilo? L’ho visto guardare i corti del festival.” – che cazzo vuoi! E’ la risposta un po’ contrariata del tipo che prosegue in fretta nel suo cammino.

– Quello più che un cinefilo sembrava un cianofilo arrabbiato, che se sarà preso boh!

Allora ecco il prossimo cortometraggio che vedremo: un po’ scabroso, una violenza su una donna in un cesso pubblico con rumori di porte che si aprono e si chiudono mentre l’inquadratura rimane ferma su un quadrato bianco.

La violenza viene consumata tra voci scandalizzate che vanno avanti e indietro nel cesso e infine compare la voce della polizia: per un attimo un manganello riempie l’inquadratura che segue un viso di profilo che sembra scappare.

Il titolo del corto si chiama:

PAROLE SU FONDO PIATTO CON MENU’ DI VOCI di Tony Campanacci, un tipo tosto che non demorde e continua a fare cinema sperimentale, nonostante il tempo – che oggi come oggi è pittosto contrario, ma Campanacci ha un suo stile e una sua coerenza formale, questo ci sentiamo di dirlo visto che lo conosciamo da un sacco di tempo, bene, ora consideriamo come dice lo studioso austriaco Krakauer il film come realtà fisica e ci chiediamo, che reazioni fisiologiche ha indotto la visione di questo film, presso il pubblico? Ci appressiamo all’uscita del cinema perché il film – a quanto mi dicono – si è appena concluso:

El m’ha fat cagher!

Lei non è di Racalbuto?

Mi trovavo qui in vacanza.

E il suo giudizio è piuttosto netto!

Netto? Non ho capito niente, tempo perso, vado subito a fare un giro in macchina…

Grazie, magari se lo rivede lo capisce

Ma ve a cagher anca lu…

Vediamo un attimo questo signore dal bel pizzo…

Non parli cosi’ che siamo in Sicilia, …secondo me le poltrone del cinema dovrebbero essere installate di un SENSOMETRO che misura le emozioni del pubblico;

Si, una specie di contenitore di tutte le reazioni fisiologiche possibili…interessante

Bene, entriamo a vedere questo corto, che viene proiettato di nuovo. Il d.a. molla il microfono e entra nella sala buia.

Su fondo bianco si sentono queste parole:

che mi dici figlio di puttana.

Provaci ancora e pomperò tanta di quell’acqua sul tuo culo da farlo diventare una cascata di merda.

Ei voi….chi ha chiuso la porta.

Uhm…che bello sto culo, e che tette…

Abbi pietà di me…no, no…

Il cloroformio sta agendo, che scopata ragazzi e che pelle!

Hai visto sti mascalzoni.

Robe dell’altro mondo.

Andiamo via.

Ehi, le vostre porcherie andate a farle in un altro posto….dico a voi, io non ho paura di nessuno, anche se la porta è chiusa si sente tutto, vergognatevi!

Uhmmm.

Polizia! Aprite questa porta.

Saranno un po’ cazzi nostri…dico.

Aiuto per favore, aiutatemi (con voce esile) mi sta vio….(scroscio improvviso d’acqua).

Zitta stronza, c’hai un culo che si sta esprimendo da favola…(porta sfondata, grida, rumori)

Esci fuori con le mani in alto, ma che accidenti…ehi fermalo!

Si vede una testa di profilo che passa davanti alla Mdp e un manganello che dall’alto al basso colpisce violentemente alla testa, un braccio proteso e tutto finisce a rallentatore, diventando poi sfocato e un rumore di cinepresa che cade. (Crash). Silenzio, la sala si illumina, la gente si guarda stranita, qualcuno sbadigliando…

un applauso appena accennato

Un gruppo di persone si avvicina verso Campanacci cn fare polemico, a un certo punto manca la luce, è buio fitto in sala, si sentono rumori di corpi contundenti, la tenda è chiusa e non si vede niente.
sogg n. 11
giancarlo sartoretto

5 – LA VERITA ‘ (Lungometraggio)

La verita’ è ciò che appare?

Si comincerà dagli accadimenti attorno ad un assassinio che vedono coinvolti tre personaggi (un emarginato, un impiegato e un dirigente) che non si conoscono, nella veste di protagonisti.

Gli spettatori osservano tutto: il modo di fare semplicione dell’emarginato, quello codardo dell’impiegato e quello corrotto e cinico del dirigente, osservano anche chi di fatto ha compiuto l’assassinio.

Nella seconda parte siamo davanti agli interrogatori di un ispettore di polizia, in questa fase gli atteggiamenti prevedibili dei tre protagonisti verranno rovesciati:

  1. l’emarginato si dimostra un tipo complesso, dalla personalità multiforme e quindi un disadattato;
  2. l’impiegato si dimostra coraggioso e aggressivo;
  3. il dirigente pavido e debole

Ognuno dei tre dà versioni diverse degli accadimenti in cui è implicato, almeno a livello di sospetti e vediamo la versione dei fatti che procede molto lontano dalla verita’:

  1. l’emarginato dice le cose in modo da darsi più importanza;
  2. l’impiegato cerca di raccontare meno di ciò che sa o di cui è stato testimone o che ha visto apparendo reticente;
  3. il dirigente ricostruisce la verità dei fatti ricreando un’immagine il più possibile coerente con l’immagine ideale che egli ha di se stesso.

Egli risulterà essere l’assassino come gli spettatori sanno, però è l’unico che viene creduto e quindi scagionato.

 

soggetto n.10

 

5 – FOLLIE D’ESTATE (lungometraggio)

SOGGETTO n° 9

In una Venezia umida e sciroccosa, Roberto è impegnato con i propri compagni (militanti di autonomia operaia) in una battaglia ecologista che finisce a scontri e scaramucce con la polizia.

Si disperde e prende un traghetto. Non timbra il biglietto e durante il controllo dell’addetto conosce una ragazza, Gloria, che si offre di dargliene uno.

Da lì incomincia la loro storia, il loro essere anche diversi, più ideologico lui, più disincantata lei, che provocandolo lo invita a prendere un taxi lagunare, che come si sa è piuttosto costoso, senza pagare, affrontando l’energumeno taxista, visto che per Roberto la mobilità deve essere gratuita.

Giungono in un’isola abitata (Murano) e al momento di pagare con uno stratagemma Roberto riesce a scappare insieme alla ragazza. Vanno in un bar a festeggiare la loro bravata e tra i due nasce un’intesa sull’onda di una reciproca esaltazione che diventa follia erotica provocatoria, compiuta in mezzo alla gente.

Entrambi si spogliano nudi e corrono per le calli e per sfuggire all’inseguimento di un paio di vigilantes si buttano in mare, beccano una barca seminascosta e fuggono senza farsi notare mentre tirano fuori dallo zaino di lui i vestiti bagnati, poi vediamo tratti di laguna spogli, lasciano la barca, camminano in mezzo a rive e rivoli dove ci sono casotti per la pesca, trovano un pescatore che li prende in simpatia, li porta in un posto nei limiti della laguna dove si mangia del buon pesce, vorrebbe farsi la ragazza, l’unico modo è farli ubriacare, ma si ubriaca anche lui e nella notte, fatti, li troviamo tutti e tre claudicanti che camminano silenziosi in luoghi deserti, mentre Roberto si appisola in un angolo, il pescatore si avvicina alla ragazza e la denuda con violenza, sul più bello però mentre la violenza stava per essere consumata il tipo, cardiopatico, ha un attacco di cuore e ci rimane. Gloria sveglia l’estraniato Roberto e insieme proseguono per la laguna e grazie al passaggio di un barcone che trasporta materiale edile ritornano, assonnati e semisconvoliti dalla nottata brava, a Venezia e senza capirci gran che si ritrovano in una manifestazione gay dai colori multiformi, che essendo non autorizzata viene caricata dalla polizia.

Scappano di nuovo e si ritrovano dentro un palazzo e nel sottoscala fanno all’amore.

Una vecchia li scopre e li caccia fuori in malo modo con la scopa, sbraitando in dialetto veneziano, si ritrovano in piazza San Marco a giocare con i colombi e poi in bacino San Marco dove prendono il battello (continua)

Il racconto deve essere tutto macchina a mano, molto mosso.

5 – CHE PENE PER UN PO’ DI PANE (mediometraggio)

Mario e sua moglie Clorinda (Clori) in macchina si fermano ad un distributore di benzina, entrambi sono stanchi dopo una giornata di lavoro, più stressati che mai per il caos metropolitano, le code, il caldo, si sentono a terra, completamente spremuti e dividono questo stato d’animo al punto da non aver nemmeno voglia di far benzina. Uffa bisogna comprare anche il pane!

Il ragazzo gli propone di controllare la pressione pneumatici, non se ne parla nemmeno, un’altra volta. La donna si mette al volante dopo aver pagato con la carta di credito. Adesso è il turno del fornaio un po’ più avanti, l’uomo che non vede ora di mettersi in ciabatte e fare una doccia ristoratrice dice di lasciar perdere, ma lei insiste, non è capace di mangiare senza il pane.

Arrivano davanti, lei sta per togliersi la cintura di sicurezza e scendere, ma invece in un sussulto di generosità, si offre lui di andarlo a prendere.

La donna aspetta in macchina, guarda distrattamente il cielo plumbeo dal finestrino laterale, c’è un caldo asfissiante e umido, suda, il volare di una mosca, si interrompono anche i rumori metropolitani, nessun indizio di nuvole e il caldo afoso si manterrà per giorni e giorni. Improvvisamente qualcuno apre di botto la portiera dalla parte opposta ma non è il suo compagno che è uscito di fretta magari senza aver pagato il pane e che le intima di fuggire a tutto gas, no è un individuo sconosciuto dalla faccia orribile, sembra un forzato con una pistola puntata, minaccioso le intima di partire a tutto gas. Ma dove sono? Su scherzi a parte, ma chi è questo?

Da qui inizia un’avventura che partendo da una situazione iniziale di pericolo per la donna, si riempie di complicazioni,discorsi oscuri da parte del tipo, minacce, ritardi, suspense, sorprese e almeno un colpo di scena.

Si prosegue per tutta la notte fino al mattino seguente in cui i fili sparsi si riannodano e ci si avvia alla conclusione più o meno drammatica della vicenda mentre il marito segue l’evolversi degli avvenimenti al Commissariato tra le radio delle automobili della polizia come se fosse una trasmissione radiofonica tipo Tutto il Calcio Minuto per Minuto.

SOGGETTO N.8

 

5 – IL VOLO DELLO SCIAMANO (Psicompo)

REGIA di ROBERT REED ALTMAN

E’ il titolo, IL VOLO DELLO SCIAMANO di un progetto cinematografico ancora in cantiere della Caro Film in coproduzione Usa.

Il Volo dello Sciamano è una sceneggiatura scritta da Antonia Tosini.

Abbiamo avuto dei contatti con Robert R. Altman figlio del leggendario regista, Robert Altman e Kathryn Reed. Il quale ha lavorato come operatore di ripresa e direttore della fotografia su un numero impressionante di serie televisive e lungometraggi premiati dal Maverick Film Makers.

Altman junior iniziò la sua carriera di assistente operatore sui film che catapultarono il padre nel pantheon dei grandi registi internazionali: “Nashville” (1975), “Buffalo Bill and the Indians” (1976), “A Wedding” (1978), “Popeye” (1979), “Health” (1982), “Come Back to the Five and Dime, Jimmy Dean,” (1982), “Streamers” (1983), and “Fool For Love” (1985).

SCENEGGIATURA di ANTONIA TOSINI

E’ una sceneggiatura originale scritta da Antonia Tosini scrittrice e sceneggiatrice, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il libro della vita/Eutanasia Sociale”, “Pane e Girasole” e “La rosa ferita” pubblicato a marzo 2012. Ha partecipato nel 2005 (fuori concorso) al Festival di Venezia con il documentario “Vita e miracoli degli ex voto”. Ha collaborato con diversi registi tra cui l’algerino Rachid Benhadj, che le ha valso nel 2005 il premio internazionale “Scrivere Cinema” di Mirabella Eclano.

Nel 2010 (è stato premiato un suo progetto cinematografico al “Premio Penisola Sorrentina”. Un riconoscimento alle eccellenze) con la motivazione: Per il progetto cinematografico: “Tra gli ulivi” in inglese “Sisters” esempio significativo di uno spaccato mediterraneo di creatività, fantasia ed intelligenza abbinate allo scavo psicologico, al mistero e al colpo di scena, che appartengono alla migliore tradizione del genere thriller.

2012 Terronian Festival – (al Palapartenope) è stata premiata per la sezione Cinema (come eccellenza del sud). Inoltre ha collaborato con Tony Tarantino, padre di Quentin e con David Worth, il quale le ha scritto un Endorsement : “Antonia, un meraviglioso talento, creativo, fantasioso e stimolante scrittore…”

NOTE DI PRODUZIONE

E’ un progetto coinvolgente perché è audace e si interroga sul senso della vita e della morte e sulla filosofia sciamanica come guida spirituale in un mondo sempre più chiuso in sé stesso, i temi sono molto attuali e confidiamo in un interesse del pubblico internazionale

NOTE DELLA SCENEGGIATRICE

Ho voluto fare questa sceneggiatura perché scrivere per me è come un rituale d’amore che stimola la mia creatività. La nascita e lo sviluppo di un’idea originale è uno dei momenti creativi più complessi della mia attività. Lo spunto, la famosa scintilla, l’idea…. personalmente mi lascio guidare dall’istinto, ascolto le mie sensazioni senza giudicare se sono interessanti o meno, lascio semplicemente che emergano. Praticamente quella è la fase del soggetto, quella in cui si inventa la storia, dove c’è la nascita di qualcosa di miracoloso. E’ così che è nato: Psicopompo (Titolo provvisorio) di “THE FILGHT OF THE SHAMAN” da una scintilla. Piano, piano all’idea di base si sono aggiunte molte altre fonti di ispirazione, come la dimensione mistica, la cultura sciamanica, l’archeologia, le antiche civiltà scomparse e di quel territorio, tra filosofia, scienza e fantascienza, ove si contemplano viaggi nel tempo negli universi paralleli. Robert Reed Altman (figlio del leggendario Robert Altman, del quale mi pregio di essere amica) dopo aver letto la mia sceneggiatura, ha deciso di volerla dirigere, in quanto attratto dalla originale storia, dai temi di magia, dall’archeologia dalle atmosfere soprannaturali e dalle influenze di Castaneda.

DESCRIZIONE

Siamo a Napoli dove una giovane archeologa si trascina in una storia d’amore insoddisfacente cn un musicista, trova la forza di abbandonarlo per andare in Messico dove fa parte dello staff di un grande archeologo che studia un popolo antico e tra scavi e bellezze naturali, in un incidente stradale muore il fratello di lei che aveva seguito il gruppo come fotografo. Prova un grandissimo senso di colpa e un dolore intenso, cerca conforto in uno sciamano che le insegnerà come attraversare il buio della sua vita, senonchè alla fine scopre una cosa sconvolgente…

RECENSIONE

In questa sceneggiatura veramente coinvolgente si intreccia il soprannaturale, l’archeologia e la cultura sciamanica che sono tematiche di grande fascino che quando interagiscono riescono a catturare l’attenzione di chiunque interrogandoci sulle grandi questioni ultime: “ma cos’è la vita e che cosa la morte ? Non potrebbe aver ragione chi dice : ” Chi può sapere se vivere non sia morire e morire non sia vivere ?” Un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto.

 

5 – TI MANGIO DI SANTA RAGIONE

UN’IDEA PER UN CORTO Due intellettuali sono seduti in un salotto in amabile conversazione, sono così gentili,  e magnanimi quasi da commuovere, però poi il parlare si incespica in qualche piccolo malinteso e sottile sgarbo, poi il linguaggio diventa più secco e aggressivo, il tono della conversazione comincia ad essere nervoso e agitato e quindi di nuovo calmo ma con battute salaci. La ragione vacilla.

Procedendo quindi da un iniziale tono molto snob percorrono una specie di scala delle varie graduazioni comunicative, sono importanti quindi i dialoghi da sviluppare, per scivolare piano piano ad una critica serrata alla società di massa, imbarbarita e squallida con l’uso di espressioni linguistiche colorite, che diventano man mano volgari. Oggi non c’è opera letteraria che non dica “cazzo”! Cazzo, Cazzo, cazzo. Figa, fregna, ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella. (da “Porci con le ali”). Dall’iniziale accordo cominciano a divergere sempre più aspramente circa gli aspetti secondari della morfologia di questa società e si intestardiscono intorno ad una discussione che diventa più acida e ottusa fino al punto di menarsi di santa ragione, MA VANNO ANCORA PIU’ IN LA, in un momento di rabbia totale e reciproca si accoltellano, uno solo sopravvive ma ormai è completamente stravolto e che fa? Va in cucina mette su un pentolone e uno dopo l’altro essendo medico di professione seziona pezzi di cadavere che vengono cucinati, si vedono budella estratte…e la MANIPOLAZIONE del cadavere come se fosse un insaccato.

Passa del tempo, tre televisioni sono sempre accese in sottofondo, ma non si sentono. La luce che sprigiona la stanza è una luce irreale, un silenzio di tomba, il nostro medico cammina nervosamente, da una finestra all’altra, si siede sul divano, si alza nervosamente, si risiede, si rialza quando bussano alla porta, apre perché sa per accordo che chi non usa il campanello deve essere un vicino, è una vecchia signora del piano antistante che vuole il classico sale. Lui la invita a rimanere e insieme mangiano la carne umana.

– Quanto è buona, mi deve dare la ricetta.,

– Ah ma è assai semplice, il mio amico Roberto Benassi ha fornito la materia prima.

– Che intende caro Paolo?

– Che si sta mangiando il mio amico Roberto.

L’espressione di lei è incredibile e su quella espressione si chiude il film

– Vuole un bicchiere di vino…rosso! Rosso sangue…(ma già è sparito l’audio)

giancarlo sartoretto ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione

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