1 – CINEMA TRA SOGNI E REALTA’

Il cinema è fatto di sogni-bisogni che non muiono mai, ma si assopiscono facilmente.

In n tempo ormai remoto non c’erano i soldi e si prendevano gli attori dalla strada e nacque il neorealismo,

poi coi soldi si presero attori noti al grande pubblico e nacque la commedia all’italiana,

ora i soldi ci sono, gli attori non si estinguono anzi si moltiplicano,  ma la realtà è stata tolta di torno

e l’unico bisogno che impera è il divertimento a tutti i costi, nasce lo spettacolo evasione fine a se stesso,

così il cinema si confonde con la Tv e muore.

Per salvarci il culo (parbleu) dai risultati catastrofici del ns cinema (sono di ieri gli articoli catastrofici  dei giornali)

bisogna  puntare alla coproduzione europea o internazionale,

se si fa un film locale il produttore incassa solo rabbia,

a parte le commedie presentate da Medusa.

Ma la produzione indipendente ha la forza di poter costruire un progetto internazionale

quando non riesce nemmeno a vendere il proprio film alla Rai perchè ha incassaato troppo poco sul mercato theatrical?

Il problema è la distribuzione theatrical per prodotti italiani indipendenti diversi dalla commedia, ma anche per le commedie non confezionate medusa o 01 Rai.

Il cinema indipendente italiano risce ad uscire per farsi qualche giro in qualche sala italiana o è destinato all’oblio?

 

 

2 – LA CULTURA OGGI

La cultura OGGI è come la chiesa DI SEMPRE , ognuno ci sta a modo suo perché ognuno ha una propria idea di cultura e l’estrema soggettività che deriva disperde un significato uniforme. Sarebbe interessante invece verificare questo termine e chiederci cosa ci attendiamo dalla cultura, cosa intendiamo per cultura?

Troppo spesso si confonde CULTURA con INTELLIGENZA. Ma la cultura può non essere intelligente? Può essere ottusa? E se l’intelligenza non avesse a che fare con la cultura a cosa servirebbe? Se ponessimo l’intelligenza come criterio per accumulare ricchezza forse scopriremmo con nostra sorpresa essere pochi i ricchi e molti i poveri, per cui la maggior parte di ricchezza sarebbe determinata da altre cause: magari l’istinto predatorio della specie umana che è comune ad altri animali, ma che soprattutto nella nostra specie quando punta al desiderio di accumulazione come bisogno-passione (che per altri è peccato) di avarizia.

Ma torniamo alla cultura, essa può essere utile, ma utile a che?

Essa dovrebbe essere più concreta, meno astratta, meno formale, meno decorativa. La cultura dovrebbe essere più …qualcosa e meno … qualcos’altro in maniera da acquistare un significato ai nostri occhi.

Per noi cultura rappresenta ciò che di nuovo accade alla specie umana nella sua lunga storia di permanenza sulla terra di modo che si possa dire che dopo quel fatto, quell’accadimento, niente è più lo stesso. Cultura quindi inserita nella dinamica sociale che nutre i rapporti sociali, che crea condizionamenti ed imitazioni, ma che può essere rifiutata in quanto “degenerata” e quindi come appartenente ad un generico spirito diabolico che pervade una parte di società.

La cultura come cambiamento combatte l’immobilità del rituale che si riperpetua, la festa religiosa, e si apre a dinamiche inattese che si allontanano dai tradizionali orizzonti: la cultura allora coincide con la storia, ma può essere anche un elenco di dati che si ripetono eternamente, il senso circolare dell’eterno ritorno.

Se la vediamo oggettivamente la cultura è il deposito di ciò che si è accumulato nelle generazioni a livello linguistico, di usanze e di comportamenti.

Ma la cultura può essere anche consolatoria (consola dal dolore)  o serve a suonare il piffero della rivoluzione (immediatamente rivoluzionaria). Questi costituiscono i due poli opposti di ciò che per Vittorini non doveva diventare la cultura.

La cultura che cade vicino ai sensi, al corpo o che invece rivela la mancanza di corpi, che elimina l’istinto, la cultura che scinde l’uomo in tanti pezzi separati ognuno con le sue culture. Le tante culture che individuano vari saperi e specializzazioni, le sottoculture che rappresentano pezzi di società separate che non potranno mai incontrarsie che riflettono la frammentazione, la complessità sociale, le differenze, ma anche il conformismo e l’appiattimento rappresentano una sottocultura, la sottocultura della perdita di senso, di sottrazione e di alienazione.

Il condizionamento culturale può essere un termine oppressivo come adattamento ai ruoli prescritti: il maschile e il femminile insegnato fin dalla nascita.

Si ricerca la droga per decondizionarsi: la cultura racchiude il tutto in schemi di senso, ma una parte del tutto racchiude regole mentre un’altra parte, la cultura della libertà, vorrebbe abbatterle.

Ci può essere infine una cultura rancida, acida, congelata, ossificata, mummificata, morta o una cultura presente, viva, generosa, dinamica, capace di trasferire energia alle cose, di trasformarle secondo un ordine più vicino ai nostri desideri.

 

1 – LA PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA SPIEGATA ALL’INGROSSO

Analizziamo ALL’INGROSSO  la produzione cinematografica in rapporto al mercato italiano di sala.

Il mercato italiano di sala, theatrical, chi premia come film? Quasi esclusivamente i film spettacolari americani distribuiti dalle Majors e le Commedie – Commediette – Commediacce italiane che  quest’anno si siano distribuite tra loro “democraticamente”  gli introiti  grazie anche ad una “confezione” distributiva forte.

E il resto? Diciamo che il cinema d’autore fa molta più fatica di un tempo ad incassare, arriva al massimo a 5 milioni di euro. Se circa  la metà va all’esercente e l’altra metà viene divisa tra il distributore (30% della metà) e il produttore (70% della metà) vediamo che  se un film è costato 5 milioni di euro, alla produzione vanno circa 2.000.000,00 CON I RISTORNI GOVERNATIVI. Se il film è costato 4 milioni, sulla sala la produzione ha perso 2 milioni.

Ma ecco che entrano le altre diciamo “finestre” commerciali:

1) la prevendita estera in sala o in Tv, il cinema d’autore ha più possibilità e dipende dalla notorietà dell’autore, uno non famoso riesce a strappare poche migliaia di euro;

2) l’antenna Tv RAI o MEDIASET che può valere cifre variabili dipende sempre dalla notorietà dell’autore ovvero della produzione, che di solito va da mezzo milione a 1 milione;

3) Home video che vale però meno di centomila euro;

4) Internet che non vale niente;

5) sponsor gratuiti circa 200.000 euro, massimo;

6) la Tax Credit esterna che gode del 40% di agevolazione fiscale per i finanziamenti al cinema da parte dei privati ai quali deve essere cmq restituito il 60% della cifra investita.

Queste sono le possibilità economiche dei film, ecco perchè il cinema italiano non può permettersi di fare film troppo costosi perchè il circuito mondiale è dominato da film USA e il circuito europeo ha una forte concorrenza.

Se tu fai spendere a Medusa Produzioni 30 milioni di € e Medusa ne riscuote 7 su 10 di incasso nel solo mercato italiano, puoi arrivare a 10 milioni con tutte le “finestre che ridono” , ma gli altri 20 milioni sono andati nel paese del nulla. Certo c’è la possibilità di distribuirlo in tanti paesi del mondo ma il regista deve essere di fama mondiale.

In questo clima non sorprende quindi che un capolavoro come AMOUR arrivi a fatica a 1 milione di incasso nelle sale italiane. Siamo cioè arrivati a un punto di “alienazione” del mercato theatrical percui i film veramente belli sono dentro ad una curva negativa del grafico, mentre dominano i film costosamente spettacolari e le commedie medie, ma anche mediocri per non dire brutte. Quindi il mercato non favorisce il grande cinema. Però bisogna andare incontro al gusto della gente,  ma se non si ha una confezione distributiva forte predomina chi sta già sul mercato con le sue confezioni collaudate.

Ecco perchè in queste condizioni il cinema indipendente italiano non ha nessuna speranza di riprendersi i soldi che ha investito se non interviene l’antenna “riparatrice” della RAI  ma qui si entra nella detestabile influenza politica. Quindi non è che il cinema in sè è morto, che quello italiano  è morto, però il cinema indipendete sta male.

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 3°

L’Homo Democristianus – Concludiamo dicendo che non esiste una informazione tecnica (professionale) al di sopra delle parti che sarebbe come pretendere di imbottigliare il vento, che in passato ha nascosto sempre posizioni di regime mentre un’informazione di parte fa pensare sempre ad un regime.

Non se ne esce da queste contraddizioni se non cambiando spesso il pannolino che si è fatto sporco, il potere dell’informazione è micidiale e fondamentale per la conservazione del potere per cui la Rai o rimane in mano ai partiti (ogni rete un suo partito o coalizioni di partiti in maniera che l’utente possa scegliere col telecomando un Tg progressista e uno conservatore, uno orientato a destra e uno più di sinistra, uno laico e uno religioso, uno cattolico e un altro protestante, buddista ecc., uno orientato alle maggioranze e uno orientato alle minoranze) – in passato molte di queste sono state liquidate come sette fanatiche da una certa arroganza di potere profondamente attaccato alla tradizione di ciò che c’è anche quando si definisce progressista – quindi si manifesta anche il problema di rappresentare in maniera corretta il nuovo senza criminalizzarlo per paura che faccia concorrenza ai partiti che hanno espresso quegli stessi uomini loro, cioè i giornalisti, e che temono la concorrenza nel consenso di nuovi movimenti questo provocherebbe staticità e immobilismo nei vecchi partiti, o rimane in mano ai partiti si diceva – escludendo comunque le voci della società civile anche se gli stessi dicono il contrario – ovvero diventi un’entità gestionale al di fuori dei partiti che deve rispondere al parlamento come azienda, asettica, indipendente, neutra nei conflitti ma che in verità finisce sempre col cedere le pressioni a qualche potente di turno. Come si concilia allora l’aziendalismo col servizio pubblico?

L’informazione e la cultura se si trasformano in un prodotto perdono le loro caratteristiche di informazione e di cultura anche se c’è un problema di budget e di gradimento che non vanno sottovalutati e che il prodotto (il made in Italy) non ha niente a che vedere con la cultura a meno che non si consideri cultura tutto ciò che fa guadagnare, forse bisognerebbe ridefinire il concetto di cultura e liberarlo da ambigue incrostazioni.

Tutto ciò potrebbe essere un bel modo per ritornare da travestiti, al centro, assecondando i meccanismi più retrivi dello spettacolo in nome dell’audience. Se la cultura è lontana dall’audience, anche l’audience è distante dalla cultura, però c’è chi si “serve” della cultura per coprirsi dall’obbligo dell’audience e propinare certi polpettoni di pedantesca fattura da far smascellare di sbadigli l’intero creato; chi non si ricorda la fuga generalizzata dalle sedie (la Tv all’inizio si vedeva nei bar) all’apparire della trasmissione culturale “ L’approdo “.

Evidentemente alla Dc di allora al massimo interessava la cultura cristiana, eppoi far capire troppo alla gente non va mai bene, o chi progetta programmi di mezza tacca né commerciali, né culturali, ma di regime in cui comunque si punterebbe sull’audience come speranza, se viene tanto di guadagnato, ma se fallisce lo si considera normale per quei programmi “culturali”, quando invece di culturale hanno solo una confezione esteriore.

Converrebbe allora anche alla Rai separarsi dai partiti e dai gruppi di pressione per diventare una entità indipendente e autonoma, ma c’è il problema delle inserzioni pubblicitarie che spingono l’audience verso i dati quantitativi dell’ascolto e il principio del servizio pubblico che dovrebbe mirare alla qualità dei programmi, adesso esiste un sistema misto di reperimento delle risorse, in parte col canone e in parte con i proventi pubblicitari, un punto d’equilibrio discutibile a metà strada tra la televisione pubblica e la televisione commerciale, un ibrido che sfrutta i vantaggi sia dell’una che dell’altra ma che scontenta anche molte fasce di spettatori.

Un suo ridimensionamento darebbe alla Rai una identità più precisa verso il servizio pubblico, però le trasmissioni dovrebbero comunque essere sottoposte ad un indice di gradimento del pubblico mentre le sedi decentrate onde evitare concentrazioni di interessi troppo potenti dovrebbero mantenere autonomia e un potere produttivo effettivo, ma come pensare che i partiti siano d’accordo.

Torniamo al nostro vocabolario e vediamo il significato dispregiativo di compromesso: cedimento, deviazione nel comportamento pratico rispetto ai principi morali, idee politiche e simili professati sul piano teorico: “costretti a cotali compromessi” afferma il Nievo.

E qui si apre il grande problema attuale, che tutto ciò che è idea nel suo percorso verso il centro si trasforma in “interesse” e che tutto questo centralismo finisca per impoverire i principi morali d’un paese: si cede al buon senso, al politicamente corretto che piano piano diventa politicamente corrotto, il principio di piacere dell’utopia deve cedere al principio di realtà del pragmatismo in cui la politica perde in progettualità per basarsi sui dati inconfutabili del Grande Ragioniere del Sistema che determina dall’altro gli obbiettivi della politica che diventa l’osanna di statistiche (indici e percentuali, tassi e calcoli) in cui ci si appiattisce nel presente senza vedere e prevedere i mutamenti e in cui la stessa realtà viene semplificata fino a trasformarsi in puro utile.

Infine compromettere significa anche essere coinvolti in qualcosa di rischioso, esponendosi, impegolandosi in pratiche “centripete” incontrandosi con nuovi e inusuali compagni di strada perché si entra in una zona un tempo in sosta vietata, privilegiata da tanti affaristi senza scrupoli morali, da politici ambigui e da normali capitalisti e quindi dal potere nel suo farsi e nel suo decidere, luogo affollato da intriganti, cortigiani, portaborse, lobbysti, onesti sindacalisti, in cui ci si dedica alla “prostituzione politica” fatta di nuovi incontri e di strane possibilità o di strani incontri e nuove possibilità in un balletto dai contorni appassionanti in cui la furbizia combinata con l’abilità mette a segno buoni colpi. homo democristianus

 

 

 

 

1 – L’ATTESA- ASPETTANDO GO DO (T)… BAE

Una sorta di romanzo-bistecca dove si macera una situazione fino all’esasperazione per l’attesa

L’ATTESA spasmodica dell’evento, il finanziamento di un film, si può protrarre anche per molti anni.

Chi vuole fare un film, l’autore,  non vive la vita ordinaria e ordinata basate sulle piccole gioie del quotidiano in attesa – al massimo – delle ferie, o di altri eventi prevedibili, che fanno una vita piena di rituali abbastanza ripetitivi. Lui no, vive in un altro mondo, in un’altra sfera.

Chi vuole fare un film appartiene ad un’altra categoria: vive  l’attesa perenne di un evento celestiale. Più di un tossico il suo cervello è inquinato  da quella situazione psicologica legata ad un evento che prima o poi succederà e gli cambierà la vita.

Fare un film costituisce un’avventura intensa piena di imprevisti che dà un senso e un significato profondo alla propria esistenza:

– ho uno scopo più grande dell’ordinario, aspetto di realizzare il mio progetto” si dice

E’  su questa base che si può parlare sovente di una vena di follia che domina il “cinematografaro“, anche quando appare freddo e razionale,  come viene chiamato con un certo disprezzo l’autore-regista che è sia un intellettuale di solito umanista, che un tecnico, a volte prevale l’intellettuale, a volte il tecnico, il cinematografaro dicevamo, che non può più ritornare nella normalità perché è preso da questa malattia della realizzazione:

facciamo una cosa io e te un giorno si dicono due cinematografari che si incontrano in un bar  mentre parlano tra di loro dei loro progetti presenti futuri passati cn una sorta però  di svogliatezza perché nessuno di loro vuole svelare certi contatti, certi segreti, perché ognuno fa sistema a sè stante  e il collega può essere un concorrente, si scusano ma tutte e due devono sempre telefonare a qualcuno, appuntamenti telefonici, si riscusano e intanto si estraniano, poi sospirano sperando di ricevere  una telefonata da qualcuno in diretta , che la allungheranno a dovere, così da far vedere che stanno operando e far sentire ad alta voce certe cose da far capire e non far capire.

Quando poi il regista incontra qualche personaggio (attore) che gli chiede informazioni sui progetti, cerca di sottrarsi, di rimanere generico, essendo questi progetti cosi vulnerabili  che possono sfumare facilmente, allora si crea una sorta di superstizione, ogni volta che compare quel personaggio sfuma il progetto e può quindi pregiudicare il rapporto cn l’attore troppo invadente.

Diventa una vera e propria  malattia la  speranza di fare un altro film, l’ultimo, prima di defungere.

Ho visto autori registi quasi novantenni con problemi evidenti di prostata e di altre malattie sgradevoli con cattivi odori di prossimità, rimanere attaccati al telefono per ore:

– noi abbiamo tutto pronto dice il regista, aspettiamo novità da voi, ah si deve sbloccare quel finanziamento svizzero, va bene speriamo presto..

Chissà perché in questi casi c’è sempre l’impedimento di una banca svizzera.

 

1 – IL CINEMA E LA REALTA’ STANDARDIZZATA

Diceva lo sceneggiatore-regista Antonio Racioppi che un tempo ormai remoto, durante la seconda guerra mondiale, non c’erano soldi e si prendevano gli attori dalla strada e nacque il neorealismo, poi con i soldi venuti dalla ricostruzione del dopoguerra e dal boom economico si presero dei veri attori e nacque la commedia all’italiana.Oggi la realtà è molto più standardizzata.

Ora i soldi ci sono, anche se in una situazione di crisi, gli attori anche ma quella realtà sociale da cui trarre ispirazione non serve più e l’unico bisogno impellente data la crisi è il divertimento immediato di grana grossa, il cinema è solo spettacolo-evasione fine a se stesso, al punto che il cinema si confondo con la Tv e muore.

E invece no, non è così, i film italiani di successo hanno a che fare con la Tv e assomigliano a quei Bmovie degli anni ’60-70.

Il cinema spettacolare di grande impatto visivo prodotto dagli Usa (e solo loro potrebbero farlo perchè hanno un mercato mondiale) e le commedie-commediette-commediacce italiane sostengono il mercato della sala (theatrical), ma gli americani oltre allo spettacolo ci mettono anche trame sofisticate, hanno idee, le commedie  italiane sono per lo più provinciali cn personaggi RIPETITIVI  che guardano più alle mode e all’effimero con una  realtà standardizzata.

Quelle italiane funzionano perché hanno una distribuzione potente alle spalle che conosce i gusti di chi paga il biglietto o perché hanno dei meriti intrinseci? Qualcuno dice che noi siamo commedianti e dobbiamo fare solo parti in commedia, però può essere anche un pregiudizio. Sta di fatto che il fil di genere non è più un nostro forte, anzi se lo facciamo manco viene distribuito come mai? Che è successo al cinema italiano? Non ha più i professionisti d’un tempo, il pubblico è cambiato, vuole ridere e basta? Troppe domande che esigono pronte risposte, è il motivo di questo blog.

 

 

 

1 – CINECITTA’, LA LOTTA DELLE MAESTRANZE HA PAGATO

Le maestranze hanno capito da subito dove i privati volevano andare a parare, ma se loro non facevano quelle dimostrazioni pubbliche   non avrebbero  sortito alcun effetto e tutto sarebbe andato avanti verso i nuovi resort, per fortuna c’è stata una resistenza che ha fatto capire che la lotta dura non è un’avventura e la paura non c’è mai stata.

Leggendo con ritardo l’articolo su L’Unità del 30/12/2012 dall’Ufficio Stampa dell’Anica dal titolo Noi di Cinecittà in piazza per i diritti e per il cinema, abbiamo provato una bella soddisfazione che il progetto speculativo di Abete sia stato sconfitto politicamente dai lavoratori in lotta, perchè quello che volevano fare a Cinecittà non aveva nessun scopo cinematografico, ma semplicemente edilizio.

Si è messo su una speculazione da parte di privati – come succede troppo spesso – verso beni dello Stato. E su questa operazione c’era già un accordo sotto traccia delle istituzioni pubbliche, ma giustamente la grande critica che è emersa nel dibattito  in seguito all’occupazione degli stabilimenti  ha costretto il Mibac a uscire dalla sua posizione ambigua e di stallo per esercitare il suo ruolo pubblico di controllore. Questo ci fa capire che la privatizzazione quasi sempre è fatta per depredare risorse pubbliche. Tutto sembrava deciso…ma per fortuna si sono messi in mezzo i lavoratori..le maestranze.

Quindi forza e coraggio che anche a Cinecittà il cinema non diventerà un miraggio!

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS 2° CAP.LO

Il centro quindi come luogo di confluenza che si espleta nel compromesso dove prolifera l’homo democristianus. 2° CAP.LO

Cosa dice lo Zingarelli a proposito del termine compromesso? Nel significato n° uno, si parla di obbligarsi scambievolmente a ricorrere al giudizio di un arbitro ed a accettarne la decisione.

Come nei contrasti tra imprenditori e lavoratori o meglio loro rappresentanti sindacali, dove il governo, cioè il ministro del lavoro interviene tessendo una rete per mediare gli opposti interessi e riuscire così a portare in porto i contratti collettivi. Ecco allora che è lo stato nelle sue rappresentanze istituzionali che cerca di dirimere le controversie tra le parti sociali, quale organismo neutro.

Se la sua natura sia neutra o no, ciò ha dato spazio ad una sequela di teorie soprattutto in campo marxista che non vale la pena di approfondire perché il processo generativo di uno stato si basa su tali e tanti variabili che rinviano ad una complessità organica difficilmente districabile. In effetti quando lo stato lasciava che una parte (quella più forte) vincesse sistematicamente in virtù appunto della sua forza, la parte debole, allora si poteva parlare di regime liberale in cui le forze economicamente potenti erano maggioritarie.

Ma con lo stato democratico tutto ciò è diluito, mentre il neoliberismo più che essere una riedizione dello stato liberale costituisce semplicemente una reazione alle degenerazioni burocratiche e stataliste della democrazia, con una funzione tutta interna al rinvigorimento del mercato attraverso una finta concorrenzialità economica e una sua rappresentazione ideologica che deve stimolare l’universo capitalistico.

In effetti oggi siamo nell’epoca degli oligopoli scaturiti da un mercato mondiale ultraspecialistico in cui ogni grande azienda si può mettere d’accordo con altre due o tre per suddividersi il territorio e quindi fare una finta concorrenza, questo processo può portare anche a una burocratizzazione o “statalizzazione” dello stesso capitalismo e una economia pervasa più dalle rendite di posizione che dall’innovazione, per cui il rischio economico non diventa l’elemento fondante dell’attività economica, ma una variabile perniciosa da ridurre al massimo.

Paradossalmente più aumenta la burocratizzazione del capitalismo maggiore è la paura dello statalismo e ossessiva diviene l’ideologia che ha il compito di rappresentare una realtà che non esiste più: il liberalismo in politica e il liberismo in economia.

Il compromesso nel significato numero due parla di accordo, accomodamento tra due o più persone o tesi e sim. in contrasto tra loro in cui ciascuno dei partecipanti rinuncia ad una parte delle sue richieste, rivendicazioni (transazione) ma significa anche UNIONE DI DUE E PIU’ ELEMENTI DIVERSI E CONTRASTANTI.

E ci chiediamo: cosa può partorire questa unione se non un monstrum ideologico? Ma a parte ciò e senza voler fare i puri ad oltranza, dove può avvenire questo incontro se non nel centro, luogo “neutro” delle confluenze più o meno parallele o contrapposte che si incontrano nell’impeto centripeto, anche se questa dinamicità che assume la politica può essere bloccata solo da chi in centro ci sta già e non deve spostarsi da nessuna parte. In ogni caso questi elementi diversi e contrastanti stando insieme occupano un territorio di convergenza, in cui la conoscenza o riconoscenza reciproca fa rinunciare almeno per un periodo di tempo, alla loro differenza, appiattendosi nella creazione di un qualcosa di nuovo, un ibrido che viene chiamato semplicemente inciucio, del quale i maestri sofisti italiani machiavellici per eccellenza dimostrano talento.

Questo gusto del centro che significa anche incontro col capitale, non risulta letale solo per le ideologie nella loro capacità di prescrivere mutazioni “genetiche” dell’organismo sociale, ma anche per il maggioritario che si nutre di differenze e non di convergenze e che quando è costretto al compromesso lo fa dal suo punto di forza se non vuole indebolirsi.

Rinsaldando invece questo nuovo elemento centripeto e giustapponendolo ad uno pseudo-tecnicismo nascosto nella solita “neutralità” (anche questa di centro) si fa politica e promuovono interessi nella continuità, alimentando la solita trasversalità di poteri nutriti di più variabili ideologiche e quindi totalizzanti che a loro volta contribuiscono a indebolire la stessa identità ideologica sempre più neutralizzata da pratiche personalistiche.

Quando si parla di rappresentare tutte le voci in seno alla Rai ad esempio, si finisce per ribadire che tutto il potere va ai partiti, i quali sono gli unici rappresentanti delle voci della società civile, anche se fossero separati dalla medesima. I partiti possono sentire le voci, ma se dissentono da quelle voci cosa ne viene fuori?

Che le voci si trasformano in rumori di fondo senza rappresentanza. La questione come peraltro lo dicono già in molti, è che l’informazione diventa strategica per la conservazione o rappresentazione del partito, per cui si tratta di occupare semplicemente dei posti, arrivando al grottesco di un visto da destra, visto da sinistra con il centro che domina organicamente il flusso delle informazioni le quali devono essere per forza “medie”, né troppo sbilanciate a sinistra, né troppo sbilanciate a destra (neutralità) e quindi favorevoli al centro, nobilitate dall’antico detto filosofico del giusto mezzo di origine greca. Come si può allora superare e risolvere il problema del servizio pubblico dell’informazione?

Facendo un servizio al centro e/o alle periferie? Il centro è il più medio, accontenta tutti, le periferie sono parziali, più discutibile la loro portata, escono dalla medietà e quindi dalla mediazione, meno controllabili e socialmente desiderabili le periferie sfuggono a ciò che è precisato.

Un tempo in Tv c’erano i mezzi busti che con la loro aria di imparzialità assomigliavano al regime liberale nella difesa degli interessi predominanti, interessi che convergevano nel centro antico dove già trovavano chi li tutelava. Oggi i giornalisti non hanno più la museruola e non abbaiano a comando a parte qualche cane da guardia d’un padrone, oggi i giornalisti sono più di parte e vogliono conquistare un’obiettività dalla loro parte che rimane difficile perché l’obbiettività rinvia sempre e comunque a degli obbiettivi che dovrebbero essere esplicitati e non tenuti nascosti.

Allora è meglio essere sfacciatamente faziosi, come i partiti dovrebbero essere, ed esplicitare che si serve un padrone e un’ideologia piuttosto che tacere e farlo di nascosto ovvero rappresentare i fatti in maniera da contemperare varie esigenze difficilissime però da sostanziare – ci vuole grandissima professionalità e un alto senso etico della giustizia – in modo da dare un quadro esaustivo di massima dei medesimi, senza tralasciarne troppi di significativi e spiegando possibili accostamenti molto spesso frutto delle proprie credenze più autentiche ma anche dei propri pregiudizi.

Certo che così prima di far partorire una notizia bisogna sudare parecchio e come l’alchimista cercare dosaggi con equilibrismi complicatissimi col risultato di rallentare un processo spesso vorticoso e comunque veloce. Nella realtà succede una cosa meno nobile, i partiti dicono una cosa ma ne intendono una completamente diversa, quando parlano che la Tv deve rappresentare le voci, almeno sette, vuol dire che deve parlare dei partiti maggiori propinando al grosso pubblico il pastone quotidiano come un romanzo a puntate fatto di eroi, di leader, che tra di loro si accusano e contro accusano, poi ogni tanto cade un governo e qualcuno si fa male.

Non è tanto la società civile che conta bensi le sue rappresentanze istituzionali, i partiti che mettono loro uomini in seno alla Rai devono essere rappresentati nelle loro posizioni politiche, allora si vede il povero giornalista che è costretto col bilancino a dosare le informazioni citando i vari partiti dedicando un tempo proporzionale alla loro importanza, dicendo le loro posizioni, che visto il poco tempo a disposizione diventano assolutamente monche e incomprensibili del tipo: il PPI afferma che la giustizia è un tema centrale (vorrei vedere chi dice il contrario), I Verdi ribadiscono che è vero, i Riformatori non ci stanno (a che cosa?)

Il bello è che se un domani qualche leader dirà che la società civile dovrà contare di più l’imperturbabile giornalista sarà costretto dopo i partiti a riportare l’opinione del sig: Rossi di Messina o del sig. Bianchi di Ancona sempre con una sintesi bruttalmente ermetica da far concorrenza ad una poesia di Ungaretti. Quando i partiti affermano che i giornalisti devono essere scelti in base alla loro professionalità vogliono dire semplicemente che alla Rai non ci deve andare il braccio destro del leader che pur scrivendogli i discorsi non ha una patente da giornalista, ma il suo braccio sinistro che almeno ce l’ha.

Da anni sentiamo le noiose lamentele di chi sta all’opposizione, che il partito di potere ha messo tutti i suoi uomini alla Rai. Appena quello di opposizione va al potere fa esattamente la stessa cosa, difatti un partito ha senso altrimenti sarebbe un puro e semplice movimento fuori dalle istituzioni quando prende il potere per cui i suoi iscritti si spartiscono le poltrone, l’unica serietà è rappresentata dal fatto che il leader metta uomini fidati ma che siano almeno competenti, cioè che da anni si siano specializzati sulle problematiche e non si improvvisino esperti come nelle lottizzazioni selvagge dei tempi democristiani in cui si mettono uomini fidati e basta.

Essendo l’informazione strategica per i partiti la RAI è diventata una specie di campo d’occupazione dei medesimi al punto da sviluppare una organizzazione elefantiaca con centinaia di direttori e vice-direttori e una specie di “quadrilatero” dirigenziale che richiama studiosi da tutte le parti della terra per cercare di decifrare questo tipo di organigramma.

Quindi è meglio affermare che l’occupazione risulta inevitabile, ma deve essere controbilanciata almeno scegliendo dei nomi che pur cooptati dall’interno del partito o dalle sue vicinanze abbiano la competenza necessaria per affrontare e risolvere determinati problemi e non un’occupazione “parassitaria” come è avvenuto in passato, tanto per far girare nei posti di potere “membri” gonfi di boria, teste con un’intelligenza in miniatura, del partito.

La stessa nomina di “tecnici” esperti nel management aziendale pur nella loro apparente imparzialità viene fatta dagli stessi partiti a cui devono in seguito rispondere, senza contare che così è più facile nascondere e dissimulare interessi ben precisi, mettendo in campo politiche che dimostrano una loro opzione ideologica seppur travestitia da schemi di neutralità.. Se un membro di una commissione è stato inserito in quella commissione grazie al partito, come esperto egli potrà certamente selezionare i progetti in base ad una sua competenza acquisita facendo l’interesse pubblico, ma se dovesse nella sua azione bocciare un progetto su cui c’è l’appoggio di un pezzo grosso del partito si renderebbe poco affidabile in quanto diminuirebbe il potere del pezzo grosso, quindi chi cerca di far carriera nel partito ed essere apprezzato per la sua fedeltà non dovrà esprimere opinioni o azioni in contrasto, poichè la dialettica interna si riduce a limiti molto controllati.

Un processo del genere è inevitabile e si può attenuare solo con il ricambio di potere e di attori politici, ma quando questo non si verifica la degenerazione cresce, il partito sviluppa interessi paralleli che fanno concorrenza al bene pubblico e il potere si trasforma in una rete dalla struttura illegale in cui vengono praticati abusi sistematici.

Una persona che vuole conservare la sua indipendenza e la sua libertà difficilmente riesce ad entrare nei partiti, anzi viene emarginata soprattutto se dimostra un minimo di intelligenza perché il pezzo grosso del partito non vuole circondarsi di persone che gli facciano ombra, devono essere invece medie o mediocri, (similia cum similibus) dotate di spirito gregario, sempre fedeli e controllabili, ecco perché alla lunga il partito si sclerotizza e si burocratizza, perché ogni cosa che tocca rende media anzi mediocre, notarile e noiosa per poi scomparire tra gli sbadigli.

Allora il partito diventa una entità separata, un nemico della società civile, occupa i posti migliori attraverso una rete “mafiosa” in cui spesso si registrano faide interne, queste faide sono indice di una degenerazione, il partito diventa necessario perché molta gente vive dei suoi favori, e comunque il partito rimane un filtro obbligato, l’acqua calda che prepara qualsiasi infuso, decotto, tisana, in quanto la sua rete occupa tutti i posti di potere. Se dovessimo cambiare la Costituzione bisognerebbe affermare il principio che non i partiti, bensì i movimenti autofinanziati sono il fulcro della democrazia perché sono radicati nella società civile e in quella vi ritornano volentieri. Homo democristianus

 

 

 

4 -L’HOMO DEMOCRISTIANUS

E’ tratto da un mio testo del 1999 (panphlet) oggi molto attuale e cerca di descrivere l’homo democristianus come centro di un’antropologia politica della moderazione e che riflette un modello di comportamento che in Italia è risultato essere sempre maggioritario (almeno fino ad oggi).

IL GRANDE CENTRO, UN LUOGO DI CONFLUENZA

Il grande centro della politica accoglie tutti quelli che sono “oggettivi” ed equilibrati, perché hanno bagnato le loro pulsioni violente nel fiume della medietà che scorre tra due poli opposti densi di paesaggi selvaggi e deserti che rievocando incidentalmente Stendhal, si possono esemplificare con i colori dominanti del rosso e del nero. Il grande centro quindi è il luogo della ragione pura dove si parla, si discute anche animatamente ma poi si arriva ad un equilibrio sbozzando e mondando la cresta dura, facendo levigare la materia depurata al punto da riflettersi in un lindore immacolato,

in un biancore che evoca il giglio della purezza, dove l’incontrastato homo democristianus diviene operatore di sottigliezze metafisico-politiche, di giochetti raffinati, di distinzioni sofisticate, di linguaggi orfici di interpretazione bifronte, di architetture semantiche vicine alla poesia d’avanguardia.

L’arte della politica investe le parole di luci trasversali, di metalinguaggi criptici, di cifrari ostici, di argomenti ermetici in cui si dispiegano organigrammi notturni, come se un immenso lenzuolo bianco venisse stesso sulla concimaia.

Nel centro la politica si purifica di scorie estremistiche, anche l’economia nel centro esce dai particolarismi, non più capitali parziali, interessi specifici, ma il grande capitale, il capitale unico quello che rappresenta tutto e tutti, quel capitale che ha delle sue occorrenze politiche, delle sue necessità fisiologiche e che non può discostarsi dal centro, appena qualche politico per qualche vantaggio personale lo sposta verso destra o qualche lotta sindacale o partito progressista afferma l’utilità di un capitalismo più socievole e quindi sociale non più basato sulle grandi famiglie, ma sulla capacità e competenza personale quindi meno ereditario, crea reazioni infastidite: “ognuno faccia il proprio mestiere, noi non apprezziamo imprenditori populisti, al massimo invece i paternalisti.”

Ci sono dei dati oggettivi su cui si muove il capitalismo (parametri da osservare) al di là delle singole ideologie di cambiamento o di conservazione, per cui si tratta di saper gestire questi parametri come dei ragionieri, la politica allora diventa solo la gestione necessaria di conti e ogni proposito di cambiamento diventa avventuristica fuga in avanti a meno che l’innovazione si situi nell’ambito del management.

Rimane ampiamente sconfitta ogni possibilità di cambiare radicalmente il capitalismo dirottandolo dal suo percorso obbligato, mentre la costruzioni di alternative globali al capitalismo non hanno retto nel lungo periodo, né un’economia alternativa, né un sistema a predominanza cooperativa, né tantomeno il volontarismo ideologico, almeno fino ad oggi, hanno durato oltre la terza generazione, resistono di più le utopie e le comunità religiose.

Da ciò si deduce una oggettività di discorso che nessuna soggettività è in grado di condizionare se non molto marginalmente e questa oggettività trova la sua collocazione politica nel centro come luogo della mediazione tra capitalismi e soprattutto generatore dell’equilibrio generale del sistema in cui le giuste dosi dei vari fattori produttivi vengono combinate con una sapienza alchemica che si avvale di indici super partes.

Il centro assurge ad obbiettivo di ogni politica, anche il capitale quando agisce lo preferisce, ricorre a destra solo negli estremi momenti di pericolo usando la forza di un sovvertimento istituzionale quando le lotte operaie non si riescono a fermare altrimenti, il colpo di stato riparatore dovrebbe creare le condizioni di un ritorno di forza al capitale che però preferisce evitare certe prove di forza.

Invece non si è mai visto fino adesso almeno, un capitalismo percorrere i sentieri della sinistra se non qualche piccolo anfratto di confine per accogliere a braccia aperte le imprese consorelle di matrice cooperativa che si spostano verso il centro per essere quotate in borsa.

Il capitalismo nutre una atavica e storica diffidenza per la sinistra anche di quella sinistra illuminata che in passato affermava contro se stessa, ma magnanime e generosa, che se i padroni cedevano un po’ di benessere alle masse queste incrementavano i consumi e facevano crescere le stesse imprese o altre. Ecco dove sbagliava il pensiero illuminato, quanto citava “altre” IMPRESE.

Il vecchio capitale non ne voleva sentir parlare abbarbicato com’era a difendere la sua posizione privilegiata, se non altro la concorrenza l’avrebbe costretto all’innovazione però temeva, nel nuovo, la perdita delle proprie posizioni che fino a quel momento gli aveva garantito certi poteri, una variante “socialdemocratica” del sistema presentava rischi non calcolabili e lo sviluppo di una dinamica economica difficile da gestire, di cui diffidare, come si diffida dei comunisti.

Immobilismo nell’innovazione, questo è lo slogan del grande capitale, mentre la politica-politica ha coniugato piuttosto lo slogan inverso: innovazione nell’immobilismo, perché la politica da dovunque venga, da destra o da sinistra, dovrà gestire i parametri che il “sistema” impone dal centro.

In questo quadro il bipolarismo politico rappresenta un complesso di piccole variabili, di piccole differenze da cui partire, che vengono spesso ad arte ingigantite, amplificate, per arrivare a quello sbocco fondamentale, quel luogo di confluenze che è IL GRANDE CENTRO vero punto strategico di sopravvivenza e rigenerazione del sistema economico in cui la politica acquista più forza dialettizzando il suo rapporto col capitalismo, ma per far ciò è necessario che la politica arrivi da altre sponde.

Se la politica prende fissa dimora al centro può sovrapporsi alle esigenze economiche costruendo un centro di potere parallelo a quello del capitale, quando un partito si trova da sempre in centro diventa un immediato portatore d’acqua di certi interessi, però può creare anche dei balzelli e delle rendite di posizione che tendono a subordinare spesso l’economia, l’imprenditoria alla politica. Se il centro esprime questa tendenza alla mediazione e al compromesso i partiti già di centro divengono più compromissori.

Berlinguer intendeva il compromesso storico non nel senso di compromissione delle masse operaie e contadine dentro i meccanismi del grande potere, ma per liberare le masse popolari da una contrapposizione politica sterile superando di fatto il concetto gramsciano di “blocco storico” ancora inteso in termini alternativi rispetto all’economia capitalistica. Ciò per farle diventare perno di un processo di rinnovamento istituzionale, dialettico e popolare che giungesse fino ai templi classici del potere condizionandolo attraverso l’apporto di nuove energie, in questa maniera anticipando un bisogno di capitalismo diffuso e sociale.

In definitiva si mantengono le proprie idee e la propria fede, ma si scopre anche il pragmatismo, si liberano nuove energie che guardano al centro, in cambio si vuole che il centro guardi di più a sinistra, che gli equilibri politici si spostino di più a sinistra rispetto a ciò che avevano fatto i socialisti.

Di fatto però denudando tanta gente dai vestiti dell’ideologia che si ergevano a difesa di atteggiamenti morali e di solidarietà, si lancia l’idea della superiorità di un certo modello di sviluppo che finisce per corrompere anche nei suoi aspetti di compromissione, ampie fette di popolazione sempre più distratte da nuovi bisogni consumistici, più che un cambiamento di modello si assiste all’integrazione di quel modello; mentre dopo il muro di Berlino, con le stesse masse che hanno superato il muro del capitalismo, “i comunisti” si trovano sempre più indeboliti, una parte vuole seguire le masse al di là del muro e parla di esaurimento d’una esperienza (tanto vale cercare di gestire a nome del popolo di sinistra questo compromesso cercando esclusivamente posizioni di potere) altri invece vogliono continuare l’esperienza, irrigidendosi sul santuario dell’ideologia che però non ha più alcun rapporto col reale, anzi lo “doppia”, divenendo puro artificio di facciata, sorta di bibbia sapienziale a cui aggrapparsi, reliquario storico da adorare in attesa di “templi” migliori.

D’altra parte però la volgarizzazione del compromesso porta verso il pericolo dell’homo democristianus che si è sempre alimentato di un universo popolare regredito, poco evoluto nei suoi diritti, doveri, comportamenti alti, nel pensiero gentile, nella tolleranza e piuttosto tutto teso a comportamenti meschini, egoistici, poco dialettici o aperti, opportunistici, senza principi, anomici, cortigiani, adulatori.

Tutto l’incontrario di ciò che l’ottocento “borghese” aveva rappresentato nel Risorgimento: generosità, lancio altruistico, sacrificio, mentre nell’universo “massivo” di oggi, anche la libertà e l’autonomia possono avere dei prezzi ed essere vendute. Parliamo di contrattazione il cui luogo deputato tra le parti non può che essere il centro e rappresenta il momento di incontro di interessi in sé contrapposti che vengono risolti attraverso la mediazione e il compromesso, si parla perciò di società “contrattualistica” perché si regge su questi accordi periodici di gestione delle risorse economiche e diventa una necessità contro gli scontri contrapposti, un accordo fra le parti per scambiarsi il loro tempo produttivo.

1 – SCHIAFFO AL CINEMA ITALIANO CON TREND NEGATIVO

Per non andare a fondo con i film italiani – afferma l’autrice cinematografica Roberta Torre – bisogna rappresentare il desiderio di andare a fondo nello sguardo, manca il coraggio: è un cinema codardo, piccolo e borghese, che denuncia con retorica, non è cattivo e gli manca la pietas o la lucidità profetica. Gli diamo uno schiaffo a questo cinema?

E’ un cinema “disorientato” che non sa che pesci pigliare, rispondo io. Oggi ci sono commediette di 4 battute conformiste che incassano milioni di euro e c’è chi approfondisce lo sguardo fino ai meandri più nascosti della psiche umana e non incassa un casso.

Secondo me bisognerebbe produrre tutto ciò CHE NON E’ TELEVISIONE. Negli anni ’60 esisteva il B Movie che si proiettava nelle sale dei “pidocchietti”, poi la tv ha assorbito questo tipo di cinema e in effetti a parte rare e lodevoli eccezioni, il cinema in tv non va oltre certi temi più o meno istituzionali, storie di preti, di uomini in divisa, di personaggi famosi, di mafie, ma tutto dentro i limiti del politicamente corretto, visto che la produzione è tutta di ispirazione politica o partitica.

Il cinema invece deve percorrere altre strade però e qui c’è il disorientamento, vincono come incassi quelle commediette come se lo spettatore si muovesse al cinema per vedere quello che vede a casa, con personaggi che conosce bene in Tv, non vuole staccarsi da quella dimensione e preferisce le conferme.

La pubblicità oggi è fondamentale per presentare il prodotto filmico e costa forse di più del film stesso, a Natale abbiamo sentito o visto la pubblicità assordante di quei cinque o sei film che hanno incassato, come se fosse tutto previsto.

Non bisogna dimenticare cmq che non c’è più quel clima culturale degli anni ’70 e che c’era un mercato molto più spazioso per il cinema italiano (il 50% rispetto al 25 di oggi) e che la gente cercava ALTRO anche attraverso i cineclub. Era un altro mondo.

C’è chi dice che il cinema italiano è troppo provinciale, non ha tematiche che vanno bene per tutti i paesi del mondo: il film SIGNORE E SIGNORI di Pietro Germi parlava della provincia italiana e descriveva una cittadina cattolica come Treviso. Quindi i problemi sono altri, mentre lo schiaffo viene dato al vero cinema

 

 

 

3 – IN NOME DI DIO ANDATEVENE!

IN NOME DI DIO ANDATEVENE! è il titolo del post di Beppe Grillo del 1 gennaio 2013 parafrasando Olivier Cromwell nel suo discorso tenuto al Parlamento inglese nel 1653.

E’ chiaro che si riferisce a tutta la vecchia politica italiana consolidata in 60 anni di sfasci istituzionali. I partiti politici sono diventati corpi estranei che si sovrappongono alla società civile e creano un’organizzazione parallela di privilegiati e di parassiti che divorono le risorse pubbliche e che distruggono quasiasi tipo di economia. Non ci sono vie di scampo, la disamina è quasi crudele, l’attacco di Beppe è lirico, profetico, dimostrativo.

Lirico nei toni perchè non assume un linguaggio politichese, qualcuno l’accusa di essere populista invece è solo un‘orazione civile che assume i modi grevi della polemica e dell’indignazione, talvolta dell’invettiva contro una classe politica che nessun cittadino è più capace di reggere: “si credono intoccabili perchè garanti di interessi economici delle lobby del cemento, delle cooperative, dei concessionari, della Bce, delle banche internazionali, di Stati esteri. Vivono in un mondo a parte, fatto di studi televisivi, di giornalisti proni, di incontri istituzionali a discettare del nulla al quadrato con la rituale foto di gruppo, circondati da commessi, servi, maggiordomi, amanti.”

Sono loro che hanno disfatto l’economia, l’informazione, la giustizia, la scuola, il tessuto produttivo, lo stesso Stato e senza mezzi termini Grillo li considera parassiti, pidocchi, mignatte o figli di mignatte, zecche, virus che si spacciano per miracolosi medicinali mentre hanno  infettato il corpo della Nazione.

Certo Grillo va giù pesante, l’invettiva è contro tutti, non lascia porte aperte come di solito si fa la vecchia  politica,  ha l’accento profetico di chi crede fermamente in quelo che dice, che è giunta l’ora di un cambiamento profondo delle istituzioni, Grillo è anche dimostrativo, vuole cioè dimostrare che un’altra politica è possibile, senza soldi e col ricambio delle persone, di cittadini che si appropriano del loro stato sociale non delegando ai politicanti.

Ma tutto questo è possibile? Siamo pur sempre in un mercato elettorale dove la gente è facilmente manipolabile (la manipolazione costituisce la dittatura della democrazia) e cmq è sottomessa anche per interessi materiali a questi stessi partiti, riuscirà la gente a diventare veramente  libera?

Al popolo, alle masse che non hanno voce, l’ardua sententia!

 

3 – IL PIRATA INFORMATICO E’ UN PARASSITA O SOLO UN OPPORTUNISTA?

IL PIRATA INFORMATICO E’ SOLO UNO CHE NON VUOLE PAGARE DA BRAVO PARASSITA E OPPORTUNISTA, qualcuno ci mette dentro anche la condivisione ma per coprirsi.

E’ interessante questa intervista sul PIRATA INFORMATICO perché delinea una realtà diffusa: il web rappresenta una tecnologia rivoluzionaria al punto tale che socializza dei contenuti a gratis quasi presagendo un futuro in cui la tecnologia distrugge l’Economia Capitalista.

Qui si tratta di canzoni, giochi, film, libri,  tutto ciò che riguarda l’arte e la creatività umana che possono  essere piratati, estorti con un pò di dimestichezza tecnologica: perchè pagare – dice il nostro pirata – se hai tutto gratis?

Noi abbiamo lanciato nel 2004 il progetto NECHE per dare una prospettiva al cinema indipendente, quello che era penalizzato per le sale stracolme di film Usa & Getta che vengono montati e smontati ad una velocità supersonica. Abbiamo messo in rete un nostro film, L’Appuntamento, che non riusciva a trovare una distribuzione in sala insieme a tanti altri prodotti indipendenti, a un prezzo di € 3 euro in videostreaming (si guardava senza scaricarlo, si scaricava solo una scheda informativa) via via diminuito a 2 e a 1 euro, ma non c’era nessuna flessibilità di domanda, potevi metterli  a 3 euro o 1 euro, la gente proprio non reagiva, era collocata in una zona di indifferenza del prezzo. Incuriosito, era il 2009  incominciai a fare un’indagine su Google, il nostro sito che si manteneva sempre sulle prime pagine improvvisamente era scomparso, quando cliccavo “cinema on line” o “cinema in streaming” comparivano un sacco di siti che attraverso link trasmettevano film gratis a iosa anche quelli non ancora usciti, tutto sembrava passare attraverso il sito MEGAVIDEO MA CE N’ERANO ALCHE ALTRI ALTERNATIVI. Era arrivato il tempo del parassita. Su 100 siti che avevo analizzato almeno 90 erano illegali, è chiaro quindi che non ci poteva essere mercato (seppure residuale rispetto alla sala) perchè era tutto DONATO. E a caval donato non si guarda in bocca, se il film ad es. non si vedeva bene e aveva qualche difetto, quindi  al film donato  anche se non è tecnicamente perfetto dà un senso di piacere non pagarlo.

In questa situazione chi soffre di più è il cinema indipendente che non riesce proprio a ripagarsi dalle spese che sostiene e quindi in questo  deprimente contesto è destinato a fallire…a meno che….(lo diremo prossimamente)

 

3 – COME RAGIONA O SRAGIONA IL PIRATA INFORMATICO 2

Questa è la seconda parte dell’intervista, di Nicola Fabi per RED

CINEMATORE mi sembra che esprima un campione

rappresentativo da valutare con attenzione in un prox post.

X – D. Ma ti senti fiko a farlo?

R. Nessuno si sente fiko hai pero’ subito tutto…prima anche che arrivi in Italia..non per vantarti ma per averlo e giocarci,vederlo subito…

XI- D. E che centra youtube?

R. Prova ad andarci scrivi titolo di un film di qualche anno fa e digita “Film completo” dopo il titolo vedrai il film ..tutto il film, youtube ha migliaia di film completi dopo la decisione di aumentare il minutaggio che una volta era di 10 minuti…la tecnologia va avanti baby..Ieri mi sono visto L’eta’ dell’innocenza grande film…

XII-D. Ma allora ti piace anche il grande cinema…

R. Guarda che chi vede film in streaming non sono i ragazzini ma gente colta, un pò come chi assume sostanze dice di non farlo ma ne abusa..

XIII-D. Ma oltre scaricare quindi…

R. Certo su youtube c’e’ anche tanta gente che mette prove tecniche di cellulari, macchine fotografiche tutti nel loro dialetto…tipo quelli che prendono la chitarra e si mettono a suonare credendo di essere Mark Knopfler o si mettono a recitare un monologo come fossero Marcello Mastroianni

XIV- D. Ma perché’ vedere prove tecniche? Non hai manuali?

R. Macche’ ormai anche quelli sono sul web. Una grandissima percentuale di libri lo sono..su questo sito. (Ci fa vedere..y…. ci sono migliaia di libri che si possono leggere Gratis…libri attuali…anche appena usciti

XV – D. Incredibile… (controlliamo e ce ne sono tantissimi…)

R. C’e’ tutto ma non sono file pirata e’ questo sito……il più famoso al mondo… (Vediamo..ci sono libri di tutti nostri amici scrittori, libri interi..pubblicati e gratis..)

XVI- D.PASSIAMO AL CINEMA E QUELLI CHE SCARICANO (…lui ride)… -perché’ ridi?

R. Ormai nessuno scarica si possono vedere in streaming, nel momento in cui sono disponibili li vedi anche mesi prima che escano in Italia sottotitolati se vuoi in Italiano…Ci sono tanti siti che elencano il titolo e il link dove vederli, come sono disponibili ogni sito segnala i link..I link vengono bloccati a volte, rigenerati a breve…

XVII- D.Ultima volta andato al cinema?

R. Due anni fa..

XVIII-D. Ti piace il cinema?

R. Certo …..a Dicembre ho visto una ventina di film…

XIX D. Ne ho visti meno io…che ne devo scrivere…

R. Ero influenzato e ne ho visti 4 al giorno…alcuni vedevo 30 minuti non mi piacevano e andavo altrove, la meta’ li ho visti per intero

XX-D. Che film?

R. Tutti..Hobbit,spaccatutto,ex cinepanettoni,sammy,soliti idioti,loach,cetto,grey e poi 5 film che in italia usciranno a Febbraio uno, a maggio un altro a Giugno perché’ negli Usa già’ usciti ….mi fanno ridere quelli che dicono non ho mai scaricato…che poi oggi si vede in streaming non devi scaricare nulla…come vederli su Youtube…sembrano quelli che dicono non sono mai andato con una escort…eheh

XXI-D. Scusa ma vedi film molti mesi prima che escano in Italia ?

R.un po’ come per i telefilm, le reti si ammazzano per prendere le migliori serie ma non vengono programmate contemporaneamente anche in Italia e allora A CHE SERVE? La gente li vede dopo 48 ore della prima tv americana in streaming con i sottotitoli italiani, telefilm che in Italia arriveranno l’anno successivo….poi con i soliti doppiatori sempre gli stessi…moltibravi, altri non vanno bene per alcuni attori stranieri….i direttoridi doppiaggio dovrebbero sperimentare di più

XXII-D. Ma la qualità’?

R. Ancora con questa cantilena? Stai perdendo tempo con quella parola E poi mando il segnale sul megaschermo e vedo tutto dal pc al mio televisiore…

XXIII-D. Posso farti una domanda?

R. Me ne hai già fatte tante…Vai

D. Ma se ti dessero l’opportunità di vedere un film ad 1 euro…. perfetto, originale sul web, un film fichissimo… lo vedresti pagando un euro?

R. Assolutamente nooo, e nessuno dei miei amici perché so’ che dopo qualche ora lo vedo gratis altrove. E poi c’e’ una cosi’ grande quantità’ di film disponibili gratis che si può aspettare tranquillamente

XXIV-D. Quindi cinema online non funzionerà mai?

R. MAI

XXV-D. E se facessero uscire contemporaneamente il film al cinema, in vhs, su internet….?

R. il cinema si paga solo a cinema ricordatevelo…..chi pensa di farlo uscire altrove cercando di far pagare perde da ormai troppi anni tempo e suoi soldi perché di nostri non ne vedrà mai….se vogliamo pagare andiamo al cinema…certo se non li trovassimo in rete andremo al cinema certoma mai pagheremmo online

XXVI- D. E se uscisse solo sul web?

R. Lo riprenderebbe qualcuno entro 24 ore con la propria telecamera e lo metterebbe a disposizione degli altri…o acquisirebbe il formato in qualsiasi modo per metterlo in rete

XXVII-D. Pero’ capisci che cosi’ non si potranno sperimentare nuovi generi tutto diventerà una corsa contro il tempo… (Mi blocca)

R. L’unico modo per incassare per i produttori o chi li mette in sala e’ incassare al cinema….cercando di tutelare le copie…

XXVIII-D. E come fanno?

R. Non lo so, devono vederlo loro..io non vado al cinema da un paio di anni…ma vedo più di 100 film l’anno

XXIX-D. Si ma anche mezzi film..

R. Beh se non m’interessano..

XXX-D. E tuo fratello di 16 anni?

R. Nooo i pischelli (ragazzi giovani) vanno al cinema non scaricano film…sul web vanno solo su facebook

XXXI-D. Credevo che ci fossero solo maggiorenni su Face…

R. Credi..credi..credi..tu sei intelligente di secondo acchito, guardi osservi ma la realtà dei giovani è in mutamento per colpa soprattutto dei genitori che non arginano i loro errori…I giovanissimi ormai vivono solo su facebook… colpa dei genitori che non pongono limiti ma concedono tutto… Scusa come hai scritto anche tu l’altro giorno..?

XXXIID.si creano generazioni di figli viziati, incapaci di affrontare la vita e superparanoici…che inevitabilmente combineranno una marea di casini…una generazione di mostri che crede di trovare ogni risposta sul web incapaci di usare gambe, parola e cervello..

R. Ecco ti quoto..

XXXIII-D. Cosa?

R. Lascia perdere…

XXXIV-D. Ma quindi il gratis per te e’ una diktat …

R. No e’ un’esigenza lo faccio per risparmiare

XXXV-D. Ma guadagni parecchio con il tuo lavoro

R. Se posso trovare cose gratuite perché’ pagare…?

XXXIV-D. Ma e’ illegale …

R. Dove? In Italia lo fanno tutti da sempre…

S.F. All’informatico non gli interessa se una cosa è legale o

illegale, gli devono solo sequestrare l computer

http://www.cinemotore.com/ http://www.cinemotoreonline.net

per iscrivere un tuo amico scrivi la sua email in oggetto su

cinemotore@gmail.com;

3 – COME RAGIONA IL PIRATA INFORMATICO

Pazzesco. Intervista shock…30 enne sveglio, ottima posizione…con una caratteristica usa internet per scaricare..anzi vedere tutto senza scaricare …libri,film,partite,videogame..tutto….lo abbiamo intervistato…DA BRAVO INFORMATICO VEDIAMO COME RAGIONA

“Guarda che chi vede film in streaming non sono i ragazzini ma gente colta..”

Intervista di Nicola Fabi per RED CINEMATORE ad un ragazzo di Roma,buona posizione ma da anni scarica tutto libri,musica,videogiochi,film,sport….

ID. Quando hai iniziato a scaricare.e a usare lo streaming?

R. Con le partite, basta andare nei siti giusti e te le vedi alla grande…da sempre…sono anni che le vedo solo ed esclusivamente cosi, l’alternativa e’ vederla in pizzeria al massimo un paio di volte l’anno.

IID. Ma hai Sky? Mediaset Premium? Altri.. (Mi blocca)

R. Guarda neanche pago il canone, mai pagato ..che so’ scemo?… pensa se mi metto a pagare per altre tv ormai ho tutto sul web… ma poi se sai smanettare hai a disposizione tutti gli eventi sportivi “gratis” che altri pagano non solo calcio …golf, basket, baseball…

IIID. E la musica ? Ultima volta che hai comprato un cd?

R. 8 anni fa…in offerta…oggi sento tutto via usb?

IVD. Ovvero? R. Scarico e trasferisco tutto nella pennetta, in tutte le macchine di qualsiasi modello dalle Smart alle Mercedes…oggi c’e’ la presa per inserire la pen drive usb e tutto e’ facile… molti parlano di qualità senti ….ascolta…..(ascoltiamo infatti e’ ottima qualità’)… qui parliamo di interi cd originali copiati … Anche quando leggi che un’artista mette la sua canzone in esclusiva sul web a 0.01 centesimi forse trovano i nostalgici che per beneficenza pagano quella cifra ma dopo 3 minuti e’ gratis ovunque…poi con youtube…

V -D. Youtube?

R. Una svolta…. metti il link di youtube dove c’e’ quella canzone e la parte sonora viene subito registrata in un file mp3 che si genera in pochi secondi..ormai tutti fanno cosi’ anche per pezzi introvabili…

VI – D. Quindi la musica e’ morta?

R. Nessuno paga per ciò che puoi trovare “gratis”…altrove

VII- D. E la qualità?

R. Ancora con questa parola? E’ una cazzata, la gente vuole ascoltare,vedere, usare …avere, possedere, collezionare…e se sai di poterlo fare gratis ….E poi i cd ormai non hanno più ragione di esistere li comprano solo i collezionisti…forse ma non ne sono più sicuro….. anche perché occupano spazio, guarda questa pennetta ci sono 6 mila canzoni… E poi basta vedere cosa e’ successo a Natale tutti proprio tutti gli artisti sono usciti con un cd, dal cantante sfigato a quello più cool pur di vendere

VIII-D. Hai mai pagato per la musica in questi anni?

R. Certo solo per due concerti, anche le grandissime star ormai sono costretti dalle case discografiche a farli se vogliono continuare a fare soldi….altrimenti li ritrovi a i migliori anni, non so’ se è più triste il programma o chi ci va,,,,

IX – D. Quindi non usi solo Emule, bittorrent ..

R. “Torrent” a gogo per tutto proprio tutto da anni scarico videogiochi ne ho a decine…se vedi costano 49 euro, 39 euro, 29 euro ma che so’ matti…io li ho tutti…anche quelli per giocare online ormai ci si incontra tra giocatori che hanno videogiochi craccati (modificati n.d.r.) uno fa il server e gioca con altri…

X – Quindi sei proprio un informatico..ma se gli altri si appropriassero di cose tue come risponderesti?

R. basta che non sia la mia ragazza. (continua)